giovedì 25 settembre 2014

I Love Books: 80. Villette


Villette è uno di quei romanzi classicamente british che io definisco "da caminetto e tisana"; che poi io non abbia in casa un caminetto e che la Sicilia non abbia propriamente la stessa atmosfera dell'Inghilterra vittoriana, è un altro paio di maniche.

L'immaginazione compensa anche i divari termici.

A dire il vero trovare una vera e propria comfort zone nel romanzo è stato difficile: dopo un inizio promettente che mi ha subito agganciata a sé, qualcosa nella trama ha iniziato a farsi stupido, barboso e poco interessante e i miei tentativi di immersione mi hanno subito riportato a galla, delusa e annoiata.

La verità è che l'ho mollato al 70% di avanzamento Kindle (shame on me!) e questa cosa mi rode perché sono una che di solito porta a termine le sue letture, anche quelle più fisiologicamente predisposte all'abbandono. Ho questa sciocca ostinazione da sempre.

L'ultima volta mi è successo con Tenera è la notte, ma lì l'abbandono aveva a che fare con l'autoconservazione emotiva e con un tipo di sublime dolore che dà di solito l'opera fitzgeraldiana e che non potevo sopportare.
Con Villette invece è stato per pura noia.

Dopo l'esaltazione da scoperta di opera minore grandiosa che mi aveva dato La casa della gioia di Edith Wharton, pensavo che anche Charlotte Brontë avesse in serbo per me una sorpresa e che da una che ha scritto un romanzo meraviglioso come Jane Eyre, ci si poteva aspettare una perla nascosta.

Il fatto che fosse edito da Fazi ha dato man forte alle mie grandi speranze: da quando ho letto Stonerconsidero questa case editrice una dispensatrice di raffinati doni letterari perduti, una salvifica levatrice di preziosità poco fortunate. E dire che prima la etichettavo come la casa editrice di Melissa P.

Nel caso di Villette le mie sensazioni in merito alla Fazi non sono propriamente le stesse e la mia gratitudine è minore, tuttavia mi rendo conto di quanto sia comunque bello, al di là del risultato e del feeling di lettura che si instaura, scoprire opere eclissate dalla fama di ingombranti sorelle maggiori, andare in avanscoperta e scegliere di dare una chance a quel romanzo di cui tutto conoscono l'autrice, ma che nessuno ha mai letto.

Non ho finito (ma magari lo farò prima o poi) Villette, però mi è rimasta un'idea della Charlotte Brontë  meno nota, una visione alternativa a Jane Eyre e una conferma di quanto questa sia davvero un'opera grandiosa, la prova più forte del talento della scrittrice inglese.

Grandiosità che manca invece a Villette, insieme al ritmo e ad un iter narrativo in crescendo.
Sono arrivata fino al 70% eppure la trama è rimasta sempre allo stesso livello, come se non succedesse mai nulla di risolutivo, di importante.

Lucy Snowe, che lascia la sua Inghilterra alla volta del Continente e si trasferisce a Villette, è in qualche modo simile a Jane Eyre: una donna modesta fisicamente, economicamente ed emotivamente, dalla vita grigiastra e priva di slanci passionali.
Ma mentre Jane si riscatta sposando Rochester e rendendo felici generazioni di lettori, Lucy rimane sfigata fino alla fine. (Fine che, leggendo la spoilerante prefazione al romanzo, so non essere happy).

Il racconto delle sue "avventure" a Villette non è propriamente vivace: a parte qualche episodio dalle tinte (blandamente) sinistre e misteriose tipiche del romanzo vittoriano e qualche momento di sincero sfogo emotivo e nervoso, il resto è molto calmo e soporifero. Almeno lo è stato per me.

Mi aspettavo l'avvincente diario di una disadattata britannica in territorio straniero e le vicissitudini derivanti da questo gap, ma le vicissitudini in questione non hanno nulla di rocambolesco o, in alternativa, di profondo, e, di conseguenza, non hanno nulla di romanzesco.

Scusa Charlotte. Sei comunque una grande.

venerdì 19 settembre 2014

Serie tv mon amour: 30. True Detective


Dopo la prima folgorazione in Killer Joe, l'impressionante conferma in Dallas Buyers Club e il memorabile mini-ruolo in The Wolf of Wall Street, ne ero già convinta, ma dopo aver visto la prima stagione di True Detective ho vissuto una vera e propria epifania e ho capito che la vita può sorprenderti in molteplici modi e, nella fattispecie, può farti capire ad un tratto, dopo anni di inesistenza attoriale, che Matthew McConaughey è una delle cose più preziose della nostra contemporaneità cinematografica, uno degli attori più mostruosamente sacri degli ultimi tempi e che vederlo recitare è un dono, una fortuna.

Chi l'avrebbe mai detto? Roba da matti!

Il personaggio che interpreta in questa serie, Rust Cohle è immenso, iconico, un filosofo nichilista, un saggio disfatto e lucidamente teorico, uno che quando parla pendi dalle sue labbra insieme alla sua ennesima sigaretta.
Avrei voluto appuntarmi certe scomode verità dette da Rust, certe considerazioni amare eppure verissime sull'esistenza e sull'umanità, le sue elucubrazioni pessimiste raccontate con una retorica e una gestualità quasi teatrale che ipnotizzano.
Mi sono innamorata di lui, della sua personalità tetra, della sua non convenzionale bravura nelle indagini, della sua aura maledetta, viziosa, ma allo stesso tempo sofisticata, quasi colta.

