lunedì 30 luglio 2012

I Love Books: 32. Una donna


Finalmente ho finito questo libro che mi ha angosciata, delusa e intristita. Credo di aver sbagliato periodo di lettura, perché Una donna è una di quelle opere di valore storico che richiedono un cantuccio caldo e assorto in cui rifugiarsi, un clima esterno freddo che favorisca il raccoglimento interiore, e non un'estate di caldo vivacissimo e luce accecante. Il contrasto tra il grigiore del libro e il mondo esterno estivo è stato troppo forte per me e mi ha creato squilibri emotivi. Da qui il senso di fastidio e di soffocamento e la relativa conta delle pagine.

Una donna è la storia di una donna talmente repressa e depressa da risultare pesante e assillante, come se la poveretta venisse a sfogarsi sulla nostra spalla senza però prometterci di fare in modo che le cose cambino. Dà quasi sui nervi e non l'ho percepito quasi mai come un'opera-manifesto del femminismo delle origini, così tiepido com'è nella ribellione.

Ok, i fatti narrati risalgono ai primi del Novecento e la donna all'epoca era una creatura subalterna e poco più di un mero utero sforna-figli, ed è proprio questo il punto: Sibilla non fa nulla di forte per cambiare questo stato se non alla fine del libro e nel modo più sbagliato e atroce che possa esserci.
Si dedica alla scrittura, e questo di per sé è un atto di ribellione, ma lo fa senza trasmettere vitalità e voglia di rivalsa, in modo quasi stanco e filosofico, senza slanci appassionati verso l'azione e la realtà.

Lo stile poi è arcaico e ricco di termini ormai caduti in disuso e per questo la prosa risulta ridondante e ampollosa, fatta più di tono che di ritmo. Tuttavia, un lettore che ami leggere riuscirà a farlo fino alla fine senza sforzi sovraumani.

Nel complesso un'opera sicuramente da leggere ma più per dovere bibliografico verso l'importanza dell'argomento che per  puro piacere di lettura fine a se stesso.

Ed ora spazio ad una lettura più frivola e spensierata, fa troppo caldo ;)

mercoledì 25 luglio 2012

Un filmone, un film, un filmetto

Tre film che ho visto di recente, tre stili, tre livelli diversi di qualità e consistenza. Ve ne parlo in pillole...


Il filmone in questione è Detachment - Il distacco (di Tony Kaye, 2011), un'opera in stato di grazia, poetica, potente, dolorosa, di impatto fortissimo. Non può lasciare indifferente nemmeno il più distaccato degli spettatori.
Adrien Brody è sublime e commovente nei panni di un insegnante alle prese con l'adolescenza americana media, maleducata, aggressiva e disturbata e forse questa è la sua interpretazione più toccante.
Pensavo che American History X fosse il massimo di violenza, rabbia e frustrazione che un film potesse trasmettere e che non avrei più ricevuto pugni così tremendi allo stomaco, e invece la forza violentatrice dell'anima di Tony Kaye è tornata, più affilata e malinconica che mai.
Capolavoro.



Il film, mediocre ma con del potenziale, a cui mi riferisco è Love & Secrets (di Andrew Jarecki, 2010). Poteva essere un bel thriller elegante e di atmosfera e in effetti nella prima parte lo è, ma poi, soprattutto a partire dalla scomparsa/uscita di scena di Kirsten Dunst, succede qualcosa di strambo e il film vira nel pacchiano, in una sorta di stupido esperimento cinefilo che gioca a citare Psyco (almeno così mi è parso) assumendo uno stile grottesco e privo di credibilità.  
Ryan Gosling con la sua faccia monoespressiva e superficiale, non gode della mia stima da sempre e in questo film mi è sembrato più che mai ridicolo.
Film debole che si finge forte.


E per finire, il filmetto, Quell'idiota di nostro fratello (di Jesse Peretz, 2011) , una commedia il cui stile è racchiuso già nell'onesto titolo.
Ammetto di averlo visto solo perché c'era di mezzo il Sundance Festival e Zooey Deschanel che mi sta immensamente simpatica (anche Emily Mortimer), ma queste due garanzie indie non sono bastate.
E' una commediola sciocchina e didascalica, priva di brillantezza e, a parte qualche raro momento felice in cui si ride, povera di humour. Non è nemmeno adeguatamente demenziale come si potrebbe pensare!
La confezione esterna è carinissima e fa molto Sundance ma il contenuto lascia parecchio a desiderare.
Filmetto estivo stupido ma tutto sommato simpatico.

domenica 22 luglio 2012

I Love Books: 31. Camera con vista


Fidandomi degli illuminanti consigli dei siti di libri del tipo "chi sceglie questo libro legge anche..." e "i clienti che hanno visto questo articolo hanno visto anche...", e attingendo alla ricca fornitura di classici di casa mia, ho scelto di leggere e ho appena finito Camera con vista di Edward M. Forster.

