domenica 24 febbraio 2013

Oscar 2013: i miei favoriti


Quest'anno sono riuscita a vedere quasi tutti i film candidati agli Oscar e quindi mi sento di azzardare un mio pronostico ideale:

Miglior film: Zero Dark Thirthy o Lincoln (ma sono quasi certa che vinca Lincoln)
Miglior regista: Steven Spielberg
Miglior attore protagonista: Daniel Day-Lewis
Miglior attrice protagonista: Jessica Chastain
Miglior attore non protagonista: Christoph Waltz
Miglior attrice non protagonista: Anne Hathaway
Miglior sceneggiatura originale: Quentin Tarantino (Django Unchained)
Miglior sceneggiatura non originale: Tony Kushner (Lincoln)
Miglior film straniero: /
Miglior film d'animazione: Frankenweenie
Miglior montaggio: Zero Dark Thirty
Miglior fotografia: Claudio Miranda (Vita di Pi)
Miglior scenografia: Sarah Greenwood and Katie Spencer (Anna Karenina)
Miglior trucco: Lo Hobbit- Un viaggio insaspettato
Migliori costumi: Jacqueline Durran (Anna Karenina)
Migliori effetti speciali: Vita di Pi
Miglior colonna sonora originale: Dario Marianelli (Anna Karenina)
Miglior canzone originale: Skyfall (Adele)
Miglior montaggio audio: Django Unchained
Miglior missaggio sonoro: Argo
Miglior documentario: /
Miglior documentario corto: /
Migliro cortometraggio: /
Miglior cortometraggio animato: Paperman

Speriamo si realizzi ;) E voi cosa prevedete?







sabato 23 febbraio 2013

Il mio parere su Anna Karenina


Sono rimasta incantata da questo film perché la sua messa in scena è qualcosa di geniale: Joe Wright e Sir Tom Stoppard, in tutta la loro sofisticata inglesità, hanno pensato bene di posizionare gli attori dentro scenografie di tipo teatrale, cartonati mobili, sipari che si aprono e chiudono, palchi da opera che cambiano a ritmo di musica e al suono di rotaie nel raccordo tra una scena e l'altra, e il risultato è di grandissimo effetto.
La finzione viene smascherata apertamente, ma proprio per questo il romanzesco viene celebrato all'ennesima potenza, viene sublimato.
Non è un semplice film l'Anna Karenina di Joe Wright, ma una girandola, un teatrino di marionette orchestrato in modo delizioso, avvolgente, elegante, perfino buffo.

Non mi sono sentita la solita spettatrice seduta in poltrona vedendo il film, ma una dama presa per mano e invitata a volteggiare, a danzare, a girare intorno, davanti, dietro i personaggi, sentendomi parte dello spettacolo, un'invitata d'eccezione.

Ho trovato questa scelta davvero insolita e geniale: mi aspettavo, e dentro di me volevo, il classico filmone di stampo tradizionale, quello con le didascalie di date e luoghi, l'innevata Russia zarista, e un andamento di tipo solennemente letterario, e invece mi sono ritrovata letteralmente a teatro. All'immedesimazione qui si sostituisce la compartecipazione, il coinvolgimento dinamico nella costruzione scenica e simbolica, ed è un'esperienza che vi consiglio vivamente di fare.

Il romanzo di Tolstoj è qualcosa di sontuoso e ricco, leggerlo è stato impegnativo e totalizzante e avevo un po' paura del dileggio che si poteva fare al cinema, nel 2012, di tale titano delle letteratura russa. E invece a fine film ho tirato un respiro di sollievo perché il film di Wright, sebbene rispettosissimo dell'opera e pienamente tragico, non è una trasposizione vera e propria, ma un gioco prospettico stiloso ed elegantissimo.
Se temete si tratti di un'operazione estetica senza cuore vi sbagliate, perché il sentimento è vivo ed emozionante e la scelta stilistica non toglie nulla al dramma autentico del romanzo.

E concludo dicendo una cosa che non mi aspettavo di poter dire: non so se è merito di Joe Wright visto che anche in Espiazione mi era piaciuta, ma Keira Knightley è una buona e credibile Anna Karenina, non perfetta, ma molto più Karenina che kanina!


giovedì 21 febbraio 2013

Serie tv mon amour: The Following (prime impressioni)


Che ve ne pare di The Following? Mi sono lanciata nella visione perché simpatizzante di Kevin Bacon e perché mi intrigava l'idea di un omicida letterato con una marea impazzita di followers, di una serialità assassina ai tempi della viralità da social media.

