venerdì 31 gennaio 2014

Il mio parere su Don Jon



Per me Joseph Gordon-Levitt rimarrà sempre Tom, il ragazzo romantico perso d'amore per Summer/Zooey Deschanel di (500) Days of Summer, non c'è niente da fare.
Nessuno ha mai amato così in un film, nessun uomo almeno, e una cosa del genere una ragazza dalla vita lievemente e romanticamente influenzata dal cinema non la può dimenticare facilmente, nemmeno se ha 30 anni suonati.
La cornice indie-sentimentale in cui ho fissato definitivamente Joseph Gordon-Levitt ha probabilmente influenzato la mia visione di Don Jon.

Mi è piaciuto, è un film godibile (e in cui per lo più si gode!) e sfacciato, destruttura la commedia romantica e la fa incontrare con il porno dando vita ad un ibrido molto divertente e originale, però...

Però succede che quando un film e un personaggio sono piaciuti tanto e sono diventati pezzi di cuore, allora è difficile dimenticarli e calarli in altri panni, soprattutto se quei panni di bravo ragazzo romantico sono diventati quelli di un tamarro palestrato pornomane in ridicola oscillazione tra autoerotismo e confessioni in chiesa. Delle canotte per l'esattezza.

Ci sono trovate che rendono Don Jon un film assolutamente indipendente e nuovo: a parte il tema centrale della dipendenza da pornografia che credo non sia mai stato trattato al cinema (mi viene in mente Shame, ma lì la dipendenza era di un altro tipo e anche il tono), la cosa che mi ha più divertito è Scarlett Johansson, o meglio, il modo in cui viene trattata.

Che a una figa stratosferica di questo tipo (in questo film è tamarra, ma più bonazza che mai) vengano affiancati o addirittura preferiti i porno e l'onanismo, è una svolta epocale, un'assurdità esilarante, è quasi fantascienza.
A noi donne sottilemente invidiose di cotanta fortuna estetica, questa cosa fa piacere, è una segreta goduria, un dito medio mostrato alla biondissima figona.

Al brio del film aggiungerei anche la reiterata mimica facciale di Jon in preda all'estasi da autogodimento e il montaggio di questo tipo di scene, la sgangherata famiglia di Jon con il padre in fantozziana canotta e partita alla tv, la madre querula e la sorella asociale, e le confessioni-lampo in chiesa di Jon con la consueta "pena" ipocrita sotto forma di preghiere.

C'è da dire che per altri versi e soprattutto per quel che riguarda il finale prevale la classicità; il personaggio di Julianne Moore, la sua storia di vita e il suo rapporto con Jon mi sono parsi tutt'altro che originali e un po' sbrigativi.

Insomma, tra provocatoria novità e qualche scelta tradizionale, tra la mia influenza mentale di commedie romantiche indie-menticabili e l'interesse per la bravura di Joseph Gordon-Levitt in veste di regista, sceneggiatore e burino segaiolo, Don Jon mi ha sedotta, ma non mi ha fatto capitolare.

martedì 28 gennaio 2014

I Love Books: 63. Racconti dell'età del jazz


Racconti dell'età del jazz è stato il mio primo libro letto in formato e-book sul mio primo nuovissimo Kindle (che sto amando tanto e di cui tesserò le lodi in un altro post...).
E' stata anche la prima volta in cui ho scelto deliberatamente di leggere dei racconti, forma narrativa che, l'avrò detto mille volte, non amo tanto, preferendo la frequentazione lunga alla fugacità letteraria.
Questa congiunzione di prime volte ha reso il libro affascinante a priori e ha dato alla mia lettura un tocco in più di entusiasmo da principiante/esploratrice. Nuovo supporto, nuova scelta di genere, (quasi del tutto) nuovo autore.

Di Fitzgerald avevo letto solo Il grande Gatsby almeno una decina di anni prima del suo revival commerciale post-film di Baz Luhrmann; non era scattato alcun entusiasmo particolare, ma all'epoca ero una liceale e forse non avevo la maturità giusta per entrare dentro lo stile, il disagio e il senso degli anni di Fitzgerald.

Questi racconti, complice anche l'adrenalina da novità di cui sopra, mi sono piaciuti abbastanza, anche se non tutti allo stesso modo. Il problema dei racconti per me è proprio questo: l'altalena continua di gradimento tra l'uno e l'altro, per non parlare degli addii bruschi a personaggi appena conosciuti, della repressione del desiderio di approfondimento, ma questa è un'altra storia...

