mercoledì 29 maggio 2013

Serie tv mon amour: 24. Bates Motel



Finita la prima stagione di Bates Motel, una serie che mi aveva creato prime impressioni davvero promettenti e che ha perso un po' di smalto strada facendo.
Non che si sia rovinata del tutto, ha solo diminuito piano piano quell'incantesimo seducente dato dalla sua illustre derivazione filmica.
Nonostante ciò resta una serie di innato fascino, molto carismatica a dispetto della sua imperfezione.

Il suo punto di forza a mio parere sono gli attori protagonisti.
Vera Farmiga nel ruolo di Norma Bates è una perfetta, bisbetica, asfissiante madre, una di quelle donne che non hanno capito la differenza tra affetto e possesso, tra maternità e matriarcato psicologico. Una pazza scatenata insomma.
Freddie Highmore è la vittima (o la causa?) di tale rapporto malsano ed è un bravissimo Norman Bates, un po' nerd sociopatico, un po' ragazzo indie romantico, in ogni caso un portatore insano di rabbia implosa pronta a esplodere.

Il fatto che non si sa mai chi dei due sia più disturbato, qual è il confine tra l'autocontrollo di uno e il delirio dell'altro, rende questo tandem di personaggi a dir poco perfetto e degno dei veri hitchcockiani Norma e Norman Bates.
Anche il resto del cast non scherza e i personaggi coinvolti nelle vicende dei Bates sono ben assortiti e intriganti.

Ci sono però delle cose che non mi hanno convinta.

Innanzitutto quella sorta di aria vintage fuori luogo e anacronistica che traspare dall''estetica generale della serie: Norma ha uno stile che sa di retrò non riuscito, i suoi vestiti da simil-casalinga anni '50, la sua auto d'epoca, il suo tipo di investimento economico old-fashioned, non convincono rispetto alla contemporaneità del racconto. Sarebbe stato più logico ambientare la serie negli anni dello Psycho originale o attualizzarla completamente. Questa specie di via di mezzo non la condivido, è uno strano ibrido.

C'è poi un'ingenuità di scelte, delle trovate che a volte sono francamente ridicole, di uno sbrigativo quasi esilarante (senza spoilerare, cito solo la scena della vasca da bagno nella prima puntata, le successive vicende della cintura presa da Norman, fino ad arrivare alla scena madre dell'ultima puntata in cui le cose per Norma si risolvono con una facilità anti-tensione narrativa e ammazza-climax!).

Aggiungo anche che dovrebbe essere una serie psycho-thriller, piuttosto creepy, ma a dire il vero non crea molta tensione e brividi. Anche nelle scene più pericolose e a rischio balzo sulla sedia, è come se ci fosse un tono di fondo grottesco, quasi comico. Le reazioni più estreme e violente di Norman e Norma (soprattutto di quest'ultima) sono talmente eccessive da sconfinare nel buffo parossismo, sono perfomance attoriali notevoli ma troppo attoriali.

Insomma, nel complesso Bates Motel è una serie tv che fa piacere vedere, non tanto per la genialità o la brillantezza della sua organizzazione, nè per il suo stile, ma per quel grande fascino che emana, per quella figaggine a priori data dall'essere legata in qualche modo a Psycho. Una sorta di stregata luce riflessa che calamita l'attenzione e fa chiudere un occhio sui difetti.




sabato 25 maggio 2013

I Love Books: 49. La porta


Non avevo mai letto nulla di Magda Szabò, l'Ungheria non è mai rientrata nella geografia delle mie letture.
Un po' per caso, un po' perché vado spesso alla ricerca di letteratura femminile autoriale, ho comprato La porta fidandomi dell'entusiasmo della quarta di copertina, incrociandolo con le (rare) 4 stelle e mezzo di Anobii e con la frase categorica "il capolavoro della più grande scrittrice ungherese contemporanea".

Se dovessi definire in una sola parola questo romanzo direi che è ermetico, non perché di prosa o stile difficile, tutt'altro, ma perché non ne ho afferrato il senso pronfondo.
L'intento forse sì, ma il risultato finale e il valore davvero no. E' un libro che non sono riuscita ad "aprire" e che non ha dato vita ad alcun processo empatico. Proprio per questo l'ho trovato estremamente insulso.

