mercoledì 26 settembre 2012

The Iron Lady


Finalmente sono riuscita a recuperare The Iron Lady (di Phyllida Lloyd, 2011) e a godermi una classica merylstreeppata da Oscar!

Il film è un ritratto della Thatcher molto intimista e domestico e molto poco concentrato sulla Storia e sull'ufficialità.
Quella che emerge in modo delicato e toccante è la Maggie vecchia, malandata, disordinata e tormentata dal ricordo allucinatorio del marito, e non l'ex Primo Ministro inglese impeccabile e distinto che ha governato il suo Paese per 11 anni.

E' una Lady di ferro arrugginito e logoro quella che la regista ci mostra ed è attraverso i flashback improvvisi e rapidi di questa vecchietta tremolante che ripercorriamo il passato e la carriera politica della ferrea "diva".

Ho trovato questo modo di procedere interessante: mi aspettavo un imponente film biografico su una donna cazzuta e sul Thatcherismo e invece mi sono trovata davanti un docile e umanissimo amarcord senile, ma anche la storia di una donna che dovette combattere sempre per farsi ascoltare e rispettare in un mondo dominato dal sessismo e dalle decisioni maschili.
Per chi non lo sapesse la Thatcher, al secolo Margaret Roberts, figlia di droghiere, prima di diventare la fervente ultraconservatrice donna di potere che fu, la signora tutta d'un pezzo che non cedette mai al compromesso, dovette confrontarsi con le difficoltà dell'essere donna in politica e dovette lottare parecchio.
E se a tutt'oggi è rimasta l'unico Primo Ministro donna nella storia della Gran Bretagna, un motivo ci sarà.
Pur avendo fatto scelte impopolari e spesso estreme è stata una figura sacra della storia politica albionica e internazionale, e l'orgoglio e il compiacimento femminista della regista, al di là della fede politica, permea palesemente tutto il film.

Meryl Streep è grandiosa, pienamente nella parte come sempre, fulgida e fiera nella parte della Thatcher del passato, decadente e tenera nella parte della Maggie del presente.
Con i capelli cotonati e laccati da Primo Ministro o con l'aspetto casalingo e disfatto da ottantenne, Meryl riesce a dare dignità, bellezza e pathos alla figura di Margaret consacrandola nell'olimpo iconografico hollywoodiano e nell'immaginario di ogni spettatore.


 







martedì 25 settembre 2012

Travolti dalla cicogna


Altro film francese, stessa attrice francese: Louise Bourgoin è stata una rivelazione casuale per me e devo dire che mi piace molto, è bella e brava e riesce a dare ai film in cui recita un tocco fresco e scanzonato.

In Travolti dalla cicogna (Un heureux évenement, di Rèmi Bezancon, 2011) Louise interpreta Barbara, una studentessa di filosofia che noleggiando film si innamora perdutamente di Nicolas (Pio Marmai), un ragazzo appassionato di cinema che lavora in una videoteca. Fra i due nasce un amore appassionato e spensierato, finchè di comune e romantico accordo non decidono di fare un figlio. Viene così al mondo la piccola Léa e con il suo arrivo nulla sarà più come prima.

Il film (tratto dal romanzo Lieto Evento di Eliette Abécassis) in sé è uno stereotipo, un insieme di tappe e situazioni standard legate alla gravidanza, alla maternità e alla genitorialità, dal vomito al corpo che si deforma, dal pianto notturno che impedisce di dormire alla fine della libido dei neomamma e papà. La scena madre del parto poi è quella classica di mille altri film, con le solite urla indemoniate della partoriente e il solito svenimento del padre, roba canonica osservata da un punto di vista superficiale e classicamente tragicomico.
Insomma il film è tutto fuorchè originale e creativo, e a parte qualche brillante trovata (su tutte il corteggiamento inziale fra i due attraverso i titoli dei dvd, in un botta e risposta molto romantico e cinefilo!), non colpisce per estro e innovazione e non ha una "francesità" stilistica particolare.

A salvarlo e a renderlo un film comunque piacevole ed esteticamente curato è soprattutto l'interpretazione di Louise Bourgoin che gioca con il suo corpo mostrando allo spettatore una credibile trasformazione da affascinante ragazza intellettuale a mammifero primordiale, e il disfacimento anche emotivo di una giovane mamma impreparata e stanca. E' lei la calamita visiva, il tocco magico di un film prevedibile e ordinario.

