giovedì 29 novembre 2012

WOODY ALLENamento: 6. Amore e guerra

Questa sorta di rubrica da fanatica di cui immagino potreste benissimo fare a meno (coraggio mancano solo un'altra quarantina di film!!!) richiama il concetto di allenamento e in fondo è un po' così: ogni mercoledì sera, cascasse il mondo, io e il mio ragazzo ci facciamo un'ora e mezza di esercizio alla risata e di stretching alla mascella guardando un film del nostro beniamino Woody Allen (seguendo un ordine rigorosamente cronologico).
Sono film che nella maggior parte dei casi abbiamo già visto, ma rivederli è sempre salutare.

Ieri è toccato ad Amore e Guerra (Love and Death, di Woody Allen, 1975) che io ritengo più un gioco che un film. Con questo intendo dire che chi ama il cinema d'autore, la letteratura, specialmente quella russa, e la filosofia, potrà divertirsi a pescare tra la miriade di riferimenti cinefili e bibliofili di un certo livello di cui il film è ironicamente infarcito. Ci sono richiami a Dostoevskij, Tolstoj, Nabokov, ai capolavori di Bergman ed Ejzenstejn, c'è la musica di Prokofiev, il pensiero di Socrate, Spinoza, Tommaso D'Aquino e altre mille cose sublimi, il tutto shakerato in un miscuglio 100% alla Allen.

Il citazionismo di Woody è sempre qualcosa di scherzoso e irriverente, non è mai intellettualismo autocompiaciuto, ma svago burlone che strizza l'occhio allo spettatore che sta al gioco. Se c'è un intellettuale che si fa beffa del suo essere tale, quello è proprio Woody Allen, e un film come Amore e guerra è il trionfo di questa visione leggera e pagliaccesca dell'avere una certa cultura.

La storia del film è basata moooolto liberamente su Guerra e pace di Tolstoj, ma essendoci di mezzo Woody Allen il tono generale non è solenne, possente e tragico come un romanzo russo, bensì leggero e autoironico, divertente e liberatorio come una pernacchia fatta su una tematica seria e importante.
In effetti il film è ricco di riflessioni filosofiche sulle due polarità basiche dell'umanità, Amore e Morte, sull'esistenza o meno di Dio, e in questo senso ha una tristezza di fondo di stampo molto russo, ma tutte quelle scene di guerra rese in modo demenziale, i duelli grotteschi di Boris, le sue improbabili prodezze eroico-erotiche, il suo modo di amare, di ragionare, di essere fisicamente e mentalmente, fanno di Amore e Guerra più un fumetto sulla letteratura russa, una barzelletta sui dilemmi esistenziali classici, che un'opera impegnata.

Woody nel ruolo di Boris Grushenko, con i suoi anacronistici occhialoni anni '70 in pieno Ottocento, è un'altra icona assoluta della filmografia alleniana.
Fondamentale, almeno una volta nella vita, come la lettura di un bellissimo mattone russo.





lunedì 26 novembre 2012

Sull'eliminazione dei Frères Chaos

Ok, ho aspettato fino ad oggi per rispetto verso chi guarda X Factor 6 su Cielo la domenica sera, e finalmente adesso posso dirlo: i Frères Chaos sono fuoriiiiiii.

E con ciò non intendo tanto dire che sono usciti dal programma, ma che sono usciti da ogni forma di educazione, decoro e decenza, scivolando rovinosamente verso il terreno del ridicolo e del bambinesco.

Io me lo sentivo che il ragazzo-cherubino era convinto di essere dio e che il duo era in realtà un trio in cui il terzo componente era il suo massiccio ego, ma che si arrivasse a tanto non me l'aspettavo. E' stato un momento di televisione ridicola e divertente come non se ne vedeva da tempo.
Perfino quella bambolina simil-Natalie Portman di sua sorella, che sembrava tanto dolce e lolita, si è trasformata in una poco elegante tipa da rissa. Vederla così accanita contro Elio, con quelle movenze nervose e scomposte da pulce è stata una delusione, la perdita di ogni forma di stile, lo charme silenzioso che diventa rutto isterico.

