mercoledì 27 marzo 2013

I Love Books: 45. Kafka sulla spiaggia




Ogni volta che sento il bisogno di una sospensione della realtà e dell'eccesso di razionalità capricornesca che mi tormenta, vado a cercare Murakami Haruki e lui mi accoglie a braccia aperte, mi dà la sua dose di allucinogeno e mi porge un'evasione onirica assolutamente benefica.

E' stato così con L'uccello che girava le viti del mondo, con La fine del mondo e il paese delle meraviglie, con Dance Dance Dance, e in misura minore, ma a suo modo bellissima, con Norwegian Wood.

Chi conosce lo scrittore giapponese sa che non si tratta affatto di fantasy, di magia e stregoneria, e neppure di distopia fantascientifica, ma di sogni travestiti di normalità e naturalezza, di viaggi in dimensioni assurde eppure credibili e infinitamente gradevoli.
Il risultato è che l'incredulità si fa da parte, il raziocinio smette di cercare il senso con il lanternino e la mente è libera di perdersi in spazi inesistenti e mondi surreali incredibilmente accoglienti e ovattati, comodi per l'anima.

Con Kafka sulla spiaggia la magia si è ripetuta: è stato una botta di magnifico nonsense, un percorso di 514 pagine a bordo della penna suggestiva e miracolosamente evocativa di Murakami, come dimenticare la tetra ovvietà del reale e sprofondare in un sogno. Non un sogno agitato e rocambolesco, ma un sogno calmo, riposante, dai passi felpati come quelli di un gatto, scandito da riti comuni e confortanti come bere una tazza di tè, leggere o ascoltare delle buona musica.

Inutile fare una sinossi della trama dal momento che tutto il romanzo è estremamente visionario e avvolto dall'indefinitezza dell'irrazionale.
I protagonisti sono due e Murakami ne segue le vicende a capitoli alterni: da una parte c'è il quindicenne Tamura Kafka che sta scappando da qualcosa di simile ad una terribile profezia, dall'altra c'è il vecchio Nakata che non sa leggere e scrivere a causa di uno strano incidente avuto da bambino, ma che capisce la lingua dei gatti. Anche lui fugge da qualcosa di terribile e allo stesso tempo sembra cercare qualcuno o qualcosa, senza sapere bene cosa sia.

Detto così sembra non dire nulla, ma VI ASSICURO che è una lettura avvincente, stimolante e allo stesso tempo rilassante, lenta al punto giusto, terapeutica. La si vorrebbe divorare in un sol boccone, ma poi ci si ritrova a gustare piano piano le descrizioni, a voler centellinare il senso di benessere che le sue atmosfere infondono, a volere che queste sensazioni dal gusto illogico persistano.

In fondo avrei potuto scrivere anche solo un aggettivo per questo libro: incantevole, in senso lato e letterale.

domenica 24 marzo 2013

Il mio parere (un po' in ritardo) su The Master


Sono finalmente riuscita a vedere The Master e adesso due impressioni a caldo sono d'obbligo, anche se tutt'altro che facili da esprimere...

L'ho trovato fortemente straniante nella sua lentezza carica di senso che sembra non avere senso, nella sua essenza quasi ermetica e sospesa. Non è un film facile che volteggia leggiadro di minuto in minuto, ma un'opera complessa, avara nell'esplicitare, disinteressata all'empatia con lo spettatore, narrativamente poco affabile e poco disposta a darsi.

Eppure ha toccato delle corde del mio animo, non so bene quali, ma mi ha rovistato ben bene dentro.
Con Paul Thomas Anderson per me è sempre così: i suoi film spesso non li afferro del tutto, me ne sfugge l'intenzione, mi sembrano segreti, simbolici, beffardamente chiusi a chiave, eppure rimango ammaliata, in stato di ipnosi, di alienazione dolceamara, e vengo sopraffatta da un senso interiore di bellissima e struggente poesia.
Dei suoi film, più che il senso mi arriva il riverbero ed è una cosa che mi dà solo lui e che mi fa star bene.

La cosa che mi ha più di tutte emozionata in The Master e fatto provare una sorta di voglia di piangere di gioia per la meraviglia che è il Cinema, è stata l'interpretazione dei due attori protagonisti: pazzesca, fortissima, totale.
Un gioco a due sofisticatissimo, di livello altissimo.

Joaquin Phoenix nel ruolo del problematico Freddie Quell ti si scaglia contro come una tempesta, è un pesante macigno da sopportare e da vedere ed è una potenza assoluta; con uno sguardo può ucciderti, con quella camminata sghemba, quel muso duro da cane randagio pronto a mordere, quella rabbia antipatica, ti lascia senza fiato, quasi ti soffoca e non pensi nemmeno per un secondo delle due ore e venti del film che si tratta di recitazione, nient'altro che finzione. In questo senso è miracoloso, un dio della credibilità.

