martedì 26 giugno 2012

Il mio parere su Another Earth


Di solito non guardo film di fantascienza e di scenari futuristici distopici, mi annoiano (a parte Blade Runner s'intende!), ma se si tratta di film indipendenti, piccoli e liberi da modelli standard e da un'aderenza scolastica al genere, allora non mi dispiace vederli, soprattutto se c'è di mezzo il Sundance Film Festival!
E' così che mi sono ritrovata ad amare un film sui generis come Moon o uno assurdo come Melancholia, ed è così che adesso mi ritrovo a parlare con entusiasmo di Another Earth (di Mike Cahill, 2011 ).

Si tratta di un film indipendente, strano e straniante, silenzioso, lento, ovattato, girato con una macchina a mano volutamente instabile e destabilizzante, con una fotografia sgranata e sporca, uno stile quasi da dogma alla Lars Von Trier. Un film drammatico e intensissimo, assolutamente non commerciale e commerciabile.

La giovane protagonista, Rhoda, appassionata di fantascienza e con gli occhi sempre puntati alla volta celeste, proprio in uno di questi momenti di distrazione estatica, investe e uccide la moglie e il figlio di un noto musicista, John Burroughs. Dopo aver scontato la pena, Rhoda cerca di entrare nella vita dell'uomo e di espiare in qualche modo la sua colpa. Nel frattempo la ragazza partecipa ad un concorso per vincere un viaggio nell'altra Terra, un pianeta speculare al nostro che da qualche tempo fa bella mostra di sé nel cielo.

La fantascienza c'è in Another Earth ma fa da sfondo ad una storia tragica e umanissima, ad un poetico e doloroso intimismo e sebbene sia un topos abbastanza classico quello della vita negli altri pianeti, dell'ipotetica esistenza di nostri doppioni, il regista lo sfrutta più come forma di riflessione che come vera e propria trattazione tematica. Nel film infatti non c'è nulla di fantascientifico, di alieno, di intergalattico, nessuna balla spaziale insomma, solo tanta delicata poesia esistenziale e pregio estetico.

Notevole l'attrice protagonista Brit Marling (che è anche co-sceneggiatrice del film), un volto raffinato da cinema indie che ti rimane dentro, così come William Mapother, credibilissimo nel suo ruolo di sofferente clausura.

Il giovane regista americano Mike Cahill, alla sua opera prima con Another Earth, viene dal documentario e dalla National Geographic e il tocco naturalistico si vede, si percepisce nell'indugiare sulla superficie della neve, sul riverbero dei raggi solari, sul mare, il vento, la terra insomma, quella nostra.
Tutto ciò è pervaso da una malinconia metafisica e struggente, da un afflato filosofico che rende il film una parabola triste e bella da mozzare il fiato, in cui di fantascientifico c'è soprattutto la bravura alternativa di chi lo ha girato, recitato, ideato.







domenica 24 giugno 2012

I Love Books: 28. Martin Eden


Non avevo mai letto niente di Jack London, nemmeno durante l'infanzia o l'adolescenza; l'ho sempre considerato uno scrittore troppo marinaresco e da ragazzi, da avventure piratesco-esotiche all'americana; lo associavo soltanto a Zanna Bianca e al Richiamo della foresta che non sono proprio il mio genere di letteratura preferito, e così per anni lo scrittore di San Francisco non ha avuto nessun posto nel mio bagaglio di letture e di desideri di letture.

Poi, un po' di tempo fa, a Roma, ho svaligiato una bancarella di remainders e libri usati e per puro caso ho preso pure Martin Eden, anche perché costava 3 euro ed era in ottime condizioni!

Ho fatto un autentico affare perché è un libro che inaspettatamente ho amato moltissimo, che ho letto con trasporto e curiosità costante e che mi ha fatto riflettere tanto (anche sui pregiudizi che ho spesso verso gli autori che non conosco!).

