giovedì 24 luglio 2014

I Love Books: 75. Le vite di Dubin


Nel panorama della letteratura ebraico-americana contemporanea il mio unico riferimento è Philip Roth, non ce n'è per nessuno. Dopo un'esperienza terrificante con Saul Bellow e un'eterna paura di approccio nei riguardi di Paul Auster, ho deciso di continuare nella mia monotematica e appagante direzione roth-centrica.

Poi però ho visto tra i suggerimenti d'acquisto on line simil-Roth il nome di Bernard Malamud, anche lui scrittore jewish moderno (premio Pulitzer e due volte National Book Award) che conoscevo vagamente (per lo più per la fama del suo Il commesso) e di cui non avevo mai letto o previsto di leggere nulla.
Così nell'ultimo ordine su Amazon ho inserito Le vite di Dubin, che Malamud considerava il suo romanzo migliore, e mi sono predisposta al cambiamento, all'ampliamento del mio orizzonte letterario statunitense ed ebraico.

Dico subito che Malamud in qualche lontano modo somiglia a Roth, almeno per quanto riguarda le tematiche e la centralità preponderante di individui in crisi esistenziale e perfetti per la psicoanalisi, ma lo stile è diversissimo.

Roth è furore, è palpitante, le sue storie e i suoi personaggi sono inquieti, irrefrenabili, ardimentosi; quando si legge Roth non lo si fa per cercare pace e comodità.
Quel che ho letto finora di questo maestro mi ha sempre scossa e strattonata, mi ha travolto; il suo perfetto mix di ritmo narrativo incalzante e disarmante bellezza di scrittura mi ha esaltato sempre.

Malamud al contrario è il trionfo della pacatezza, della lentezza, della narrazione sopita e involuta dentro pause di puro incanto descrittivo.

Il suo stile di scrittura è molto elegante, la sua prosa molto ricercata e fantasiosa; ho sottolineato numerose frasi e passaggi trovandoli magnifici e di grande inventiva.
Da questo punto di vista il il romanzo è veramente l'opera di un grande maestro.

Tuttavia la storia in sé non mi ha mai preso per mano né schiaffeggiato, non mi ha fatto trasalire e non mi ha nemmeno allietato; non ha avuto alcun effetto su di me e il prima e il dopo Le vite di Dubin è la stessa identica cosa.

Il personaggio di William Dubin, biografo alle prese con una gigantesca crisi di mezza età e creativa, un'amante giovanissima e una moglie impegnativa, potrebbe essere benissimo un personaggio alla Roth, così fragile e vacillante com'è, ma nelle mani di Malamud le sue azioni sono poco incisive, le reazioni alle sue azioni sono poco rivoluzionarie, timidamente destabilizzanti.
C'è come una discrezione di fondo, una paura di osare e far spaventare il lettore che da una parte sa di rispetto e di delicatezza, ma dall'altra ti dà frustrazione o ti fa sbadigliare. Troppa moderazione, troppa parte del romanzo resa in punta di piedi, senza calci e furore.

Il risultato è una narrazione bella, ma priva di apici, aggraziata, ma troppo calma e canonica per coinvolgere il lettore. La storia del triangolo amoroso e dell'ultra cinquantenne nostalgico della giovinezza è il topos più tipico che c'è, è pura classicità, e Malamud sembra non voler aggiungere altro a questo canone se non la sua grande abilità nello scrivere, la sua sublimazione del normale, del banale attraverso belle parole, magnifiche espressioni.

Il fatto che Dubin stia scrivendo la biografia di uno scrittore audace come D.H. Lawrence, e che stia incontrando enormi difficoltà nella stesura, è fortemente simbolico, è il cuore fondamentale del romanzo, il senso della pluralità del suo titolo.
La tematica metaletteraria del vivere le vite degli altri attraverso la scrittura, evadendo così dalla propria, poteva essere sviluppata meglio, con più trovate e sterzate forti, ma, ripeto, c'è sempre una timidezza di fondo che rende tutto fin troppo ovattato, perfino nei momenti più "concitati" o di rottura.

