mercoledì 25 giugno 2014

I Love Books: 71. Sonata a Kreutzer


Vi dicevo dell'affare fatto qualche tempo fa con un'offerta lampo Kindle e della presenza della Sonata a Kreutzer di Tolstoj nell'invitante pacchetto scontato.

Anche in questo caso siamo in presenza di un romanzo brevissimo, che si può facilmente leggere in una manciata di ore, ma che non lascia scampo né quiete al lettore.

Fa quasi paura perché è spietato, affilatissimo, lucidamente teorico rispetto alla tematica dell'amore coniugale e di tutti i suoi universali corollari.

In certi punti Sonata a Kreutzer sembra più un trattato sulle convinzioni del Tolstoj post-conversione che un romanzo vero e proprio, ha una vocazione espositiva fortissima più che narrativa, ha la perentorietà di una tesi e della sua fervidissima dimostrazione.
Un piccolo libro di distruzione sistematica e di negazione dell'amore, ecco cos'è Sonata a Kreutzer.

Leggerlo con una consapevolezza biografica su Tolstoj credo sia fondamentale alla sua comprensione, a capire come mai sia un'opera tanto determinata, cinica e destabilizzante.

Solo così si può mettere in prospettiva e tentare di capire il disgusto, la nausea di Tolstoj - e del suo protagonista uxoricida Pozdnysev - verso la vita di coppia, la copulazione coniugale vista come un atto animalesco, basso e sporco, come qualcosa di squallido e avvilente. L'assenza di amore nella Sonata a Kreutzer è qualcosa di paradossale, di estremizzato fin quasi al ridicolo.
C'è un'ostinazione in questo nichilismo sentimentale che non è, e non può essere, mero espediente letterario e che deve necessariamente intrecciarsi con le più estreme convinzioni tolstojane.

Secondo questa visione catastrofica e asfissiante della condizione matrimoniale, l'amore non c'è, e quello che viene di norma definito come tale non è altro che un'illusione alimentata dalla volgare e superficiale regola ferina e ormonale dell'attrazione fisica, è finalizzato solo ed esclusivamente al sesso e al godimento corporeo. Di sublime e romantico c'è ben poco.

Questo ascetismo dai connotati fortemente nichilisti che pervade tutta l'opera, emerge nettamente fino a farsi seriosa dottrina nella Postilla aggiunta da Tolstoj in appendice al romanzo, che, con tutto il rispetto per Tolstoj, ho trovato più noiosa di una predica cattolica, di un'aridità fastidiosa e anacronistica.

Al di là delle teorie esposte nel romanzo, chiaramente opinabili, dal punto di vista strettamente narrativo e creativo Sonata a Kreutzer è una bomba ad orologeria, un meccanismo perfetto e no-stop di intrattenimento, di sospensione e di coinvolgimento del lettore, si legge con avidità sentendo il climax crescere di pari passo alla curiosità e allo sconcerto.

L'espediente del racconto ad uno sconosciuto sul treno è perfetto e dà a chi legge la possibilità dell'abbandono comodo e totale all'ascolto.

Le parti finali sulla gelosia del protagonista verso la moglie e il suo (presunto) corteggiatore con cui si diletta a suonare al piano la Sonata a Kreutzer di Beethoven, sono costruite con abilità registica e con una scansione ritmica della tensione. L'esplosione conclusiva è da maestro ed è in virtù del talento narrativo di Tolstoj che Sonata a Kreutzer va letto e goduto. Perché per il resto è un'opera follemente teorica e distruttiva.

martedì 17 giugno 2014

I Love Books: 70. Tre uomini in barca (per non parlar del cane)


Ho comprato questo piccolo libro in offerta lampo Kindle senza alcuna precedente intenzione di leggerlo; un po' come capita con i saldi, spesso acquisto e-books solo perché il prezzo è ridicolo e per provare l'euforia del senso dell'affare. L'utilità di quella lettura me la creo io al momento e se nell'immediato non c'è, me la conservo per i giorni a venire.

In questo caso poi la casa editrice era Feltrinelli e non potevo lasciar perdere: con pochi euro, oltre a Tre uomini in barca, ho preso anche La sonata a Kreutzer di Tolstoj (di cui vi parlerò a breve) e La signora delle camelie di Dumas (un classicone che non ho ancora letto).

Tre uomini in barca (per non parlar del cane), complice anche il suo spontaneo prestarsi alla stagione estiva e balneare, l'ho letto subito e tutto d'un fiato: è quel tipo di libro "facile" e light che non ha senso leggere a piccole dosi. Va giù come un bicchiere di acqua fresca d'estate, è lieve, allegro, distensivo.

Più che un romanzo canonico è una sorta di diario di viaggio, e in effetti in origine doveva essere una guida turistica del Tamigi e delle sue sponde: per fortuna, alle descrizioni geografiche e paesaggistiche Jerome ha aggiunto un elemento umano esilarante, anzi tre elementi umani e uno animale, un quartetto molto british dalla gag patologicamente facile.

Ho adorato i tre protagonisti+uno di questa sghangherata gita in barca lungo il Tamigi, Jerome, Harris e George, il loro essere woodyalleniani, mr.beaniani, completamente imbranati e nerd, e il fatto che il cagnolino Montmorency sia una sorta di rassegnato osservatore della mancanza di senso pratico dei suoi accompagnatori umani.
Tra ipocondrie varie (l'incipit è grandioso!), piccoli disastri a bordo e fuori bordo con scene da commedia slapstick, grane organizzative da dilettanti, bagni più o meno previsti nel fiume e avventure grottesche che solo l'humour inglese poteva concepire, il libro scorre piacevolmente e riesce sempre a strappare un sorriso, a creare un senso di confortante identificazione (soprattutto a chi come me si perde e annaspa spesso in un bicchier d'acqua!). L'antieroismo totale dei protagonisti è stato per me un vero toccasana, un'occasione benefica di autoironia.