Ci sono delle perle dentro questa raccolta: per me brillano più di tutti i racconti della sezione Fantasie e in particolare Il diamante grosso come l'Hotel Ritz, Lo strano caso di Benjamin Button e La strega rossiccia (quest'ultimo più di ogni altro). Sono surreali, ma profondamente umani e inquieti.

Non fatevi ingannare dal titolo della raccolta: della cosidetta "età del jazz" non viene mostrata la parte luccicante, sfrenata e ipervitale, ma la sua dimensione più drammatica e disincantata. Ci sono feste da ballo, c'è l'alcool, ci sono donne bellissime e amori forti, c'è ricchezza dorata e tintinnante, ma tutto ciò ha un sapore di fondo triste e amaro, in certi casi perfino disperato, tragico.

Non a caso a fine lettura mi è rimasta addosso una malinconia che era quasi una voglia di piangere, manco avessi letto racconti sulla Grande depressione.

Al di là di questo e della mia alternanza di picchi e precipizi di apprezzamento (certi racconti li ho trovati insensati), il comune denominatore che ho amato sempre è stato la scrittura di Fitzgerald, la sua prosa elegante, ricercata, quelle frasi in cui basta un aggettivo in armonia con un sostantivo a creare una suggestione perfetta, romantica.
Fitzgerald era uno scrittore nato, di questo sono certa.

Non sono invece certa che mi piaccia davvero e che riesca a trarre beneficio dalle sue opere; ho già acquistato Tenera è la notte, ma per adesso non me la sento di leggerlo, ne ho quasi paura.

lunedì 27 gennaio 2014

Il mio parere su The Wolf of Wall Street


Vengo subito al dunque: The Wolf of Wall Street è una figata, una botta di vita, un film FURIOSO e TRAVOLGENTE.

Se andate al cinema a vederlo con un umore grigiastro da tedio domenicale, uscirete dalla sala con una carica di adrenalina pazzesca, con il diavolo in corpo e una gran voglia di ridere e urlare. E' un film stupefacente, in senso lato e letterale.

Chi mi conosce sa che non sono una fan di Scorsese e del suo cinema dilatato ed enfatizzato, l'ho già detto parlando di Hugo Cabret (che, a sorpresa, è stato per me amore al primo sguardo e uno sguardo nuovo sul cinema del vecchio Martin).

Quando però c'è Di Caprio in ballo, non c'è avversione registica che tenga: l'occasione di vedere le performance mattatoriali e sanguigne di Leo, i suoi climax passionali a colpi di vene del collo ingrossate e denti digrignati fino alla mostruosità, non la perderei per nulla al mondo.
Amo, amo, amo questo attore e odio, odio, odio l'Academy e la sua ridicola ostinazione nel non volerlo premiare.
Se anche quest'anno la statuetta dell'Oscar mostrerà il dito medio a Leo, giuro che non guarderò mai più un film candidato all'Oscar. Sciopero della fame filmica.

Ma torniamo al film, che mi ha divertito e galvanizzato per tutte le sue tre ore senza farmi guardare mai l'orologio; più che un film canonico, lo definerei un vortice.
Tutto è così volutamente sopra le righe (soprattutto di cocaina!), così esagerato, urlato, iperenergico. Plot, personaggi, fotografia, regia, musica, tutto è pompatissimo e sfacciato, tutto è tipico del cinema gigante di Scorsese, ma in chiave comica, consapevolmente grottesca.

The Wolf of Wall Street è un baccanale no-stop con cali di edonismo mai troppo lunghi, una festa continua e furoreggiante e Di Caprio, nei panni del broker più matto della storia di Wall Street, Jordan Belfort, è il capocomico, l'imperatore schifosamente godereccio di questa dimensione surreale.
Devo dire che anche il suo braccio destro cicciottello e dai denti di un bianco inquietante, Jonah Hill/Danny Porush, mi ha conquistata fino all'idolatria.

In tempi come questi di scenari esistenziali economicamente ristretti, assistere ad uno spettacolo del genere è liberatorio ed euforizzante, è pura allegria, anche perché non c'è snobismo in questa storia vera di ricchezza alla Creso, ma solo volgarità esilarante, droghe, mignotte e alcool dagli effetti pagliacceschi, godimento immorale e contagioso.

Si ride, si deride, si fa il pieno di vita vissuta, si pende dalle labbra di Di Caprio e si gode di un tipo di cinema enfatico e fuori misura, ma completamente autoironico. W-O-W!