Forse ho sbagliato ad avere come riferimento Roth, le mie aspettative si sono un po' distorte nella speranza di avere a che fare con un trasporto di lettura totalizzante e con un romanzo in qualche modo potente.
Invece Le vite di Dubin è (per me) un romanzo trascurabile e mi dispiace dirlo perché la scrittura di Malamud è tutt'altro che trascurabile.

Adesso vorrei quasi mettere alla prova Malamud leggendo Il commesso.

O forse potrei smetterla di avere aspettative e fare mia la bellissima frase del romanzo:

"è proprio necessario che tutto significhi qualcosa?"

lunedì 21 luglio 2014

Serie tv mon amour: 28. Girls (terza stagione)


Se si ha un'età compresa tra i 25 e i 30 anni o poco più e un'esistenza in linea con gli standard socio-lavorativo-emotivi contemporanei, Girls è una medicina da assumere regolarmente, la salvezza, lo specchio della solidarietà, l'occasione perfetta per il momento quotidiano dell'autoironia.

Non so dirvi a parole quanto ami questa serie e Lena Dunham (ho cercato di dirvelo qui e qui), ma posso dirvi che questa terza stagione l'ho amata forse più delle precedenti per più di un motivo.

L'empatia, che si era vagamente allentata negli eccessi della seconda stagione, è tornata ad essere fortissima: mi sento così capita da questa serie, mi sento in qualche modo citata, tirata in ballo ed è una sensazione esaltante.

Lena Dunham è incontrovertibilmente e per il terzo anno di fila il mio guru.

Dopo le nevrosi e il crollo emotivo di Hanna e la generale negatività della seconda stagione, nella terza la ragazza è più equilibrata, propositiva e innamorata.
Il drama torna ad essere comedy, o meglio un misto perfetto di entrambi, il trionfo dell'agrodolce esistenziale.
Niente più nevrosi, viziosità e sesso occasionale, niente più versione disfattista di Hanna, ma una donna che convive, lavora (più o meno) e porta avanti tra alti e bassi il suo sogno di scrittura (da questo punto di vista il finale della stagione è grandioso, una grande promessa!).

Tra nuove dinamiche importanti, come la recitazione di Adam che diventa sempre più una cosa seria e impegnata, una sorta di terzo incomodo nella relazione con Hanna, nuovi personaggi (la squilibrata sorella di Adam, il fighissimo collega di teatro di Adam che diventerà una tentazione per Marnie...), nuove scene di vita newyorkese tra il funzionale e il disfunzionale, amori che si rinforzano e poi vacillano, consolazioni sessuali (Marnie, RayShoshanna) o tossiche (Jessa), le vicende semiserie delle girls proseguono senza deludere mai lo spettatore.
Il talento indipendente della Dunham, quel suo personalissimo tenersi in equilibrio tra il ridicolo e il profondo, tra la provocazione e la sensibilizzazione, rimane fresco e sorprendente, stagione dopo stagione.

C'è una puntata di questa terza stagione che ho adorato in maniera particolare, la 7, quella della gita al mare (Beach House) che poi diventa un party frivolo e tesissimo, un'arena di incontro e scontro fra le quattro ragazze, un togliersi la maschera e mettere a fuoco senza ipocrisie (ma con parecchio alcool in corpo) lo stato della loro amicizia.
Raramente le ragazze sono state più stronze fra di loro, ma in questa cattiveria c'è tanta di quella verità e umanità non televisiva che consola assistervi, c'è il concetto di amicizia con tutte le sue idiosincrasie.

Ecco, la scena finale di quella puntata mi ha fatto ridere e commuovere, l'ho trovata perfetta, iconica (vi allego qua sotto la foto di riferimento).