La storia (autobiografica) è essenziale: il rapporto tra la scrittrice e la sua domestica di nome Emerenc, una figura di donna sui generis e di difficile gestione, che non permette a nessuno l'ingresso in casa sua - e nel suo intimo - e l'apertura di una porta in particolare.
Era proprio questo aspetto di inquietante semplicità ad avermi attratto e fatto presagire situazioni misteriose e un tipo di lettura tutta d'un fiato.
Questo tipo di premesse di solito regalano sorprese, colpi di scena, tensioni e scioglimenti di un certo livello: l'attesa del lettore è tutta concentrata su quella porta, sul segreto che vi si cela, sulla spiegazione dei comportamenti sfuggenti e misteriosi di Emerenc.

Ma si rimane delusi e perplessi, perché le motivazioni sono labili e sfuggenti, sono da intuire più che da leggere materialmente; da qui il senso di spiacevole vaghezza del racconto, di promessa spiazzante non mantenuta.

Tra l'altro ho provato pura antipatia per Emerenc, una donna quasi anaffettiva nella sua chiusura ai limiti dell'autismo, una vecchia rigida, severa, portatrice di una dignità fiera se non feroce, di una legge morale tutta sua e francamente pesante e sgradevole.
Emerenc ha sicuramente sofferto in passato, ha riportato ferite e preso batoste, almeno così suggerisce il racconto, ma ciò non basta a spiegare la sua maleducazione, la sua irritante e sistematica chiusura.
Così come inspiegabile è l'attaccamento e il forte amore di ogni persona, e di Magda in particolare, verso questa vecchia aspra e rigida come l'inverno magiaro.

Se a ciò si aggiunge un'atmosfera generale di nebbiosa tetraggine, di scenario ambientale e umano deprimente, di grigiume complessivo, capirete che La porta per me è stato tutto tranne il capolavoro che mi aveva annunciato la sua copertina.

Può darsi che voi troviate la chiave giusta per aprire La porta, io, dal canto mio, l'ho trovata sbarrata ermeticamente (e inutilmente, visto che oltre non c'era praticamente nulla!).

Ho scoperto solo dopo aver letto il libro che ne è stato tratto un film di produzione tedesco-ungherese dal titolo The Door (di Istvàn Szabò, 2012) con Helen Mirren nel ruolo di Emerenc, ma non credo proprio di potermi sorbire ancora quella donna!







mercoledì 22 maggio 2013

Il mio parere su Il grande Gatsby



Questo film è una megafesta di fine stagione cinematografica, un addio all'inverno filmico, con tanto di botti pirotecnici in notturna, che non ci si può perdere per nulla al mondo se si ama almeno un po' il cinema, soprattutto quello più sfarzoso e spettacolare. Ogni forma di intimismo e minimalismo è bandita vecchi miei!

Se pensate che l'organizzatore di questo party retrò-chic è Baz Luhrmann, capirete già prima di avervi preso parte, che si tratta di una giostra vorticosa, glitterata, eccessiva, affetta da gigantismo estetico e da un decadentismo struggente.

Personalmente avevo un po' timore di questo aspetto, il chiasso ai limiti del lisergico del folle Baz mi mette sempre un po' a disagio; sia in Romeo+Giulietta di William Shakespeare che in Moulin Rouge! i miei occhi erano stanchi di tutte quelle giravolte cromatiche e pregavano per avere un po' di sano e composto bon ton.

Questa volta però mi sono divertita, soprattutto da un punto di vista artistico-ornamentale, anzi Il grande Gastby è così elegante, bello, raffinato e malinconico da lasciare a bocca aperta, da calamitare irresistibilmente lo sguardo, come un quadro impressionista che irradia luce crepuscolare e affranta bellezza. E' un balsamo per gli occhi, un panorama di scintillante perfezione da regalarsi.

Tutto è ricercato, stiloso, attraente ne Il grande Gatsby, ci si sente sciatti e miseri, nella propria contemporaneità, rispetto alla classe dei personaggi, degli ambienti, degli abiti, delle pose, e mentre ci si bea di tanta eleganza, si viene presi da un'irresisitbile nostalgia vintage, da un forte desiderio di anni '20, epoca di balli, di lustrini, di fili di perle.

Dentro tutto questo involucro lucido e smagliante, c'è però anche un'anima calda e amara, c'è il romanzo di Fitzgerald in tutta la sua autentica durezza e dannazione, con tutto il suo senso di caduta e di fine tragica.
Ho letto Il grande Gatsby una decina d'anni fa e non è stata una lettura memorabile o formativa, ma credo di non avergli dato la giusta importanza e collocazione storica, per cui forse dovrei rileggerlo e capirlo meglio.

Quello che però ho amato anche allora di questo libro è la sua posizione distruttiva rispetto all'eden americano dei fiumi di dollari, rispetto alla convinzione che la ricchezza possa comprare tutto e risolvere tutto, convinzione che finisce nel sangue, ferita, uccisa. Pura e inesorabile smitizzazione del mito americano.