La trama, in soldoni, vede protagonista il giovane uomo di mare Martin Eden che per amore di Ruth, una ragazza aristocratica e colta conosciuta casualmente, decide di abbandonare il suo stato sociale rozzo e ignorante, le sue abitudine di vita semplici e grossolane per dedicarsi ossessivamente allo studio, alla lettura e infine alla scrittura. In un duro processo da autodidatta imperterrito riesce ad acculturarsi e a raffinarsi ma qual è il prezzo che paga per essersi imposto tale "metamorfosi" socio-culturale?

Non aggiungo altro per lasciare a voi la possibilità di scoprire e di gustare appieno la vita straordinaria di Martin Eden, di avventurarvi in una storia sul potere nobilitante e insieme sconvolgente della cultura e della conoscenza, sul come la felicità sia spesso più facile e istintiva per chi non ha studiato e non ha sovrastrutture e ideologie legate al sapere, per chi vive la vita allo stato base, senza tormenti alti e profonde elaborazioni mentali.

La prosa di London è perfetta, le descrizioni sono vivide e potentissime e certe considerazioni fanno quasi male per quanto sono vere e rese bene.

Un libro che cosiglio a chi ama la lettura e soprattutto a chi ama scrivere perché dentro le vicende di Martin c'è la parabola di ogni scrittore, ci sono sensazioni, attese, pretese che ogni aspirante scrittore ha e c'è la vita dello stesso Jack London, di cui non sapevo nulla e di cui valeva la pena sapere.



giovedì 21 giugno 2012

Serie tv mon amour: 19. The Killing



(Questo post NON CONTIENE SPOILER)

Finalmente, dopo due lunghe e piovose stagioni, ieri sera ho scoperto chi ha ucciso Rosie Larsen!
La mia reazione è stata più o meno: "What the fuck" e ho elaborato la cosa per ore anche dopo essere andata a letto, girandomi e rigirandomi sul materasso, ancora stupefatta e adrenalinica per l'inaspettata soluzione del caso.
Mi capita spesso di empatizzare con le serie tv e di farmi coinvolgere come una vecchia nerd sociopatica, e queste serie è stata una di quelle che mi hanno rapita e rilasciata solo alla fine dell'ultima puntata (e nemmeno completamente!), è fatta davvero benissimo, è un meccanismo credibile e coinvolgente, è puro intrattenimento seriale.

Tutti i personaggi sono ben delineati e approfonditi, ognuno sembra celare qualcosa e stuzzicare la fantasia dello spettatore in qualche modo, ognuno è una possibilità.
Il detective Linden, mirabilmente interpretato da Mireille Enos, è un concentrato di trascuratezza personale ed estetica (con quei maglioni a collo alto e quella coda moscia non si può guardare!), genialità, ossessione per il proprio lavoro, coraggio estremo, modo alternativo di condurre le indagini e la propria esistenza in generale. Un personaggio molto particolare e indipendente, una figura poliziesca femminile inedita.

Il biondino Holder (lo svedese Joel Kinnaman), con i suoi yoh, bro, il cappuccio di felpa in testa e l'incedere rappeggiante è un poliziotto sui generis ma cazzuto e ho adorato il suo modo spavaldo e sfrontato di condurre le indagini.

Seattle è lo scenario perfetto per questa storia spietata: con la sua pioggia incessante, la sua tetraggine cromatica, si adatta e si fonde al mondo di persone tristi, sole e affrante che anima la serie e sembra una città piangente, desolata, stanca...

The Killing mi ha ucciso...Bella in modo strano, sinistra e irrinunciabile, cupa, tetra, piovosa e umida serie tv dal finale imprevedibile e dalla qualità innegabile....

martedì 19 giugno 2012

Il mio parere su La mia vita è uno zoo


Mi piace Cameron Crowe, quel suo tipico modo di fare film umanamente empatici in cui è facile identificarsi, quel suo mettere sullo schermo esistenze perdenti e autoironiche, storie malinconiche attraversate da uno humour commovente, quel suo raccontare in modo originale e aggraziato.
Elizabethtown rimane sempre uno dei film più piacevoli che io abbia mai visto, un pacchettino regalo bello fuori e stupendo dentro da memoria cinefila imperitura.

