lunedì 29 aprile 2013

Il mio parere su Nella casa



Ieri sera ho visto Nella casa (Dans la maison, di Francois Ozon, 2012) e nonostante la discreta piacevolezza generale, per tutta la sua durata non ho fatto altro che pensare: "Se fosse stato un film di Woody Allen, sarebbe stato perfetto!".

E' uno di quei film raffinati e godibili, ma che sembrano avere qualcosa di mancante, un non so che di incompiuto, di potenziale inespresso che poteva diventare magnifica espressione nelle mani e con lo stile di un altro regista (e torno ancora a pensare a Woody e immagino un film più ironico, ritmico e sbarazzino...).

Mi è piaciuto molto il fatto che sia ricco di temi e spunti di riflessione, così ognuno può amare il film a proprio modo: io sono rimasta affascinata dalla sua parte bibliofila, romanzesca e scribacchina, dal suo affascinante afflato letterario, ma c'è tutta una serie di riferimenti al voyeurismo, al cinema, all'arte contemporanea, alla media borghesia, al sistema scolastico odierno, all'adolescenza, che se ne potrebbe parlare per ore e da mille prospettive diverse.
Una varietà costruita in modo omogeneo e impeccabile, senza sbavature o straripamenti, con classe francese e una punta di malizioso snobismo.

Ecco, è il classico film che fa parlare di sè a fine proiezione, perché è profondamente ed elegantemente "teorico" e poco attivo, perché espone tesi, punti di vista, pensieri che viene voglia di condividere o confutare, perchè racconta con stile da teatro (non a caso è tratto da una piece teatrale) ed è tutto concentrato nelle parole e nei dialoghi.
Potrei anche definirlo come un libro sotto forma di film, in cui ogni scena è un capitolo nuovo di una trama squisitamente romanzesca e congegnata a più livelli.

Adoro i film in cui si parla di libri, di amore per la lettura e la scrittura, in cui si percepisce la raffinatezza umanista del regista; Nella casa poteva essere praticamente il mio film ideale e invece qualcosa nel suo gusto mi ha lasciato insoddisfatta.

Non so nemmeno bene cosa sia, credo una questione di ritmo e di velocità, di mordente a tratti debole o troppo prevedibile. E poi c'è la questione dello stereotipo borghese-francese-radical chic che mi è sembrato quasi grottesco nella sua rappresetazione stilizzata ai limiti del macchiettistico, anche se credo sia stato voluto da Ozon, proprio perché quello che sta riprendendo è una sorta di cartonato, di sipario fittizio (o forse no?).

Insomma una bella storia metaletteraria, che voleva e poteva sfidare e spiazzare lo spettatore, ma che nella sua perfezione formale, risulta freddino e autocompiaciuto come un trattato teorico.

Ah, se l'avesse girato Woody Allen...





sabato 20 aprile 2013

I Love Books: 47. La campana di vetro




Con Sylvia Plath bisogna andarci piano, ha la capacità pazzesca di entrarti dentro l'umore e di pennellarlo di tonalità grigio-nere, di instillarti in corpo piccole gocce di nichilismo e depressione che debilitano il proprio (più o meno stabile) benessere fino a farlo sembrare stupido.

Le pagine che ha scritto sono cariche di amarezza, di noia esistenziale, di dolore; sono bellissime, ma ti fanno il cuore e lo stomaco a brandelli.

Ho letto La campana di vetro (The Bell Jar, 1963), suo unico romanzo, a circa tre mesi dalla lettura dei suoi Diari; ho aspettato di essere predisposta psicofisicamente e di avere i polmoni carichi d'aria buona, perché conoscevo già la destabilizzazione e il senso di asfissia a cui andavo incontro.
Ma ho desiderato tanto farlo, perché la curiosità che provo per questa donna e per le sue opere è qualcosa di simile all'attrazione, al magnetismo.

Devo dire che da un punto di vista strettamente letterario ho trovato il romanzo piuttosto mediocre, ho percepito come un senso di irrilevanza, di debolezza complessiva, di consistenza poco densa.
Lo stile è sempre piacevole, la Plath, da pregiata poetessa qual è, ha un'innata capacità di descrivere per comparazioni ed esempi metaforici che avevo già notato nei Diari e che mi piace tantissimo, ma il contenuto mi è sembrato scarno, frettoloso, dal carattere troppo episodico e poco approfondito, direi quasi antipatico nel tono e nella concessione che fa di sé.