Chi aspetta un figlio forse non dovrebbe vedere questo film o dovrebbe farlo con una massiccia dose di autoironia, perché dietro tutti quei clichè e quelle situazioni da manuale filmico sul genere gravidico, credo si celi una buona parte di atroce verità.
Sarà pure un "lieto evento", ma le occhiaie, i corpi sformati, i capelli sporchi e la trascuratezza di certe neomamme li ho sempre trovati tutt'altro che lieti e nessuno mi toglie dalla testa che avere un figlio in qualche modo annienti e che la dolcissima cicogna sia in realtà un uccello rapace e aggressivo ;)


mercoledì 19 settembre 2012

L'amore dura tre anni


Vive la France, vive la revolution! Ovvero, la capacità genetica dei francesi di fare film sui generis e bellissimi sull'amore.

L'amore dura tre anni (L'amour dure trois ans, di Frédéric Beigbeder, 2011) è il tipo di film che in Italia sarebbe stato qualcosa come Manuale d'amore, il genere di commedia popolare alla Carlo Verdone/Sandro Veronesi suddivisa in capitoli e dalla grana grossolana e spicciola, piuttosto banale e tradizionale.

Ora, non voglio fare la solita critica alla mediocrità del cinema italiano, ma un film come questo ti fa necessariamente pensare che noi italiani siamo un popolo di sempliciotti un po' grezzi e terra terra.

Sì, perché L'amore dura tre anni ha uno stile visivo e narrativo, delle trovate, un modo di incantare, di raccontare, che ho trovato originali, geniali, divertenti, e lontani anni luce dalla maniera filmica comico-romantica bonacciona e caruccetta della nostra penisola.

E' un film che parla di amore e disamore con un appeal fresco, buffo, un mix di frasi comico-caustiche alla Woody Allen, di eleganza e sapienza sentimentale parigina, di radicalismo chic autoironico, di romanticismo dolceamaro alla 500 giorni insieme, di tocco poetico alla Godard, di grottesco, di ludico, di sarcastico.
E' un bijoux di film straordinariamente godibile e incantevole, una commedia con delle teorie tutte sue e un carattere indipendente ed esilarante, ricca di riferimenti colti e sofisticati, di rimandi letterari, musicali, cinefili, ma sempre leggera e sopra le righe, irresistibilmente pop.

Marc Marronier (Gaspard Proust), trentenne instabile ed emotivo, critico letterario e cronista mondano, divorziato da poco, elabora una teoria personale sulla tempistica dell'amore fissandone la durata in tre anni. Da questa idea nasce un libro il cui grande successo mal si concilia con il nuovo travolgente amore di Marc per la bella Alice (Louise Bourgoin), un amore che sembra smentire il canonico iter triennale da lui teorizzato.

L'amore viene fatto a pezzi, analizzato, teorizzato, praticato, smontato e rimontato in questo film (tratto dal romanzo omonimo dello scrittore e pubblicitario Frédéric Beigbeder, che ne è anche il furbo regista) che sonda con disinvoltura le moderne dinamiche relazionali, filosofizzando sul valore di un sms e della sua risposta, sulle fasi di una storia e su altre mille cose legate al più insondabile dei sentimenti. Ne vengono fuori postulati, motti, frasi ad effetto che viene voglia di appuntarsi, battute brillanti e acute, un manuale ricco di perle di saggezza romantica alternativa.
Se a ciò si aggiungono due attori protagonisti azzeccatissimi, il goffo e "romanzesco" Gaspard Proust e la bellissima e frizzante Louise Bourgoin, il risultato è un'alchimia perfetta.

Sono rimasta incantata da questo film, si nota? L'ho adorato dal primo fotogramma e - concedetemi la banalità di questa frase - , lo amerò per molto più di tre anni ;)






domenica 16 settembre 2012

Valentino: L'ultimo imperatore


Se vi dico Giancarlo Giammetti, sapete dirmi di chi sto parlando? Vi dice niente questo nome? Probabilmente no, non ne sapevo nulla nemmeno io prima di vedere Valentino: L'ultimo imperatore (di Matt Tyrnauer, 2008).

Tramite questo sontuoso e patinato documentario di qualche anno fa, si scopre che a fianco dello stilista più acclamato di tutti i tempi c'è sempre stato, nascosto nell'ombra, un uomo fondamentale, un collaboratore, un partner artistico e di vita, un gestore degli aspetti pratici e finanziari ma anche del carattere vanesio e sofisticato di Valentino, Giancarlo Giammetti appunto.

Sembra quasi voler celebrare più questa figura nascosta che l'icona imperiale di Valentino, il documentario dello statunitense giornalista di Vanity Fair Matt Tyrnauer, che per almeno due anni ha spiato e ripreso la dolce vita del celebre stilista e della sua maison di moda.

Certo la figura di Valentino è centrale e imponente nel documentario e non potrebbe essere altrimenti, ma il regista punta molto a coinvolgere anche il "custode" di Valentino e del suo regno, il suo fidato e storico alleato.

