mercoledì 30 gennaio 2013

I Love Books: 41. Due


Potrei sintetizzare banalmente in un'unica frase il contenuto di questo libro dicendo: "Il matrimonio è la tomba dell'amore".

Ho sempre pensato che questo modo di dire dai toni macabri e ammazza-intenzione (se mai ne avessi una remota di sposarmi!) sia in parte vero, ma si tratta pur sempre di una definizione ironica e autoironica sul matrimonio e mi auguro con tutto il cuore che non sia davvero un cimitero la cosa a cui si dice "sì" quel giorno!

Ma meglio non divagare perché rischierei di scrivere un post infinito sul tema "amore e istituzione", perciò torniamo al libro...
Dopo aver letto quel capolavoro e quel trionfo di capacità narrativa che è stato per me Suite Francese, questo libro della Némirovsky mi ha un po' deluso.

L'ho trovato ansiogeno e dall'afflato depresso, quasi spietato nella sua incapacità di consolare il lettore; sicuramente non è un romanzo ipocrita e dal sentimentalismo facile e questo è un bene, un segno di modernità della scrittrice, ma è di una tristezza quasi paradossale.
E' davvero così rapido e senza scampo il processo di disamoramento e raffreddamento ormonale in una coppia sposata e con figli? E' vero che - per citare un'angosciante frase del libro- "Quando si è sposati, non ci si guarda più"?

L'intreccio segue l'evolversi, o meglio l'involversi, di una storia d'amore nel passaggio dalla gioventù all'età adulta e dalla passione febbrile dei primi incontri alla simil-repulsione post matrimoniale.
Gli anni sono quelli della Francia del primo dopoguerra, un periodo di rinascita e di ricerca di vitalità, passione e divertimento a tutti i costi.

Due è scritto molto bene, certe frasi dal respiro ampio e descrittivo sono perfette, raffinate nella forma.
Contiene delle verità inconfutabili sull'amore e sulle sue fasi e fa riflettere, ma mi è sembrato troppo estremo nel ridurre alla più totale piattezza la storia di una coppia sposata; mette quasi paura in questo senso!

Un romanzo interessante dal contenuto poco rassicurante; nulla a che vedere con Suite Francese che mi aveva infuso un senso di calore e bellezza.
 

Il legame coniugale è tanto più forte quanto più è forgiato sull'ipocrisia, sulle costrizioni. Due sposi, liberi l'uno verso l'altra, tolleranti, due sposi che non si rifugiassero nel silenzio e nella menzogna, potrebbero essere amanti, ottimi amici, compagni, ma smetterebbero di essere marito e moglie. Il matrimonio non ha bisogno di personaggi reali, ma dell'apparenza del camuffamento. (pag. 132)

martedì 29 gennaio 2013

Il mio parere su Cercasi amore per la fine del mondo


Dopo il post su Lincoln, un film del genere ci sta per giustapposizione, per par condicio di gusti e riequilibrio dei livelli di pesantezza e sostenibilità filmica!
La parola amore contenuta nel titolo (solo in quello italiano ovviamente, perché noi siamo i campioni del lost in translation fuorviante!) era una spia di rischio banalità da multisala altissimo, ma Steve Carell è un piacere umano ambulante per me ed è per lui che ho deciso di vedere Cercasi amore per la fine del mondo (titolo originale: Seeking a Friend for the End of the World), così, senza stare a pensarci troppo.

Per lui e per la giovane sceneggiatrice-regista Lorene Scafaria, visto che mi esalto sempre quando so di giovani donne creative che scrivono per il cinema e che, per formazione e cultura, sembrano esulare dalla solita regola hollywoodiana.

Ho fatto bene, perché Cercasi amore per la fine del mondo, a dispetto del suo titolo che sa di elemosina sentimentale e profezie maya, è un filmetto brillante e indipendente davvero niente male.

Di base è una commedia romantica, ma esplora anche generi come il road movie e il disaster movie mescolandoli con delicatezza e senza strafare mai, per cui il risultato è un film grazioso e piacevole, senza gli eccessi dei generi a cui si ascrive ironicamente: niente romanticismi struggenti, niente sghangheratezze estreme da lungo viaggio in macchina, nessun impatto asteroideo digitale letale per chi guarda.
Un equilibrio raffinato e sui generis fra modelli filmici rischiosi.

