lunedì 25 novembre 2013

I Love Books: 61. Ragione e sentimento (più film)


Dopo aver affrontato l'ermetismo e la poca immediatezza de L'idiota, ho sentito il bisogno psicofisico di un po' di freschezza e di conforto e ho optato per un'opera di Jane Austen.

Di questa Signora della Letteratura avevo letto solo Orgoglio e pregiudizio e Emma, ma tanto è bastato a farmi amare il suo garbo nello scrivere e quell'ironia, quella furbizia e quella capacità di sondare l'umanità e le sue mille peculiarità caratteriali con piglio leggiadro e mai appesantito, con toni sfiziosi e acuti.

Basta poco per capire che leggere Jane Austen non è una scelta come un'altra, che l'austenismo è uno stato mentale, un modo di sentire e di volersi sentire, di volersi bene e di donarsi delle piacevoli sensazioni; ha a che fare con qualcosa di simile alla felicità domestica, al tepore natalizio, all'ordine e alla serenità del pensiero. E' un tipo di lettura calmante perché bucolica, ma anche eccitante perché mondana e intessuta di strategie sociali.

Ragione e sentimento me lo sono goduta dalla prima all'ultima pagina, ne ho succhiato la linfa terapeutica e riscaldante mentre fuori iniziava l'inverno.

E l'ho trovato bellissimo. Più di Orgoglio e pregiudizio (a cui, non me ne vogliate, avevo comunque preferito l'adorabile Emma).

Il dualismo del titolo stavolta mi è sembrato più efficace e percepibile, un caso di perfetta antropomorfizzazione dei personaggi: Elinor e Marianne le ho sentite più vive e vere che mai, la ragione dell'una e il sentimento dell'altra li ho vissuti con autentico trasporto.

Queste due sorelle senza rendita e in età da marito, sullo sfondo della campagna inglese (e in parte della città), alle prese con amori sfortunati vissuti con modalità agli antipodi, sono entrambe ascrivibili a quel tipo di eroina letteraria brillante e indimenticabile.
Dimenticare la razionalità elegante e autoconservativa di Elinor (in cui, per ragioni caratteriali e di tipo capricornesco, mi sono identificata) o la sfrontatezza libera e passionale di Marianne sarà impossibile.
Ma anche i personaggi secondari, dai pretendenti più o meno credibili alle ricche signore chiaccherone e indiscrete, hanno una verve tridimensionale.

La classica "trama del matrimonio" (di cui parla Eugenides nel suo bellissimo romanzo omonimo) è anche in questo caso il cuore centrale della penna di Jane Austen, la grande forza centrifuga che spinge, scuote e indirizza i personaggi e le loro dinamiche relazionali.
Un topos che molti possono trovare obsoleto e tedioso, ma che io trovo intelligente ed estremamente divertente, analizzato sempre con spirito e sarcasmo dalla tutt'altro che ingenua Jane.

Entusiasta di questa bella lettura, ho deciso di recuperare anche il film di Ang Lee del '95 e devo dire che l'appagamento si è ripetuto e la componente audiovisiva si è affiancata armonicamente alla sua fonte letteraria. Bello è dire poco: Ragione e sentimento è un film pieno di grazia, un trionfo di geografia britannica, eleganza formale orientale, recitazione impeccabile, sceneggiatura (scritta dalla stessa Emma Thompson) giustissima.
Ed è anche una buona occasione per vedere un giovane e bellissimo Hugh Grant nella sua tipica veste anni '90 da timidone impacciato e adorabile.


giovedì 14 novembre 2013

I Love Books: 60. L'idiota


Su questo libro ho dovuto raccogliere un bel po' le idee prima di passare a scrivere le mie impressioni, ho dovuto capire se mi fosse piaciuto o meno, se fosse un'opera bellissima o un'assurdità senza capo né coda.

Devo dire che anche adesso non lo so bene; sto avendo una reazione bizzarra verso L'idiota e anche durante la lettura ho percepito ciò che stavo leggendo ora come meraviglioso ora come alieno, non decidendomi mai su quale delle due percezioni fosse quella definitiva.

Vi spiego perché, o almeno ci provo.

L'idiota è diviso in 4 parti.
La prima è chiara, lineare e di ottime promesse romanzesche: viene presentato il protagonista, il principe Myskin, candida figura di bontà e ingenuità che sfocia nell'idiozia, il suo ritorno in Russia dopo un lungo soggiorno terapeutico all'estero, il suo impatto più o meno avventuroso con la nobile società sanpietroburghese. 
Ci sono tutti i tasselli per godere di un signor romanzo russo e di quella calda e passionale abilità narrativa e psicologica di Dostoevskij (per me pienamente godibile ed emblematica in Delitto e castigo, ma mi riservo di leggere I Fratelli Karamazov).
Mentre mi mettevo comoda e mi accoccolavo sempre più dentro il libro, ormai certa di una lettura confortevole e nel mio stile, qualcosa è cambiato e io mi sono smarrita.

Le altre tre parti infatti sembrano una degenerazione a tratti incomprensibile, un impetuoso ed estenuante insieme di materiali di riflessione, avvenimenti, scene e dialoghi centrifugati senza soluzione di continuità e bersagliati in faccia al lettore senza posa, senza motivazioni.
Lo sgomento è dietro l'angolo, la sensazione di non essere all'altezza e la frustrazione da impegno mal risarcito fanno quasi perdere la pazienza.