Mi dispiace constatare che il problema di questi giovanissimi gruppi aspiranti all'indietudine sofisticata sia sempre lo stesso: sentirsi songwriters fighissimi e sopra la media, atteggiarsi alla Baudelaire e pensare di essere visionari come William Blake, parlare usando frasi pseudointellettualistiche ed espressioni ermetico-filosofiche (nel caso dei Frères Chaos l'accento marchigiano rendeva l'effetto a tratti grottesco), avere sguardi persi e intensi, indossare giubbini fiorati e jeans a sigaretta, sentirsi francesi o inglesi, e, sopra ogni cosa, percepirsi come i migliori e pretendere che ciò venga riconosciuto. Volare basso e frequentare il mondo dell'umiltà non è contemplato in questo tipo di "arte".

E sti cazzi, ma anche che peccato in fondo.
Ero curiosa di ascoltare il loro inedito, sarebbe stato sicuramente qualcosa di originale e libero dallo schema pop italiano sole-cuore-amore, mi aspettavo un pezzo sperimentale, di quelli poetici e sussurrati, ma se penso alla reazione di lui dopo essere stato eliminato, lo spintone ad Arisa, tutto quel gesticolare e ammiccare minaccioso, quella trovata dispettosa sulla vocal coach della squadra di Simona Ventura che manco all'asilo, quella faccia vanitosa da sbruffone, allora sono contenta che siano andati fuori.

Ok, sò ragazzi, pare abbiano chiesto scusa, ma come direbbe qualcuno "izz tu leit tu apologiais"...

momenti televisivi di un caos molto poco fraterno...





venerdì 23 novembre 2012

I Love Books: 38. Suite francese



Suite francese è un romanzo che sa di miracolo in tutti i sensi

Composto tra i 1941 e il 1942, prima dell'arresto e della deportazione ad Auschwitz di Irene (che era di origini russo-ebraiche), salvato e custodito dalla figlia Denise insieme ad appunti e ad un diario, il romanzo è apparso in Francia solo nel 2004, facendo scoprire al mondo un'autrice dimenticata.

E allora vive la France (e vive Denise!) perché Suite Francese è un libro bellissimo, intenso, raffinato.

Irene aveva previsto di suddividere il suo romanzo in cinque parti, di farne qualcosa di ampio, che superasse le mille pagine, ma il campo di concentramento glielo impedì.
Oggi noi possiamo leggere solo le prime due parti di Suite francese (Temporale di giugno e Dolce), ma è abbastanza per godere della capacità letteraria di Irene Nemirovsky, della sua dote straordinaria di creatrice di sensazioni.

Quello che ho amato di Suite francese sono le descrizioni, così calde e sensoriali, così vibranti e facili da interiorizzare; è come se il libro vivesse e respirasse, come se aprendolo emettesse musica sinfonica (il titolo in questo senso è emblematico). Quello che vi leggiamo è materia viva, umana, che si fa letteratura, che si fa romanzo appassionato e melodico, tragico eppure bellissimo.
Come una sinfonia di Beethoven, Suite francese alterna ritmi e movimenti e leggendo si percepisce ogni variazione, si entra dentro ogni personaggio e dentro ogni suo stato d'animo e moto dell'anima.

Certe atmosfere intimamente romanzesche mi hanno fatto pensare allo stile di Flaubert, di Balzac, di Dostoevskij, al meglio della capacità narrativa classica, a tutta la ricchezza espressiva e l'eleganza lirica dei grandi maestri del Romanzo che Irene Nemirovsky non teme e da cui sembra lasciarsi guidare.

La guerra e l'occupazione nazista in Francia nei primi anni '40 diventano espedienti per narrare l'umanità, le reazioni, le relazioni fra individui diversi accomunati dal pericolo e ciò fa di Suite Francese un romanzo corale, ricco di caratteri, estrazioni sociali, età ed esperienze, un palpitante insieme di energia, corpi e cuori umani.

Sono così felice di averlo scoperto e mi sento onorata di averlo letto.

(Tra l'altro ho anche scoperto che la Universal ha acquistato da tempo i diritti del libro e che ci sarà un film con Saul Dibb alla regia e Michelle Williams nel ruolo di Lucile, una delle protagoniste della seconda parte del libro.
Wow, non potevo chiedere di più: una delle mie attrici preferite di sempre e uno dei miei nuovi libri preferiti insieme: è musica per le mie orecchie!)

giovedì 22 novembre 2012

WOODY ALLENamento: 5. Il dormiglione


Non avevo mai visto Il dormiglione (Sleeper, di Woody Allen, 1973) e così ieri sera ho potuto gustarmelo come fosse un film nuovo di zecca e non di 40 anni fa.