Si legge in un soffio, è ideale come lettura estiva e come passatempo casalingo/marittimo in queste assolate giornate di pigrizia cerebrale.
Piacevole ma non memorabile, direi che "delizioso" è l'aggettivo perfetto per definirlo.
Tutto al suo interno è leggiadro, grazioso, lezioso ma non solo, perché c'è anche una sottile vena trasgressiva e sbottonata che lo agita, uno spirito allegro e furbo che strizza l'occhio a chi legge.
C'è tutta la buona e affettata società inglese dell'età edoardiana ma c'è anche la bellezza fresca e avventurosa del viaggio, della giovinezza, dell'amore spontaneo. E non mancano fra una pagina e l'altra riflessioni acute e brillanti, di tipo moderno e dalla validità senza tempo, che fanno sorridere e annuire perché comicamente vere.

Il bello di questo libro è che lo scrittore, nell'offrirci uno scenario inglese elegante e altoborghese dei primi del Novecento, ci offre anche e inaspettatamente una storia sopra le righe, in cui i protagonisti hanno comportamenti e pensieri vagamente audaci e attuali; non sono mai personaggi in costume timorati che sanno di naftalina letteraria ed emotiva, ma tipetti vivi, reattivi e tutt'altro che noiosi. Personalità vivaci che divertono il lettore e lo fanno sentire tutto sommato poco distante da quell'epoca.

Una storia d'amore, quella tra Lucy Honeychurch e George Emerson, combattuta tra convenzioni sociali e impulsi del cuore, tra ossequioso rispetto delle buone maniere inglesi e giovanili spinte controcorrente.
Il tutto sullo sfondo di viaggi in Italia (tutta la prima parte è ambientata a Firenze), continui spostamenti e inviti, sempre all'insegna di una spiccata solarità.

Un classico leggero e ottimistico per qualche ora/giorno di sollievo!



giovedì 19 luglio 2012

Serie tv mon amour: 21. Don't Trust the B---- in Apartment 23


Quest'anno è stata la stagione delle serie tv sulle ragazze, su girls irresistibili, adorabili, parecchio nerd e problematiche, di quelle a cui ti affezioni e che poi ti mancano manco fossero vere.
Dopo essermi divertita con New Girl2 Broke Girls e Girls, è stata la volta di Don't Trust the B---- in Apartment 23, una sit-com dell'ABC breve e intensa come una risata spontanea, che ho finito di vedere col desiderio di volerne ancora. Un mini-concentrato di piacevole distrazione televisiva dal piglio estivo e leggero.

Anche in questa serie protagoniste sono due ragazze, June (Dreama Walker), una biondina pacata, giudiziosa e piuttosto ingenua, e Chloe (Krysten Ritter), una mora esplosiva, molto bitch e politically uncorrect; un duo assolutamente male assortito e perfettamente esilarante nel suo eterno contrasto caratteriale e in tutto ciò che ne deriva.
A completare questa sghangherata convivenza da appartamento newyorkese, la presenza di James Van Der Beek nel ruolo di se stesso e di migliore amico di Chloe, con conseguente autoironia bastarda e comicissima sull'etichetta eterna di Dawson e sul suo essere una star un po' fallita che tenta pateticamente di riemergere.

Ne viene fuori qualcosa di davvero carino ed energico, un prodotto frizzante e maleducato che pur partendo dal classico spunto del coinquilinaggio americano sopra le righe, sa distinguersi per carattere e trovate geniali e malefiche.
Krysten Ritter nel ruolo di party girl godereccia e cattivella è un autentico spasso, una stronza immorale con la pelle candida e la frangia da bambola che ne combina sempre una ai danni di June e dell'umanità.

L'unico difetto di questa serie è la sua durata: non capisco il perché di sole 7 puntate (22 minuti circa ad episodio) quando si sarebbe potuto andare avanti almeno per un'altra ventina di episodi, data la sua leggerezza e la mancanza di un running plot specifico o di difficile gestione. Chissà perché...Rimane però la consolazione della conferma di una seconda stagione.