Al momento mi sta piacendo ma senza troppo entusiasmo: non mi annoia, tende bene le sue corde e ti fa stare sempre all'erta, ma c'è qualcosa che non mi convince, come un sentore di sceneggiatura debole e di insulsaggine complessiva.

Tra l'altro c'è una squadra dell'FBI tra le più sòle e imbranate che io ricordi in un film/telefilm, sempre in ritardo sui morti ammazzati e sempre con la stessa espressione sfigata e rassegnata quando vedono un corpo a terra insanguinato e si rendono conto di essere arrivati tre secondi dopo il decesso.
Federali, v-e-l-o-c-i-z-z-a-t-e-v-i!

E poi per ora non mi sembra ben piantato e solido il tema portante dell'opera omnia di Egard Allan Poe come ispirazione all'omicidio per il colto Joe Carroll (James Purefoy) e i suoi giovani accoliti, mi sembra sia troppo vago e riduttivo, più uno spunto funzionale e furbesco che una credibile costruzione malefica.

Ad ogni modo, quattro episodi sono ancora pochi per un parere definitivo; continuerò a seguirlo perché Bacon è sempre bravo e i suoi occhi azzurri generano proselitismo fanatico a priori!





martedì 19 febbraio 2013

I Love Books: 43. Il rosso e il nero


Non c'è mai limite alla bellezza di un romanzo classico dell'Ottocento, al suo respiro immenso, non ne ho mai abbastanza di questo tipo di squisito godimento, ed è per questo che Il rosso e il nero di Stendhal è stato per me puro amore.

Sublime, avvincente, caldo, passionale, estremo: il Romanzo nel senso più nobile e sontuoso del termine, letteratura ricca, vasta, palpitante come solo quella ottocentesca sa essere.

Non semplici fogli di carta numerati quelli de Il rosso e il nero, ma pagine vivide in cui tuffarsi assaporando la Storia, la Francia postnapoleonica, gli intrighi, gli amori, i dolori di un'umanità pulsante e psicologicamente raffinatissima. Il tutto senza un attimo di stanchezza o piattezza: non è il pesante e inaccessibile mattone che molti credono sia, è solo "abbondante" nel senso di ricchezza e corposità di stile e contenuto. E' sfarzoso.
Io l'ho letto nella traduzione di Massimo Bontempelli che è parecchio datata (credo del 1933), ma il fraseggio demodè ha reso la lettura ancora più elegante ai miei occhi.

Julien Sorel, il giovane di umili natali che legge e sa il latino, che ammira segretamente Napoleone e odia la Francia della Restaurazione, che va in seminario e che si fa strada piano piano elevandosi socialmente, che ama due donne in modo estremo e pericoloso, è un personaggio tridimensionale, di cui ho sentito il fiato e il calore mentre leggevo.
La sua ascesa e la sua caduta sono narrate da Stendhal in modo perfetto, sferzante, coraggioso, senza buonismi o autocensure, senza toni grigiastri e sbiaditi, solo in rosso o in nero.

Una lettura importante, di quelle che ti danno fierezza ed esaltazione, che ti fanno amare l'oggetto-libro come fosse divino.

venerdì 15 febbraio 2013

Il mio parere su Noi siamo infinito


"We Can Be Heroes, Just For One Day" e aggiungo che possiamo essere eroi felici per un paio d'ore mentre guardiamo questo film che è di una dolcezza poetico-letteraria struggente, di una bellezza complessiva memorabile e infinita.

Mi ha lasciato addosso delle sensazioni stupende, delle autentiche vibrazioni, un misto di malinconia, esaltazione e innamoramento; è stato un tuffo nell'adolescenza e nella prima giovinezza senza tutti i cliché e le semplificazioni che ruotano intorno alla rappresentazione di quel periodo della vita, è stato libertà e meraviglia allo stato puro.

