domenica 27 ottobre 2013

I Love Books: 59. Jude l'oscuro


Jude l'oscuro è un romanzo disperato, tragico e pessimista all'inverosimile. Se lo leggete in periodo di umor nero e latitanza di allegria potrebbe uccidervi l'anima e annientare i residui di serotonina rimasti in circolo nel vostro cervello. E' una delle cose più affette da tetraggine e disperazione che io abbia mai letto, è una minacciosa nuvola nera, una foschia sinistra, un trattato sul nichilismo.
Non lascia spazio alla speranza.
Eppure, in questo suo essere così struggente ed etimologicamente romantico, è una lettura passionale (sempre in senso etimologico) che scuote, stritola e non lascia indifferenti. Il coinvolgimento può essere di volta in volta fastidio, sollievo, rabbia, pace, guerra, può arrivare su binari a percorrenza lenta o tramite violente accelerazioni, ma è garantito.

Di Hardy avevo già letto con grande e pieno trasporto Tess dei D'Urberville, un romanzo ineluttabile, potente e indimenticabile, epopea di un'eroina tragica che ti straziava il cuore e lo faceva rinascere allo stesso tempo.
Già allora avevo sentito tutta la carica negativa e ombrosa della narrativa hardyana, la sua brutale sincerità antiromanzesca fatta di poche consolazioni per i personaggi e per il lettore, travolti allo stesso modo da onde di destino e forze ataviche incontrollabili, ostinate.

In Jude l'oscuro, come si intuisce già dal titolo poco luminoso, il pessimismo di Hardy è leopardiano, è esagerato, spietato e mentre in Tess il tragico era nobile, quasi epico, qui è deprimente e quasi grottesco; non c'è una pagina di Jude l'oscuro che non emani tristezza e non faccia sentire asfissia e grigiore.
Da questo punto di vista mi ha infastidita parecchio, l'ho trovato angusto e pesante, affetto da necrofilia.

La cosa che invece mi ha più conquistata di questo romanzo è la modernità della sua trama e il suo essere scandaloso per l'epoca in cui fu scritto (1895): la critica lo ribattezzò "Jude the obscene" e il vescovo di Exeter lo bruciò pubblicamente. Quest'anima maledetta e anticonformista mi ha incuriosita da subito e mi ha lasciato a bocca aperta mentre leggevo: è avanguardia pura.

Jude è un giovane orfano di estrema sensibilità che ama i libri e sogna un'istruzione accademica, aspirazioni che vengono bloccate sul nascere dal matrimonio infelice con la volgare Arabella.
Jude nel frattempo si innamora perdutamente di Sue, sua cugina e perfetta controparte femminile, donna acculturata e moderna, anche lei infelicemente sposata.
Il loro amore maledetto, itinerante e sempre in bilico tra coraggio e vergogna, è il cuore nero del romanzo.

L'istinto contro l'istituzione, l'ateismo contro la morale cattolica, la passione contro il puritanesimo, eros contro thanatos e viceversa. Ecco cos'è Jude l'oscuro.
Nelle sue pagine ci si sposa, ci si lascia, ci si risposa e ci si rilascia in un circolo vizioso senza soluzione e senza determinazione.
Un romanzo che fa molto riflettere sul matrimonio, sull'amore prima e dopo la firma istituzionale, sulla poca libertà di espressione che aveva a fine '800 e sullo spietato occhio sociale che lo giudica e condanna se fuori dalla norma.

Jude l'oscuro è sicuramente un'opera potente e se si ama almeno un po' Hardy e la sua vena fatalista e disfattista non si può non provare qualcosa leggendolo.
Non offre di certo conforto e non sorride mai al lettore, ma ha un'audacia e un senso di tipo contemporaneo degni della più vivace ammirazione.

mercoledì 16 ottobre 2013

I Love Books: 58. Tom Jones



Quando penso al romanzo come genere, penso in automatico, e con sfumature mentali dorate, all'Ottocento, all'Inghilterra, alla Francia e alla Russia, all'età vittoriana e al Romanticismo.
Quando vado a cercare un libro dell'Ottocento so bene cosa ci troverò dentro, quale tipo di emozione e passione proverò, che tipo di percorso umano e psicologico mi verrà regalato. Mi ci sento a casa dentro le pagine di un romanzo di quell'epoca, una parte del mio cuore di lettrice si è costruito lì.

Per una volta ho voluto cambiare comfort zone di lettura e cimentarmi con un classico inglese del Settecento, Tom Jones di Henry Fielding, uno di quei romanzi di cui si parla sempre nei libri di letteratura inglese del liceo, ma che nessuno legge integralmente se non sotto costrizione didattica. Un po' come accade con I Promessi sposi.

In effetti il tomo di mille pagine dà, all'avvio della lettura, l'impressione che si sia appena intrapresa un'impresa donchisciottesca e che ci sarà un investimento di tempo e diottrie da fare; a dire il vero bastano poche pagine a far svanire questa sensazione, perché è chiaro che si tratta di un contenuto lungo, ma leggero, scanzonato e che Henry Fielding è un burlone, un intrattenitore.