Per questo, per quel che mi riguarda, La campana di vetro non è un romanzo di oggettiva qualità letteraria.
Ma se poi penso al vissuto di Sylvia e incrocio gli elementi autobiografici con quelli di finzione, allora ne viene fuori un manifesto di vita importantissimo, e il libro si carica di un valore umano enorme e commovente, diventa prezioso come una testimonianza, come un diario a cuore aperto.
E' questa la chiave di lettura giusta con cui aprirlo.

La giovane protagonista Esther, con le sue insicurezze legate alle scelte di vita da fare in tutti i campi, con la sua insofferenza verso l'imposizione sociale di ruoli e doveri, con le sue tendenze suicide, con il suo male di vivere che la stringe in una morsa, la soffoca sotto una campana di vetro, è Sylvia sotto mentite spoglie.
Se la si legge senza sapere nulla del vissuto della sua autrice, la si può trovare vile e inetta, un personaggio frustrante e troppo semplificato in uno stereotipo deprimente.
Se invece si pensa a Sylvia, ai suoi Diari, alle sue poesie - ed è inevitabile e automatico farlo- allora Esther prende vita e credibilità, genera empatia e trasporto emotivo e La campana di vetro diventa l'estensione in prosa di una vita vera, di un dolore autentico ed è qui che sta la sua enorme rilevanza.

"Per la persona che è sotto la campana di vetro, vuota, e che è bloccata là dentro come un bimbo morto, il mondo è in sé un brutto sogno".

"... E vidi me stessa seduta alla biforcazione dell’albero, che morivo di fame per non saper decidere quale fico cogliere".

mercoledì 17 aprile 2013

Il mio parere su Il sospetto



Un po' in ritardo rispetto alla sua uscita, ho finalmente recuperato Il sospetto (Jagten, di Thomas Vinterberg, 2012), un gran bel film che, nel suo incedere calmo ed essenziale, fa venire la schiuma alla bocca per la rabbia infanticida che infonde.

I bambini certe volte possono essere creature malefiche e beffarde, ho sempre ritenuto che ci sia qualcosa di diabolico e primordiale nella sfacciataggine di alcuni di loro, un'oscura forza destabilizzante nei loro continui "Perchè?".
La lettura traumatica de Il Signore delle mosche mi ha dato in qualche modo conferma di questa cosa ed è anche per questo che mi capita spesso di aver paura di certi fanciullini troppo schietti e diretti (ricordo ancora il bambino a cui facevo ripetizioni che incitò il suo gatto a sbranarmi!) e dell'incapacità di difendermi dalle loro trovate.

A dispetto della sua inattaccabile sacralità anagrafica, il bambino può anche essere fonte di infelicità e dolore per l'adulto, più spesso di quanto si possa pensare.

Il sospetto parla proprio di questo, di Lucas, un insegnante di scuola materna assolutamente buono e innocente, competente e stimato, che, in seguito alle gravi accuse di Klara, una bambina bugiarda, si ritrova distrutto umanamente e socialmente.
Il regista non ci lascia il sospetto che quello che dice Klara possa essere vero, ci mostra chiaramente la falsità delle sue accuse ed è per questo che si prova frustrazione e collera verso di lei, e totale affetto e solidarietà per quest'uomo preso nella rete e demonizzato da una piccola città dove giudice assoluto è il popolo.
C'è un'esatta inversione dei canoni sentimentali in questo film, delle reazioni classiche di fronte a due età diverse: si vorrebbe sputare in faccia e dare della stronza (cose che farà il figlio di Lucas, un mito!) alla piccola biondina menzognera, e si vorrebbe stringere in un abbraccio consolatorio l'indifeso e docile adulto.

La forza de Il sospetto, che di per sè non ha alcun virtuosismo registico o scelta stilistica netta (Vinterberg ha ormai lasciato il Dogma, anche se permane una semplicità generale di quello stampo), è l'attore protagonista, il danese Mads Mikkelsen, in grado di trasmettere un'umanità straziante ed elegante nel dolore.
Era da tanto che non mi capitava di vedere un attore così bello e intenso (le sue labbra sono letali!), un volto così peculiare ed espressivo, una presenza scenica così acuta e sensibile.
Il battito cardiaco del film è lui, le accuse infamanti, l'esclusione, le botte che prende sono botte che prendiamo anche noi attraverso di lui, e i suo occhi, di una tristezza composta, sono qualcosa di cinematograficamente potentissimo.
Il premio come miglior attore all'ultimo Festival di Cannes non poteva che andare a lui e sono contenta di poterlo rivedere nella nuova serie tv Hannibal.

