lunedì 30 settembre 2013

Il mio parere su The Bling Ring



E così ho visto The Bling Ring e ho avuto conferma del mio squallido presentimento e cioè che fosse un film da fashion bloggers, da instagramers, da adolescenti social che vanno a vedere film commerciali agli Uci Cinemas, da gente che usa gli hashtag per comunicare; che fosse una pellicola mediatica con sponsor e campagne pubblicitarie di convenienza e poca anima e indipendenza.

Che fine ha fatto la tua sublime e straniante indie-tudine Sofia? Le tue atmosfere sospese e la musica sopraffina? Dov'è finita la tua cifra stilistica bon ton, il tuo gusto essenziale e le tue storie travagliate immerse in una malinconia chic e in un dolore delizioso, in una bellezza appagante per gli occhi e significativa per la mente?

Le licenze di vanità e le frivolezze non sono mai mancate nei film della Coppola, il tocco glamour ed estetizzante è il suo marchio di fabbrica, ma The Bling Ring è totalmente vano e frivolo, è tamarro, stupido e noioso, un susseguirsi concentrico di siparietti sempre uguali e prevedibili.
Si potrebbe sintetizzare così: "Andiamo a casa di...(nome di un vip a caso); cerchiamo l'indirizzo su Google Maps; rubiamo qualcosa e andiamo via a sniffare coca in un party cool e a farci le foto da poser con gli smart phone", il tutto ripetuto 4-5 volte. End of story.
E' un film privo di grazia, di quel magnifico snobismo visivo e sonoro che mi ha fatto tanto amare il cinema ben etichettato di Sofia, le sue vergini suicide, le sue creature perse in Giappone, le sue regine rock che mangiano pasticcini rosa cipria.
Non ha classe, non ha eleganza, è una robaccia iper-pop e a tratti hip hop, sembra un video di Mtv, di quelli con i rapper di colore e le collanazze col ciondolo a forma di dollaro, sembra una puntata di Gossip Girl, una pagina di Cosmopolitan. Orroreeeeeee.

E poi mi è sembrato anche piuttosto datato: Paris Hilton non interessa più a nessuno, fa troppo primi anni 2000, idem Lindsay Lohan, sono degenerazioni (dis)umane di soldi e fama che non colpiscono più nessuno, sono patetiche, fuori moda, e tutto quell'indugiare della regista sulle loro cabine armadio, sulle loro valanghe di scarpe, vestiti e ciarpame di lusso è francamente un po' ingenuo e anacronistico, una decadenza dell'eleganza che nel 2013 lascia indifferenti. Proprio come la storia vera e tutt'altro che interessante di questi ladri di vip.

Qualcuno potrà tentare un'analisi interiore di questo film e dire che la sua superficie pacchiana rispecchia la superficialità del giovane gruppetto di protagonisti, il loro essere alla deriva, che il vuoto del film è la proiezione del vuoto di questi adolescenti viziosi e materialisti. Tutto ciò mi può pure star bene, ma se analizziamo il film in sé, la sua capacità di intrattenere, il suo intreccio, il suo racconto allo spettatore, ci troviamo di fronte al nulla, a un'ora e mezza di piattezza emotiva, ad un furto di soldi, tempo e senso.
Non lo definirei nemmeno un film, sembra più un documentario per un canale giovanile, un assemblaggio di scene di repertorio, senza analisi, senza psicologie, senza niente. Un po' come l'articolo di Vanity Fair da cui è tratto.

Io amo Sofia Coppola da sempre, ma The Bling Ring, mi dispiace dirlo, è la sua caduta, il film che non avrebbe mai dovuto fare, il suo momento di inquietante inconsistenza registica.

E no, Emma Watson, di cui si è tanto parlato per la scena di lap dance, non risolleva la media del film, nemmeno quella estetica, perché la sua Nicki è una gran tamarra.


mercoledì 25 settembre 2013

I Love Books: 57. Oblomov



Non so se sia il rigore termico, la vodka in circolo nelle vene o un dono genetico particolarmente diffuso da quelle parti nell'800, ma i romanzieri russi hanno una capacità narrativa pazzesca, passionale.
Ti immagini prose rigidissime e racconti gelidi, temi la sconfinata mole sovietica di quei tomi e il loro peso grigio piombo, e invece, una volta iniziata la lettura, ti ritrovi di fronte, o meglio dentro, a dei mondi di descrizioni, introspezioni e proiezioni di perfetta succosità romanzesca, di sublime, scorrevole, purissimo racconto. Ti trovi faccia a faccia con l'arte del narrare e ne trai sommo piacere, ne fai strumento di salvezza.