Detto ciò, devo constatare con un po' di delusione che La mia vita è uno zoo mi è sembrato un film un po' scioccherello e impacciato, un idillio dolce-amaro prevedibilissimo e confezionato secondo dei canoni commerciali standard, una caramella stucchevole e frizzante solo a tratti.
Niente verve croweniana, niente atmosfere sopra le righe, niente piglio buffo-melanconico, o meglio, tutto ciò esiste nel film ma in chiave minore, debole e sbiadita.

La mia vita è uno zoo è principalmente un film grazioso e lezioso per famiglie, ha un target infantile e buonista-genitoriale che può sembrare patetico e ridicolo a chi guarda il film libero da questo tipo di status sociale. Mi è sembrato uno di quei film americani che dà spesso Italia Uno con gli animali, i bambini furbetti, gli adolescenti ribelli, i genitori giovani e fighi, tutti posti su binari che si sa esattamente dove vanno a finire e con quale stile.

Da Crowe mi aspettavo di più e l'avventura (tratta da una storia vera narrata nel romanzo We Bought a Zoo) del padre vedovo che con i due figli si trasferisce in campagna e più precisamente in uno zoo poteva essere esilarante, brillante, dai contorni stilosi e ben definiti e non sciolti da una patina dolciastra che mal si concilia con l'ironia tragica tipica del regista.
L'avrei voluto più cinico, in un certo senso, e meno "bambini allo zoo, che bello, ti voglio bene...", meno commediola natalizia e più parabola esistenziale quattro stagioni, avrei voluto le parti romantico-tristi meno romantico-tristi in modo classico e le parti divertenti più bizzarre, ma tant'è.

Note di merito sono l'interpretazione comunque convincente e sempre umanissima di Matt Damon, quella delizia di bambina che secondo me è la cosa più bella e sensata del film e una colonna sonora molto orecchiabile e delicata firmata Jonsi (leader dei Sigur Ros).

(NB: tutto quello che ho scritto in questo post potrebbe essere stato influenzato dal mio odio atavico per gli zoo, di cui fin da bambina detestavo l'aria maleodorante, le gabbie e altre dinamiche da gita naturalistica forzata...).


mercoledì 6 giugno 2012

Il mio parere su Shame


Con vergognoso ritardo rispetto alla sua uscita e al suo far gran parlare di sé, ho finalmente visto Shame.
Avevo grandi aspettative e lo corteggiavo da tempo ma l'idea leggendaria che mi ero fatta si è scontrata con la realtà di un film sicuramente di qualità e di spessore, ma non memorabile per me.

Credo sia il film più carico di tristezza che abbia mai visto, mi ha trasmesso angoscia, ansia e alienazione, mi ha inquietato notevolmente e in questo senso mi è arrivato come un pugno in faccia, si è fatto sentire.
La bellezza alternativa di questo film, la sua forza pazzesca, sta, a mio avviso, nel mostrare il sesso in modo mostruoso, aberrante. Se la grande S del cinema, così appetibile e vendibile, così goduriosa e godibile, di solito dà ai film un piglio sensuale e vitale, una forza seduttiva più o meno subliminale, in questo film diventa la S di shame, di solitudine, di schifo, di sporcizia interiore, di segregazione autoimposta ma involontaria in una dimensione degenerata.
Shame, con le sue scene di sesso (comunque nemmeno troppe o troppo estreme), non è un film audace, impudico o pornografico, non porta messaggi di erotismo e lussuria euforizzanti, ma è un film triste, malinconico, drammatico come può esserlo una malattia, un dolore.

Il sesso di Shame è una delle cose più buie e deprimenti che abbia mai visto al cinema, è bruttezza, abbrutimento e degrado, non ha nulla di divertente, di fresco, di naturale, nulla di eccitante; è solo un meccanismo automatico e persino ridicolo e grottesco da vedere.
Un aspetto inedito al cinema, che poteva degenerare nel trash e nel turpe ma che in Shame mantiene eleganza e, paradossalmente, delicatezza.