Philip Seymour Hoffman è sempre Philip Seymour Hoffman, ossia il massimo, il purissimo concetto umano, biondo e grassottello di talento, e ogni volta io me ne innamoro perdutamente e sogno di sposarlo.
In The Master è - ovviamente- eccelso e se fosse stato davvero lui il fondatore di Scientology capirei i milioni di adepti e ne farei parte anch'io.
La cosa pazzesca è che il suo ruolo di leader carismatico che fa pendere dalle sue labbra chiunque, oltrepassa la barriera autoreferenziale del film in sè e ha effetto anche sul reale, per lo meno sul mio: le sue parole sempre bilanciate e furbastre, i suoi discorsi fascinosi, le sue tecniche di introspezione, hanno ammaliato pure me e quindi l'ho considerato anch'io un maestro, un guru. Altro miracolo ipnotico ad opera di un portento attoriale.

E' chiaro che la regia di P.T. Anderson è il terzo elemento forte di questo film di "coppia" ed è come sempre sui generis ed esteticamente riconoscibilissima, strana e seducente. Sono convinta che questo regista potrebbe pure filmare una parete bianca e infonderle vibrazioni e arte.

E credo che The Master contenga la sua essenza nel titolo: è maestria e come tale affascina, al di là del metodo usato.




giovedì 14 marzo 2013

I Love Books: 44. Il petalo cremisi e il bianco


Le 5 stelle di Anobii sono davvero troppo poche per esprimere la bellezza, la pienezza, la forza di questo libro; avrei voluto averne a disposizione almeno un'altra dozzina o forse il firmamento intero perché Il petalo cremisi e il bianco è pazzesco.

Ho letto da qualche parte che il Time a suo tempo definì questo romanzo, uscito nel 2002, "meglio del sesso" e sono completamente d'accordo: leggendolo ho provato un senso di appagamento quasi erotico-sensuale, un piacere fortissimo e squisito, una lussuria letteraria che mi spingeva ad un'avidità famelica di lettura. A fine giornata non pensavo ad altro, bramavo di posare gli occhi su quelle pagine e di succhiarne la linfa. Non l'ho semplicemente letto, ci ho fatto l'amore con Il petalo cremisi e il bianco.

Ma perché tutte queste metafore ardite? Perché tanto febbrile entusiasmo?
Per capire affondo ciò di cui parlo dovete leggere il libro, non c'è altra soluzione. Io posso solo tentare di rendere ciò che ho provato dalla prima alla 981esima pagina, ma so che non sarà abbastanza.

La cosa che mi ha subito ipnotizzata fin dall'incipit è la scelta dell'autore di parlare direttamente al lettore, prendendolo letteralmente per mano e spingendolo verso la vita pulsante del libro: in un attimo sono diventata un burattino devoto nelle mani del maestro Michel Faber e ogni mio moto è dipeso da lui; sono entrata nella Londra vittoriana del 1874 e ne sono uscita solo ieri a fine libro. In pratica è da venti giorni che non vivo nel 2013 e che non penso ad altro che a Sugar.

Sugar è la protagonista ed è un personaggio così bello, vivido e possente da farti male; ha un carisma potentissimo, letale.
Sugar è una giovane prostituta dai capelli rossi e dalla bellezza singolare, che legge, scrive e sogna la libertà.
La sua vita cambierà nel momento in cui incontra William Rackham, giovane erede delle Profumerie Rackham, cliente e poi amante che sconvolgerà il destino di Sugar e che ne sarà a sua volta sconvolto.

Tutto il contorno della storia è pura e approfondita immersione nella società inglese vittoriana.
Il bello è che la classica ipocrita pruderie del romanzo ottocentesco, quel pudico non dire mai, qui viene spazzata via e aggiornata: il romanzo, quasi fosse una sfida rispetto ad un genere letterario e ad un'epoca autocensoria, descrive ogni atto sessuale, ogni deiezione corporea, ogni  aspetto dell'intimità, con dovizia di particolari e sfrontata apertura. Eppure non c'è volgarità, solo classe e stupefacente maestria.

Faber è un Dickens audace e piccante, ha la stessa capacità di immergere il lettore in mondi fatti di odori, sapori, colori, strade sporche, salotti riscaldati dai camini, la stessa abilità nel far respirare e pulsare Londra, dai bassifondi ai piani alti, come fosse una creatura in carne ed ossa.
Faber ha in più la sensualità, l'ardore, l'estrema esplicitazione sessuale ed emozionale e riesce a gratificare il lettore, gli dà soddisfazioni e beatitudine.
Ho colmato anni di frustrazione letteraria vittoriana leggendo Il petalo cremisi e il bianco ed è stato meraviglioso.