Steve Carell e Keira Knightley sono una coppia insolita per il cinema, ma davvero speciale in questo film: lui è il solito uomo di mezza età nerdello, sfigatello e con l'umore sottotono, lei è il contrappeso eccentrico, vitale e isterico della piattezza esistenziale di lui. Insieme riescono a far scorrere beatamente l'ora e quaranta del film, donando a chi guarda un senso di pacifica armonia, di strambo benessere.

Carell mi fa star sempre bene, è buffo, tenero, è una di quelle facce che al cinema mi tira su il morale a priori.
La Knightley ha il solito problema delle smorfie esagerate che la fanno sembrare stupida, un nervoso meccanismo di mento, mascella e denti, ma è talmente bella che riesco sempre a perdonarla, perché è proprio piacevole da guardare, un trionfo di pura estetica, indipendentemente dalla recitazione più o meno canina.

Se volete trascorrere una serata di disimpegno dal sapore Sundance dopo i lunghi e iperpubblicizzati film delle ultime settimane, questo film potrebbe farvi andare a letto col sorriso sulle labbra ed essere una fine del mondo di giornata davvero gradevole.




lunedì 28 gennaio 2013

Il mio parere su Lincoln


Chi ha paura di vedere questo film (come ce l'avevo io!) perché teme l'effetto-Spielberg super mega hollywoodiano, altisonante, patetico ed emotivamente retorico, può andare al cinema tranquillo perché Lincoln è il film meno spielberghiano che io ricordi.

Si tratta, per lo meno per quel che ho percepito io, di un film di taglio molto teatrale in cui a farla da padrona è la parola, la dialettica, l'ars oratoria. Una scelta insolita per uno come Spielberg che ha sempre privilegiato l'azione e il dinamismo epico nei suoi filmoni, gli spazi sconfinati, le corse sfrenate con commento sonoro liberatorio e vincente, i movimenti di macchina panoramici e grandiosi.

Lincoln invece è un film chiuso tra sedie, caminetti, fumo e penombra, ed è come un raffinato club di discussioni, racconti, confronti verbali ricchi di senso e sensazioni; è un film che va ascoltato più che essere visto, perché ogni singola parola è ricercata, levigata, caricata di valore e dedicata all'orecchio e alla mente dello spettatore più sensibile e paziente.

Vederlo è stata un'esperienza a tratti faticosa perché statica, verbosa e concettosa, perché chiusa in tutti i sensi in una raffinatezza di eloquio spesso pesante e sovraccarica, in una stasi fisica quasi senile.
Ci sono discorsi di Lincoln che durano molti minuti senza alcuna pausa o movimento di macchina: ci si scorda che Spielberg è lì dietro la macchina da presa e ci si fissa fino allo stordimento sulle parole pregne di spessore di Lincoln, parole che hanno fatto la Storia, che hanno posto fine alla schiavitù, che hanno smosso le coscienze e dato calci in bocca al razzismo, parole di cui si sente tutta la pesante portata.

In realtà sono sempre più convinta che l'effetto ridondante e sfiancante sia dovuto ad un problema di doppiaggio, perché la voce di Pierfrancesco Favino per Daniel Day Lewis è di un'enfasi ridicola e teatraleggiante che fa sembrare il personaggio di Lincoln un gigione, se non addirittura un giullare.

Ed è un peccato, perché Daniel Day Lewis è stupendo in questo ruolo, il suo sguardo profondo e saggio è magnifico, il suo corpo oblungo e ossuto, con quella camminata lenta e dinoccolata, è tenero e indimenticabile, la fisicità che ha prestato al personaggio è di una credibilità umana e di un rispetto morale commovente. Il suo Lincoln ha una potenza iconografica quasi totemica da enciclopedia del cinema e credo che l'Oscar gli spetti di diritto.

