lunedì 29 luglio 2013

I Love Books: 54. 1Q84 (libro 1 e 2)


Io e Murakami Haruki (di cui ho parlato sempre con lo stesso incanto qui, qui, qui, qui e qui) abbiamo avuto il nostro primo e inaspettato litigio per colpa di 1Q84; nulla di troppo violento e irreparabile, ma di certo una notevole delusione per me inguaribile murakamiana.

Per la prima volta le stupefacenti doti ipnotiche di Murakami, la sua capacità divina di rendere spontaneamente magico il reale e reale la magia, di fornire evasione surreale in contesti credibilissimi e ovattati, sono venute a mancare e hanno avuto a che fare più con la banalità e la non credibilità che con la solita benefica incredibilità.

I difetti principali di 1Q84 mi sono sembrati soprattutto due: la prolissità e lo stile infantile.

I romanzi di Murakami non sono quasi mai brevi e rapidi, hanno spesso corpi voluminosi e una rituale lentezza nipponica, eppure non hanno nemmeno una pagina noiosa o pigra, tutto è ammantato di delicatezza e sogno e le pagine, anche le più minuziosamente descrittive, volano via spinte da un venticello perfetto di immedesimazione e curiosità.
Nel caso di 1Q84 invece, le più di 700 pagine sono un brodo allungato che di pagine ne poteva avere 300 al massimo, sono ripetitive, involute, ferme sempre sulle stesse situazioni.
Murakami ha tirato fin quasi alla rottura l'elasticità del plot, dilatandolo, diluendolo e togliendogli corpo e sapore; l'alternarsi ritmico dei capitoli su Aomame e di quelli su Tengo non serve ad accelerare l'andazzo imbranato e male ispirato del romanzo.

Riguardo allo stile, non so se è un problema di traduzione (anche se di solito Giorgio Amitrano è un maestro), ma mi è sembrato estremamente semplice e didascalico, dai toni infantili, con frasi brevi bloccate dai punti e nemmeno un po' di bella prosa ricca e ariosa.
Non che Murakami sia un letterato amante dei preziosismi, è più che altro un geniale narratore, ma di solito le sue parole dai toni perlacei incantano, sono intrecciate in pensieri semplici ma vibranti.
In 1Q84 la vibrazione emotiva non è arrivata e ho avuto per quasi tutta la durata della lettura la sensazione di avere a che fare con una favoletta sciocca dai dialoghi stupidi e ingenui, con un libro da spiaggia.
Ed è strano perchè per me Murakami non è uno scrittore da collocare nella superficialità estiva.

A queste due pecche aggiungerei anche l'abuso di scene di sesso come mero riempitivo.
Non so se Murakami fosse in astinenza durante la stesura del libro, ma ha infarcito le pagine di siparietti porno soft e di una lussuria (nemmeno troppo) latente e a tratti ridicola.
Qualche erezione c'è sempre nell'intimità dei suoi romanzi, ma qui è una situazione costante, imbarazzante.

1Q84 è forse il romanzo più ambizioso di Murakami, è quasi una saga e la divisione in 3 libri "rateizzati" amplifica questa sensazione, ma nella sua temeraria megalomania è, per quel che mi riguarda, il suo lavoro meno riuscito e meno profondo.
Si legge facilmente tutto e tutto d'un fiato, ma non lascia molte tracce interiori.

Aspetterò che il libro 3 esca in edizione economica prima di leggerlo, voglio proprio sapere come va a finire, ma sicuramente non fremerò nell'attesa e mi dispiace perché per Murakami ho sempre perso la testa e mai la voglia .

lunedì 15 luglio 2013

I Love Books: 53. Giro di vite


Dopo aver letto quell'opera d'arte di Ritratto di signora, sono andata subito a cercare tra i libri di casa mia un altro classico di Henry James, Giro di vite, che ho letto in età liceale e di cui avevo un ricordo vaghissimo.