Peccato per qualche parte in cui l'umorismo si fa un po' troppo inglese e sfuggente e per qualche descrizione e/o digressione accessoria che di tanto in tanto mi hanno reso impaziente.

Nel complesso una lettura rilassante, in piena armonia con la stagione; un piccolo classico che nel suo essere breve e lieve riesce a far riflettere sulla semiserietà della vita ed invita in modo contagioso alla leggerezza.

Liberatevi dalla zavorra, uomini! Lasciate che l'imbarcazione della vostra vita sia leggera, carica soltanto di quello di cui avete bisogno: una casa accogliente e qualche semplice piacere, un paio di amici degni di questo nome, qualcuno da amare e che vi ami, un gatto, un cane, e una o due pipe, cibo e indumenti a sufficienza e da bere in abbondanza, perché la sete è una compagna pericolosa.
La barca sarà più facile da governare, e non sarà tanto soggetta a capovolgimenti, e se si capovolgerà non sarà così grave; la merce semplice e di buona qualità sopporta un bagno.

Premio alla miglior battuta che sembra uscita da un film di Woody Allen a:

Ogni medaglia ha il suo rovescio, come disse quell'uomo a cui presentarono le spese del funerale della suocera.

mercoledì 11 giugno 2014

I Love Books: 69. La famiglia Karnowski



Ho appena finito di leggere una perla di romanzo, un felice caso di serendipità, un acquisto fatto a scatola chiusa sulla semplice base dell'attrazione per il titolo e per la copertina e della fiducia/venerazione che ho per Adelphi, la Casa Editrice in cui vorrei vivere, di cui vorrei possedere e leggere tutto.
Dopo una serie di libri iniziati e subito accantonati per incapacità di aggancio, con La famiglia Karnowski è stato amore alla prima riga.

Ho sempre amato i romanzi sulle famiglie, credo abbiano la narrazione insita in automatico nella loro natura; in ogni famiglia c'è un racconto, una saga, una storia scandita dalla Storia, dal tempo, dalle circostanze epocali e personali, ed è sempre affascinante farsi raccontare micro e macrovicende famigliari come fossero favole vintage.

La famiglia Karnowski è un grande affresco dal carattere squisitamente romanzesco e richiama subito la sublime classicità della grande letteratura; leggerlo è stato un'immersione salvifica in un periodo nero in cui ho bisogno di distrazioni, di romanzi fortemente umani, di vite degli altri per non pensare troppo alla mia.

Seguire le alterne vicende di questa famiglia di ebrei polacchi emigrati in Germania e stanziatisi a Berlino, e successivamente a New York, è stata un'esperienza di narrazione perfetta, incantevole, avvolgente. Solo i grandi classici contengono dentro l'umano e tutta la vasta gamma di sentimenti che lo riguardano, la vita e le sue molteplici incisioni, e La famiglia Karnowski da questo punto di vista è un grande classico, di quelli a cui batte il cuore fra le pagine di carta.

Ho trovato molto bella e armonica la struttura tripartita in cui ogni parte corrisponde ad un membro e ad una fase della storia della famiglia Karnowski: si inizia con David, il padre e capostipite della saga, si prosegue con Georg il figlio, e si conclude con Jegor, il nipote.
Tre Karnowski inseriti in contesti storico-politici diversi, con indoli diverse e con modi diversi di intendere e vivere la vita e il loro ebraismo.

L'essere ebrei è la grande tematica-problematica del romanzo, quell'eterno dissidio tra la fierezza dell'appartenenza e il fastidio per l'etichettatura, tra l'elemento sacro e religioso e quello socio-culturale dell'ebraismo.
Se con David l'ebraismo è elemento di distinzione in chiave colta ed elegante, diventa più all'insegna dell'indipendenza laica e dell'irriverenza con Georg e sfocia in drammatico rifiuto e puro disgusto di sé con Jegor.
Non c'è un solo momento in cui l'ebraismo non si intrecci e si fondi con le scelte di vita dei protagonisti; la sua influenza è totale.

Il topos degli ebrei come i grandi perseguitati è più forte e chiaro che mai in questo romanzo e non riguarda solo l'arcinoto periodo della persecuzione nazista, ma anche anni lontani e tempi non sospetti, come una sorta di condanna atavica, di maledizione eterna.
I. J. Singer insiste molto anche sulla fisicità dell'ebreo-tipo, parla sempre di capelli nero corvino, di pelli scure e di nasi pronunciati e questo aspetto mi ha colpito molto, perché si avverte l'ossessione per la tara genetica, per l'ebraismo non solo come grande e irrisolta questione storica, ma come mero fatto di carne e sangue, di dna. Mi ha fatto pensare in qualche modo a Philip Roth, alla sua ossessione per la questione ebraica, all'eleganza e alla rabbia dei suoi problematici personaggi ebrei.

Non conoscevo I. J. Singer, ma ora so che un grande romanziere dalla maestosità classica si può trovare a sorpresa e che un romanzo comprato in uno stato di semi-indifferenza, può diventare uno dei tuoi preferiti di sempre.