Insomma, Lincoln è un gran bel film impegnativo, libero dall'eccesso di retorica emozionale alla Spielberg (anche se qualche vezzo palpitante il regista non se l'è fatto mancare!), teatrale e discorsivo, storico ma anche letterario, con attori-gioiello (oltre a Day Lewis anche Sally Field e Tommy Lee Jones sono grandiosi), una regia timida e nascosta (e in questo caso direi per fortuna!), e una capacità fortissima di calamitare l'attenzione non sul film in sè ma sul personaggio, annullando quasi completamente il contorno e l'azione.
Se riuscirete a reggerne la potenza ne sarete felici fino alle lacrime, altrimenti ne sarete sopraffatti fino allo sbadiglio. (Per quel che mi riguarda, a parte il nervosismo per il doppiaggio, ho avuto la prima di queste due reazioni!).




venerdì 25 gennaio 2013

I Love Books: 40. Diari (di Sylvia Plath)


Leggere i Diari di Sylvia Plath è stato struggente.
Un'esperienza molto delicata e passionale, nel senso preciso di pàthos come sofferenza, per questo consiglio di leggere questo libro solo agli animi più pazienti e raffinati, solo a chi è realmente interessato ad entrare nel mondo cupo e lacerato di Sylvia Plath, la poetessa-scrittrice di Boston morta suicida, e diventata di culto, che scrive da far male.
Sia chiaro, non ci si diverte leggendo i Diari, tutt'altro: il senso di asfissia è sempre all'agguato, la claustrofobia non dà tregua, l'insoddisfazione di Sylvia diventa contagiosa e stancante; è una lettura che può condizionarti la giornata.
Eppure è un onore, un dono di bellezza leggere questi diari, le ore spese a farlo sono ore di meraviglia, martirio, estasi, introspezione benefica, ore di vita.

La sensazione costante che ho avuto leggendo è stata quella di spiare e stuprare l'intimo di Sylvia, ma ho provato anche un grande senso di empatia, di comprensione e solidarietà verso questa donna pazzesca.
Mi sono rispecchiata, fino a sentire dolore, nei pensieri e nelle tempeste interiori di Sylvia, ho provato familiarità e ho visto spesso me stessa e un po' di ogni donna dentro quelle pagine preziose e fervide.

Il modo in cui Sylvia descrive la difficoltà di scrivere e il forte desiderio di farlo è straziante, il dissidio costante tra immaginazione scalciante e difficoltà nel partorirla è qualcosa di martellante ed è praticamente il tema onnipresente in 12 anni di diari. Per la Plath l'attività di scrittrice non è (solo) una velleità di grande fascino, ma una faticoso lavoro, un impegno difficile da mantenere e portare avanti, una professione spesso usurante che può corrodere i nervi e l'esistenza.

All'interno dei Diari c'è anche la ricerca dell'amore e il profondissimo amore per il poeta Ted Hughes in particolare, una fervida curiosità sessuale, il senso di ingiustizia per la condizione femminile, la voglia fisiologica di maternità e di conformismo da moglie e il disgusto verso questo tipo di gabbia sociale, il dissidio tra vita pratica e vita letteraria, la voglia narcisistica di essere pubblicata e di farsi conoscere, e tante altre sensazioni, attitudini umorali e depressioni che noi donne, per lo meno le più complicate, conosciamo bene.

Gli sprazzi di entusiasmo e di ottimismo non mancano, ma sono sempre in equilibrio precario, troppo accesi per durare a lungo e sempre più deboli man mano che si va avanti.
Sylvia era una donna estrema, nel piacere e nel dolore, e non ha avuto un attimo di stabilità emotiva dentro di sè, è stata un vulcano ora in eruzione ora in sofferta implosione.

I Diari sono una bellissima opera, mi hanno colpita nel profondo e sono diventati parte di me. Non è un semplice libro in edizione Adelphi a poco più di 10 euro: è una vita.

(Adesso sono alla ricerca disperata di questo film inedito in Italia con Gwyneth Paltrow nel ruolo di Sylvia; se qualcuno ne sa qualcosa mi faccia sapere, ho un disperato bisogno di vederlo!).


 Alcuni stralci dei Diari che ho scelto per voi:

"...Ma anche le donne hanno delle voglie. Perchè devono essere relegate al ruolo di depositarie di emozioni, custodi dei bambini, nutrici dell'anima, del corpo e dell'orgoglio dell'uomo? Essere nata donna è la mia terribile tragedia."