Il film di Luhrmann è fedele alla forza drammatica del libro e Leonardo Di Caprio è magnifico, riesce a fare di Gatsby un perfetto e autodistruttivo eroe romantico, a dargli la giusta dose di imponenza e fragilità.
Ottimi anche Tobey Maguire nel ruolo dello scrittore Nick Carraway, Carey Mulligan in quello della vanesia e triste Daisy Buchanan, Joel Edgerton in quello del marito di lei Tom Buchanan, e tutto il resto del cast, anche della più piccola comparsa.

Un plauso particolare va anche alla colonna sonora, che si sposa alla perfezione con lo stile del film.
Se penso ad una musica che faccia da cuore sonoro centrale de Il grande Gatsby, sia esso film o romanzo, mi viene subito in mente Lana del Rey, anche lei barocca, sfarzosa, carica, retrò; la sua voce sontuosa e romanticamente dolente in "Young and Beautiful" è sublime ed è complementare, fondamentale all'estetica generale dell'opera.
Peccato solo per i momenti musicali troppo attuali e discotecari (Jay-Z, tanto per dirne uno!), che spazzano via tutto il fascino del retrò, ma da uno come Baz Luhrmann anacronismi e scelte alternative come queste bisogna sempre aspettarsele e in fondo danno un po' di autoironia all'insieme!

Vorrei dire altre mille cose su questo magnifico film, ma mi sento come inadeguata a tanto sfarzo, a tale impeccabile cerimonia cinefila...
Godetevelo e basta!


sabato 11 maggio 2013

I Love Books: 48. Notre-Dame de Paris



Ci sono chiese dalla facciata essenziale, campestre, dimessa; ce ne sono altre dall'aspetto più cittadino ed elegante, e poi ci sono cattedrali di imponenza fastosa e struggente, da manuale di Storia dell'arte, che quasi atterriscono chi le guarda.

Ecco, Notre-Dame de Paris di Victor Hugo è quest'ultimo tipo di meraviglia, una cattedrale immensa, un libro-mondo a più livelli, a più stili, ricco, sovrabbondante, maestoso, studiato nei dettagli e da prospettive diverse, lavorato, cesellato, sublimato fino a renderlo qualcosa di sacro, di solenne.
Notre-Dame de Paris è il Romanzo in tutta la sua possente, magnifica, nobile espressione; pura delizia per il lettore, un tipo di piacere letterario squisito, appagante, corposo. Non una lettura qualunque, ma un'avventura parigina vibrante, passionale, fervidissima.

Devo ammettere che l'inizio della relazione (perché tale per intensità e trasporto è stata!) fra me e il libro non è stato fra i migliori: Hugo ama divagare, è spesso prolisso, lento e iperdescrittivo, con una lieve tendenza ad andare fuori tema e fuori dal cuore della vicenda per perdersi in considerazioni sui più svariati campi del sapere.
Eppure, superato il primo centinaio di pagine all'incirca, quello più a rischio di perplessità, il romanzo viene fuori in tutta la sua generosa bellezza e si fa respirare a pieni polmoni, si fa mordere avidamente, si dà pienamente al lettore e non smette mai di conquistare.

Se l'avessi abbandonato per mancanza di pazienza, mi sarei persa un autentico tesoro, una seduzione totalizzante, perciò vi consiglio di non farvi impigrire dalla logorrea di Hugo, dai lunghi capitoli sull'urbanistica di Parigi nel Medioevo o sulle complesse vicende architettoniche della cattedrale di Notre-Dame, di non sbuffare ai latinismi continui e alle considerazioni accademiche in stile Umberto Eco del sapiente Victor, perché vi lascereste sfuggire delle ore di meraviglia e di benessere bibliofilo puro.

E se pensate, come facevo stupidamente io, di aver già letto Notre-dame de Paris, pur non avendolo mai fatto, perché la sua fama iconica e commercializzata, i musical e i film Disney, hanno già detto tutto e svelato l'intimo della storia narrata, se credete di conoscere già Quasimodo, Esmeralda, Claude Frollo, vi sbagliate, perché quello che si sprigiona dal libro è una sorpresa, un mondo umano e sovraumano che solo leggendo e sfogliando le pagine, riuscirà ad entrarvi dentro e a palpitare davvero.

Non basta ammirare la facciata di Notre-Dame per coglierne la monumentale bellezza: bisogna entrarci dentro, salirci sopra, scoprirne i segreti, esplorarne l'anima.

Victor Hugo sarà lieto di farvi da guida!