Fare un film banale su adolescenti nerd o ribelli è un pericolo in cui è facile incappare, è il classico tòpos declinato sempre con gli stessi riferimenti e gli stessi parametri/paraocchi, ma Noi siamo infinito (The Perks of Being a Wallflower, di Stephen Chbosky, che è anche l'autore del romanzo da cui è tratto il film) supera e sublima l'ovvietà collocandosi nel terreno dell'incanto, del gioiello prezioso da incastonarsi nel cuore.

La musica sposa romanticamente le immagini di questo film e il risultato è una festa di emozioni, commozioni e risate: da un pezzo struggente degli Smiths come Asleep o da un inno liberatorio come Heroes di David Bowie non può che scaturire qualcosa di forte, di viscerale, uno stormo di farfalle nello stomaco e una tempesta di ricordi in testa.

Ho pensato spesso alla me adolescente durante la visione del film, alla timidezza ostinata, ai tentativi goffi di ribellione, alle feste in cui fai da carta da parati sperando che qualcuno venga a staccarti dal muro, alla scoperta quasi erotica dei libri e della scrittura, ai voti alti e impopolari, alla cameretta come rifugio, all'ammirazione estatica per certi coetanei più carismatici, alla creazione di musicassette fai da te da regalare all'amico speciale o ricevute in dono, alle mille tragicomiche, tremende, soavi avventure dei 15-20 anni. E mi sono commossa.

Merito anche di tre attori protagonisti eccezionali, affiatati, appassionati: Logan Lerman/Charlie è tenerezza e sensibilità, Emma Watson/Sam è bellezza e freschezza, Ezra Miller/Patrick è spasso e follia: insieme sono infinito.


martedì 12 febbraio 2013

Il mio parere su Zero Dark Thirty


Of all the mainstream women film directors, none is more unique than Kathryn Bigelow, who rejected the idea that women should make tame films and has created a niche for herself as a director of action genres”.
Mary G. Hurd ( Women Directors and Their Films)

Inizio il post con una citazione che ho usato nella mia tesi di laurea magistrale perché secondo me rende perfettamente l'essenza del cinema di Kathryn Bigelow, la sua regia magnificamente e coraggiosamente transgender.

Zero Dark Thirty è l'ennesima conferma di questo modo tosto e testosteronico di fare film che io, e con me credo tutto il mondo, trovo pazzesco, sbalorditivo.
Anche questa volta quello che ho visto è stato un filmone corposo, "muscoloso", difficile per tematica e raffinatissimo nella resa, perché la Bigelow, da brava regista-leonessa, non cede mai al ruffianesimo emozionale, all'ovvio, al sentimentalismo e al trionfalismo americano, e lascia invece spazio ad un'essenzialità e ad un'asciuttezza di gran classe.

Io non so come questa donna faccia a confrontarsi con tematiche così moralmente pesanti come la guerra e le armi, non so come riesca a destreggiarsi con tale spontaneità e maestria in mezzo a ciò che di più androcentrico e fallocratico possa esserci, mi chiedo come regga tutto questo, come non senta il bisogno di qualcosa alla Jane Austen (!) ogni tanto; so solo che la stimo e la temo, che la considero un titano a livello registico, e che la macchina da presa nelle sue mani è una pistola, una mitragliatrice.

La ricerca di quello che è stato il nemico numero uno del mondo occidentale, l'introvabile e iconico Osama Bin Laden, diventa la ragione di vita-ossessione di Maya (Jessica Chastain) e il film riesce a rendere bene questa smania ai limiti dell'alienazione e dell'annullamento personale; eppure non c'è mai un eccesso, un trasporto emotivo di troppo, un estrogeno ribelle. 
Tutto è contenuto, rigoroso, serio, così come una tematica di questo tipo richiede e il risultato non è qualcosa di freddo come può sembrare ad un primo impatto, ma qualcosa di rispettoso, di nobile, di giusto.

La Chastain è oro puro che si lascia modellare ad immagine e somiglianza della regia bigelowiana, che si adatta con dignità e delicatezza al suo ruolo, al tipo di film e al tipo di regista-carro armato che la riprende. 
E' così fragile, bella e triste da essere lei, solo con la sua fisicità e il suo sguardo, l'elemento morbido e commovente di Zero Dark Thirty, il cuore rosso di un film dal contenuto nero e duro.