"Quello che mi spaventa di più, credo, è la morte dell'immaginazione. Quando il cielo lassù è solo rosa e i tetti sono solo neri: quella mente fotografica che paradossalmente dice la verità, ma una verità senza valore, sul mondo. Io desidero quello spirito di sintesi, quella forza plasmante che germoglia, prolifica e crea mondi suoi con più inventiva di Dio. Se sto seduta ferma e non faccio niente, il mondo contina a battere come un tamburo lento, senza senso. Dobbiamo muoverci, lavorare, fare sogni da realizzare; la povertà della vita senza sogni è troppo orribile da immaginare: è il peggior tipo d pazzia; il tipo con le fantasie e allucinazioni sarebbe un sollievo degno di Bosch."

"Troverai rifugio nella vita domestica e soffocherai cadendo a testa in giù nella terrina con l'impasto per i biscotti...Ma devo rientrare nel mondo della mia mente creativa: sennò nel mondo delle torte e dello stinco di bue, muoio."

"Ora sono inondata di disperazione quasi isterica, sull'orlo del soffocamento. Come se un grosso gufo nerboruto mi stesse accovacciato sul petto, con gli artigli arpionati stretti intorno al cuore."

"...l'Uccello del Panico che mi sta sul cuore e sulla macchina da scrivere."

"Perchè non riesco a tuffarmi nella scrittura? Perché ho paura di fallire prima ancora di incominciare."

"Non voglio che si dica niente contro Ted, tanto meno che è pigro o inetto: io so che lavora sodo, ma chi guarda da fuori non lo vede, perché pensa che scrivere significhi starsene comodi a casa a bere caffè e a gingillarsi. Un passatempo."

"Mi sento disarmata quando penso che la mia scrittura non è niente, non porta a niente: perché non ho altro da fare - né nell'insegnamento né nell'editoria. E mi sale un senso di colpa perché ho tutto il tempo per me."

"Scrivo come se ci fosse qualcuno che mi tiene d'occhio. Il che è fatale."

"Le idee mi tiranneggiano - le idee del mio superego geloso da stronza-regina."



mercoledì 23 gennaio 2013

Serie tv mon amour: Dexter 7^ stagione/ Homeland 2^ stagione

Finite due stagioni di due serie tv fondamentali della mia poco seria vita da serial addicted; l'effetto che mi hanno fatto è stato molto diverso e potete già immaginare quale delle due mi ha scontentato e quale mi ha esaltato.

Dunque, Dexter alle origini era la mia serie preferita (ovviamente prima della scoperta della mia ragione di vita che è Mad Men), una folgorazione nel bel mezzo del nulla visivo che mi aveva circondato fino a quel momento, una roccia di serie tv, bella, possente, compatta.
Poi qualcosa è cambiato, l'erosione dell'accumulo di stagioni ha provocato cadute di massi di sceneggiatura, appeal e brillantezza ed è così che ci siamo ritrovati a guardare le macerie della serie grandiosa che Dexter era un tempo.

La 7^ stagione non ha raggiunto i picchi di scemenza della 6^ (sto ancora smaltendo l'imbarazzo!), ma mi ha lasciato indifferente; la vedevo per inerzia, giusto per capire in quale burrone di inutilità voleva andare a buttarsi.
Il difetto principale di questa stagione per me è stato l'accumulo di spunti e situazioni che accendevano focolai interessanti che si spegnevano miseramente dopo qualche puntata, per cui ti chiedevi: "Ma qual è il vero running plot di questa stagione? La mafia russa, Isaak Sirko, Hannah McKay, Quinn e la spogliarellista, Debra che sa di Dexter o La Guerta che indaga di nascosto? O tutto questo insieme? O niente di tutto ciò?".
Perplessità, inappagamento, senso di decadenza e di idee stentate e attaccate con una colla scadente.
Fossi in loro io la chiuderei qua e lascerei riposare in pace una serie che merita grande rispetto e un monumento alla memoria.



Per fortuna che c'è stata la seconda stagione di Homeland a tirarmi su il morale. Una bomba questa serie e una conferma altrettanto esplosiva questa stagione.
Claire Danes/Carrie Mathison è pazzesca, è talmente brava che spesso mentre guardavo le puntate mi estraniavo in "wow!" mentali per pensare a quanto fosse esageratamete capace nel suo mestiere. La serie è soprattutto lei e i suoi incredibili occhi quasi sempre sgranati, ma anche il resto del cast non scherza e io ho una venerazione/timore reverenziale verso Saul Berenson (Mandy Patinkin), è troppo profondo, mesto e credibile come personaggio, è speciale e dà alla serie un'intensità umana ulteriore.
L'intreccio di questa 2^ stagione è stato perfetto, teso, con i tempi giusti per lo scioglimento di alcuni nodi e per l'intrecciarsi di nuovi. La ricerca di Abu Nazir, la carriera politica di Brody, il riallacciarsi dei rapporti con Carrie, i progetti segreti di Estes e del nuovo arrivato Quinn (Rupert Friend), tutto questo (e molto altro) si porta avanti con la giusta tensione spionistica e thrilleristica e raggiunge l'acme con un finale a sorpresa shock, di quelli che ti fanno sentire stupido per quello che hai pensato e sostenuto fino a quel momento.
Una stagione col botto e una conferma d'amore per me.