Tom Jones è infatti un romanzo picaresco, di quelli con un eroe di bassa estrazione sociale a tendenza libertina, avventure semiserie e spesso oscene, personaggi da commedia dell'arte, situazioni da commedia degli equivoci e altre vicissitudini ai limiti del carnevalesco e dello pseudo-cavalleresco.
Lo stile di Fielding è da romanziere realista, quanto di più semplice e diretto ci possa essere, quasi elementare, da cantastorie di strada ed è anche per questo che la lettura scorre veloce senza intoppi stilistici e sovrastrutture colte di alcun tipo (a parte qualche maccheronata insopportabile di latinismi!).

Per chi come me è più abituato al sentimento e alla nobiltà della letteratura ottocentesca, un romanzo di questo tipo può risultare superficiale, circense, privo di profondità; da una parte ciò è vero, non ci si emoziona e non si toccano istanti di pura bellezza, tutto è prosaico, terragno, rude, tutto è lazzi e vizi.
D'altra parte però ci si diverte e l'umorismo di Fielding, il suo modo poco settecentesco di ironizzare, mettere alla berlina, senza disdegnare qua e là il turpiloquio e il licenzioso, la sua sfacciataggine moderna è il motivo principale per cui vale la pena leggere quest'opera.

Anzi direi proprio che il vero protagonista di Tom Jones non è il trovatello Tom Jones, la sua innamorata Sophia e tutto ciò che sta in mezzo al coronamento del loro amore impossibile, ma è Henry Fielding in persona.

La sua presenza è costante e immanente al romanzo, tutt'altro che nascosta, e si manifesta attraverso lunghe prefazioni ai singoli capitoli, digressioni e commenti personali sulla vita, l'umanità, l'arte e quant'altro.
Se in alcuni interventi risulta egocentrico e cattedratico, in altri è uno spasso, come quando si scaglia contro i critici e dice "...colgo l'occasione per raccomandare a tutti i critici di badare ai propri affari e di non immischiarsi in questioni o opere che non li riguardano; finché non dichiareranno in base a quale autorità si arrogano il diritto d'esser giudici, io non accetterò il loro giudizio."
Momenti sarcastici di questo tipo salvano il romanzo dall'essere una noia mortale e anacronistica, una maxi novella simil-boccacesca da quattro soldi.


Leggendo Tom Jones  ho pensato spesso al cantante primo Dickens, quello di  Il Circolo Pickwick e a La fiera della vanità di Thackeray, romanzi che guarda caso non ho amato molto.
Preferisco i salotti alle taverne, le tazze di tè ai boccali di birra, lo struggimento al folklore.
Pertanto me ne ritorno subito nell'Ottocento.


giovedì 10 ottobre 2013

Serie tv mon amour: 26. Dexter - stagione 8



E' finita. Dopo 7 lunghi anni, ieri sera ci siamo dati commiato, ci siamo guardati un'ultima volta tramite lo schermo del pc e ci siamo detti addio.

Era il 2006, un anno qualunque da universitaria fuori sede, quando insieme al mio allora neo-fidanzato abbiamo iniziato a vedere Dexter e ad entrare nel vortice strappa-socialità delle serie tv.

Dexter è stata un'iniziazione, il rito di passaggio da quelli che negli anni '90 chiamavo telefilm e guardavo distrattamente e senza coscienza critica alla tv, alla serialità vera e propria, quella seria, quella fatta di attese, di appuntamenti fissi, di esaltazioni, empatie, dipendenza. Una storia d'amore insomma.

Dexter è stata la prima di una lunga serie di serie, di un susseguirsi di stagioni non climatiche, il pilot di tutti i pilot, ed è anche per questo che ha un valore affettivo per me: Dexter è stata la scoperta di una passione, di un passatempo, di un'alternativa al cinema altrettanto soddisfacente.

Ci sono stati alti e bassi, stagioni impeccabili e adrenaliniche e altre goffe e stanche, ci sono stati picchi di glorificazione massima e rovinose delusioni, ma l'interesse non se n'è mai andato.

Questa ottava e ultima stagione non mi ha preso tanto, per lo meno fino all'ottava-nona puntata quando le cose hanno preso una piega un po' più movimentata; nel complesso è stata abbastanza fiacca e la presenza raffinata di Charlotte Rampling nei panni della neuropsichiatra Evelyn Vogel non ha fatto più di tanto la differenza.
Un po' meglio rispetto all'imbarazzante calo di senso della sesta stagione e alla stanchezza della settima, ma molto lontana dalla perfezione aurea della prima e di poche altre (la mia preferita è la quarta, quella del Trinity killer).
Il finale del finale mi ha sicuramente colpito, ma non è stato sconvolgente, non sono saltata sul divano e le mie fantasceneggiature-previsioni non si sono avverate.