Inutile parlarne ancora: Zero Dark Thirty è un film-colosso imprescindibile, da vedere con la giusta predisposizione d'animo e senza guardare l'orologio. Il suo potere è così forte che vi ritroverete in un attimo, senza rendervene conto, in religioso silenzio.

lunedì 11 febbraio 2013

Il mio parere (controcorrente) su Re della terra selvaggia


(So bene che questo post sarà molto impopolare e che verrò odiata per il suo contenuto, ma il mio è solo un UMILE PARERE, per cui non scrivetemi messaggi anonimi minatori in cui mi dite che non capisco nulla e non ho magia, piuttosto parliamone e confrontiamoci selvaggiamente civilmente...).

Il fatto è che Re della terra selvaggia (Beasts of the Southern Wild, di Benh Zeitlin, 2012) che tutti stanno osannando parlandone in toni miracolosi, e che ha vinto o sta per vincere mille premi, io l'ho odiato, l'ho trovato brutto e fastidioso, una versione ancora più sgradevole del già sgradevole Nel paese delle creature selvagge di Spike Jonze.
Parafrasando Joe Bastianich di Masterchef di fronte ad un piatto alternativo ma disgustoso, "questo film è un pezzo di merda"!

C'è questa bambina, Hushpuppy (Quvenzhané Wallis, piccola attrice prodigiosa degna di un Oscar, questo sì), che vive allo stato brado con il padre e altri rozzi soggetti in questo postaccio chiamato Bathtub, nella Louisiana del Sud, parecchio esposto a violente alluvioni.
Ora, il punto è che questa comunità antiprogresso e radicata a Madre Natura e all'ecosistema-fiume, non è un'oasi di pace, bellezza e purezza premoderna, un rifugio georgico dal brutto e sporco mondo occidentale industrializzato, ma uno schifo assoluto, almeno ai miei occhi, un mondo di disordine, di ignoranza, di promiscuità, una dimensione animalesca che ho trovato antiestetica e ripugnante. E sopra ogni cosa, incomprensibile.

Sarò stupida o troppo razionale ma il senso di questo film mi sfugge, non riesco a vederci una favola come molti hanno detto, riesco a vederci solo bruttezza.
Il padre non fa altro che urlare e allenare la figlia ad essere una sorta di guerriero masai, si rivolge a lei come fosse un maschio: è bella questa cosa? E' fiabesca? Non credo proprio. E' triste.
Anche se lo fa per il suo bene, per prepararla al momento in cui si troverà da sola, visto che lui sta per morire e rifuta le cure mediche della civiltà, ho provato rabbia, pena e fastidio, ho sentito i miei nervi tendersi.
La dimensione onirica e incantata, di cui parlano in tanti con toni di estasi, si manifesta sottoforma di cinghialoni preistorici irsuti e con lunghe zanne: a questo punto erano più rassicuranti e sensati i pupazzoni peluchosi di Spike Jonze!

E poi la voice over ruffiana della bambina, il continuo andare avanti e indietro di Hushpuppy che la fa sembrare un gatto randagio sporco e inquieto, le feste trash-folk a base di spaccamenti di crostacei e altre cose poco docili, il buonismo emotivo del finale con l'estorsione di qualche lacrima, le scelte stilistiche alla Herzog, l'irritante essenzialità, tutto questo, e altro ancora, mi ha fatto dire a fine film: "Ma che ca**o è sta roba?".

Voleva essere un film di denuncia sociale e ambientale di grande valore morale? Per me non lo è stato perché  tutto ciò che viene mostrato allo spettatore è fine a se stesso ed è soprattutto una bambina strepitosa nella recitazione ed una macchina da presa furba che la segue e la celebra strategicamente.

Re della terra selvaggia ti strappa dalla tua comfort zone e ti sbatte in faccia cose selvatiche, primordi patetici dell'umanità, fatiscenza, fanghiglia, vita animalesca autocompiaciuta e testarda, creandoti sensazioni di disagio; se per tutto il mondo trattasi di una favola o un sogno bellissimo, per me è stato un incubo.
W la vasca da bagno confortante e pulita di casa ;)





venerdì 8 febbraio 2013

Il mio parere su The Impossible


Ho visto The Impossibile ieri sera e prima di andare a letto ho sentito il bisogno di vedere una puntata di How I Met Your Mother per allievare la tristezza e cercare di fare sogni che non fossero a base di annegamento, ferite e catastrofe.