martedì 22 gennaio 2013

Il mio parere su Django Unchained


A me Tarantino non è mai piaciuto tanto, l'ho sempre trovato tamarro nelle sue scelte stilistiche estreme e nei suoi tripudi di violenza e sfracelli corporei, nelle sue pistolettate brutalmente facili e nel suo preoccupante compiacimento verso il sangue e le interiora umane. Ho gusti un po' più sobri e puliti al cinema, ma c'è una cosa che ho imparato ad apprezzare di recente nei film di Tarantino, soprattutto a partire da Kill Bill e poi sempre di più con Bastardi senza gloria: la loro capacità beffarda di farti divertire.

Per divertimento intendo l'esatto opposto di noia, di piattezza, di quiete cerebrale, il sentirsi vivi ed essere scossi da moti di euforia mentre si sta seduti in sala, il ritrovarsi fomentati ed eccitati per ciò che si sta guardando, l'empatizzare fino ad essere violenti, volgari, vendicativi, bastardi, fino a provare soddisfazione per quelle scariche pazzesche e rumorosissime di proiettili.
Si diventa un po' tamarri guardando Tarantino ed essere tamarri ogni tanto è divertente, è liberatorio.

E' per questo che ho adorato Django Unchained, perché nel suo poco raffinato insieme di smaccate citazioni spaghetti-western, di enfasi grottesca da b-movie cinese, di zoommate grezzissime, di violenza matta e sovrabbondante, di siparietti ironici e autoironici, di battute stronze e dialoghi sferzanti, è un gran bel divertimento, quasi tre ore di esagerato, folle, geniale spasso.

In realtà ho trovato molto interessanti anche le parti più statiche ed "eleganti" del film, e il modo in cui viene resa tutta la parte storica sulla schiavitù e la tratta dei neri mi è sembrato notevole, perché nei toni quasi scherzosi e imprecisi con cui viene trattata la delicata questione, si percepisce tutta la bestialità di un pezzo di storia americana mostruosa e si arriva perfino a riflettere. E poi ci si arrabbia tantissimo.

Gli attori sono divinità della recitazione in questo film: Jamie Foxx è un Django perfetto, epico, Leonardo Di Caprio un impeccabilmente mefistofelico Monsieur Candy, ma per me è Christoph Waltz nel ruolo del Dottor Schultz il mito assoluto, l'eroe iconico di Django Unchained.
Fin dalla prima battuta, con quel linguaggio forbito e la saggezza di un raffinato intellettuale del Vecchio Mondo che contrastano con la più disinvolta abilità nel massacrare a colpi di fucile, si impone come il personaggio più brillante e prezioso del film, e, per quel che mi riguarda, l'Oscar l'ha già vinto, gliel'ho assegnato io.

Vedendo Django Unchained ho capito, credo definitivamente, che il degenerare megalomane di Tarantino è la sua forza, ciò che lo rende un regista energico e sfacciato assolutamente unico nel suo genere, un indomabile ragazzaccio che si diverte a fare i suoi film, e a farli belli brutali, e che - chi l'avrebbe mai detto - , fa divertire anche le fanciulle garbate coi vestiti a pois come me!


lunedì 21 gennaio 2013

Il mio parere su Frankenweenie


La cosa che ho sempre amato di Tim Burton è il suo essere un narratore di favole; nessuno come lui riesce a frenare la tua incredula razionalità adulta per calarti in mondi strambi e avvolti in nebbiosi misteri a cui finisci per credere ciecamente. Ancora oggi provo un sentimento umanissimo per Edward mani di forbice, perché ho creduto in lui e perché certe scene, con il commento musicale dolce e tragico di Danny Elfman, mi hanno strappato più di una lacrima e più di un freno di noioso raziocinio.