Finora mi ero concessa qualche amabile e soddisfacente seduta di Tolstoj e Dostoevskij, ma leggendo Oblomov ho aggiunto Gončarov alla lista di spacciatori russi di emozioni da lettura.

Leggere Oblomov è stato catartico, benefico, una seduta di autoanalisi fatta di continue scosse, empatie e rivelazioni, di richiami personali, identificazioni e reazioni emotive. E' stata una lettura utile oltre che bellissima.

Ma chi è Oblomov?
Oblomov è il tipo di protagonista che non ti aspetteresti perché non ha alcuna dote da protagonista, è l'eroe tragico(comico) con la minor dose di eroismo mai registrata in un romanzo, è un inetto, la personificazione della pigrizia, dell'accidia, dell'immobilità, è un uomo perennemente in vestaglia e pantofole, spalmato sul divano, in overdose di ore di sonno, in totale e quotidiana abulia. Non sa e non vuole far nulla, ha paura di fare qualsiasi cosa e così si lascia affondare in un denso e confortante nulla, in una dimensione vigliacca ma distensiva di non-vita.
Non è un depresso perché nella sua bolla domestica di inattività si trova bene, mangia con appetito, dorme di gusto, riceve degli amici e quando è in solitudine sogna un futuro bucolico, una vita poetica fatta di serena quiete campestre, di dolcissima stasi, di pacifica bellezza.
Non c'è aridità nel suo cuore; Oblomov è solo affetto da quello che il suo amico Stolz chiama "oblomovismo".

Oblomov è un uomo-paradosso, simbolo di una lunga pagina della società russa, di una realtà di proprietari terrieri sfaccendati e inerti che lasciano alla servitù della gleba il compito di lavorare per loro; Oblomov è la nobile Russia rurale e patriarcale che nel non fare e nel delegare ha dimenticato come si agisce, come si vive. Oblomov è lo spirito di iniziativa in paralisi.

Al di là del simbolismo storico e della critica di Gončarov verso l'istituzione della servitù, Oblomov è un tipo umano che ha tanto da dire al lettore più sensibile, ha una psicologia interessantissima, profonda.
Oblomov ti apre gli occhi e ti fa capire che saper stare al mondo non è affatto facile come si pensa, non è cosa per tutti; con i suoi dissidi, le sue crisi, i suoi tentativi di apertura e i repentini ritorni alla chiusura, ti fa interrogare su cosa sia davvero la vita. Ed è anche per questo che Oblomov è un romanzo preziosissimo.
Se avessi una cassaforte in casa lo custodirei lì dentro.

Chi o cosa può scuotere Oblomov dal torpore esistenziale? Ovviamente l'amore, ma a quale prezzo? Cosa comporterà amare la bella e vitale Olga? Come può un uomo affetto da oblomovismo farsi trascinare nelle acque agitate e antistatiche dell'amore? Quali le conseguenze?
Lo scoprirete leggendo il romanzo e io vi consiglio vivamente di farlo.

Per quel che mi riguarda Oblomov è uno di quei libri che continuano a parlarti anche una volta chiusi e riposti nello scaffale, ha un'aura, un'anima, e se lo leggi bene, nel periodo giusto, magari proprio sulla soglia critica dei 30 anni, può anche cambiarti, in meglio.

"...Aveva compiuto i trent'anni e non aveva fatto un solo passo avanti in nessuna direzione e stava ancora sempre al margine della sua arena, allo stesso punto in cui si trovava dieci anni prima.
Si disponeva e si preparava sempre a cominciare a vivere, si disegnava di continuo nella mente il quadro della propria vita: tuttavia, a ogni anno che gli passava rapidamente sul capo, doveva cancellare e mutare qualche cosa in quel disegno." (pag. 77-78)

"Egli finì col mettere pigramente una croce sulle speranze giovanili che lo avevano deluso o che egli stesso aveva deluse, su tutte le tenere, care, luminose memorie, per le quali a taluni il cuore batte fin sulle soglie della vecchiaia." (pag.83)

martedì 24 settembre 2013

Serie tv mon amour: 25. Orange Is the New Black



Orange Is the New Black è la mia nuova ossessione, la mia galera, il mio colore preferito: ho finito ieri sera la prima stagione raggiungendo picchi di fanatismo massimo, e non vedo già l'ora di tornare tra quelle sbarre, in quella gabbia di matte straordinarie.
Aspettare la seconda stagione sarà come scontare una pena.