Ne esce fuori qualcosa di glamour, commovente e divertente al tempo stesso.
Ci sono le sfilate, le modelle, i vip, le megafeste e le megaville, ma c'è anche la vita quotidiana del maestro e del suo compagno, l'affetto dolce e discreto che li lega, i piccoli e divertenti screzi tra i due compagni che litigano in francese, lo snobismo esasperato e comico di Valentino che Giancarlo sopporta più o meno bene.
Una storia d'amore insomma, di quelle che sembrano finte e plastificate per eccesso di lusso e bambagia, perché viziate da un benessere estremo, ma che in fondo non sono molto diverse dalle storie d'amore comuni, buffe e a tratti maldestre, emozionanti e mai pienamente sondabili.

E poi ci sono dei vestiti belli da mozzare il fiato, eleganti in un modo classico e imponente, capolavori di stoffa che ogni donna, me compresa, vorrebbe indossare o almeno toccare una volta nella vita, un mondo di preziosità, luccichii, fruscii, balze, spacchi, fiocchi, nastri e altre cose inerenti alla sfera autentica e pura della Bellezza.

Stupefacente vedere come si dà vita ad una sfilata, vedere che sono le sarte dall'accento romanesco così lontane dallo charme di Valentino a fare il grosso del lavoro, come la vanità abbia un lato molto pragmatico e faticoso di cui spesso ci si scorda.

Insomma, se avete voglia di rifarvi gli occhi e vedere un'ora e mezza di cose belle, di storia della moda, di vita da imperatore, o se semplicemente volete sorridere della faccia color terra bruciata di Valentino, dei suoi capricci da diva altezzosa e dei suoi numerosi carlini, vi consiglio di vedere questo gioiellino esteticamente impeccabile che celebra la grandezza di un artista senza dimenticare chi lo ha aiutato in questo percorso verso il trono imperiale.




venerdì 14 settembre 2012

L'arte di (non) cavarsela


A dispetto del titolo, L'arte di cavarsela (The Art of Getting By, di Gavin Wiesen, 2011) non se la cava bene e non ha nè arte nè parte.

Ha di certo una bella confezione, trasuda Sundance style e indiependenza ad ogni fotogramma, ha un attore protagonista, Freddie Highmore (il piccolino di Neverland, La fabbrica di cioccolato, ormai diventato ventenne), bravo ed espressivo, ma ha una trama povera e banale, una piattezza emotiva sconcertante e la capacità di trasporto di una lumaca.

Non dico che non si riesce a vedere, perché si può vedere fino in fondo senza troppa agonia, ma lo si vede senza passione, senza un solo accenno di mutamento di ritmo o emozione, come fosse un'ora e venti di nulla.

C'è questo ragazzino, George, giunto all'ultimo anno di liceo e alle soglie del college, apatico, solitario e totalmente disinteressato alla scuola, e c'è una ragazzina molto carina, Sally (Emma Roberts, la pooooco raccomandata figlia di Eric e nipote di Julia), con cui ha un rapporto di amicizia/amore. Fine della storia.

Con l'aria da mini-intellettuale di sinistra nichilista e il suo cappotto da artistoide, il ragazzo poteva riservare sorprese, ma non c'è nessuna avventura, nessuna situazione brillante, nessuna definizione profonda del suo personaggio, giusto qualche accenno al suo senso critico ma senza quel coraggio ribelle del giovane Holden al quale il film pare sia ispirato (!).
Non c'è nemmeno New York, o meglio c'è ma non ne emerge la poesia, il suo incanto letterario e romantico.

Eccezion fatta per una bella colonna sonora che spazia da Leonard Cohen a sonorità orecchiabili meno conosciute, e per la faccia simpatica di Freddie Highmore (il tipico ragazzo inconsapevole del suo fascino di cui da adolescente mi sarei innamorata!), L'arte di cavarsela è un film inutile e inutilmente essenziale.

A furia di togliere e di fare l'alternativo, il giovane regista newyorkese, qui alla sua opera prima, si è scordato di fare un vero film.


giovedì 13 settembre 2012

Crazy, Stupid, Love (ovvero Ryan Gosling non esiste)


Ryan Gosling non esiste, è un ologramma, un cartonato, un'illusione ottica, non può avere quel corpo.
Ryan Gosling è bono, scusate la franchezza teenageriale. E l'ho scoperto per la prima volta vedendo questo film, pur avendolo già visto recitare in altri film in cui l'ho giudicato di volta in volta un pesce lesso biondo, un tipo monoespressivo, una faccia banale e poco incisiva.

