martedì 8 aprile 2014

I Love Books: 68. Tenera è la notte


A dispetto del suo docile titolo questo romanzo mi ha stesa e l'ho dovuto abbandonare.
Mi è dispiaciuto farlo, ma non avevo scelta; è stato il classico caso di una storia finita pur essendoci ancora l'amore. Infatti io Tenera è la notte l'ho amato, ma poi l'amore è diventato paura e pur volendolo amare ancora, l'ho lasciato per evitare che mi lacerasse i nervi (che per mia natura ultimamente tendono a disfarsi molto facilmente).

Ho avuto la stessa percezione avuta con I racconti dell'età del jazz: grandissima eleganza di scrittura di Fitzgerald, con quelle sue descrizioni e intuizioni verbali belle da far perdere il fiato, ma poco senso del ritmo e una generale incoerenza che a tratti è smarrimento del senso.

Tenera è la notte è l'emblema del dualismo inconciliabile che trovo sempre in Fitzgerald e che è alla base del mio amore-odio nei suoi confronti.
Fitzgerald è di una bravura commovente, toccante, è nato per tenere in mano la penna e trasferire pura bellezza sulla carta, è un selezionatore sopraffino di parole, di aggettivi, ai fini del puro incanto. Espressioni come:
Nel buio ristorante fumoso che odorava di cibi crudi del buffet, scivolò l'abito azzurro di Nicole come un lembo errante del cielo fuori.
o:
Quando si trovò faccia a faccia con lui i loro occhi s'incontrarono e frullarono come le ali di un uccellino.

tanto per citarne un paio fra centinaia, sono andate a toccare e ad esaltare parti emotive di me e ho praticamente sottolineato tutto il libro, come fosse una citazione no-stop.

Eppure ad un certo punto, più o meno al 40% della lettura, è sopraggiunta la stanchezza; ero stanca di aspettare uno straccio, anche un filo di trama, stanca di assecondare il tergiversare evocativo dell'autore, il prolungamento senza sbocco delle sue creazioni d'atmosfera, stanca di non riuscire a seguire il racconto, se mai ce ne fosse uno, e di elemosinare un po' di linearità, di rassicurante unità aristotelica.

Fitzgerald va un po' troppo a zonzo, non spiega, non contestualizza, non aspetta il lettore.
Lo ipnotizza con il suo romanticismo della parola, ma non è altrettanto bravo a raccontargli una vicenda. L'ipnosi si dissolve quando ci si rende conto che ciò che si legge, sebbene elegantissimo, stenta a prendere una direzione.

Alla stanchezza si è via via aggiunta la paura, un senso di minaccia di tragedia incombente, di una depressione generale latente interna al romanzo che sarebbe esplosa e che io non avrei potuto sopportare. In quel poco che ho letto c'era già un carico di tenebre fortissimo, una mancanza di freschezza che sono certa sarebbe divenuta asfissia.

Non mancano ovviamente le feste fitzgeraldiane, le solite belle vite degli anni '20 clamorosamente mondane, la ricchezza, la classe e lo snobismo iconico dei suoi personaggi; si beve, si balla, si flirta con pose hollywoodiane, raramente si lavora o ci si sporca le mani col quotidiano comune.
E non manca la solita angoscia mascherata dai lustrini, il malessere personale che è malessere sociale in un'orgia di benessere, l'elemento più doloroso dei romanzi finto-patinati di Fitzgerald.

Manca invece la costruzione del romanzo, una struttura portante.
Forse se avessi aspettato e fossi arrivata fino alla fine l'avrei trovata o avrei montato i pezzi a posteriori, ma se ciò voleva dire piangere e avvilirmi - e so che questa intuizione è fondata - , allora ho fatto bene a lasciare il libro a metà.
Un giorno, quando sarò più forte, forse lo continuerò e saprò cosa è successo a Dick, a Nicole, a Rosemary e al loro mondo fragilissimo.

mercoledì 2 aprile 2014

I Love Books: 67. Washington Square


Henry James mi ha fatto innamorare di sé con Ritratto di signora e da allora è nata un'affinità elettiva.
La scoperta delle sue opere sta diventando per me una sorta di esame monografico universitario.

L'idillio mentale che ho creato sul suo conto ha avuto conferma con Il carteggio Aspern e altri racconti italiani, lettura magnifica, ma si è indebolito con Washington Square: un errore, un passo falsissimo di Henry, un romanzo che mi ha stupita per la sua totalità inutilità.

È stata una di quelle letture bidimensionali e completamente incapaci di comunicare, emozionare e incidere sulla propria giornata. Lo leggevo e mi scivolava via, nel nulla, senza lasciarmi alcun residuo piacevole da tenere a mente.

Washington Square è la storia di un figlia e di un padre, di Catherine Sloper, ricchissima erediteria bruttina e poco indipendente e del severissimo e colto padre medico, Austin Sloper, che ostacola il matrimonio di lei con un bellimbusto squattrinato e dalle intenzioni vagamente sospette.
Di fronte alle avances di un uomo così avvenente, la zitella imbranata è disposta a mettere in discussione l'inattaccabile patriarcato familiare. Ma con un padre così non sarà affatto facile.

Catherine è molto vittoriana, il padre fin troppo americano; lei è ingenua e priva di ambizioni moderne, lui ha quella necessità di intraprendenza che è da sempre tipicamente newyorkese. Il loro è un rapporto squilibrato a favore della mentalità paterna e della sua visione poco sentimentale delle cose.

Una materia romanzesca simile avrebbe potuto dare spazio a cose come passione, scontri epici padre-figlia e padre-pretendente, trasporti del cuore.
Ma nulla di tutto ciò interviene a dare corpo alla piattezza della mera pagina.
Certo, James è elegantemente contenuto e ha uno stile più descrittivo che attivo, crea suggestioni nella lentezza e non avventure nella velocità.
Però qui è proprio spento, annoiato (e noioso), elementare.
La sua ars scribendi, di solito di tipo orafo, qui è mera bigiotteria, anonima e senza bellezza.

Nemmeno il classico jamesiano viaggio in Europa, che qui è il tentativo paterno di elevare le attitudini socio-culturali della figlia, ha il solito magnifico approfondimento: non c'è il consueto incanto geografico, non c'è quella straordinaria capacità evocativa da descrittore di paesaggi esteriori e interiori.

Se penso a Isabel Archer di Ritratto di signora, mi riesce difficile pensare che quello di Washington Square sia lo stesso autore; avrei pensato più ad un pennivendolo mai emerso nel modo editoriale, ad un principiante da non incoraggiare

Sono rimasta delusa, ma credo proprio che non desisterò. Suggerimenti pro e anti-James di ogni tipo sono ben accetti!