Per il resto non c'è che da vederla e goderne gli effetti positivi e immediati sull'umore. Fidatevi di me, non sono un stronza ;)






mercoledì 18 luglio 2012

I Love Books: 30. L'età dell'innocenza


Non so come abbia fatto a passare da Philip Roth a Edith Wharton, da Pastorale americana a L'età dell'innocenza, le mie letture sono decisamente random e senza un filo conduttore stilistico, tematico o temporale. Vado a caso e a naso perché mi piace cambiare liberamente tipo di lettura e di evasione.

Eppure qualcosa in comune tra le mie due ultime letture c'è, ed è quel continente-contenitore di contraddizioni, ambizioni e frustrazioni che è l'America, un luogo di innata vocazione e predisposizione romanzesca.

Nel romanzo della Wharton c'è la New York aristocratica di fine Ottocento con tutti i suoi rituali socio-mondani, le sue cene da copione, le sue celebrazioni formali e ipocrite, i suoi dettami manieristici e puritani sulla moda, il costume, il buon vivere e su ogni altro aspetto programmato dell'esistenza umana.
Un'America ingessata e pretenziosa, pesante da sostenere per l'affascinante protagonista outsider, la contessa Ellen Olenska, che non esita a sfidare le convenzioni e a porsi come alternativa libera e spontanea in un'alta società bigotta e artefatta.
Una donna sofisticata, avventurosa, che sta tentando di divorziare da un marito mortificante senza per questo mortificarsi e nascondersi. Uno spirito libero e spiazzante che finirà per spiazzare e far innamorare Newland Archer, un ricco e distinto avvocato in procinto di sposare May Welland, la cugina di Ellen.

Riuscirà Newland a rompere gli schemi e le gabbie mentali e cardiache della sua epoca?
Seguirà il suo cuore o il suo codice?
Sarà la donna conciliante e noiosamente compita a tenersi Newland o quella vitale e originale?
Resta a voi scoprirlo e vi consiglio di farlo perché sarà un'esperienza di lettura notevole.

Sì, perché L'età dell'innocenza è un romanzo superbo, una storia ottocentesca appassionante e mai tediosa o stucchevole.
Le descrizioni della società newyorkese dell'epoca sono così dettagliate e impeccabili da far immergere chi legge dritto nel cuore pulsante della vicenda, senza soluzione di continuità se non alla chiusura finale del libro.
Una lettura-immersione febbrile e avida (l'ho finito in meno di 5 giorni) che non si dimentica facilmente.

Edith Wharton è stata la prima donna a vincere il Premio Pulitzer nel 1921 con questo romanzo e non poteva non essere così!

(PS: Unica pecca il fatto che, avendo visto il film di Scorsese tratto dal romanzo, la mia fantasia è stata un po'distorta e influenzata e ho immaginato involontariamente e per tutto il tempo la faccia di Ellen come quella di Michelle Pfeiffer, quella di Newland come quella di Daniele Day-Lewis e quella di May come quella di Winona Ryder. Non c'era verso di togliermeli dalla testa!)

giovedì 12 luglio 2012

I Love Books: 29. Pastorale americana


Se il termine pastorale può far venire in mente scenari bucolici, armonici e ideali, sensazioni di calma e placida serenità, di pace ovattata, il romanzo di Philip Roth è tutto l'opposto: un violento, intenso, caotico rovesciamento di equilibri, una guerra in tutti i sensi, un'anti-pastorale in cui ogni sogno, illusione, ideale di bellezza collassa e va rumorosamente in frantumi.
Pastorale americana è la storia di un idillio americano spezzato, esploso, rovinato; è letteralmente una bomba e solo leggendolo capirete di cosa sto parlando.

Seymour Levov, detto "lo Svedese" per via del suo aspetto statuario e dei suoi capelli biondi, è un ebreo bello, ricco e perfettamente integrato nell'America degli anni '50, è l'emblema del sogno americano divenuto realtà. Ha sposato Miss New Jersey e con lei ha messo al mondo la piccola Merry, dando vita ad un quadretto familiare impeccabile e idilliaco.
Tale concentrato di perfezione estetica e sociale viene ad un tratto distrutto e fatto saltare in aria dalla guerra, non direttamente, ma attraverso un atto estremo compiuto dalla stessa Merry.
Sono gli anni del conflitto in Vietnam e l'imponenza compatta degli Stati Uniti d'America sembra vacillare sotto spinte di dissenso e di rabbia furiosa.
Lo scrittore Nathan Zuckerman, amico d'infanzia dello Svedese e da sempre affascinato dalla sua aura mitica, ce ne racconta la caduta e il dramma e insieme ci parla della disgregazione dell'utopia edenica dell'America e di tutto ciò che essa rappresenta.