Mentre aspetto la quarta stagione, mi consolo seguendo Lena Dunham e la sua adorabile eccentricità su Instagram...

lunedì 14 luglio 2014

I Love Books: 74. Persuasione


Di solito Austenland è uno dei posti letterari migliori in cui trovare rifugio dalle tensioni e dai magoni. D'estate poi è anche una forma mentale di riparo termico; sarà tutta quella campagna inglese che termina quasi sempre con il suffisso -shire, il suo dispensare natura verde e piogge improvvise, il modo in cui Jane la descrive tuffandovi dentro i suoi personaggi, fatto sta che tutto ciò mi calma e mi dà refrigerio.

Stavolta però qualcosa è andato storto, non so se nella mia percezione del testo o nel modo in cui Jane l'ha scritto; non ci siamo capite, non ci siamo piaciute affatto.

Dei sei romanzi maggiori della scrittrice mi resta da leggere solo L'abbazia di Northanger, ma al momento posso dire che Persuasione, che è il suo ultimo romanzo (pubblicato postumo), è decisamente il peggiore.

L'ho trovato così noioso e così poco austeniano da sentirmi scoraggiata fin dalle prime pagine, quelle in cui di solito Jane riesce a creare un'atmosfera e ad agganciarmi in poche battute.

La proverbiale ironia austeniana, quel brio canzonatorio e vagamente provocatorio che anima le flemmatiche dinamiche della vita sociale inglese dell'800, è poco presente; la classica trama del matrimonio non è civettuola e amabile come negli altri romanzi, manca di sarcasmo e finisce con l'essere una noia mortale.

Anne Elliot non è una vera eroina austeniana, non ne ha la tempra e l'autrice sembra aver dimenticato di darne una descrizione psicologica accurata, un background di inquadramento preciso; di lei capiamo solo che otto anni prima si è lasciata convincere a lasciare un uomo che amava e che l'amava, ne intuiamo la debolezza decisionale e la riservatezza sentimentale, ma non sappiamo molto altro del suo passato, della sua indole profonda.
Mentre le altre eroine austeniane sono "consistenti", tridimensionali, (persino la remissiva Fanny Price di Mansfield Park che ho stentato ad amare), Anne Elliot è piatta e priva di appeal letterario, non emerge mai dalla pagina pur essendo la protagonista.

Lo stesso per quel che riguarda la controparte maschile, il capitano Wentworth, anche se con la lettera che scrive nel finale si riscatta un po' dal suo anonimato caratteriale.

Jane Austen era piuttosto malata quando scrisse Persuasione, la sua drammatica situazione fisica dovette certamente influenzare la vivacità del romanzo; Persuasione non è tetro o depresso, ma non ha nemmeno vitalità, non ha molte battute, sorrisi e sottili irriverenze con cui deliziare il lettore.

Lo definirei più un romanzo romantico classicheggiante, privo di quelle sterzate autoironiche e anticonvenzionali nella convenzione che tanto animano e modernizzano la letteratura austeniana.

C'è da dire che un buon 20% di delusione mi è derivata dall'edizione in cui ho letto il romanzo (mea culpa), la solita Newton Compton cheap e piena di refusi; stavolta ho avuto anche l'impressione che la traduzione fosse poco fluida e armonica, come se il risultato in italiano risultasse grossolano.

Insomma, Persuasione, a dispetto del suo titolo, non mi ha convinta affatto.
L'ho letto fino alla fine solo per rispetto verso Jane Austen, la sua maturità e lo stato fisico in cui lo scrisse.

Janeites della blogosfera, ditemi la vostra, insultatemi, persuadetemi ad austenizzare in qualche modo Persuasione, o eventualmente ditemi che siete d'accordo con me!

mercoledì 9 luglio 2014

Serie tv mon amour: 27. Masters of Sex


D'estate la mia cinefilia (e la cinematografia in generale) latita e mi sento più predisposta a vedere serie tv: una o due puntate, uno o due bicchieri di acqua tonica, l'arietta che arriva dal balcone. Niente di troppo impegnativo per finire la giornata.