E adesso che l'ho finito (il finale meriterebbe un lungo discorso a parte...) Sugar mi manca, mi manca, mi manca da morire, non smetterà più di mancarmi e io la cercherò dovunque.
Per ora mi consolerò guardando la serie tv inglese targata BBC (pare sia molto bella), se riesco a trovarla.


E aspetterò il film che a quanto pare sarà diretto da Curtis Hanson (L.A. Confidential, 8 Mile).

lunedì 11 marzo 2013

Il mio parere su Il grande e potente Oz


Più che Oz direi ozio perché durante la visione del film i miei moti fisici, e soprattutto interiori, sono stati ridotti pressochè a zero (a parte il fastidio rabbioso per il masticatore di patatine croccanti che mi stava seduto accanto) e il processo di immedesimazione e coinvolgimento non si è praticamente avviato.

Devo mettermi in testa una volta per tutte che l'etichetta Disney è sinonimo di infanzia, di leziosità e di un'età anagrafica e mentale che non ho più e non mi interessa più; in questo caso mi sono fatta irretire dalla presenza della mia amata Michelle Williams, dall'interessante James Franco e dall'eco vintage del Mago di Oz di Fleming, cose che mi avevano fatto sperare in qualcosa di più cinefilo e meno da bambinopoli disneyana. Mi sbagliavo.

Visivamente Il Grande e potente Oz (Oz the Great and Powerful, di Sam Raimi, 2012) è davvero grande e potente, una giostra di colori accesi e acidi, di grandiosi effetti speciali e movimenti aerei, di illusioni ottiche, è quasi lisergico da questo punto di vista e l'uso degli occhiali in 3D rende il tutto ancora più ipnotico ed esagerato.
Mi ha ricordato Alice in Wonderland di Tim Burton, soprattutto per quel che riguarda la tavolozza cromatica e la consistenza materica dei vari personaggi (oltre che per la colonna sonora di Danny Elfman).
Quella miniatura espressiva che è la bambola di porcellana, per esempio, è un incantevole capolavoro di perfezione grafica e la resa del materiale di cui è fatta, così lucido e realistico, il ticchettio delicato che produce quando cammina, sono notevoli miracoli di modernità al cospetto dei quali ci si inchina.

Tolto però tutto questo raffinato e costosissimo apparato digitale, rimane un film scheletrico, banale, una favoletta sciocca per under 14, con i solti dualismi bene-male, streghe belle e buone e streghe belle e cattive, mele magiche, guerre a colpi di incantesimi e magie e il canonico vissero felici e contenti finale (anche se in questo caso non del tutto...).

Dell'incantevole Il mago di Oz del 1939, del suo essere una favola non scontata e per tutte le età, a parte le continue citazioni, c'è ben poco; manca proprio l'anima, o forse sono solo io ad essere nostalgica.

Se hai una manciata di anni questo film può essere davvero favoloso, una parata di meraviglie, ma se come me hai superato abbondantemente i 20 anni, Disneyland non fa più al caso nostro.


 




giovedì 7 marzo 2013

Il mio parere su Il lato positivo - Silver Linings Playbook


Jennifer Lawrence ha vinto l'Oscar più di una settimana fa come miglior attrice protagonista e io sto ancora tentando di capire il perché; mi è sembrato uno spreco, una svista, un tragico caso di scambio della statuetta.

A questo punto penso che a suo tempo avrebbe dovuto vincerlo anche Renée Zellweger per Il diario di Bridget Jones, tanto per citarne una a caso di attrice bravina in una commedia carina!

Ma partiamo dal film, Il lato positivo (Silver Linings Playbook, di David O. Russell, 2012).
Si tratta di una commedia dai toni seri e dalla tematica delicata, la storia tragicomica di un uomo affetto da disturbo bipolare (Bradley Cooper), della sua ossessione per l'ex moglie fedifraga, del suo rapporto chiassoso e sghangherato con i genitori (Robert De NiroJacki Weaver), del suo incontro-scontro con una ragazza forse ancora più matta e sopra le righe di lui (Jennifer Lawrence).

E' grazioso, si fa guardare con piacere, miscela bene malinconia e ironia, malattia mentale e clowneria esistenziale, tristezza e leggerezza, e colpisce per il suo essere un film in qualche modo ibrido e non classificabile: non è una commedia, perché quando si ride lo si fa con gli occhi lucidi, non è un film drammatico perché quando ci si commuove lo si fa con un senso di buffo ottimismo.
Da questo punto di vista è un film di carattere, una piccola opera sofisticata sotto le mentite spoglie di una commediola all'americana.