Perché The Impossible è una drammone da occhi lucidi che punta dritto alla parte emotiva e sensibile dello spettatore, giocando molto, per non dire sguazzando abbondantemente, su alcuni aspetti di facile impatto lacrimoso.
Musiche sempre solenni e tragiche, un quadretto familiare mulinobianchesco, frasi di repertorio drammatico in cui gli  "I love you so much" si sprecano, scene madri di respiro ampio e solenne, abbracci e lacrime a profusione, tanto tanto pathos a buon mercato.

Il risultato a me è sembrato molto vicino ad uno di quei film della serie catastrofica-alta tensione in salsa melò che Italia 1 trasmette d'estate, o ad uno di quei film falliti di Shyamalan, insomma ad un film mediocre e melenso.
Da un regista come J. A. Bayona mi aspettavo qualcosa di meno classico, una prospettiva sulla tragedia meno emozionale e più estrema: il suo The Orphanage è uno dei film più inquietanti e geniali del filone horror che io ricordi.
In The Impossible qualche elemento di disturbo quasi orrorifico c'è, come la scena in cui la donna sul letto accanto a quello di Maria tossice e vomita pezzi di piante e altre cose simili, seguita a ruota dalla stessa Maria che tira fuori dalla sua bocca una sorta di liana.
Quella è stata una scena forte per me e mi ha colpito più allo stomaco che ai condotti lacrimali.
Per il resto, classicismo drammatico a iosa.

Naomi Watts, che io amo moltissimo, mi è piaciuta abbastanza perchè è credibile, perché ha girato il film praticamente quasi sempre in posizione orizzontale riuscendo a far sentire il dolore fisico della sua condizione. Forse potrebbe pure portarsi a casa l'Oscar (forse).
Ewan McGregor, altro attore prezioso per me, mi è sembrato anonimo, non ha dato alcun contributo personale al film; al suo posto poteva esserci un attore qualunque e la differenza non si sarebbe sentita.
Notevoli i tre bambini, in particolare il maggiore (Tom Holland); girare un film così non sarà stato facile per loro eppure sono sinceri e tenerissimi nelle reazioni.

La mia conclusione su The Impossible è che credo sia impossibile fare un buon film su una tragedia vera e di portata inimmaginabile come lo tsunami del 2004, credo sia qualcosa di irrapresentabile. Se non l'hai vissuta, se non c'eri dentro, puoi solo pensare per stereotipi.
Anche raccogliendo testimonianze e storie vere, come quella della famiglia protagonista, quello che si porta sullo schermo è solo un'idea, un modo come un altro per far piangere lo spettatore.
Ed è questa impossibilità che si fa melodramma il grande problema di The Impossible.



mercoledì 6 febbraio 2013

I Love Books: 42. La mano che teneva la mia


La copertina di questo libro ha qualcosa di esteticamente accattivante ai miei occhi: il taglio di capelli, le lunghe ciglia e l'eyeliner, il vestito a pois, la posa svagata di quella donna in bianco e nero che ricorda vagamente Audrey Hepburn hanno un'aria raffinata e retrò che ha fatto colpo sul mio animo vintage e nostalgico.

Volevo capire cosa si celava dietro questa scelta fotografica ed ero curiosa di sapere se questo romanzo di Maggie O' Farrell dal titolo evocativo fosse davvero così speciale come molti blog bibliofili avevano dichiarato con entusiasmo.

Dico subito che per me la copertina è più bella del contenuto del libro.
La mano che teneva la mia (The Hand That First Held Mine, edito in Italia da Guanda e ora anche in edizione economica TEA) non è un brutto romanzo, anzi è molto scorrevole e coinvolgente, si legge tutto d'un fiato e con la giusta dose di curiosità e vivacità mentale, se ne sente la mancanza tra una pausa di lettura e l'altra, eppure mi è sembrato a tratti stupido e scontato, una lettura che, con una locuzione abusata nei mesi estivi, potrei definire "da spiaggia".