Non è male, ma non è nemmeno tra le migliori commedie di Woody, è un po' generico e incerto su alcuni aspetti, diverte in modo discontinuo, ma una cosa è certa: Allen è una macchietta anche in versione futurista-cosmicomica.
Questo film poi mi è sembrato uno dei più ricchi di siparietti slapstick accompagnati da motivetti jazz ed è proprio in questi momenti di balletto comico da cinema muto alla Chaplin e alla Keaton che il film dà il meglio di sè e brilla di allenismo puro.
Per il resto è un miscuglio di fantascienza, fantapolitica, satira, cinefilia, con dialoghi demenziali, ma sempre intelligenti e scaltri e momenti di noia.

Qui è Allen è  Miles Monroe, un clarinettista/gestore di negozio macrobiotico del Greenwich Village degli anni '70 che si risveglia nel 2173, dopo 200 anni di ibernazione, in un mondo robotico e sterile soggetto ad una dittatura. Insieme alla svampita Luna (Diane Keaton), di cui si innamora, cercherà di sovvertire il sistema.

La fantascienza al cinema, soprattutto quella degli albori, ci mette un attimo a diventare spazzatura b-movie e Allen in versione (pseudo) Kubrick sfiora questo pericolo più di una volta, ma poi va oltre, in un terreno di genialità tutto suo fatto di trovate assurde come l'orgasmatic, una cabina per godurie rapide, o una sfera che una volta sfiorata dà l'effetto di una droga, o degli ortaggi giganti alimentati elettronicamente, stramberie spaziali che solo la sua mente matta poteva generare.

In conclusione Il Dormiglione è un Allen in versione fantascientifica da provare; io personalmente lo preferisco in città e negli anni '70, o al massimo ai giorni nostri!







martedì 20 novembre 2012

Il mio parere su Red Lights


Il colore dei grandi occhi di Cillian Murphy, quel verdazzurro cristallino e quasi inverosimile che quando lo guardi pensi "wow", è già di per sé qualcosa di paranormale e vale da solo tutta la visione del film.

Se questo tipo di bellezza fine a se stessa non bastasse e questa motivazione fosse troppo frivola, posso dirvi che Red Lights (di Rodrigo Cortés, 2012) è anche bello e bono buono come film, un thriller teso e mozzafiato con un finale a sopresa su cui si potrebbe discutere a lungo ma che, credibilità o non credibilità a parte, spiazza e conquista.

Il bello di questo film è il fatto che il paranormale, tanto amato e tematizzato nel cinema horror-thriller commerciale contemporaneo, qui viene stanato, smascherato e preso in giro, almeno nella prima parte che è la più interessante e originale.
La dottoressa Margaret Matheson (Sigourney Weaver) e il suo assistente Tom Buckley (Cillian Murphy) non sono (almeno all'inizio) le classiche vittime dell'occulto, ma degli stanatori professionisti di ciarlatani dell'occulto, due acchiappatori di sedicenti acchiappafantasmi e affini, e questa cosa è molto significativa, ricca di arguzia e grinta, di aspetti curiosi e trucchetti sfiziosi.
Poi però arriva il sensitivo cieco Simon Silver (Robert De Niro) e qualcosa cambia e degenera, il tono accademico e scientifico del film vira verso il solito soprannaturale con tanto di levitazione, piegamento di cucchiaini ed esplosioni creati col potere dellla mente. Il pericolo del ridicolo è all'agguato e gli occhi opachi di De Niro (e la sua interpretazione a tratti grottesca) rischiano di spegnere le brillanti "luci rosse" del film.

Nonostante questo calo di serietà Red Lights riesce comunque a trovare una strada tutta sua inaspettata e cinematograficamente furba e a regalare allo spettatore un climax di scoperte e ribaltamenti prospettici.
Certo non tutte queste sorprese finali sono perfettamente concatenate a ciò che il film ha mostrato in precedenza, sembra esserci qualche discrepanza e qualche forzatura (non posso aggiungere altro per rispetto verso chi non l'ha ancora visto!), ma in fondo quello che conta è lo stupore e l'intrattenimento e Red Lights, se non si razionalizza e analizza troppo, se non si va a cercare l'imbroglio col lanternino, ne offre tanto.
Basta crederci!



lunedì 19 novembre 2012

Il mio parere su Argo


Argo (di Ben Affleck, 2012) è un film serio e con ciò non intendo dire che sia serioso ma che è stato fatto con giudizio, cura e rispetto, con grande umiltà, senza colpi di testa di stile ed esaltate licenze registiche. E' un film, tutt'altro che montato, su una montatura!