Eppure l'affetto e il rapporto simbolico che mi lega a questo killer gentiluomo, a questo bel ragazzone timido abitato da un passeggero oscuro, a questa rivoluzione quasi immorale del modo di sentire gli assassini nella finzione telefilmica, mi ha lasciato una gran nostalgia e qualche lacrima da cerchio che si chiude.

Lo so, lo so che alcune stagioni di Dexter hanno fatto seriamente schifo, che spesso ci siamo annoiati guardandolo, che ultimamente non ci dava le soddisfazioni e le violenze catartiche di una volta, ma permettetemi il buonismo degli addii, l'alone magico e malinconico di un amore finito che all'improvviso sembra senza difetti e che manca già.

Sono una nerd in fondo, mi emoziono per cose così, serie che finiscono, personaggi che ti hanno accompagnato per quasi 10 anni della tua vita e che se ne vanno via da qualche parte, trovandosi un posticino nel tuo cuore e nella storia della televisione e del modo di vederla.

lunedì 7 ottobre 2013

Il mio parere su Gravity



Per un'affetta da sindrome dell'epoca d'oro (cit. Woody Allen) e disadattata del presente e dell'avvenire come me, la science fiction è l'esatto opposto della mia estetica ideale, del mio romantico immaginario retrò, è quanto di meno interessante possa esserci ai miei occhi antichi e nostalgici. Lo stesso vale per il 3D e i suoi ridicoli occhialoni post-moderni.

Solo in rari casi riesco a percepire un'anima dentro quegli argentati, metallici e futuristici film di spazio e disumana collocazione spazio-temporale. Mi viene in mente Apollo 13 o il più recente Moon; per entrambi questi film ho provato qualcosa.

Ieri, vedendo Gravity (di Alfonso Cuaròn, 2013), per la prima volta sono riuscita perfino ad emozionarmi di fronte a cose che hanno a che fare con la NASA e l'ingegneria aerospaziale, e per una come me è una sorta di miracolo, di svolta cinefilo-esistenziale.
Tutto merito dell'umanesimo, della sensibilità e della delicatezza di questo film, che in mezzo al nulla spaziale e alla freddezza robotica delle attrezzature astronautiche, riesce a mantenere un afflato profondamente caldo, vivo, struggente.
Protagonista assoluto non è lo spazio, ma l'essere umano, solo, alla deriva, spaventato, messo alla prova.

Pur avendone l'aspetto e il sensazionalismo grafico, Gravity non è un blockbuster sci-fi, non è il classico film in cui gli effetti speciali e il catastrofismo da computer strappano l'anima all'insieme e ne fanno qualcosa di stupidamente megalomane.
Fra i circuiti di mille valvole e i tecnicismi del settore batte un cuore, quello della protagonista Sandra Bullock, e con il suo quello dello spettatore, mai così partecipe e immerso nell'azione di un film, mai così astronauta.

Guardando Gravity, o meglio partecipando a Gravity, ogni forma di passività è bandita, ogni abbandono molle alla propria poltrona è impossibile, persino respirare regolarmente diventa più difficile.
Mentre la dottoressa Stone annaspa, quasi soffoca, viene sbattuta in tutte le direzioni dall'assenza di gravità come dentro una centrifuga impazzita, mentre vaga nel nulla silenzioso dello spazio come una piuma solitaria alla ricerca di un appiglio, di una soluzione, di un approdo di salvezza, mentre teme, soffre, si arrende, spera, agisce, in tutti questi momenti di commovente umanità, in ogni singola fase del suo calvario fantascientifico e umanissimo di salvataggio, noi non stiamo lì a guardarla, non siamo nemmeno con lei, ma siamo lei.

Il valore sorprendente di questo film risiede secondo me proprio in questa capacità di mimesi totale, in questa sensazione di trasferimento del proprio corpo e delle proprie emozioni in quelle della protagonista e viceversa. Per la prima volta il 3D non mi è sembrato la solita superflua tecnologia da film commerciale a 10 euro, e nemmeno un valore aggiunto, bensì una condicio sine qua non per la visione di Gravity, una nuova frontiera del vedere e del sentire al cinema. Per la prima volta il futurismo cinematografico non mi ha fatto sentire nostalgia del passato.

Persino due attori per cui provo una forte e radicata antipatia come Sandra Bullock e George Clooney, mi sono piaciuti in queste vesti a gravità zero. 
Clooney è un gigione-piacione anche in questo film e per quel poco in cui si vede lascia un segno positivo, ma è Bullock l'astro brillante di Gravity, l'eroina tragica e fluttuante che in alcune scene di estrema grazia e quasi di poesia raggiunge l'iconico, il simbolico.

La gravità è tutto, la vita nello spazio è impossibile, emozionarsi e (ri)umanizzarsi guardando un film sullo spazio e senza gravità è possibile, e ve lo dice una che ride da sempre della fantascienza, delle balle spaziali, delle guerre stellari.