lunedì 17 giugno 2013

I Love Books: 51. La trama del matrimonio




Jeffrey Eugenides è uno di quegli autori contemporanei che considero già classici, maestri assoluti dell'arte di scrivere e creatori di storie umanamente miracolose, coinvolgenti all'inverosimile, a rilascio prolungato.
Qualsiasi sogno personale di scrittura diventa insulsa velleità grafomane e si scoraggia di fronte alla forza creativa e stilistica di questo maestro.

Middlesex è un romanzo che mi ha fatto innamorare di sè e a distanza di anni ne sento ancora il riverbero emotivo e il fascino malinconico. Inutile dire che anche Le vergini suicide è stato un micidiale colpo di fulmine e al cuore per me, un tipo di libro dal carisma personalissimo e indimenticabile.

La trama del matrimonio mi ha risucchiato completamente nelle sue fila, l'ho letto tutto d'un fiato, con un trasporto diverso da quello dei due precedenti romanzi, forse con meno struggimento, ma con un piacere vorace.
La percezione netta del talento di Eugenides l'ho avuta di nuovo e stavolta si è manifestata in mezzo alla semplicità di una trama quasi elementare.

La tradizionale storia d'amore a tre, lui che ama lei che ama un altro, nella sua facile e usurata schematizzazione potrebbe sembrare un plot da quattro soldi, una regressione di Eugenides nel terreno del comodo letterario.
Basta leggere le prime pagine per rendersi conto che non è così.
Dentro La trama del matrimonio non ci sono solo Madeleine, Leonard e Mitchell nel loro circolare amarsi e non amarsi, ma c'è Jane Austen e Roland Barthes, il romanzo vittoriano e lo strutturalismo, c'è tanta letteratura, fiumi di cultura che hanno formato o deformato i tre giovani protagonisti, erodendo o levigando parti della loro persona in divenire. C'è la costruzione di sè attraverso i libri e ho trovato questo aspetto di un fascino pazzesco, un inno al lettore come creatore del proprio pensiero e ai libri come potenti compagni di vita.

Ho amato da morire l'umanesimo di questo romanzo, il suo continuo citare libri e autori, l'aura colta e raffinata di cui è ammantato; ho adorato il fatto che Madeleine fosse un'appassionata della Austen, di George Eliot ed Henry James e di tutta quella letteratura vittoriana che amo anch'io, mi sono sentita molto vicina a lei per formazione e passioni e mi è venuta una gran voglia di leggere Frammenti di un discorso amoroso di Barthes e di provare a decostruire l'amore come fa lui, come fa lei, come fa il romanzo di Eugenides.

Leonard con le sua depressione e i suoi sofisticati tormenti e Mitchell con il suo pseudomisticismo e i suoi viaggi spirituali per il mondo, sono due personaggi definiti in modo non scontato e non prevedibile, la verosimile controparte maschile di una figura femminile credibile e confortante come quella di Madeleine.
Il loro è un triangolo dal perimetro tradizionale, ma dall'area originale.

Se amate le trame del romanzo classico alla Jane Austen, ma anche le complicazioni teoriche di un'analisi strutturalista moderna, se avreste sempre voluto arricchire l'ingenuità retrò di quei romanzi con le complessità esistenziali dei giovani degli anni '80, questo romanzo fa per voi.
Se poi, come Madeleine e come me, siete stati studenti di Lettere e avete seguito un corso di semiotica sentendovi spiazzati ma anche fieri membri di un'elite critico-letteraria, allora La trama del matrimonio è la vostra trama ideale.

venerdì 14 giugno 2013

Il mio parere su Effetti collaterali



Sono una di quelle persone che legge sempre i bugiardini allegati ai farmaci e ne rispetta indicazioni posologiche e tutto il resto perchè teme gli effetti collaterali come fossero minacce inquietanti di reazioni paranormali. La secchezza della fauci, per esempio, mi fa venire in mente una trasformazione in bestia selvatica, ma questa è un'altra storia...

In Effetti collaterali (Side Effects, di Steven Soderbergh, 2013), protagonisti assoluti sono gli psicofarmaci, quelle pilloline dai nomi tecnici dentro tubetti plastificati che nei film americani vengono inghiottite quasi sempre senza acqua e con foga enfatica.

La protagonista umana del film, Emily (Rooney Mara), è tremendamente depressa e nemmeno l'uscita di prigione per insider trading dell'aitante marito (Channing Tatum) riesce a rinvigorirla e a distoglierla dai suoi ripetuti tentativi di suicidio.
E' a questo punto che si imbatte nello psichiatra Jonathan Banks (Jude Law) e nelle sue prescrizioni di farmaci antidepressivi di grande efficacia ma dalle strane e pericolose conseguenze.

Sono proprio questi effetti collaterali dai toni gialli alla Hitchcock a sconvolgere lo spettatore o forse è quello che succede dopo a ribaltare la prospettiva delle cose? E' la depressione e la sua cura farmacologica il vero argomento o è l'ingerenza affaristica delle case farmaceutiche e la psichiatria senza scrupoli?
Non posso aggiungere altro perchè scioglierei l'intreccio al posto vostro (un intreccio già di per sè facilmente solubile e prevedibile!).