E' interessante notare come il titolo originale del film (che in inglese è stato tradotto letteralmente in The Hunt) sia legato alla caccia: al di là dell'importanza rituale che questa attività probabilmente ha in Danimarca, quella a cui si fa riferimento è una caccia all'uomo, un prendere di mira, offendere e poi abbattere una vittima prescelta, tutti contro uno, in un bisogno collettivo e famelico di castigo.

Il sospetto è un film su un linciaggio psicologico e fisico, sulla bestialità acritica della gente di fronte ad un vago sospetto, sulla priorità che viene data da sempre alle parole dell'infanzia assecondando uno stereotipo buonista.

Potrebbe aprirsi un lungo dibattito su questo argomento; intanto, se non l'avete ancora fatto, vi consiglio di vedere il film perché merita davvero tanto.



sabato 13 aprile 2013

Il mio parere su Hitchcock


Hitchcock (di Sacha Gervasi, 2012) è un film che non si vede per la sua tecnica, la sua sceneggiatura, la sua fotografia o la sua autorialità registica, come si farebbe con un film di Hitchcock, ma per il semplice divertimento della scoperta e quasi del gossip su una figura ipnotica e leggendaria come quella di Sir Alfred Hitchcock. E' un po' come se ci si aggirasse furtivi dentro la casa del maestro e dietro le quinte della lavorazione di un suo film alla ricerca di quanti più aneddoti e particolarità possibili.

Con un personaggio principale così serve aggiungere poco altro al film, anzi è bene togliere per evitare la caricatura o l'operazione fanatica: Hitchcock è, già solo per la sua singolare fisicità e genialità, materiale scenico sovrabbondante e più che sufficiente.
Non si tratta di un biopic, di un'analisi approfondita e introspettiva della mente hitchcockiana, ma di una porzione singola e specifica della carriera del regista, di uno sguardo ravvicinato su un making of  molto prezioso.

Hitchcock è per l'appunto un film essenziale che, senza darsi troppe arie, si dà allo spettatore, soprattutto a quello più curioso e meno pignolo, offrendogli un piacevolissimo incontro ravvicinato col maestro e con uno dei suoi film più importanti, il sempre inquietante Psycho.

Veniamo così a sapere molte cose sulla genesi di questo capolavoro, dallo spunto iniziale che sembra non dar tregua alla mente del maestro, alle vicende produttive, finanziarie e censorie, fino ad arrivare alla costruzione della famosa scena della doccia e alla conseguente mitologia iconografica di Psycho.
Fra tutte queste curiose situazioni c'è parecchio spazio anche per l'analisi del rapporto di Hitch (così veniva chiamato dai suoi collaboratori intimi) con la moglie, la sceneggiatrice Alma Reville, un sodalizio affettivo e in parte anche lavorativo fatto di piccoli screzi, di frustazioni e gelosie più o meno taciute, di goffi gesti di tenerezza senile.
Non sapevo che dietro l'ingombrante Alfred ci fosse Alma, una donna carismatica e severa in grado di smontare la boria egocentrica del regista, l'unica in grado di turbare l'imperturbabile e distaccato maxi-damerino inglese.
Ellen Mirren è bravissima e raffinata come sempre, co-protagonista al punto giusto.

La semplicità contenutistica e registica del film è bilanciata da una straordinaria e meticolosa cura estetica, che unita alla bravura degli attori diventa mimesi perfetta: Anthony Hopkins è una copia credibilissima di Alfred Hitchcock, la sua faccia seriosa e altera, la sua postura inclinata, il modo di parlare un po' impastato, tutto riporta al vero e favorisce la più spontanea sospensione dell'incredulità.

Un po' meno corrispondenti al vero, ma comunque bellissime in versione retrò anni '60, sono Scarlett Johansson nel ruolo di Janet Leigh e Jessica Biel in quello di Vera Miles.
Appare per pochi minuti in scena, ma è incredibile anche la somiglianza di James D'Arcy con Anthony Perkins (l'attore che interpretò Norman Bates).

C'è molta ricostruzione esteriore e poca profondità analitica in Hitchcock, ma è un film che sa divertire e intrattenere molto bene, semplicemente mostrando, come fosse un'esclusiva, come è stata fatta una cosa speciale da una persona speciale. E ciò fa sentire speciali, almeno per un'ora e 38 minuti!




giovedì 11 aprile 2013

I Love Books: 46. Nanà



Da tempo corteggiavo questo romanzo di Zola, poi ho letto Il petalo cremisi e il bianco ed è stata pura passione, allora mi sono detta "anche in Nanà la protagonista è una prostituta, magari trovo un po' della mia adorata Sugar fra le pagine parigine di quest'opera!".
Lo sconto del 25% sugli Oscar Mondadori ha fatto il resto.