I-d-o-l-o assoluto!
la poco, pochissimo gnocca Margot Robbie...

martedì 21 gennaio 2014

I Love Books: 62. Mansfield Park


Tornata ieri da un piacevole fine settimana a Londra, mi porto dietro la mia solita depressione post-viaggio e un senso di saudade per la terra albionica e per il suo essere non un paese qualunque, ma un regno in cui sono sparsi pezzi del mio cuore e del mio immaginario.
Approfitto di questa vena anglofila (una vena a dire il vero perenne) per parlarvi di Mansfield Park che ho finito strategicamente poco prima della partenza. (Adoro crearmi spazi geografici mentali con i romanzi, prima di visitare dal vivo certi posti. L'ho fatto anche prima di andare a Parigi, sincronizzando il mio viaggio con la lettura di Notre-Dame-de-Paris!).

La cara, garbata, adorabile Jane Austen è sempre garante di ore spensierate e di righe di parole su cui gli occhi scorrono molto volentieri, volteggiando senza alcun attrito verboso o noioso.

Questa volta però la sensazione di chiudersi a chiave dentro il tepore britannico del libro, estromettendo tutto il mondo esterno e le seccature, è stata meno forte e continuativa.
Manca qualcosa in Mansfield Park, l'austenismo scarseggia, la vivacità e la brillantezza della scrittrice lasciano il posto ad atmosfere più seriose e piatte, ad uno stile più didascalico e meno furbo e indipendente.

Il personaggio di Fanny Price è un'anomalia rispetto alle solite eroine austeniane e al loro spiccato spirito critico; ha una passività, un'inclinazione all'obbedienza e alla sottomissione che urta non poco i nervi e la modernità di chi legge.
Capisco che sei di umili origini e che sei stata adottata dagli zii ricconi e non proprio empatici; capisco che Mansfield Park è un tipo di dimora che può mettere in soggezione e alimentare svariati sensi di inferiorità, ma comunque ci vivi, ti è andata bene e mortificarsi è inutile, è fastidioso, è da sfigate.

Basandomi su questa debolezza di carattere della protagonista che contagia anche il tono generale del romanzo, posso dire che Mansfield Park è l'ultimo in classifica tra le mie (ancora parziali) letture austeniane e lo stacco con le altre tre esperienze (Orgoglio e pregiudizio - Emma - Ragione e sentimento) è netto.

Provando ad allontanare questa frustrazione, mi rendo conto che la scelta di Jane Austen non è casuale e che dietro l'umiltà auto-mortificante di Fanny si cela una critica sociale: se nell'Inghilterra dei primi dell'Ottocento non eri nessuno socio-economicamente, l'unico modo per crearti uno status era quello di subire, accettare, aspettare.
Fanny lo fa e alla fine verrà ricompensata, ma avrei preferito un po' più di ribellione in itinere ad un happy ending matrimoniale ottenuto a questo prezzo.

Avrei preferito anche più sarcasmo in questa operazione velata di critica, ma Jane Austen stavolta ha voluto fare la seria e si è cimentata con uno stile moraleggiante e compassato che poco si addice ad un'ironica come lei.

lunedì 13 gennaio 2014

Il mio parere su Lo Hobbit - La desolazione di Smaug

(Non c'entra niente con il post che sto per scrivere, ma non posso non esprimere la mia felicità per il Golden Globe a La grande bellezza. Vedere Sorrentino stringere in mano quel globo dorato e solitamente irragiungibile per il nostro Cinema, mi ha riempita di orgoglio e autostima patriottica!).

Ma veniamo al secondo capitolo de Lo Hobbit.
Tradizione vuole che io vada a vedere questa saga sempre in periodo post-natalizio e pre-depressione da fine delle festività; l'atmosfera piacevole di quei giorni, con la loro essenza di inverno, di tepore da sala cinematografica pomeridiana, di sospensione temporanea della routine quotidianità a favore di una sorta di magia buonista, mi rende più incline al fantasy, genere che come ormai avrete capito non frequento abitualmente per via di una tendenza mostruosa e astrologica alla razionalità.

Con Lo Hobbit l'accettazione del fantastico e dell'effettone speciale prodigioso, mi viene spontanea e mi lascio andare beatamente sulla poltrona, predisposta a farmi raccontare una fiaba. Lo Hobbit è la mia fiaba sonora, il mio ritorno all'infanzia, la mia unica eccezione non polemica verso il fantasy.