Questa serie (trasmessa in streaming da Netflix e ispirata al libro di memorie di Piper Kerman) ha il brio vitaminico dell'orange e la cupezza del black, è esuberante, su di giri, maleducata, volgare, ma anche triste, deprimente e asfissiante; è frivola, sboccata, a tratti demenziale, ma fa anche riflettere e commuovere.
L'ho adorata perché è estremamente viva e coraggiosa, perché è femminile ma non teme la più rude mascolinità, perché è ambientata in carcere ma è liberatoria, perché è divertente, perché i personaggi sono caratterizzati con esilarante furbizia e le attrici sono tutte delle mattatrici.

E' un micromondo dalle mille facce e dalle mille storie, un campione di esistenze più o meno andate a male da cui ci si fa intrigare e ammanettare all'istante.

La protagonista è Piper Chapman (interpretata da Taylor Schilling), aria sofisticata da bionda wasp newyorkese, un passato da lesbica e un presente da etero (il suo fidanzato Larry è Jason Biggs), una pena da scontare di 15 mesi per aver fatto da corriere della droga dieci anni prima per conto della sua fidanzata di allora Alex (Laura Prepon), anche lei detenuta nella stessa struttura carceraria.
Il suo è un personaggio grandioso, un pesce fuor d'acqua che nel processo di trasformazione a squalo gagliardo della sopravvivenza galeotta ne farà di ogni sorta e diventerà un mito, una pazza scatenata.

Non è solo lei a rendere carismatica questa serie, tutt'altro: c'è un lungo elenco di macchiette per cui lo spettatore perde la testa e ogni forma di possibile serietà. Tra le figure più inquietanti segnalo Crazy Eyes, Pennsatucky, Yoga Jones, Big Boo e il secondino baffuto Mendez; tipo così grotteschi e sopra le righe raramente si vedono in una serie tv, forse solo in Misfits e poco altro.

Tra oscenità lesbo, risse sghangherate, vendette da quattro soldi, alleanze cameratesche, giochi di potere e codici di resistenza gattabuiesca, farsi ingabbiare da questa serie è facilissimo.
I flashback sul passato delle detenute e sulla loro vita prima del carcere rendono il racconto complessivo della serie ancora più avvincente e umanamente molteplice, una continua scoperta.

Rinunciare alla propria libertà e a qualche ora d'aria per vedere davanti al pc Orange is the New Black è d'obbligo: vi assicuro che il carcere non è mai stato così esaltante.






venerdì 13 settembre 2013

I Love Books: 56. 22/11/'63


Quando, specialmente subito dopo letture impegnative, cerco un tipo di lettura "di riposo" che abbia a che fare più con l'entertainment che con la letteratura vera e propria, mi rivolgo al Re, al maestro dell'arte furbastra di acchiappare il lettore, risucchiarlo e sputarlo via solo a fine libro.

King è quasi malefico in questo senso, è una sorta di scaltro stregone, di genio bastardo dell'editoria in grado di ipnotizzare dopo poche pagine; fa quasi rabbia per questo suo innato talento, fa quasi paura.
Nei suoi mondi provinciali americani orrorifici, malsani e misteriosi c'è spazio per tutti, dal lettore più commerciale e targetizzato a quello più colto e snob. Non c'è scampo per nessuno.

22/11/'63 è il tipico marchingegno kinghiano di vastissima fantasia e perfetta lavorazione dell'intreccio, di surreale ad altissima credibilità e di reale di facilissima empatia. E' un mondo di ingranaggi di scrittura perfetta, sfacciata, sempre padrona di sè e padrona del lettore.
Rispetto ad altri suoi romanzi (per quel che mi riguarda, e per quel poco che ho letto di suo, al momento la sua pietra miliare insuperabile è IT, ma mi riservo di leggere altro) la componente horror è assente e questo ne fa un po' un'opera sui generis rispetto al marchio di fabbrica del maestro. A dire il vero non mancano momenti sanguinolenti e descrizioni accurate di lacerazioni corporee, non sarebbe King altrimenti.

Il contesto prevalente è però quello storico-politico, mescolato alla tematica fantascientifica dei viaggi nel tempo: un insegnante del Maine del 2011, Jake Epping, attraverso un buco temporale e sotto mentite spoglie, deve andare indietro negli anni '60 e impedire (tra le altre cose) l'assassinio di John F. Kennedy per mano di Lee Oswald, annullando così tutte le  sanguinose conseguenze di questo grave momento storico. 
Tutto quello che c'è in mezzo tra la svolta retrò del protagonista e l'arrivo del giorno dell'attentato è prevalentemente vita quotidiana ora tranquilla ora turbolenta, preparazione e amore.