Però, per quel che mi riguarda, non mi ha spiazzato, non mi ha colpita e affondata come ha fatto con molti spettatori, non mi ha fatto innamorare di sé e credo che me ne dimenticherò rapidamente (come faccio sempre con i film a rapida evaporazione di David O. Russel).

I due attori protagonisti sono bravi, non c'è che dire, si sono impegnati e hanno preso a cuore il loro ruolo difficile, ma siamo ben lontani dall'aura dorata dell'Oscar, quel sentore sacro, solenne e definitivo che avverti di fronte ad un'interpretazione straordinaria. Qui, ho avvertito solo simpatia, un po' di empatia e un discreto senso di benessere, di certo non un'esaltazione da film rivelazione, né una felicità confortante da film salvifico.
Ho visto una brava attrice, non un fenomeno, e ho visto situazioni, come quella della gara di ballo, che francamente sanno di già visto e di anni '90.

L'Academy quest'anno è inciampata sull'orlo argenteo delle nuvole, - come Jennifer Lawrence sull'orlo del suo abito - e l'ha reso dorato. E' stata troppo buona.
Jessica Chastain, Naomi Watts e la bambina col nome impronunciabile di Re della terra selvaggia sono state più intense secondo me.

E adesso, uomini (e donne) infatuati della Lawrence (che peraltro trovo sia di una bellezza un po' banale e volgarotta), suvvia, non fate gli aggressivi e cercate di cogliere il lato positivo di questo post!




lunedì 4 marzo 2013

Il mio parere su Les Misérables


Les Misérables (di Tom Hooper, 2012) potrebbe essere usato come strumento di tortura alla CIA: è infinito, lento, ridondante, completamente cantato, è tutto un gorgheggio dai toni lirici e ampollosi, un trionfo di lacrime, di scene madri sovrabbondanti, di amore, di dolore, di guerra, con il risultato finale di una pesantezza di piombo e di un mal di testa da sforzo estremo.

Ciò non vuol dire che sia un brutto film; è un'opera gigantesca da vedere con spirito paziente, molte ore di sonno alle spalle e abiti comodi, non è un film da scegliere a caso, al posto di un altro, in una rotazione qualunque, è un film la cui visione va pianificata e ottimizzata in modo tale da non sentirsi sfiniti e con i nervi implosi a fine film (sempre se si riesce ad arrivare fino alla fine!).

Ammetto di aver fatto molta fatica ad arrivare fino in fondo, di aver lottato con la mia soglia dell'attenzione che minacciava spesso di andarsene a zonzo da qualche altra parte, di aver sentito un senso di sopraffazione simile ad un elegantissimo supplizio, un odio generale verso l'insostenibile pesantezza di ogni musical.
Però alla fine ce l'ho fatta e mi sono sentita invincibile all'apparire dei titoli di coda, soddisfatta e piena di grazia.

A dire il vero non tutto il film è stato martirizzante, ci sono state delle parti davvero molto belle e d'impatto: l'interpretazione ai limiti del cameo di Anne Hathaway/Fantine è commovente e sublime, è fortissima da ogni punto di vista e supera la sfera del dimenticabile per entrare in quella dell'immortale cinematografico (supera anche la prova della bellezza a testa rasata che ai miei occhi finora ha superato solo Natalie Portman!).

Ho adorato i due esilaranti locandieri Thénardier interpretati da Helena Bonham Carter e Sacha Baron Coen, perché danno un tono picaresco e variopinto all'andazzo tragicamente monocromatico della storia, che nelle fattezze predominanti di Hugh Jackman/Jean Valjean e Russel Crowe/Javert tocca picchi di melodramma inauditi (e spesso inascoltabili!).
Ho amato sopra ogni cosa il monello di strada Gavroche (Daniel Huttlestone, piccolo fenomeno) che mi ha riportato ai romanzi di Dickens e che intona con un accento inglesissimo uno degli inni più belli di tutto il film, Do You Hear The People Sing?, di una solennità liberatoria e da brivido epidermico.
Inno che ritorna nella scena finale, una delle più sontuose, una parata di trionfale meraviglia.

Volendo tirare un po' le somme per evitare di scrivere un post lungo su un film lungo, posso dire che Les Misérables non è un film per tutti, così come non lo è il romanzone di Victor Hugo: la materia è sovraccarica, il classicismo imponente, il respiro ampio e fagocitante, l'elemento musicale quasi da opera lirica, la regia di Hooper estremamente sentimentale. Se riuscite a sostenere la portata megalomane di tutto ciò, allora troverete della bellezza, del romanzesco appassionante, della grande Storia.
In caso contrario potreste sentirvi ai lavori forzati come il povero Jean Valjean all'inizio del film!