Ne viene fuori un romanzo avvincente, intenso, straziante, di quelli che ti scuotono e ti strapazzano per quanto li vivi intensamente. Si esce quasi feriti e provati dalla lettura di Pastorale americana ma con la consapevolezza orgogliosa di aver letto uno dei pezzi di letteratura anglosassone più importanti della nostra epoca, uno di quei libri-gioiello da leggere almeno una volta nella vita e da custodire.

Peccato per il finale in qualche modo aperto e quasi grottesco, per quel punto interrogativo di chiusura che lascia in sospeso troppe cose e che non appaga la curiosità del lettore...

Pastorale americana è talmente bello che non si vorrebbe finisse mai e quando si arriva all'ultima riga la si rilegge più e più volte come un nostalgico e commosso commiato che si vorrebbe evitare il più possibile.


La figlia che lo sbalza dalla tanto desiderata pastorale americana e lo proietta in tutto ciò che è la sua antitesi e il suo nemico, nel furore, nella violenza e nella disperazione della contropastorale: nell'innata rabbia cieca dell'America. (pag.88)

Non era proprio la guerra alla quale pensava lei, ma era, nondimeno, una guerra, quella che Merry aveva portato in America, quella che aveva portato in casa sua. (pag. 419)

mercoledì 11 luglio 2012

Serie tv mon amour: 20. Girls


Girls è diventata decisamente la mia serie tv preferita, mi ha conquistata, era il mio ideale di serie tv filofemminile e per ragazze cresciutelle che ancora non esisteva e che adesso, per la mia più totale gioia, esiste. Sono entusiasta e coinvolta come non mi capitava da tempo, mi sembra qualcosa di creato apposta per me, un'atto di solidarietà femminile involontaria assolutamente benefico e consolante.

Il piglio accattivante di questa serie che mi ha creato dipendenza, la sua qualità assoluta e originale risiede a mio avviso nel mettere in scena vite di giovani donne in crisi, più che ventenni non ancora trentenni, newyorkesi sì, ma con un carico di problemi, situazioni critiche, equilibri precari, incasinamenti emotivi ed esistenziali assolutamente credibili, realistici e universali. Il processo di identificazione è perciò totalizzante e immediato, soprattutto per le quasi trentenni come me alle prese con buchi neri generazionali più o meno seri.
E poi è una serie autoironica, che guarda se stessa e si prende in giro, che guarda ad una generazione e la analizza in modo spensierato, scanzonato, a tratti parodico. Insomma una serie brillante, intelligente, giusta, onesta.

Sex and the City è stata una serie mitologica, un mondo in cui ogni donna sul pianeta si è tuffata a capofitto traendone godimento e sentendosi la quinta amica del patinato e mondano gruppetto newyorkese, ma era un sogno, un'utopia glamour dai toni rosati, talmente bello da far provare invidia o frustrazione.
Girls invece parla di ragazze normali, più o meno squattrinate, con appartamenti ordinari, vestiti non griffati, corpi non per forza tonici e fidanzati non troppo principeschi o sexy, parla di noi insomma, e l'empatia e la simpatia che si provano puntata dopo puntata fanno di questa serie un'adorabile e gioviale pacca sulla spalla, un dono di comprensione, un tonico per l'umore di ogni ragazza di oggi.

Lena Dunham, che a soli 26 anni ha inventato, scritto e co-sceneggiato (con Judd Apatow) la serie (ha anche girato un film indipendente, Tiny Furniture, che dicono sia un gioiellino e che devo assolutamente vedere!) e che interpreta il ruolo della protagonista Hannah, è il mio nuovo mito, vorrei fosse mia amica, mi rivedo molto in lei, nelle sue insicurezze, nel suo modo di vestire, nei sui tatuaggi senza senso, nel suo modo buffo e goffo di condurre l'esistenza. Una donna umanissima e rassicurante, una femmina vera e genuina.
Anche nelle altre ragazze, la fredda Marnie (Alison Willams), la ribelle Jessa (Jemima Kirke) e l'ingenua Shoshanna (Zosia Mamet), c'è qualcosa di familiare, un dubbio, un'esperienza, una fase, un pensiero, che rimanda direttamente a noi e che ci fa sorridere di noi. Girls like us insomma!

Adesso aspetto la seconda stagione come manna dal cielo!