22/11/'63 in fondo è una grande, travolgente e travagliata storia d'amore, un po' troppo patetica e straripante per i miei gusti letterario-sentimentali sobri, un po' troppo da cinematografia lacrimosa.

E' anche una riflessione sull'ineluttabilità del passato e sull'inflessibilità del tempo che se viene toccato e manomesso può reagire in modo violento. Fuor di metafora, nulla accade per caso e ciò che accade doveva accadere. L'ovvietà, praticamente.

Io 22/11/'63 l'ho trangugiato con discreta velocità e con estrema facilità, ci sono entrata dentro e non mi sono dovuta sforzare nemmeno tanto per accantonare il raziocinio e sospendere l'incredulità; d'altronde, si sa, la scrittura di King è un potente annientatore di razionalità.
Eppure non mi ha folgorato, non mi ha fatto innamorare nè mi ha turbato, a dire il vero ho trovato qua e là sentore di banalità e di sciocchezza, di faciloneria piaciona e commerciale, di frasario sentimentalista da diario del liceo. E pure qualche pagina di troppo che poteva benissimo finire nel cestino del desktop di King.

E' anche vero che cercavo un libro facile e marpione da cui farmi sedurre senza troppe implicazioni intellettuali e in questo senso, 22/11/'63 è un libro perfetto, appagante: lo mordi, ti morde e poi fuggi, affamata di nuovo di qualcosa di più "pesante".

lunedì 9 settembre 2013

Il mio parere su Il mondo di Arthur Newman


Durante la visione di Il mondo di Arthur Newman (Arthur Newman, di Dante Ariola, 2012) mi sono chiesta: "Diamine, ma qualcuno ha letto la sceneggiatura di questo film?", perché la sedicente sceneggiatura in questione è un abbozzo incompleto e indeciso, privo di una direzione precisa, di incipit, climax ed excipit ben tracciati, sembra un appunto scheletrico che andava sviluppato e che non si ancora bene dove sbocchi e perché.
Il risultato è che Il mondo di Arthur Newman sembra più un'idea che un'opera compiuta, più una clip del film che il film fatto e finito.

Quando ho visto che gli attori protagonisti erano Colin Firth e Emily Blunt, complice anche la lunga estate di nulla filmico, mi sono fiondata al cinema: lui ha un'allure seriosa da uomo di mezza età che non lascia scampo, lei è un'attrice poco utilizzata ma quasi sempre ben utilizzata dal cinema contemporaneo, e la trovo adorabile.
Entrambi belli, bravi e britannici, una coppia filmica nuova e di accostamento non scontato che non mi potevo certo lasciar sfuggire.

Insieme mi sono piaciuti moltissimo, ma solo estraendoli dal contesto zoppicante e insicuro del film, più in assoluto che contestualmente, più per appagamento iconografico personale che in quanto attori de Il mondo di Arthur Newman.

La storia di una sorta di Adriano Meis/fu Mattia Pascal americano mi sembrava attraente, la promessa di una trama condita di mistero, avventure e disavventure neoesistenziali; peccato che il regista abbia solo tracciato le linee di contorno senza colorare e accendere il contenuto, senza quasi riempire il contenitore del film che risulta così scarno, timido e lacunoso.

Tutto è troppo en passant, troppo sfuggente e allo spettatore vengono dati solo accenni, intuizioni, sunti poco approfonditi.
L'idea di vivere le vite degli altri, di rubare anche per poco identità e abitudini altrui, è sempre di grande fascino cinefilo-romanzesco e tutta la parte in cui i due adocchiano coppie, entrano nelle loro case e ne imitano l'esistenza (per lo più le abitudini sessuali!) poteva essere divertente, irriverente, il cuore mimetico e trasformista del film.
Ovviamente non è andata così perché tutto è sincopato e velocizzato, tutto rimane nella superficie di pochi frammenti e lascia a bocca asciutta chi cerca l'approfondimento.

Credo che il regista, che viene dal mondo rapido ed efficiente della pubblicità, abbia volutamente tagliato e sfoltito le fronde narrative del film, abbia asciugato i possibili canali di ridondanza e messo a tacere le parole a rischio di ovvietà. Gli è sfuggita la cosa di mano però, e a furia di non dire e non far vedere non dice nulla e non fa vedere nulla. O meglio, dice e mostra cose scontate viste in mille altri film (Mike/Emily Blunt è uno stereotipo, un tipo di ragazza interrotta da manuale) e fa troppi sconti su ciò che andava detto e mostrato (soprattutto su Arthur Newman/fu Wallace Avery e sul rapporto con la sua famiglia, i suoi affetti e la sua vecchia vita).