Steve McQueen è un maestro nel rendere il totale autismo metropolitano e il disturbo martellante del protagonista, i rapporti familiari andati a male, l'incapacità relazionale, il grigiore monotematico delle esistenze che porta in scena; ha uno stile essenziale e straniante che si appoggia spesso ad un commento sonoro di grande impatto e giocato sui contrasti immagine/suono (o almeno mi è sembrato!).
Michael Fassbender, che con quel corpo e quella bellezza estrema sarebbe stato un indiscusso sex symbol in qualsiasi altro film, in Shame, nonostante l'imponente nudità generosamente esposta, diventa un soggetto da compatire, fa pena, è debole, piccolo, fragile. La sua interpretazione in questo senso è perfetta, sopraffina.

Lo stesso non posso dire per Carey Mulligan. La lunga scena in cui canta New York, New York è stata osannata e resa iconica in giro per il web, ma io non ho colto nessuna brillantezza o bravura particolare e nemmeno una bellezza fotografica degna della "glamourizzazione" che ha avuto. Brava sicuramente nel suo ruolo, adorabile come sempre col suo visino, ma stavolta facilmente dimenticabile.

In definitiva, Shame mi è piaciuto ma non in quel modo forte e netto per cui potrei parlare di un film per giorni e giorni con l'entusiasmo di una bambina. Non mi ha sconvolto e portato ad un estasiato "Wow!", ma mi ha sicuramente disturbato e in questo senso è un film potente.




martedì 5 giugno 2012

Il mio parere su (My Week with) Marilyn


Se prima potevo avere un dubbio anche minimo sul fatto che Michelle Williams fosse un'attrice superba, raffinata e dotata, questo film ha sancito la mia definitiva e solenne ammirazione verso quella che una volta per me era solo Jen Lindley (...che era pur sempre il mio personaggio preferito di Dawson's Creek!).

My Week with Marilyn è un miracolo di recitazione e mimesi attoriale, e il risultato non è quello di una caricatura o di un'imitazione enfatica della diva studiata a tavolino, ma è la personificazione spontanea, la clonazione naturale anche dell'anima della figura leggendaria della Monroe. Michelle Williams non si è calata nella parte, è diventata proprio la parte, riportandoci Marilyn per un paio d'ore nella contemporaneità. Una Marilyn forse meno sensuale e audace di quella reale, meno "corporea", ma profondamente viva e credibile, una sua versione davvero intensa.

Io sono rimasta a bocca aperta per tutta la durata del film, completamente affascinata e sedotta dalla personalità di Marilyn che Michelle Williams sa rendere con una grazia commovente, con una leggiadria toccante, con quel misto di frivolezza svampita e di malinconico dissidio interiore, quella camminata a tratti goffa e quelle movenze furbe di pura seduzione che fanno di Marilyn una sorta di bambina dispettosa e giocherellona.

Michelle Williams è una dea, ha una bellezza così d'impatto, un volto che buca lo schermo, sembra lasciare di stucco perfino la macchina da presa che la offre generosamente agli occhi dello spettatore.  
My Week with Marilyn è uno di quei film che si guardano in adorazione, in uno stato di rapimento estetico ed estasiato soprattutto in virtù della sua attrice protagonista.

La sceneggiatura dal canto suo è davvero buona e riesce a dare spazio anche al resto di un cast di tutto rispetto. Così, la centralizzazione tematica del personaggio di Marilyn non è fine a se stessa ma lascia respiro e spessore anche agli altri personaggi, che non sono affatto comparsate nell'ombra.

Ho trovato Kenneth Brangh formidale nel ruolo di Sir Laurence Olivier, così inglesemente distinto, innervosito eppure irretito e turbato dalla diva, così come ho trovato azzeccato Eddie Redmayne nel ruolo di Colin Clark, bravissimo nel rendere attraverso lo sguardo la sua cotta immediata e totale per Marilyn.

Tirando le somme My Week with Marilyn mi è arrivato dritto al cuore e ha colpito la mia sensibilità femminile: in fondo con i nostri sbalzi d'umore, gli entusiasmi infantili, gli avvilimenti improvvisi, le paure, i capricci, gli esaurimenti, siamo tutte un po' Marilyn Monroe (!) e Michelle Williams, con la sua interpretazione così focalizzata sulla fragilità di una pietra miliare del divismo come Marilyn, sembra volercelo ricordare.