Come era già successo con Lo Hobbit - Un viaggio inaspettato, anche con La desolazione di Smaug il racconto, la pura e semplice avventura, la linearità, prevalgono sulle speculazioni filosofiche e i sottotesti della trilogia de Il Signore degli anelli (che ho sempre trovato affascinante, ma in qualche modo impegnativa). Non serve essere nerd incastrati con Tolkien per godersi il fim, anzi forse è meglio non esserlo.

Il viaggio inaspettato di Bilbo e della combriccola di nani prosegue sempre in modo spettacolare, attraverso i consueti paesaggi ora verdeggianti ora buissimi, ma sempre incantevoli da vedere, e attraverso episodi di fortuna o sfortuna (più quest'ultima) scanditi da un ritmo energico, coinvolgente, dai toni epici.
A dispetto dei suoi 161 minuti, il film non annoia mai e non dà quel fastidioso effetto di ridondanza o di autoreferenzialità poco comprensibile che ho spesso avvertito guardando Il Signore degli anelli.

La desolazione di Smaug è un altro pezzo brillante di intrattenimento, spettacolarità, abilità narrativa e registica, uso di effetti speciali raffinati e in grado di creare suggestioni realistiche.
Grazie alla sapiente gestione di questa eccellenza digitale riusciamo a credere a ragni giganti e al drago Smaug, che ha una resa imponente, spaventosa, vividissima, oltre che alcune tra le battute più sofisticate del film.

Rispetto al primo capitolo qui i momenti di quiete bucolica sono di meno e il rocambolesco è praticamente ininterrotto. Inoltre l'elemento cupo e mortifero, prevale sul carattere a tratti buffo e facile che aveva il primo capitolo.

C'è da dire anche che il romanzo di Tolkien era poco più di una favoletta per bambini e che Jackson sta dilatando e aggiungendo pezzi e spunti più adulti; ma questa operazione signoredeglianelleggiante a mio parere arrichisce e non appesantisce la storia.

E' anche vero che io non sono una tolkeniana e una purista del genere, per cui può darsi che non abbia capito nulla e che stia dicendo delle eresie; ad ogni modo, mi sono fatta la mia esperienza immersiva di fantasy d'inizio anno e - considerando che sono un capricorno e che vengo ingiuriata violentemente perché non leggo o guardo Game of Thrones - non è andata affatto male.




giovedì 9 gennaio 2014

Il mio primo film del 2014: American Hustle


Non poteva iniziare meglio la mia stagione cinematografica del 2014: da tempo non avevo una seduta di cinema così divertente e liberatoria.

Il bello di American Hustle (di David O. Russel, 2013), la sua forza travolgente è il suo non essere affatto un film raffinato e distinto, contenuto ed essenziale (un po' come era Argo con cui ha in comune solo l'epoca e il topos della truffa), ma il suo essere eccessivo, tamarro, posticcio come il riporto/parrucchino di Irving/Christian Bale, come i ricciolini di Richie Di Maso/Bradley Cooper, come gli imbrogli messi in atto dalla folle coppia di protagonisti.

I film di Russel hanno sempre questa patina consapevolmente volgare, questa totale mancanza di signorilità a favore di un trionfo di mosse sguaiate, scene madri chiassose ed esagerate e grossolanità generale; in American Hustle la cifra stilistica pacchiana è potenziata più che mai ed è garanzia di intrattenimento.

La ricostruzione degli anni '70 è curata fino al grottesco e allo stereotipo ed è un trionfo di abiti seventy dall'eleganza discutibile, di donne bellissime con unghie e acconciature laccate e con look fin troppo appariscenti, di uomini totalmente fuori forma con capelli, camicie e cravatte ridicole.
La storia di truffa che è alla base del film è estesa alla sua estetica ed è proprio questo aspetto esteriore dai toni teatrali e macchiettistici il vero catalizzatore di attenzione del film.

Il fatto che parte della storia narrata sia vera lascia un po' perplessi, ma in un film del genere non si sente il bisogno di una distinzione netta tra finzione e realtà e il miscuglio destabilizzante dei due elementi, di truffatori e truffati, di ladri e di FBI, rende il tutto ancora più intrigante e sopra le righe.

Dei film di Russell ho sempre più apprezzato gli attori scelti e le loro performance che i film in sè: di The Fighter ricordo solo soprattutto uno straordinario Christian Bale, di Il lato positivo le improbabili prodezze danzanti della coppia Cooper/Lawrence. Per il resto devo amettere che mi rimane sempre poco di questo regista e che se non fosse per la sfilza di eccellenze attoriali di cui dispone, eviterei di vedere i suoi film.