Così Il mondo di Arthur Newman diventa un film noioso, in cui la ricerca dell'essenzialità diventa mancanza di stile, narrazione e contenuto.
Solo i due attori protagonisti salvano il film dall'essere totalmente privo di identità, il nulla assoluto.



lunedì 2 settembre 2013

I Love Feltrinelli: 55. Middlemarch



Un mese esatto, per l'esattezza 29 giorni, non uno di più, non uno di meno, è il tempo lungo, lento e laborioso che ho impiegato a leggere e finire Middlemarch.

E' stata un'esperienza faticosa, tutt'altro che estiva e riposante, ma che soddisfazione e moto d'orgoglio arrivare fino in fondo, sfidare le lentezze, i punti morti, l'istinto di lasciar perdere l'impresa, vincere contro tali pigre bassezze per poi assaporare il gusto autentico e pregnante del romanzo vittoriano, il più emblematico dei romanzi vittoriani, più di ottocento pagine di inglesità ottocentesca, pane per i miei denti affascinati da tutto ciò che è albionico e dalle penne femminili d'epoca (per chi non lo sapesse, George Eliot è lo pseudonimo di Mary Ann Evans!).

Durante la lettura non ne sono stata cosciente, ma finito il libro mi è arrivata addosso fulminea e fortissima la consapevolezza di aver letto un capolavoro, una pietra miliare di grande valore, non solo letterario, ma anche antropologico, socio-politico e storico, una sorta di imprenscindibile manuale dell'età vittoriana e dell'umanità in genere.

Perché Middlemarch non è, come ci si potrebbe aspettare, il classico romanzo spensierato alla Jane Austen, carico di grazia e leggiadria, leggero e rinfrescante, ma un'opera impegnata e antiromantica: come dice il suo sottotitolo, "uno studio di vita provinciale", Middlemarch è un'analisi sulla provincia inglese della prima metà dell'Ottocento, sulle dinamiche sentimentali, sociali, lavorative, religiose e politiche di una serie di personaggi dell'epoca, creature tragiche o tragicomiche di varie classi sociali che attraverso matrimoni, affari, strategie, errori e istinti, cercano un posto e un ruolo nel loro microcosmo provinciale britannico, a Middlemarch per l'appunto, paesello di fantasia ma di grande realismo.

L'effetto è vasto, corale, ricco di umanità molteplice e prismatica; non ci sono veri e propri protagonisti romanzeschi (anche se Dorothea Brooke e Tertius Lydgate spiccano su tutti), ogni personaggio ha una sua vicenda pregnante, che sia un matrimonio sbagliato, un problema economico o un segreto da custodire.
Ci si appassiona a questi soggetti e si empatizza straordinariamente con le loro vicissitudini semplici e credibili, tutt'altro che romanzesche e idilliache, prive dell'obbligo dell'happy ending e della furba strizzatina d'occhio al lettore, vivaci e veraci come la vita reale, tutt'altro che datati.
Virginia Woolf* definì Middlemarch "un libro magnifico, che, malgrado le sue imperfezioni, è uno dei pochi libri inglesi veramente per adulti".
Un romanzo serio e impegnato insomma, oserei dire politico.

Quali sono le imperfezioni secondo me? Il suo essere lento, tendente spesso all'involuzione, al ghirigoro verbale, ad un rallentamento frustrante del ritmo, ad un periodare infinito e sovrabbondante; credo sia più un difetto di stile e di tecnica che di trama, perché tolta questa pesante comodità della scrittrice nell'andare avanti, questo suo soporifero temporeggiare, il romanzo è godibilissimo, tridimensionale, carismatico, accurato anche da un punto di vista psicologico.

Bisogna avere molta pazienza e forte curiosità verso quest'opera importantissima della narrativa britannica per accingersi a leggerla, bisogna VOLERLA LEGGERE davvero per poter superare l'istinto normalissimo dell'abbandono e arrivare fino in fondo.
Se queste premesse di desiderio non le avete potreste ritirarvi molto presto; in caso contrario vi si aprirà un mondo denso, una finestra dalla vista mozzafiato sulla letteratura vittoriana più pura e su una scrittrice di intelligenza brillante.

(*se volete saperne di più su George Eliot vi consiglio di leggere il magnifico saggio della Woolf "Una stanza tutta per sè").