A posteriori mi sovviene il perché di questa rimozione mentale: non mi era piaciuto e non mi è piaciuto, tanta incoraggiante fama di capolavoro e altrettanta delusione.

Innanzitutto non è un vero e proprio romanzo, ma un racconto e io con questa forma di narrazione breve ho un rapporto un po' freddo e diffidente, sono più per le opere-mondo lunghe e vaporose e per i tomi ben nutriti tendenti all'obesità.
Ad ogni modo ho (ri)letto Giro di vite senza alcun pregiudizio preferenziale, avevo anzi grandi speranze e pregustavo la riscoperta di un'avvincente ghost story vittoriana che per chissà quale motivo era diventata un fantasma nei miei ricordi.

Il motivo adesso lo so.
Lo stile di James è sempre elegantissimo e da questo punto di vista il racconto è un esercizio stilistico ottimo, una sontuosa miniatura di arte della parola, ma la storia narrata a mio avviso è insulsa, sviluppata poco e male, volutamente indefinita e indefinibile, caricata di un'ambiguità che a me è parsa semplicemente incompletezza.
Pertanto, se la lettura in sè è gradevole e "dorata", in grado di far provare una sorta di squisito coinvolgimento estetico-artistico, il coinvolgimento umano legato al contenuto della narrazione non mi è pervenuto. Nessuna paura, nessun soprassalto, nessun giro di vite troppo stretto e destabilizzante.

Non dico che avrei voluto vedere più orrore, siamo pur sempre a fine '800, si evoca senza mostrare, ma avrei desiderato vibrare di più alle parole di James e non limitarmi ad ammirare il suo stile, avrei voluto che i due bambini protagonisti, Flora e Miles, l'istitutrice, la governante, la tenuta di campagna di Bly, gli spettri di Peter Quint e Miss Jessel fossero tutti più suggestivi e temibili, più gotici e conturbanti.
Avrei voluto credere ai fantasmi e non solo all'eleganza di Henry James!

Giro di vite si può leggere in un paio di ore al massimo e invece me lo sono portata avanti per due giorni senza sentirmene attratta; e mentre continuo a pensare con incanto prolungato a Ritratto di signora e ai suoi personaggi, Giro di vite sta già evaporando, di nuovo, dai miei pensieri.

giovedì 11 luglio 2013

Il mio parere su Stoker



Non riesco a trovare le parole adatte per dire quanto questo film non mi sia piaciuto, quanto l'abbia trovato snervante, egocentrico, barocco, quanto la sua sovrabbondanza di stile e artificio registico mi abbia nauseato.

Non varrebbe nemmeno la pena parlarne, ma dato che si tratta di Chan-wook Park che con quel capolavoro pulp di vendetta, passione e tragedia greca che è Oldboy mi aveva conquistata, due considerazioni voglio farle.

Di base il regista sudcoreano ha una cifra stilistica sontuosa, di quelle che con certi punti di vista e movimenti di macchina ti fulminano e ti influenzano la salivazione, ha la tendenza ad estremizzare la bellezza di ciò che inquadra fino a renderla patinata e patetica. In Oldboy questa esasperata estetizzazione c'era, ma dava al contenuto violento del film un senso di solennità tragica, di nobilissimi pathos e thanatos, rendeva il manga orientale elegante dramma classico e non toglieva nulla all'azione.

Nel caso di Stoker, suo primo film americano e in inglese, la stessa ricerca della suggestione estetica diventa eccesso grottesco, finto e onanistico; la tecnica del regista non si dissolve armonicamente nel contenuto del film, ma fa continua mostra di sè fino a diventare l'unica ingombrante cosa percepita dallo spettatore.
In parole povere, per tutta la durata di Stoker non ho fatto altro che vedere la tecnica e non sono riuscita a sospendere l'incredulità, ho visto per tutto il tempo Chan-wook Park e il suo autocompiacimento e non il film.