Ma azzeriamo la carica ormonale e veniamo al film. Crazy, Stupid, Love (di Glenn Ficarra e John Requa, 2011) è un film furbo, scaltro e commerciale, un format di commedia romantica contemporanea già visto (mi ha fatto pensare a Love Actually e a film corali di questo tipo con la parola "love" nel titolo), ma è anche molto molto carino e attraente, di quei film che sanno bene come prendere lo spettatore di tutte le età e lusingarlo con situazioni sentimentali stuzzicanti, dialoghi brillanti, scenette isteriche e qualche lacrimuccia emotiva di tipo più femminile.

In quasi due ore di pura spensieratezza, i registi montano, smontano e ricostruiscono l'amore, non l'Amore tragico e solenne, ma quello pazzo e stupido, quello scanzonato e sopra le righe, e sebbene i momenti di composta malinconia non manchino, si tratta sempre di piccoli intermezzi nella leggerezza complessiva e vincente del film.

La presenza centrale e azzeccata di Steve Carell dà un tocco lievemente demenziale e nerd al film e regala momenti di intrattenimento simpaticissimo.

Per quel che riguarda Julianne Moore io l'adorerei anche se facesse un cinepanettone, perché ha una classe, un misto di dolcezza e sex appeal, un'eleganza che anche in una commedia di questo tipo non manca di trasmettere.

La stella nascente Emma Stone a me non piace particolarmente, ha una faccia strana e poco raffinata, ma per questi ruoli facili da ragazza graziosa a e tosta al tempo stesso non è male e infatti in questo film se la cava bene.

Epica Marisa Tomei nel ruolo dell'insegnante un po' porca e mattacchiona; il suo cameo è da antologia comica.

Su Ryan Gosling ribadisco quello che ho scritto in apertura; in netta e impopolare controtendenza a me non fa impazzire come attore, ma almeno ho scoperto che è un eccellente figo.

E' davvero un svago questo Crazy, Stupid, Love, un passatempo brioso e piacevolissimo che mi sento di consigliare più alle donne che agli uomini, ma che può piacere senza alcuna forma di imbarazzo anche al più disamorato degli uomini.



mercoledì 12 settembre 2012

I Love Books: 36. Colazione da Tiffany


Questo libro non si legge, si inghiotte in un sol boccone; è brevissimo (poco più di 100 pagine che si leggono in poche ore), è sottile come la vita di Audrey Hepburn, ma è bellissimo.

Inevitabile fare confronti mentali con il film mentre si legge il libro e scoprire che ci sono differenze notevoli tra le due cose. Ora capisco perché Truman Capote si offese con la Paramount Pictures e si sentì tradito!

La Holly Golightly originale di Capote è ben diversa dalla Holly/Audrey bon ton ed elegantemente iconica, è molto più scurrile, avventurosa, audace, più sbottonata in un certo senso, ha un linguaggio più aggressivo e non disdegna le parolacce, ma soprattutto, è, nemmeno troppo velatamente, bisessuale!
E poi è bionda e fa venire in mente più una Marilyn sexy e felina (attrice che infatti avrebbe voluto Capote per il film) che una dolce e leggiadra Audrey.
La passione per Tiffany come luogo di conforto, le famose paturnie, il gatto senza nome, la chitarra strimpellata alla finestra (anche se la canzone non è Moon River), la New York di fine anni '50, la vita sregolata, le feste, l'eleganza innata, tutto ciò è presente pure nel romanzo, che però ha anche un carattere più forte e "adulto", una spavalderia più gagliarda, una spericolatezza stilistica e tematica maggiore.

Nel film tutta questa disinvoltura erotica e mentale, questa personalità così forte, viene smorzata a favore di una Holly senza dubbio vivace, frizzante e spigliata ma pur sempre candida e trasognata, dai tratti favolistici.

Stravolto completamente anche il finale che nel romanzo non è per niente lieto e romantico, mentre nel film, come ben sapete, è in perfetto stile happy ending hollywoodiano con tanto di bacio appassionato sotto la pioggia.

Le altre differenze scopritele voi; io, in conclusione, posso dire che il romanzo mi è piaciuto a sorpresa più del film, l'ho trovato più onesto, coraggioso e arguto, più adulto e meno incantevole, più provocatorio e meno dolciastro.

Il film di Blake Edwards rimane comunque una pietra miliare della storia del cinema e della dimensione sognante e romantica di tutte noi ragazze dell'universo, e Audrey rimane la nostra adorata icona di stile, gusto e pensiero leggero, la nostra scanzonata eroina dal tubino nero e gli occhiali da sole da diva, ma il romanzo di Capote è qualcosa di grandioso, un capolavoro autentico e avvincente che ha un solo difetto: finisce subito!