Se penso a Tim Burton mi viene sempre e subito in mente il bianco e nero, la pioggia, il pallore, il gotico, il cimiteriale, la stranezza, e se tutto ciò ultimamente si era perso tra paesi delle meraviglie iperglicemici e multicolor e situazioni vampiresche glam-rock (anche se devo dire che a me Dark Shadows è piaciuto!), con Frankeenwenie si assiste al ritorno dell'essenza più autentica dell'estetica burtoniana: Burton è tornato ad essere il mio fiabesco incantatore di sempre, il maestro della fantasia dark, triste e retrò che tanto piace ai miei occhi e al mio cuore.

Se penso che il suo cortometraggio omonimo è del 1984, - mio anno di nascita - , questa nuova versione allungata e animata, uscita pochi giorni dopo il mio 29°compleanno, mi sembra un magnifico regalo personale, e scusate la presunzione.

Tutta la faccenda del giovane Victor che tenta di rianimare il suo cane morto Sparky è letteratura gotica e di fantascienza allo stato puro che si fa elegantissimo stop-motion, che prende le fattezze esagerate tipicamente burtoniane, quei tratti grotteschi e divertenti fatti di occhi grandissimi con pupille minuscole, corpi allungati e filiformi o esageratamete grassi, quella bellezza strana che flirta con l'horror e la più smisurata fantasia.
La patina vintage, il bianco e nero, il fascino rallentato e d'altri tempi dell'animazione in stop-motion, il cuore pulsante di amore, vita e morte, fanno di Frankeenweenie una favola elettrica e raffinata, un turbinio di fulmini, saette, scrosci di pioggia, lacrime, risate, mostri, buoni, cattivi, scienziati pazzi, cani scodinzolanti, citazioni filmiche e letterarie, tutto il meglio che una favola di Tim Burton può dare.

Tutti i personaggi, nella loro consistenza "plastilinosa", sono irresistibili da vedere e si fanno amare al primo fotogramma, ma in sala sono esplose le mie più genuine risate alla prima apparizione di quella buffissima weird girl con gatto di nome Signor Baffino che col suo modo di parlare lento e stralunato e quegli occhi giganteschi è diventata uno dei miei personaggi burtoniani preferiti di sempre!

Se mi chiedono com'è Frankenweenie io rispondo: "E' Tim Burton". E ho detto tutto.






martedì 15 gennaio 2013

I Love Books: 39. Le relazioni pericolose


Ho deciso di leggere questo libro perchè affascinata dalla sua fama audace e dal suo essere unanimamente considerato il miglior romanzo epistolare della letteratura francese.

E' stato uno di quei casi in cui le aspettative golose che mi ero fatta non hanno avuto nemmeno un attimo di appagante incontro con la realtà della mia lettura, indi per cui il sopraggiungere della delusione.

Quello che avevo in mente era una storia diabolica e perversa, un dispiegarsi di giochi di seduzione altamente cattivi e spregevoli, un'immersione nei subdoli affari di cuore e di letto dell'ipocrita nobiltà francese del tardo Settecento, quel genere di tresche infarcite di crinoline, parrucche, cipria e belletti, di feste da ballo, tè salottieri, carrozze e candelabri notturni, di lettere febbrili e appassionate scritte con la penna e il calamaio.

Tutto questo in effetti c'è nel romanzo e nelle sue intenzioni, ma è lo stile che a mio parere non si sposa con tale scabrosa volontà.

Tutto mi è parso troppo baroccheggiante, patetico e sontuoso, troppo sublimato in elegantissime espressioni che non toccano mai la carnalità e la concretezza nuda e cruda di ciò che avviene.
La potenziale fluidità della vicenda è rallentata da ghirighori verbali, formalità demodè ed un fraseggio ampolloso e stancante che va preso a piccole dosi (infatti ho impiegato più di un mese a finire il libro).
Tutto molto bello e raffinato, per carità, ma poco divertente e mordace per chi legge.

La trama mi era apparsa come una bomba succulenta: la perfida e falsa marchesa di Marteuil, abbandonata dall'amante Gercourt, decide di vendicarsi dell'uomo con l'aiuto del suo caro amico, il visconte di Valmont, libertino spietato, il quale dovrà sedurre proprio la promessa sposa di Gercourt, la giovane e pudica Cécile Volanges. Inizia così un progetto molto cinico e pericoloso che, lettera dopo lettera e mossa dopo mossa, finirà per far perdere il controllo agli stessi giocatori portandoli a conseguenze impreviste.