La storia poteva essere figa e lo è se non fosse per i continui giochetti artistici del regista: India Stoker (una bravissima Mia Wasikowska), l'adolescente introversa e disturbata che sembra Mercoledì Addams, la morte improvvisa dell'amato padre, il rapporto con una madre vanesia e altrettanto disturbata (una Nicole Kidman di plastica che assomiglia sempre di più a Lana del Rey), l'arrivo improvviso di uno zio misterioso e letale (Matthew Goode), un triangolo di follia, perversione, implosioni ed esplosioni di violenza.
Il tutto con riferimenti sofisticati al cinema di Hitchcock, richiami simbolici al Dracula di Bram Stoker, una fotografia dal cromatismo barocco e una colonna sonora minimal e disturbante targata Clint Mansell e Philip Glass.

Non so a voi, ma a me il risultato finale è parso kitsch, troppo carico e poco funzionale al coinvolgimento.
Per carità, sono tutte suggestioni visive notevoli (la zoomata sui capelli color paglia della Kidman che senza soluzione di continuità diventano fuscelli al vento è di grande impatto), ma si guardano come singole opere d'arte in esposizione, sono messe lì in mostra per tutto il tempo e sembrano stare addosso e non dentro al film. Alla lunga stancano ed è un peccato.

Chan-wook Park, ritorna in Corea!



martedì 9 luglio 2013

I Love Books: 52. Ritratto di signora



Spesso i film tratti dai libri mi allontanano dai libri, sono dei mega spoiler animati che non lasciano spazio al piacere letterario autonomo, dei ladri di pagine arrivati prima di me al bottino.
Se riesco a leggere un libro per poi vederne con curiosità la trasposizione cinematografica, mi riesce più fastidioso il contrario. La scoperta di ciò che leggo deve essere un'esclusiva tutta mia!

Tutto questo per dire che sono stata lontana degli anni da un'opera incantevole come Ritratto di signora di Henry James e la colpa è di Jane Campion e del suo film omonimo (peraltro magnifico anch'esso!).

Un giro random in libreria e la mia solita necessità fisica di classici ottocenteschi mi ha spinto verso questo romanzo che conoscevo ovviamente per fama e contenuto filmico, ma che non avevo mai deciso di leggere. Stupida decisione autolesionista!

La meraviglia che ho trovato in Ritratto di signora non risiede tanto nella sua trama: a ben vedere si tratta di una vicenda molto essenziale che non eccelle per complessità e originalità, la storia di una giovane donna americana trasferitasi in Europa alla ricerca di viaggi e libertà, dei suoi pretendenti, della sua improvvisa ricchezza e del suo matrimonio infelice. Pochi eventi, pochi sconvolgimenti, estrema dilatazione dei fatti.

Il piacere risiede in altro e ha a che fare con la scrittura aristocratica e pregiata dell'autore: lo stile di Henry James è a dir poco sontuoso, è un rincorrersi elegante e armonico di belle parole ricercate con attenzione umanista, il suo periodare è lussuoso, ampio, sofisticato, la sua prosa è di una bellezza commovente, è pura gioielleria della parola, è arte orafa della frase.

Per chi ama l'arte del leggere, ritrovarsi di fronte a più di 700 pagine di tale preziosismo è un'esperienza sublime, voluttuosa, una seduta di classe e accuratezza scrittoria, una lezione di stile; leggendo ci si appaga di tanta magnificenza e quasi ci si dimentica di curarsi della trama e dei personaggi.