Mentre mi lancio nell'impresa intensiva e fagocitante di vedere tutte le stagioni di Game Of Thrones (ho già finito la prima e sono a metà della seconda, yeah!), porto avanti qualche altra serie.
Una di quelle che ho appena finito di vedere è Masters of Sex.

Mi sono sentita subito attratta dall'estetica vintage della serie, dalla storia vera di William Masters e di Virginia Johnson e dalla loro rivoluzione medico-sessuale, dalla promessa di indipendenza e audacia che tale vicenda portava con sé.

Promessa mantenuta in pieno da Showtime (come sempre d'altronde!) che offre una serie tv di grande qualità e di grande libertà, esteticamente bellissima, tematicamente accattivante, in cui l'approccio storico-clinico al sesso e alle sue mille sfaccettature si affianca a storie d'amore, di sesso, di coppie, di figli, di aspiranti genitori, con tutta una gamma di interessanti problematiche e sviluppi.

La ricerca scientifica si mescola al sentimento, l'esperimento pionieristico sulla sessualità e i suoi terreni ancora insondati non è mai arido e fine a se stesso perché sapientemente dosato e intrecciato alla vita quotidiana dei protagonisti.

Protagonisti che ho trovato perfetti, specialmente Michael Sheen nei panni del dottor Masters, con quella faccia sempre seria, la rigidità esistenziale, la chiusura altera e professionale che sembrano cozzare con lo sperimentalismo delle sue ricerche sessuali, con la sua determinazione verso l'innovazione in un campo troppo poco sdoganato.
Un sessuologo ginecologo avanguardista dall'aspetto grave e inquietante. Semplicemente perfetto!

Brava anche Lizzy Caplan nel ruolo della sua assistente Virginia, un mix di sensualità e professionalità, di propensione naturale alla sessualità da praticare e a quella da studiare. Una donna diversa da quelle che si vedono nella serie con la loro aria di mogli e madri patinate, una donna più disinibita e ambiziosa, lontana anni luce dai canoni della segretaria di quell'epoca.

Adoro anche Caitlin Fitzgerald nel ruolo della moglie di Masters, Libby: si è mai vista una creatura più aggraziata, longilinea e naturalmente elegante e classica di lei? Un'icona.

A dire il vero mi piace tutto il cast, attore per attore; non ce n'è uno che non si intoni all'estetica anni '60 della serie e alla sua alta qualità.

Non mi sono mai annoiata guardando Masters of Sex, nonostante la sua generale lentezza e qualche aspetto a tratti didascalico. L'atmosfera che si respira, sebbene con calma narrativa e senza accelerazioni brusche, è quella della rivoluzione.

L'intromissione dei due protagonisti nella sfera chiusa a chiave del sesso, il tentativo di forzarla, di capirne di più, era follia per quegli anni e per l'ambiente accademico, era pornografia; nessuno prima di loro aveva usato macchine fotografiche e cineprese per addentrarsi dentro la fisiologia sessuale e una cosa del genere ha a che fare con la Storia ed è stupefacente da seguire, da scoprire puntata dopo puntata.

Tutti sono composti e (apparentemente) pudichi in questa serie, un tripudio anni '60 di bon ton e di esteriorità impeccabile: lo scompiglio creato da William Masters e Virginia Johnson è una bomba che ai contemporanei creò disagio, a noi spettatori esaltazione.

Il 13 luglio parte la seconda stagione: recuperate assolutamente la prima se ve la siete persi!


lunedì 7 luglio 2014

I Love Books: 73. La signora delle camelie


Non so cosa mi abbia spinto a leggere La signora delle camelie subito dopo aver finito di leggere Il cardellino, forse il desiderio di sostituire l'alienazione metropolitana contemporanea con un po' di romanticismo demodé, il gigantismo americano con una dimensione più raccolta ed europea; forse, semplicemente il bisogno di un po' di amore classico, seppur triste, dopo la valanga di solitudine e perdizione che viene fuori dal romanzo della Tartt.