Dico subito che mi è piaciuto solo parzialmente e che ho avvertito spesso l'alone deludente di "opera minore". Non ho  letto i grandi capolavori di Zola come Thérèse Raquin o Germinale, per cui non ho termini di paragone, ma nonostante ciò ho avuto la percezione chiara che Nanà non sia stato propriamente il momento di maggior grazia dello scrittore francese.

E' un'opera dal taglio molto teatrale e vivace, il dialogo incalzante e la frenesia del discorso diretto prevalgono sull'aspetto descrittivo e intimamente narrativo, la superficie scenica ha la meglio sulla profondità romanzesca.
Zola, com'è tipico della corrente letteraria del Naturalismo, si limita a osservare e presentare un mondo senza aggiungere nulla, come fosse una ripresa live.
Il risultato di questa scelta è, soprattutto nei primi capitoli, quello di una grande confusione, di un accumulo scomposto e caotico di personaggi, o meglio di comparse, di cui non sappiamo nulla e che riempiono le pagine di chiacchiere sovrapposte e di traffico snervante.
Sembra di stare a teatro e in effetti l'incipit in medias res è collocato proprio a teatro, un tipo di teatro salace che mi ha fatto pensare più ad una commedia di Plauto che alla Parigi di fine Ottocento.

Le parti migliori per me sono state quelle meno corali e più focalizzate sul personaggio di Nanà, una figura di donna libertina e godereccia che mi ha fatto venire in mente la Marie Antoinette di Sofia Coppola sprofondata nel lusso più kitsch, un'arrampicatrice sociale mangia-uomini, una prostituta di alto livello, quella che all'epoca si definiva cocotte, in grado di dare l'estasi e di distruggere i suoi amanti.
Ci si diverte a seguire le trovate di questa donna bellissima e sfacciata e ci si fa beffe insieme a lei di quegli uomini, primo fra tutti il conte Muffat, che si mettono in ridicolo pur di averla, goffi fantocci instupiditi dalla lussuria.

Il pregio più grande di Nanà è a mio avviso l'audacia, la forza scandalosa che, se si pensa all'epoca in cui è stato scritto (uscì nel 1880), risulta ancora più coraggiosa ed osè. Zola usa un linguaggio esplicito senza alcun tipo di inibizione autocensoria, non teme di dire certe cose e di mettere letteralmente a nudo certi tabù.
Attraverso Nanà, ma soprattutto attraverso gli uomini che ronzano ossessivamente intorno a Nanà, mostra tutto il marcio e il degenerato della Francia del Secondo Impero di Napoleone III, una società decadente e involgarita, che ha perso classe e si è lasciata andare al vizio.
Da questo punto di vista è un romanzo molto forte, ricco di chiavi di lettura e spunti di riflessione, primo fra tutti quello universale sul potere distruttivo del desiderio sessuale maschile.

Per il resto e per quel che riguarda lo stile, non mi ha fatto impazzire, l'ho letto con rapimento alternato, ho trovato maldestri certi capitoli e ne ho amati altri; mi ha fatto compagnia per una settimana, ma Nanà non è riuscita a trovare un posto considerevole nel mio universo personale di eroine letterarie.

lunedì 8 aprile 2013

3X1: ParaNorman/Ralph Spaccatutto/Le 5 leggende



ParaNorman (di Sam Fell e Chris Butler, 2012) è un gioiellino stiloso in stop-motion creato dalla Laika (la stessa di Coraline), è un film dell'orrore con tutti i crismi travestito da film d'animazione, è dedicato quasi più agli adulti e agli appassionati del genere che ai bambini con i cestelli di pop corn.
Mi sono divertita moltissimo a vederlo, ho apprezzato molto il suo piglio scanzonato e beffardo rispetto all'adesione attenta al mondo dell'infanzia, il suo esagerare in certe situazioni e scene senza paura di far paura, il suo citare film horror dal trash al zombie, da Lamberto Bava a Romero, con grande classe e ironia.
Insomma, per i più piccoli c'è poco da prendere e poco da ridere, la patina dark e cimiteriale è molto forte, ma non lo è alla Tim Burton, con profondità malinconica, bensì in modo volutamente stereotipato e basic, con continue strizzatine d'occhio allo spettatore e irresistibili buffonate da b-movie.
Consigliatissimo!