Nel caso di American Hustle invece ho provato un'esaltazione ed un innamoramento immediato e per me è senza dubbio il suo film più riuscito.
Anche in questo caso la recitazione è da Oscar: i fantastici quattro Amy Adams (uno schianto assoluto visivo e recitativo!)-Christian Bale-Bradley Cooper-Jeremy Renner, con l'aggiunta di una meno visibile ma memorabile Jennifer Lawrence sono meravigliosi, brillanti, da lasciare a bocca aperta.

Questo trionfo di performance di prima classe, mescolato ad una vicenda stuzzicante, ad una storia d'amore ridicola e bellissima al tempo stesso, ad una serie di espedienti da filmazzo americano d'altri tempi, ad una sovrabbondanza da b-movie, fanno di American Hustle un film assolutamente imperdibile.



martedì 7 gennaio 2014

Il mio ultimo film del 2013: Philomena


Quando, sul finire dell'anno, sono andata a vedere questo film - influenzata da una serie di recensioni e reazioni mediatiche contente e dall'applausometro più che positivo del Festival di Venezia - mi sono portata con me un'idea precisa di quello che sarebbe stato, una convinzione solida (e sbagliata).
Per l'esattezza quello che mi aspettavo era un filmone carico di rabbia, passione e avventura, la possibilità di un dolore, di un'emozione cinematografica forte.
D'altronde la storia vera di un'anziana donna irlandese che con l'aiuto di un giornalista si mette alla ricerca del figlio perduto 50 anni prima, strappatole via da suore brutali e dato in affidamento ad una famiglia americana, si prestava all'accensione di sentimenti potenti, se non altro di schiumosi rigurgiti anti-cattolici e di desideri di violenza/vendetta.

Così non è stato perché Philomena (di Stephen Frears, 2013) è un film essenziale, quasi elementare, senza pose, senza posizioni nette, senza furore.
Ha un andamento flemmatico, riposante, senza picchi di collera, destabilizzazioni o momenti di commozione notevoli.

Da questo punto di vista è un film frustrante, un po' come quelle persone fin troppo educate che non perdono mai le staffe, un po' come chi usa locuzioni e assonanze autocensuranti per bestemmiare.

La sceneggiatura, che ha vinto il Premio Osella a Venezia, è molto basic e la massima trasgressione che si concede e l'uso reiterato del flash-back narrativo sul passato di Philomena; per il resto è semplice e sfrondata da qualsiasi elemento di complicazione dell'intreccio o altre sofisticazioni moderne.
Philomena è il classico film che può essere visto e capito dai bambini così come dai novantenni, anche perché dal punto di vista dell'audacia garantisce notti tranquille ai più piccoli e stabilità cardiaca ai più anziani.

Ciò che ho apprezzato maggiormente e che secondo me è la vera forza/salvezza del film è il duetto attoriale Judy Dench/Steve Coogan, entrambi profondamente calati nella parte e bellissimi da vedere insieme.
Nel loro eterno contrasto culturale, generazionale, ideologico che diventa dialogo e confronto costante, risultano una coppia on-the-road godibile e a tratti pure divertente.

E' stato piacevole ascoltare il ping pong tra le idee dell'una e quelle dell'altro e se da una parte fa rabbia e quasi senso la capacità di perdono e la fede ferrea di lei, dall'altra parte c'è un uomo sostanzialmente ateo, polemico e sarcastico verso l'argomento Dio, Chiesa e dintorni, che scuote almeno in parte la rassegnazione bigotta di lei e la delusione dello spettatore più ardito e amante delle provocazioni.

Sia chiaro: tutto è ben lontano dall'essere dissacrante e l'impronta anziana in stile Rai Fiction predomina sempre, però forse è proprio questa mancanza di slanci rabbiosi, questa pacatezza la chiave del film: mostrare due posizioni senza farle scornare, raccontare una storia di dolore estremo in modo non estremo, quasi con leggerezza.

C'è anche da dire che Stephen Frears non è mai stato un rivoluzionario e che la sobrietà e l'equilibrio british sono sempre presenti nei suoi film; ciò non toglie che sia un regista brillante e basta guardare un capolavoro come Le relazioni pericolose o commedie sbarazzine come Alta fedeltà e Tamara Drewe per salvarlo dal sospetto che sia un tantino noiosetto e old-fashioned.
Nel caso di Philomena a salvarlo sono le performance dei due attori protagonisti e (solo) da questo punto di vista quello di Frears è un film che merita tutti gli applausi che ha avuto.