Devo dire che forse preferivo il nichilismo tossico del protagonista de Il cardellino e la sua difficile New York, alla melliflua Parigi ottocentesca che fa da sfondo al romanzo di Dumas e all'agire operistico dei suoi personaggi.
Di solito ho la sindrome dell'epoca d'oro e trovo più conforto nella letteratura vintage, ma La signora delle camelie è un po' troppo teatrale per i miei gusti.

L'ho trovato patetico e non necessariamente in senso dispregiativo, ma nel senso letterale di pathos vecchio stile, di capacità di suscitare sentimento e compassione nel più tradizionale e codificato dei modi.
La storia d'amore tra Armand Duval e Marguerite Gautier è tragica e effimera come da copione romantico e se si ha la propensione alla lacrima facile e frivola, ci si può ritrovare commossi e sprofondati voluttuosamente nel tragico.
Personalmente, ciò che avrebbe dovuto farmi lacrimare l'ho trovato ingenuo e pomposo, in uno stile da feuilleton a tratti goffo.

Ho però molto apprezzato il personaggio di Marguerite, il suo vitalismo come scelta di vita e approccio alla malattia (la tisi che le sarà fatale ancora giovanissima), il suo spirito indipendente, la sua prostituzione furba e sofisticata.
Mi ha fatto pensare alla Nanà di Zola, altra figura di demi-mondaine indimenticabile.
Con la sua vita dedita al lusso sfrenato, ai facoltosi amanti, al teatro parigino del Variétés e alla mondanità in genere, Marguerite vive come se non ci fosse un domani e in effetti per lei il domani non c'è, almeno prima di conoscere Armand. 
Anche in questo caso però non c'è possibilità di futuro per la bellissima signora delle camelie: le imposizioni morali dettate dall'alto e l'ostinazione mortifera della malattia avranno la meglio.

Conoscevo per sommi capi la vicenda narrata e il suo essere d'ispirazione a La Traviata di Giuseppe Verdi, ma non sapevo che questa storia così melodrammatica fosse vera e che fosse stato lo stesso Alexandre Dumas figlio ad innamorarsi nella realtà di una "mantenuta" dello stesso genere di Marguerite (il suo vero nome era Alphonsine Duplessis). Questo aspetto mi ha tolto un po' del fastidio e dell'imbarazzo che ho provato a fine lettura e mi ha fatto vedere le cose da un altro punto di vista, con più rispetto.

Da leggere se si è in vena di classici romantici che più classici romantici non si può.

mercoledì 2 luglio 2014

I Love Books: 72. Il cardellino



Premio Pulitzer per la narrativa 2014, Il cardellino è un romanzo preceduto dalla sua fama, è il fenomeno editoriale di cui si legge e sente parlare un po' dovunque e che trascina nel vortice mass mediatico e commerciale del "voglio leggerlo anch'io!". Se al suo status di bestseller imprescindibile del momento, si aggiunge il fascino misterioso da outsider di Donna Tartt e il suo farsi viva ogni 10 anni con romanzi costruiti in modo maniacale e architettonico, non si può fare a meno di provare curiosità.

Io l'ho fatto mio a soli 4,99 euro approfittando di un'offerta Kindle e mi ci sono immersa subito.