Ralph Spaccatutto (Wreck-It Ralph, di Rich Moore, 2012) ha una sceneggiatura molto bella secondo me, una delle più originali che la Disney abbia mai sfornato, ricca di inventiva non comune.
E' uno dei film d'animazione più geek e nerd del grande colosso americano, sia a livello di contenuti che di stile grafico-visivo.
L'idea che i personaggi dei videogiochi abbiano una vita al di fuori del loro videogioco è geniale, così come la trovata che ogni videogioco sia un po' un lavoro da cui staccare a fine giornata e alla chiusura delle sale giochi.
Il protagonista Ralph si stanca di dover sempre essere il cattivo che spacca tutto e vuole calarsi nei panni dell'eroe, così prova a fare esperienza dentro altri videogiochi innescando reazioni rocambolesche.
Ne viene fuori un film movimentatissimo e mai noioso, cromaticamente stimolante, esaltante e a più livelli come una partita col Nintendo (scusate l'anacronismo, ma ero bambina nei primi anni '90!). Divertente, con qualche incursione obbligata nel dolciastro (in senso letterale!), ma senza la solita etichetta infantile della Disney.
Piacevolissimo!


E per finire Le 5 leggende (Rise of The Guardians, di Peter Ramsey, 2012) della Dreamworks, il più elegante dei tre, ma per quel che mi riguarda il meno divertente.
Gli effetti speciali sono raffinatissimi, la regia è magistrale così come la sceneggiatura, lo zampino stilistico di Guillermo Del Toro (qui in veste di produttore esecutivo) si percepisce e le musiche di Alexandre Desplat rendono tutto ancora più sofisticato e autoriale; sotto questi punti di vista Le 5 leggende è un filmone d'animazione di livello altissimo, di fattura pregiata.
Personalmente l'ho sentito più dedicato esclusivamente all'infanzia rispetto ai due film sopra, e non a caso i cinque protagonisti sono creature leggendarie ad uso e consumo dell'immaginazione infantile e molto lontani da ogni forma di disincanto adulto. Se l'avessi visto opportunamente durante il periodo natalizio forse la magia avrebbe contagiato pure me, ma in una sera qualunque d'aprile il mio incanto si è limitato all'aspetto esteriore del film.


venerdì 5 aprile 2013

Serie tv mon amour: 23. Girls (seconda stagione)


Ho finito ieri sera di vedere la seconda stagione di Girls e devo ancora capire come farò a vivere senza per dei lunghi mesi.
Ho un rapporto di dipendenza vitale da questa serie, la considero geniale, un prodotto innovativo, spregiudicato, esteticamente anticonformista, qualcosa di estremamente familiare e amichevole per me.

Questa seconda stagione ha un tocco più malsano e sofferente rispetto alla prima, parla di disagio in maniera meno autoironica e buffa, flirta con la solitudine e l'alienazione, può addirittura risultare disturbante.

Hannah, che era incasinata lavorativamente e sentimentalmente già nella prima, in questa seconda stagione si lascia toltalmente andare, è un'anima in pena sessualmente troppo facile ed emotivamente troppo difficile, un concentrato di isteria, malinconia, tic nervosi. Tenera, ma ache un po' insopportabile, un tipo di giovane donna sempre più in crisi in cui è, ahimè, facile rispecchiarsi.

La vediamo praticamente sempre nuda, molto più rispetto alla prima stagione, e questo è per me il valore aggiunto e non comune di Girls, la sua forza provocatoria: il corpo di Hannah è un tripudio di morbidezza cellulitica, di grasso abbondante e poco aggraziato, è quel tipo di nudo pittorico dell'arte classica che oggi è considerato bruttezza, eppure Lena/Hannah sembra voler quasi esagerare nel mostrarlo, sembra voler lanciare un messaggio di liberazione e di autostima estremizzata, di rivoluzione indie rispetto ai canoni estetici imperanti e francamente noiosi.
Non ci si annoia mai guardando un corpo di questo tipo, ci si diverte come se si assistesse alle birbonate di una monellaccia spudorata, sgradevole eppure irresistibile.

Chiaramente si tratta di una stagione molto Hannah-centrica (c'è perfino una puntata in cui vediamo in scena solo lei e nessuna delle altre girls); Marnie, Jessa, Shoshanna sono sempre presenti, così come Adam, Charlie e Ray, ma la presenza di Hannah è sempre più forte, reclama più spazio e attenzione, una maggiore elaborazione e una più seria introspezione.
Adoro il suo personaggio e quindi per me è stato un bene.

Per quel che mi riguarda, è stata una stagione strepitosa, più ribelle e stronza della prima, più istintiva nella sceneggiatura, degna di nota per alcune puntate, vagamente fastidiosa in altre, ma, nel complesso, puro talento, inventiva sopra la media e oltre la normalità, acume da invidiare.

meritatissimo <3