C'era tanta bella carne settecentesca al fuoco, ma d'altronde dovevo aspettarmi un sapore più delicato e meno vigoroso di quello che pensavo, un erotismo, un tipo di seduzione e di relazioni meno pericolose di quelle promesse dal titolo e da un gentiluomo come De Laclos.

Sono andata tenacemente avanti solo per arrivare ad un punto più forte e sconvolgente che doveva per forza arrivare e che non sembra arrivare mai se non nelle ultime tragiche 20 pagine, dannazione!

Inappagata dal libro mi sono consolata pochi giorni dopo con il film omonimo di Stephen Frears (1988), con protagonisti Glenn Close e John Malkovich (e con Michelle Pfiffer, Uma Thurman e Keanu Reeves), e devo dire che, almeno in questo caso, siamo nel terreno del capolavoro: un film elegantissimo e pericoloso, che, seppur nel nome del decoro settecentesco, ha un appeal maleficamente sexy!







lunedì 14 gennaio 2013

Il mio parere su Vita di Pi


Dopo lungo tentennamento dovuto alla paura di poter assistere ad una mega stronzata digitale e new age dal gelido cuore di pixel e dollari americani, alla fine ieri mi sono decisa a vedere Vita di Pi (Life of Pi, di Ang Lee, 2012).

Devo dire che le idee che mi ero fatta leggendo recensioni che lo snobbavano esasperatamente o che ne elogiavano il fascino spirituale e filosofico erano sbagliate perché il film mi è piaciuto a dispetto di ogni posizione estrema o troppo elaborata.
Mi è piaciuto ad un livello di impatto di superficie e di puro spettacolo, come film-giostra su cui salire per svago e non per fare meditazione.
Mi ha conquistata perchè è una storia facile, popolare, di impatto immediato, che regala due ore di evasione semplice e di tipo elementare, senza alcuna voglia di parlarne troppo dopo, perché certi film sono puro intrattenimento e non ha senso farne disamine intellettualistiche fuori dalla sala. Per lo meno, io non ho sentito questa necessità; ho visto il film con piacere e me lo sono goduta come fossi una bambina, senza sovrastrutture e tensioni da aspettativa cinefila.

Gli effetti speciali che tanto temevo non mi sono sembrati per niente megalomani, anzi mi sono sembrati grandiosi perché credibili e in grado di rendere estremamente emozionali le scene di tempesta, di onde, di vita marina subacquea e luminescente, quelle di stasi acquatica, di tramonti, di cielo e di nuvole, ma sopratutto le sontuose scene con la tigre. Gli occhi profondi dell'animale, le sue movenze feline sono perfette ma non artefatte, sono teconologia grafica che si fa realtà e non irrealtà.
Io ho creduto ciecamente a quella tigre, ne ho avuto paura e ne ho provato compassione, per me è stata un'attrice a tutti gli effetti a fianco del protagonista (l'esordiente Suraj Sharma) e questa cosa è un miracolo, un esempio di come la computer graphics possa avere un'anima se si impegna a non strafare.

Vita di Pi non mi ha fatto pensare nemmeno per un attimo a quel mostro di film che è Avatar, ma più di una volta, solo per vaghi richiami, a The Millionaire, a Titanic, a Cast Away, a Alla ricerca di Nemo, a The Beach, a tutta quella letteratura per ragazzi di ambientazione esotica che non ho mai letto da piccola (io ero più tipa da Piccole donne e Anna dai capelli rossi), ma che mi ha comunque creato un immaginario ben preciso.

Detto ciò, non ho avvertito la presenza di Ang Lee, il suo tocco io non l'ho riconosciuto e mi sono scordata di trovarmi al cospetto di un suo film. Sembra più un'incredibile avventura alla Zemeckis che un'opera del raffinato maestro taiwanese, lo stesso che mi ha lacerato il cuore con Brokeback Mountain.
Far percepire lo stile personale nel corpo fagocitante del kolossal non è facile, eppure il film, nel suo parziale sacrificare l'arte alla tecnologia, mi è sembrato comunque un gigante buono.