Non mi è dispiaciuto come thriller, ha un'essenzialità di ritmo e di stile che rende l'atmosfera straniante al punto giusto, è intrigante in modo elegante e moderatamente sorprendente, e poi gli attori sono tutti molto bravi. Rooney Mara, che mi aveva già esaltata in un film lontano dai miei gusti come Millennium - Uomini che odiano le donne, qui è una conferma di talento forte e di bellezza fragile e super espressiva; Jude Law è un mio sogno erotico di vecchia data e lo trovo sempre raffinato nei suoi pochi ruoli ma buoni. Non male anche Catherine Zeta-Jones in versione dottoressa sexy in tailleur, occhiali e chignon impeccabile (credo che in una sequenza in particolare del film, in compagnia di Rooney, avvererà una fantasia voyeuristica ricorrente di molti uomini e donne...).

Tuttavia non posso dire che sia un filmone o che mi abbia tenuto col fiato sospeso. Se l'intento era quello di spiazzare, ci riesce sì, ma senza impegnarsi troppo nella ricerca del modo di farlo.
Trovo i film di Soderbergh sempre molto stilosi e ricercati, con un'autorialità facilmente riconoscibile, ma ho anche un lieve problema di noia latente quando li vedo, sensazione che anche in questo caso ha fatto da sottofondo altalenante alla mia visione.

Ad ogni modo, considerando che d'estate il panorama cinematografico è piuttosto deprimente, questo film, a dispetto del tema trattato e nonostante le sue pecche, non lo è affatto!



mercoledì 5 giugno 2013

I Love Books: 50. La controvita



E' solo il terzo libro che leggo, dopo Pastorale americana e Ho sposato un comunista, della lunga opera omnia di Philip Roth (me ne mancano almeno altri venti!), ma posso dire con ferma convinzione che lo stile di scrittura dello scrittore di Newark è una delle cose più elettrizzanti e ipnotizzanti che abbia mai avuto sotto gli occhi: è talento che trasuda dalle pagine e che galleggia nell'aria attorno alla tua area di lettura, facendoti percepire l'essenza pura del saper scrivere.
Sono quasi intimorita dalla sua maestria; mi ritrovo a leggere di cose molto lontane dalla mia zona esistenziale e culturale, come ebraismo e americanità, eppure vengo travolta da ondate continue di empatia e trasporto, perché la penna di Roth è un pungolo costante, schiaffi, pugni, qualche carezza, qualche risata, che non possono lasciare indifferenti chi legge.

La controvita (The Counterlife, 1986) mi è piaciuto leggermente meno rispetto agli altri due, che sono stati vere e proprie bombe emotive per me, è meno passionale e impetuoso, più teorico e metaletterario, ma si è trattato in ogni caso di una lettura molto intensa, ad un livello di profondità  e coinvolgimento davvero rilevante.

Non so bene come riassumere la trama, ma il suo titolo (che trovo molto suggestivo) ne racchiude bene il senso: la controvita è un diverso indirizzo dato alla propria esistenza, è come sarebbero andate le cose se non se ne fossero verificate altre, è un'ipotesi di vita alternativa contro quella reale, o forse è quella reale contro quella fittizia che sembra vera, insomma è una lotta per cambiare il proprio destino, è un piano B e C e D e così via, contro quello A prestabilito e incontrovertibile.

Dentro il romanzo c'è la vita di Nathan (l'onnipresente Nathan Zuckerman, alter-ego di Roth), di suo fratello Henry, e ci sono le loro controvite e le conseguenze di esse, strascichi che hanno a che fare per lo più con la sfera della religione, dell'appartenenza socio-culturale, del sesso e delll'amore.

Basilea, Giudea, In volo, Gloucestershire, Cristianità sono i cinque momenti di questa controvita, ma sono anche degli esperimenti letterari da parte di Zuckerman/ Roth, quasi prove di scrittura creativa (solo leggendo capirete!).

E' il romanzo di Roth più carico di questione ebraica che ho letto finora, ne è quasi ossessionato, non c'è capitolo in cui il rapporto del protagonista con il suo ebraismo laico non venga discusso, sofferto, urlato, ironizzato, e non c'è capitolo in cui questa tragicomica lotta non venga pienamente capita e condivisa dal lettore non-ebraico, in un processo di impeccabile e inspiegabile empatia.

L'elemento di quiete, la pastorale narrativa, non c'è mai in Roth, ci sono sempre vite (e in questo caso controvite) esasperate, arrabbiate, in rotta di collisione con qualcosa o qualcuno; c'è sempre questa atavica e travolgente onda d'urto, storica e umana, che sbatte forte e quasi stritola i protagonisti. Credo sia in questa voracità, in questa ferocia degli eventi e delle vite narrate che risieda il mio amore per Roth: ciò che scrive, anche ciò che è più volgare, lo sento come vero, caldo, doloroso, come esegesi perfetta della vita e delle sue laceranti contraddizioni ed è una sensazione intimamente consolatoria e stranamente liberatoria.