La storia dickensiana di Theo Decker che a 13 anni perde la madre in un attentato al Metropolitan Museum di New York, trova e porta con sé il quadro del maestro olandese Carel Fabritius "Il cardellino", viene adottato da una ricca e alienata famiglia newyorkese, poi trascinato dal padre alcolista a Las Vegas, per poi ritrovarsi di nuovo a New York tra antiquariato e sbando totale, coinvolge subito il lettore e non gli dà pace.
Gli orfanelli di Dickens sono quasi dei privilegiati rispetto a Theo, alla sua vita rocambolesca e disgraziata, alla sua solitudine metropolitana, alla sua perdizione; in loro c'è una purezza buona e autosalvifica che Theo non ha. Theo è un dannato, un drogato, un derelitto. Con Theo Decker il romanzo di formazione si fa romanzo di autodistruzione.

Togliere al lettore la comfort zone classica del riscatto, del respiro di sollievo, è una delle forze seduttive del romanzo, ciò che lo rende irresistibile dalla prima all'ultima pagina.
Disperato, esasperato, deprimente, ma totalmente trascinante.
Da questo punto di vista il Pulitzer è meritatissimo e mi inchino di fronte alla capacità di Donna Tartt di tessere una tela narrativa così ampia e avvincente.

In questa costruzione magnifica e precisa di ars narrandi ho tuttavia riscontrato alcuni difetti e cali di tensione.
Ho trovato poco probabili e forzate alcune situazioni, come la facilità troppo casuale di ritrovarsi in una città immensa e mutevole come New York.
Lo spettro dell'artificio aleggia di tanto in tanto e impone una fastidiosa, seppur non troppo prolungata, sospensione del patto di incredulità.

Inoltre c'è il problema della ridondanza, di certe descrizioni che a volte sembrano semplici variazioni semantiche sullo stesso identico tema, un ripetersi in loop di situazioni (quasi sempre a tema tossico, alcolemico e lisergico) che per un bel po' di tempo non portano la trama da nessuna parte, tenendola in uno stand by accessorio. Un problema che riguarda in particolare la lunga parte centrale del romanzo, quella ambientata a Las Vegas, quella in cui Theo conosce Boris e insieme a lui vive in uno stato perenne di stordimento tossico e di divertimento chimico.

Se fossi stata l'editor di Donna Tartt avrei tagliato qua e là, avrei portato un po' di fresco sfoltimento in quelle zone asfittiche e sospese del romanzo che sembrano sempre uguali.
Donna Tartt scrive con eleganza evocativa e con un'attenzione maniacale alle parole, è una macchina narrativa pressoché perfetta, e forse è proprio per questa invidiabile abilità che spesso indugia troppo qua e là, che blocca la corsa del treno per descrivere un'atmosfera, un gesto, dimenticandosi di far camminare il lettore.

Tolte queste pecche, Il cardellino è pura attrazione, è dipendenza totale, è colla ad azione immediata sugli occhi. Si legge rapidamente e famelicamente nonostante le quasi 900 pagine, è il classico libro che si ingurgita tutto d'un fiato e che si legge per il semplice piacere di leggere.

Con ciò non voglio dire che alla fine del libro non rimanga nulla o che non ci siano spunti di riflessione su tematiche importanti, però non posso nemmeno dire che abbia avuto un effetto prolungato post lettura su di me o che mi abbia destabilizzato, cambiato o scrollato come hanno fatto certi altri libri.
Non so come dire: mi è piaciuto moltissimo, mi ha offerto un'evasione totale, ma è come se non fossi riuscita a "sfondarlo", a leggerlo in profondità.
Un po' come mi accade con i romanzi di Stephen King, e con la letteratura di consumo in generale, è stata una lettura di godimento, ma senza particolari insegnamenti e riverberi.

C'è però un'eccezione a questa sensazione ed è il finale che ho trovato bellissimo e significativo, una summa di poche pagine dell'anima intera del romanzo, del suo senso profondo.
Un commiato che è quasi un consiglio, un invito alla vita e alla salvezza personale.
Ho sottolineato e memorizzato questa frase:

Qualunque cosa ci insegni a parlare con noi stessi è importante: qualunque cosa ci insegni a cullarci fino a uscire dalla disperazione.