E' quel tipo di libro perfetto da leggere subito dopo una lettura impegnativa, per far riposare un po' la testa e alleggerire per un po' il proprio bagaglio culturale quando se ne avverte la pesantezza.
E' un romanzo a suo modo utile, gentile nella sua godibilità facile e veloce, amichevole nella sua "femminilità", complessivamente gradevole.
Però, come è prevedibile per letture di questo tipo, mi è saputo spesso di romanzetto rosa, di chick lit commerciale (anche se siamo ben lontani dalla frivolezza del genere I Love Shopping e affini), forse perchè le due protagoniste - collocate in due epoche e in due storie diverse che poi si ricongiungono alla fine - sono donne alle prese con situazioni letterariamente molto basic come amore-lavoro-maternità declinate nel solito modo.

A ciò va aggiunta qualche superficialità descrittiva, qualche dialogo artefatto di troppo, una prosa piuttosto anonima, un sentore di banalità e di stereotipizzazione per quel che rigurada la città di Londra in cui sono ambientate le due storie, l'inverosimiglianza di certe circostanze che rompono l'immedesimazione e risultano vagamente ridicole.

Insomma La mano che teneva la mia è il libro che fa al caso vostro se cercate una lettura facile di puro svago (anche se a dire il vero si tratta di un libro piuttosto triste e malinconico nel contenuto), un libro da portarvi in metro o da leggere negli intervalli di tempo, un romanzo da divorare durante un pomeriggio di paturnie femminili davanti ad una tazza di tè, qualcosa di facile da affiancare/posporre/preporre ad uno stress lavorativo, ad un libro di studio universitario o ad un romanzone classico.


lunedì 4 febbraio 2013

Il mio parere su Flight


Ingannevole è il titolo più di ogni cosa.
Io mi aspettavo un'avventurona alla Zemeckis fatta di azione, depressurizzazioni, sbalzi atmosferici e altre forme di adrenalina aerea, la straordinaria storia di un pilota sopra le righe e sopra la media, invece Flight è un film sull'alcolismo.

Detto così sembra riduttivo e banale, ma per me il film è stato questo, nulla di più, nulla di meno.

In effetti nella prima parte del film gli elementi da disaster movie in volo ci sono tutti e Zemeckis ci regala una delle più mirabolanti imprese volanti di sempre; la partenza è ipercinetica e promette un buon intrattenimento ad alta e bassa quota, ma subito dopo qualcosa cambia e ho sentito così forte la frenata da sbattere la testa contro un film che non mi aspettavo.

In parole povere Flight è la vicenda di un uomo che riesce a pilotare un aereo impazzito in condizioni mostruose e non riesce a gestire il mostro dell'alcolismo nella sua vita, di uno che con un atterraggio pazzesco e geniale salva la vita a 96 persone a bordo su 102, ma rischia di uccidere se stesso a colpi di superalcolici e cocaina.

Messaggio sicuramente forte ma trasmesso con l'inganno: l'avventurosa originalità che il film fa presagire è un'illusione che svanisce all'apparire di siringhe e bottiglie vuote. Dalla decompressione si passa in un attimo alla depressione ed è per questo che Flight non mi è piaciuto. Oltre al fatto che è di un classicismo tematico moraleggiante con finale buonista che sa di stantio.

In più gli ho riscontrato due grossi difetti.
Il primo è la snervante e frustrante lentezza dopo la falsa promessa di azione e velocità iniziale: io che mi
aspettavo più colpi di scena e vitalità mi sono ritrovata a guardare 2 ore e 20 di pigra tetraggine fine a se stessa.

Il secondo è la sensazione spiacevole di una serie di focolai accesi e subito spenti senza conseguenze. Mi spiego meglio: ci sono personaggi che parlano e centralizzano la scena per poi sparire (vedi il tizio malato all'ospedale), situazioni accennate che sembrano avere un senso e un seguito e invece no (l'ambiente del porno per lo spaccio della droga), figure centrali che sembrano avere ruoli chiave come la bella rossa (Kelly Reilly) di cui si innamora Whip/Denzel Washington, che vengono fagocitate e scordate strada facendo. Un pò come se il regista fosse stato indeciso su che tipo di film fare e avesse girato tanti pezzetti slegati mettendoli poi insieme senza ordine e continuità.

Insomma il volo del titolo è solo un espediente per parlare di ben altro.
Non so cosa sia successo a Zemeckis e alla sua capacità di trasporto rocambolesco e di puro intrattenimento spettatoriale: l'ho riconosciuto solo nei minuti iniziali del film e poi è volato via insieme al mio entusiasmo.