Socialismo, pena di morte, Apocalisse, cristianesimo sono solo alcuni degli off-topic di Dostoevskij ne L'idiota e danno troppo spesso al romanzo un tono di perorazione e di tribuna politica piuttosto stancante.

Capire il principe Myskin è tutto sommato possibile (sebbene la sua idiozia faccia venir voglia di violenza); la sua passiva bonomia, il suo sereno farsi mettere i piedi in faccia e ridicolizzare da tutti sono tratti psicologici forse eccessivamente simbolici e cristologici, ma in parte comprensibili e ascrivibili al tipo del timido, del nerd sfigatello e malaticcio, dell'escluso con tendenze autodistruttive.
Il suo rivale in amore Rogozin, nel suo essere mefistofelico e spavaldo è la nemesi perfetta di Myskin; il suo personaggio l'ho abbastanza afferrato e apprezzato.

Sono state le due figure femminili dominanti (in tutti i sensi!) a lasciarmi basita: Nastas'ja Filippovna e Aglaja Ivanovna Epancina io non sono riuscita a capirle, le loro intenzioni e azioni, le loro menti mi sono del tutto sfuggite. Le ho percepite tutto il tempo come due cavalle imbizzarrite senza senso, come due furie senza scopo e questo non capire le loro motivazioni profonde mi ha infastidita e fatto sentire, manco a farlo apposta, un'idiota. 
Fëdor poteva approfondire un po' di più i loro problemi cerebrali e le radici della loro isteria (che in Nastas'ja è pura follia), il perché quello scemo del principe le ami e il perché loro dicano di amarlo e nello stesso tempo lo offendano e se lo lancino l'un l'altra come un dado.

Per questo e per altre ragioni L'idiota è (per me) un romanzo enigmatico o addirittura ermetico, con una psicologia impenetrabile, una narrazione dal senso discontinuo e una serie di personaggi di difficile inquadramento.
Eppure, se provo a mettere da parte il mio bisogno capricornesco di senso, sillogismi e unità aristoteliche, e a vedere L'idiota come flusso di sensazioni e suggestioni, allora posso dire che ha un fascino ineludibile, un karma di opera potente che ti attanaglia e ti porta fino in fondo all'ultima pagina senza nemmeno sapere come.

Chi di voi l'ha letto?

lunedì 11 novembre 2013

Di Breaking Bad e della mancanza di bei film

Ultimamente sono il fantasma della blogger che ero prima, scrivo poco, una media di un post ogni due settimane, il tempo di finire di leggere un libro e di parlarne; di film c'è ben poca traccia e vi spiego perché.

Sono sempre stata una di quelle che amano alla follia andare in sala all'uscita dei film; la serata cinema è la mia comfort zone, la mia coperta di Linus da sempre.

In passato, specialmente durante gli anni della specialistica a Roma, dovevo frenarmi per non andare al cinema tutte le sere della settimana; la scelta era vasta, entusiasmante, ci voleva un'agendina per calendarizzare ogni nuova uscita e pianificare quando andarla a vedere per evitare la sovrapposizione e la bancarotta. Inghiottivo derrate di buon cinema con un fervore magnifico.

L'altro giorno riflettevo su come da un po' di mesi trovare un film decente al cinema sia una rarità, su come ultimamente non ci siano quei film must da aspettare col countdown. Qualche film grazioso di tanto in tanto, ma nulla di imprescindibile, di euforizzante.
C'è come una scia di squallida estate cinematografica che non vuole cedere il posto alla classe cinefila dell'autunno-inverno e mi sento repressa, frustrata nelle mie voglie di buon cinema, nella mia ricerca della bellezza dentro la settima arte.

Insomma, siamo nell'epoca in cui trovi in programmazione film di Luca Barbareschi e ho detto tutto. Avvilirsi è un attimo.

Se a ciò aggiungiamo la provincia, le poche sale raffinate e il multiplexismo dilagante, capirete perché non vado al cinema e non parlo di film da settimane.

C'è anche un'altra ragione a dire il vero: ho iniziato a vedere Breaking Bad e sono passata in un istante dallo status "Io non guardo Breaking Bad perché non è il mio genere" a "Buongiorno! Stasera vediamo Breaking Bad". Appuntamento ormai necessario, cascasse il mondo.
Me lo dovevate dire che creava dipendenza, o forse me l'avevate detto ma non vi avevo creduto e vi avevo snobbato, stupida ingenua ignorante.
Ho appena finito la seconda stagione e non vedo l'ora di continuare questa maratona, il momento più adrenalinico della mie giornate, una visione prepotente che ha tolto spazio alla possibilità di vedere altre serie tv o film.

Finchè non arrivo all'ultima puntata dell'ultima stagione non ci sono per nessuno e per nessun'altra forma di entertainment serale.
Socialità pericolosamente vicina allo zero e alle sole figure di Walter White e Jesse Pinkman.
Tutto il resto è noia e tra il pre-BB e il post-BB c'è un abisso, un ritardo (mea culpa mea culpa) che ormai è obbligatorio, vitale colmare.

In attesa di migliori uscite al cinema e di concludere il mio amorazzo passionale per Breaking Bad, vi saluto, chiedo perdono a chi mi aveva consigliato questa serie tv senza ottenere alcun credito da parte mia, e accetto vostri suggerimenti su film di recente uscita che magari, preda di un nichilismo cinematografico generalizzato, ho sottovalutato ed evitato ingiustamente.