Ben Affleck è consapevole di essere un attore mediocre e dalla carriera non raffinatissima e sembra quasi voler chiedere scusa se uno come lui da un po' di anni si dedica con successo alla regia (scuse pienamente accettate Ben!); ho percepito come una costante e piacevole modestia in questo film, un senso di riguardo, di semplicità generale e di autoironia quanto basta.

Il risultato finale è un gran bel film che, sfruttando una storia (vera) di per sé sorprendente, non mira a stupire, a cercare l'estremo, ma a raccontare nel modo più pulito possibile - senza ideologie, dietrologie, posizioni e mosse pazzesche -  un pezzo pazzesco di storia politica americana contemporanea.

Nel '79, dopo la fuga dello Scià Pahlavi, il popolo iraniano si scaglia violentemente contro gli Stati Uniti d'America. Durante l'attacco all'ambasciata americana a Teheran, solo sei cittadini americani riescono a fuggire e trovare rifugio presso l'ambasciatore canadese. E' a questo punto che interviene la CIA e l'esperto di esfiltrazioni Tony Mendez (Ben Affleck), che inventa un geniale piano per liberare i sei connazionali: girare un finto film di fantascienza in Iran.

Mi ha colpito molto la cura impeccabile e filologica dell'estetica vintage anni '70, le barbe, i capelli, gli occhialoni da vista, il mood profondamente seventy che è alla base del film e che gli dà un tocco brillante.

Molto divertente tutta la parte hollywoodiana in cui viene messa alla berlina la grande macchina del grande cinema, tutto quel prendere alla leggera la realizzazione dei film, quel continuo dire "Argo vaffanculo" (forse fa più ridere l'originale "Ar-go fuck yourself", ma non più di tanto!) come se il cinema fosse una cosa poco seria, nient'altro che cazzate e finzione.

Ed è proprio quella finzione e quella capacità di rendere credibili le cazzate la forza del cinema e di Argo come non mai: la liberazione dei sei ostaggi attraverso il cinema sembra fantascienza è invece è realtà ed è stupefacente, non serve aggiungere altro.

Le interpretazioni degli attori, da John Goodman ad Alan Arkin, da Bryan Cranston allo stesso Affleck, sono posate, mai sopra le righe o stucchevoli, asciutte anche nei momenti più tesi e solenni.
Per questo motivo chi ama il cinema più emozionale e palpitante potrà trovare il cast e tutto il film un po' tiepidi ed essenziali, frenati in un certo senso; ma se si riflette un attimo sulla straordinarietà della vicenda narrata allora Argo diventa un film geniale e letteralmente miracoloso. Come Ben Affleck dietro la macchina da presa.




venerdì 16 novembre 2012

Il mio parere su Hotel Transylvania


Se dovessi assegnare delle stelle a questo hotel non potrei andare oltre le 3: costruito ottimamente ma traballante da altri punti di vista, bello a vedersi ma con gli interni un po' vecchiotti, piacevole dal punto di vista dell'animazione, ma a tratti noioso e riservato solo ai più piccoli e agli adolescenti, niente di eccezionale insomma, perfetto per trascorrervi una notte, magari approfittando di uno sconto (il mercoledì al cinema il prezzo è ridotto!), ma senza la possibilità che diventi un posto speciale in cui ritornare.

Sì, perché Hotel Transylvania (di Genndy Tartakovsky, 2012) è esattamente così, un film da sufficienza piena, accettabile ma facilmente dimenticabile, non mostruoso ma nemmeno mostruosamente bello.

Mi è piaciuta molto la cura della parte grafica ed estetica che raggiunge livelli di perfezione altissima: la Sony Pictures Animation non teme la Pixar o la Dreamworks ed è riuscita a colorare e animare questo film fino a farne qualcosa di realistico, variopinto e bellissimo da avere sotto gli occhi. Ogni dettaglio di ogni singolo mostriciattolo è curato al millimetro, le espressioni facciali del protagonista Dracula sono stupefacenti, i suoi occhi sono vispi e veri, l'antropomorfizzazione portata a livelli eccellenti.