Personaggi che all'interno di una sipario romanzesco semplice e quasi geometrico, hanno un'accuratezza psicologica raffinatissima e di tipo miniaturistico. Lo scrittore riesce a entrare nella mente di Isabel Archer e a tirarne fuori declinazioni e inclinazioni umorali e cerebrali, pensieri e stati d'animo vibranti, descritti con perifrasi davvero suggestive e dettagliate.
E fa questo non solo con la sua eroina, ma anche con tutti gli altri indimenticabili personaggi, con Ralph Touchett, Lord Warburton, Caspar Goodwood, Henrietta Stackpole, Madame Merle, fino ad arrivare all'orrendo marito di Isabel, Gilbert Osmond che col suo snobismo esasperato, descritto in modo strategicamente efficace, riesce a suscitare un'antipatia febbrile nel lettore.
D'altronde ognuno di loro ha un carattere, una sfaccettatura, un atteggiamento, in grado di creare in chi legge sentimenti ora di attaccamento ora di avversione, e mai, nemmeno per un attimo, di indifferenza.

Credo che il modo in cui sono cesellati i personaggi abbia del miracoloso in quanto a realismo psicologico e tridimensionalità.

Interessanti, brillanti, ironiche sono anche le riflessioni di James sul rapporto tra vecchio e nuovo mondo, tra la raffinata cultura europea e la pratica concretezza americana e sul passaggio dei personaggi dall'uno all'altro e viceversa. Ho trovato davvero divertenti e pungenti le considerazioni su Roma e l'Italia, principale sede geografica della vicenda.

Insomma siamo in presenza di un capolavoro; forse il libro più elegante che abbia mai letto, un ritratto di signora ma anche il ritratto del Romanzo: regale, robusto, ricco, raffinato.
Leggerlo è stata pura felicità.


lunedì 8 luglio 2013

Il mio parere su Tutti pazzi per Rose



Sono tornata da poco da Parigi e mi porto ancora addosso quell'innata aura retrò della città, quel sentore delizioso di belle époque che rende il ritorno al panorama di provincia estremamente malinconico e stridente, volgarmente contemporaneo.

Una commedia come Tutti pazzi per Rose (Populaire, di Régis Roinsard, Francia, 2012) era quello che mi ci voleva per ritrovare parte di quel classico stereotipo francese che tanto stereotipo non è, quel romanticismo stucchevole ed estremamente gradevole agli occhi come un macaron rosa fucsia.

La cosa che mi è piaciuta in questa commediola fresca e sbarazzina è il suo essere un modello perfetto di commedia anni '50-'60: non recupera il passato in chiave moderna, ma è una vera e propria opera filmica di quegli anni, ha ritmo, dialoghi, situazioni, ingenuità tipiche dei film-fiaba hollywoodiani con Audrey Hepburn. Il 2013, eccezion fatta per una scena di sesso completamente e modernamente fuori luogo, sembra un futuro lontano ed è questa graziosa e perfetta sospensione temporale la grande magia vintage di Tutti pazzi per Rose.

La storia di per sè è sciocchina e naif, la canonica ragazzotta di provincia che sogna l'emancipazione e qualcosa di più della bottega del padre e che, da goffa segretaria principiante, si scopre campionessa di dattilografia, il tutto attraverso l'ovvia mediazione di una figura maschile un po' tenebrosa che finisce con l'innamorarsi di lei.

Però tutto è così grazioso, elegante, dai toni pastello che ci si dimentica di storcere il naso di fronte alla banalità del plot e alla leggera idiozia del film e ci si ritrova piacevolmente indietro di mezzo secolo, tra gonne vaporose e chignon perfetti, macchine da scrivere d'antan e occhiali da vista da gatta, buffe competizioni femminili a colpi di tasti e divismo alla buona.

E' la stessa protagonista Déborah Francois nel ruolo di Rose Pamphyle il pasticcino del film, una sorta di Amelie Poulain d'epoca più monella e svampita, di figura femminile alla Mad Men ma molto più candida e autoironica. Ha le fattezze leggiadre di Audrey, la malizia bionda di Marylin e tutte le carte in regola per diventare un'icona patinata, dentro e fuori dal film.

In Tutti pazzi per Rose Parigi a dire il vero si vede poco, ma l'atmosfera del film, così stilosa, luminosa e rosa, è la fraganza perfetta dell'incantevole città francese e riesce facilmente a inebriare.