mercoledì 7 maggio 2014

Il mio parere su Gigolò per caso


La sola utilità di Gigolò per caso (Fading Gigolò, di John Turturro, 2014) è avermi fatto capire che Woody Allen è ancora in ottima forma e che il suo carisma da attore non ha perso un briciolo di immediatezza comica negli anni: compare in scena lui, goffo e tendente all'ansia come sempre, e per me è subito allegria, conforto e ritorno ai suoi dorati anni '70.

Per il resto il film non serve assolutamente a nulla, tutt'al più a generare sbadigli e sguardi di intesa sbigottita con il vicino di poltrona incappato nella vostra stessa trappola.
La trappola tesa dalla grande attrazione verso Allen in veste di attore che fa dimenticare l'identità del regista.

Da Turturro dietro la macchina da presa non mi pare sia mai venuto fuori qualcosa di particolarmente brillante o stilisticamente riconoscibile e in effetti non c'era da aspettarsi un film determinante per la storia del cinema o per la propria esistenza.
La sua faccia con la bocca storta io la ricordo solo nel Barton Fink dei fratelli Coen, ma per il resto Turturro, direttore o diretto, non suscita in me alcun tipo di sentimento cinematografico.

Mi aspettavo però qualcosa di più gradevole e più definito nel senso della commedia, il classico film rilassante da vedere a cuor leggero.
Gigolò per caso mi è sembrato sceneggiato male, raffazzonato, senza sviluppi narrativi.
Una stupidaggine dal ritmo lento e mal riempito, con incursioni superficiali e troppo en passant nell'ebraismo, nella città di New York, nel romanticismo classico, nella tematica della solitudine erotico-sentimentale contemporanea e della sopravvivenza creativa in tempi di crisi.

Sharon Stone e Sofia Vergara insieme potevano dare sensualità ad un film privo di appeal (davanti ai loro fisici pazzeschi si rimane a bocca aperta), ma mi sono sembrate sprecate e mal utilizzate.
Definita in modo più preciso è l'ortodossia puritana yiddish del personaggio interpretato da Vanessa Paradis, molto delicata in questo film, ma il senso di uno sviluppo sbagliato mi ha pervasa anche in questo caso.

A favore del regista c'è da dire che Gigolò per caso non esagera mai e mantiene un elegante decoro complessivo che è anche il decoro e il profondo garbo del protagonista Fioravante/John Turturro, ma che noia questo minimalismo, questa garbata lentezza che non esplode mai!

Murray/Woody Allen è il cuore simpatico e birichino di Gigolò per caso e regala al film qualche battuta degna del miglior allenismo d'epoca, ma purtroppo da solo non basta a dare senso e brio al film, almeno per me.

A questo punto mi viene da pensare che forse il vero gigolò per caso del titolo sia Woody Allen e che il furbo pappone sfruttatore sia John Turturro!


domenica 4 maggio 2014

Il mio parere su The Grand Budapest Hotel


È cosa nota che i film di Wes Anderson o si idolatrano (vedi alla voce hipster) o si tacciano di ridicolo (i classicisti del cinema, suppongo). Rispetto a questo regista-artista personalmente credo di potermi collocare  nel limbo mediano della tiepidezza, fra coloro che i suoi film vanno a vederli sì, ma senza eccessiva euforia e senza portarsi il righello e altre strumentazioni empiriche da casa per calcolare la perfetta simmetria, armonia e maestria della tanto agognata creatura andersoniana di turno.

Il fatto che Wes Anderson sia diventato un fenomeno di moda, un simbolo ben preciso di gusto socio-culturale giovanile, credo abbia tolto un po' di spontaneità e di sincerità alle reazioni verso i suoi film. Se sei un giovane contemporaneo con spiccato gusto indipendente, oggi, oltre a farti crescere a dismisura la barba, devi amare necessariamente Wes Anderson e possedere il cofanetto completo dei suoi film o sei fuori dal giro.

Gli andersoniani di solito sono colti e sofisticati; il problema è fingere di amare Wes Anderson per fingersi colti e sofisticati. Ma questa è un'altra storia...

Rispetto a Moonrise Kingdom che mi era sembrato un'autocelebrazione delle sue fissazioni cromatiche e delle sue impeccabili combinazioni estetiche, The Grand Budapest Hotel l'ho percepito più umano, più piacevolmente fiabesco.

L'effetto cartonato in tinte pastello che fa sembrare i film di Wes Anderson dei deliziosi carillon con meccanismo di precisione svizzero ovviamente c'è sempre, così come l'esagerazione generale in chiave semiseria di persone, cose e luoghi e quel sottile e voluto flirtare con la sciocchezza e l'infantile.

The Grand Budapest Hotel ha all'esterno la solita patinata bellezza che è un incanto per gli occhi, ma in qualche modo anche un fastidio perché dal sapore troppo digitale, e all'interno un affascinante cuore romanzesco, una gran bella narrazione vintage.

Sarà che gli alberghi hanno un innato fascino letterario e una capacità di racconto insita nella loro natura di luogo di continuo transito umano, ma la vicenda del Grand Budapest, del suo concierge Monsieur Gustave e del suo garzoncello Zero, sebbene più esterna che interna all'albergo, mi ha intrigata parecchio.

L'elemento giocoso, la buffoneria estrema di azioni e situazioni, il grottesco-favolistico in questo film è ben dosato e armonizzato con una parte più ideologica e seria, con riferimenti storici pesanti e con sentimenti profondi.
Più che farmi ridere di solito le trovate di Anderson mi stupiscono per la loro perfetta e personalissima commistione di non-sense e bellezza, di stupidaggine e di genialità.
Stavolta oltre al solito stupore (che è anche un pò incredulità) ho percepito una profondità di intenti e un messaggio interessanti.
Insomma, non solo il solito progetto miniaturistico di brillante perfezione, ma anche una bella storia carica di umanità, di amicizia, di amore.

Il dispiegamento di decine di attori-feticcio grandiosi sotto forma di breve comparsa carismatica è la cosa che adoro di più di Anderson: in questo film più che mai c'è l'imbarazzo della scelta e il cameo di turno regala sempre un'emozione, un attimo di pura esaltazione cinefila.

La tipica cartolina glamour andersoniana con The Grand Budapest Hotel si è animata e si è fatta racconto, autoironico senza esagerare e profondo senza esagerare, maniacale sì, ma con l'anima.