Altro punto a suo favore è il ritmo, non tanto a livello di intreccio, ma da un punto di vista più "fisico": è uno di quei film di animazione che non riposano mai, che ballano, volano, saltano, cadono, girano senza tregua come una giostra multicolor sempre in funzione. Da questo punto di vista è adrenalinico, una festa retrò-gotic-pop che coinvolge lo spettatore ad un livello più ipnotico che emotivo.

D'altro canto la trama è generica e prevedibile, noiosetta e infantile in certe fasi, sempre un po' buonista nonostante l'espediente (finto)horror e vampiresco.
Spesso si ride ma altrettanto spesso il film va avanti senza far muovere un solo muscolo facciale allo spettatore. A muoversi sono solo le pupille appunto.

A tratti ricorda la raffinatezza di Tim Burton; in particolare, nei momenti di canto e ballo corale tra i mostri, mi ha fatto venire in mente Nightmare Before Christmas, ma solo per un attimo. Può ricordare anche il film della Pixar Monsters & Co., ma quello era ancora più infantile e dai colori pastello.

Ho trovato molto simpatica l'idea di riunire tutti i più famosi mostri della letteratura e del cinema in un unico contenitore, ma sarebbe stato carino dedicarsi di più a loro singolarmente, fare di Hotel Transylvania un inno alla mostritudine e alla storia della mostruosità e non una storia padre-figlia che più umana non si può.

In definitiva, lascio un feedback positivo ma solo per la simpatia leggendaria del proprietario ;)


giovedì 15 novembre 2012

WOODY ALLENamento: 4. Provaci ancora, Sam


Per chi non lo sapesse, Woody Allen non ha girato questo film, lo ha scritto prima per il teatro e poi sceneggiato per il grande schermo e interpretato, ma è riuscito a dargli il meglio di sè, la sua essenza più autenticamete sfigata e adorabile e a farne uno dei più preziosi e brillanti momenti della sua carriera.

Provaci ancora, Sam (Play It Again, Sam, di Herbert Ross, 1972) per me è uno degli apici della comicità alleniana, una parte della mia personale trinità in cui gli altri due elementi sacri sono Manhattan e Io e Annie.

Ridere di gusto fino alle lacrime non capita spesso al cinema, tutt'al più si sorride un istante, invece con questo film si ha un approccio fisico, quasi isterico alle gag di Woody, si ride in maniera estrema e convulsa, ci si diverte davvero. Per lo meno questo è l'effetto che fa a me ogni volta, ma non credo di essere la sola.

In questo film Woody è Allan Felix, un critico cinematografico di San Francisco imbranato e sognatore che viene mollato dalla moglie e che si ritrova contro la sua volontà a dover frequentare nuove donne con l'aiuto dei suoi migliori amici, i coniugi Dick (Tony Roberts) e Linda (Diane Keaton), e di un amico immaginario, niente meno che l'Humphrey Bogart (Jerry Lacy) di Casablanca.

Gli approcci con l'altro sesso di Allan sono dei disastrosi giochi pirotecnici di goffaggine, insicurezza e ansia, sono un susseguirsi ad altissimo contenuto comico di brutte figure, mosse pacchiane, tecniche di seduzione demenziali, fallimenti esilaranti.

Woody ha portato al cinema prima di tutti e meglio di tutti la figura dello sfigato, il nerd della modernità metropolitana, quel tipo di bruttino intellettualoide stempiato, meglio se con gli occhialoni da miope, che non batte chiodo con le donne, che vive di film, musica e letteratura d'autore e che non sa vivere la realtà.

Allan Felix ne è l'emblema perfetto, è un disastro ma proprio per questo è immensamente amabile.
I suoi tentativi poco credibili di atteggiarsi a figo, di seguire i suggerimenti del maestro-tombeur de femmes Humphrey Bogart e di renderli atti buffi e scoordinatissimi, lo rendono un amico ideale per ogni spettatore e spettatrice, un beneficio per tutti, l'ansioso che scaccia le nostre ansie, il nevrotico che ci fa più bene di una seduta di psicoanalisi, il depresso che ci tira su il morale.

Sembrerà strano, ma spesso mi trovo a parlare di Woody Allen come fosse una cura, un ansiolitico, un rimedio e non un regista e un attore, ma in effetti è così: per me lui è una salvezza e una dipendenza e questo film in particolare mi aiuta a digerire meglio la vita.

Ve lo prescrivo ;)