In tandem con questa creatura speciale, c'è Marty Hart/Woody Harrelson (ottimo pure lui), la sua nemesi, la sua antitesi.

Marty è il prototipo classico di detective americano, un po' un medioman, piuttosto basic; di fronte alle considerazioni esistenzialiste di Rust e alla sua vena fin troppo riflessiva, storce il naso e pretende semplicità. Lui ha la sua famiglia, la sua casa, la sua vita (apparentemente) ordinata e priva di riflessioni e autoanalisi troppo complesse.

Immaginate cosa viene fuori da questo tipo di dualismo, che tipo di situazioni può riservare una coppia lavorativa così disomogenea.
Eppure, a dispetto della diversità, dei momenti di intolleranza e mal sopportazione, delle botte, Rust e Marty sono un duetto eccezionale, sono bravissimi, coordinati, appassionati e fedeli all'unisono al loro lavoro.
In un periodo che va dal 1995 al 2012, attraverso flashback e continui andirivieni temporali, li vediamo insieme o separati, ma sempre in qualche modo connessi. Diversissimi, anche esteriormente, ma legati da qualcosa di forte.

Il confronto-scontro perenne di tipo esistenziale fra Rust e Marty sullo sfondo di una Lousiana sinistra, ma anche la loro particolarissima armonia, è il motore di True Detective, ciò che ne fa una serie così sui generis e interessante, così profonda e raffinata.

Non è tanto il caso su cui indagano i due protagonisti - peraltro molto ben costruito e inquietante - a rendere estremamente accattivante True Detective, non è l'appartenenza ad un genere ben codificato, ma è la sua natura ibrida, il suo apparire come crime story poliziesco e il suo essere invece una poesia sulla vita, la sua ripugnanza e la sua bellezza, la sua desolazione e le sue consolazioni.
True Detective ha una natura molto letteraria, è un tipo di serie tv che, a dispetto della sua facciata, punta più alla riflessione che all'azione, più al pensiero, alle parole, ai dialoghi che alle sparatorie e alle corse poliziesche al cardiopalmo.

Che avrei amato questa serie in fondo l'ho capito al primo ascolto della stupenda sigla di apertura, ma che potessi considerarla una delle cose migliori mai viste non osavo immaginarlo.

True Detective. True Love.





martedì 9 settembre 2014

I Love Books: 79. La casa della gioia


Oggi vi presento Lily Bart, l'eroina tragica di La casa della gioia di Edith Wharton che è diventata una delle mie figure letterarie femminili predilette, di un genere singolare e ad alto impatto emotivo.

Di Wharton avevo letto solo L'età dell'innocenza, ma all'epoca mi aspettavo di avere a che fare con un capolavoro, sapevo che le pagine che mi accingevo a leggere sarebbero state magnifiche e che Ellen Olenska non l'avrei più dimenticata. Così infatti è stato e non c'era da sorprendersi.

Qui siamo invece in presenza di un'opera minore e poco nota, credo ancora meno letta di Ethan Frome (che nemmeno io ho ancora letto) e la sorpresa di scoprirla come capolavoro è stata grande e inaspettata.

Ma chi è Lily Bart e perché ha fatto breccia così profondamente nel mio cuore di lettrice?

Lily Bart è una donna di 29 anni, bellissima e altrettanto intelligente, che vive nella New York dei primi del '900 in un'immersione full time e frenetica nella vita mondana dell'alta società, in un andirivieni di feste, viaggi, inviti, in un trionfo di socialità all'insegna dell'opulenza e dell'ipocrisia.

Dapprima si può provare un moto di fastidio per questa sorta di arrampicatrice sociale disposta a tutto pur di trovare un posto fisso fra gli agi fastosi della gente che frequenta, anche ad un matrimonio di convenienza e di non-amore.
Questa ostinazione nella ricerca del lusso, a cui è stata abituata fin da bambina, questo orrore verso la prospettiva di una vita modesta, la rendono agli occhi del lettore una figura a tratti disumana, immorale e antiromantica, ma allo stesso tempo anche attuale e vera, priva di quel perbenismo forzato e di quella perfezione aurea di natura più letteraria che reale.
Percepire della tattica e dell'artificio in lei è in qualche modo piacevole.

A ben vedere c'è tutta una serie di titubanze, di remore interiori, di rimandi, che mettono a nudo la vera Lily Bart, quella sensibile e impaurita, quella consapevole e disgustata, quella innamorata di Lawrence Selden, che non è un Creso e che vive di indipendenza rispetto alla norma della New York ricca che lei insegue.
Un uomo che Lily quasi si impone di non amare perché lontanissimo dal suo progetto di benessere; un uomo che ama Lily, ma che odia in lei quel conformismo sociale altoborghese, quella necessità di vivere dentro una gabbia dorata.

Man mano che il romanzo scorre Lily acquista sempre più una dimensione di sensibilità, sofferenza e abnegazione che la rendono una creatura tragica e sublime: all'aumentare dei suoi debiti, della sua indigenza e della sua smania di venirne fuori, aumenta anche la sua umanità e la sua dignità e quell'aura (apparente) di donna senza scrupoli cede il posto ad una dignità nobile e commovente, ad una disperazione di più facile empatia.
Il finale del romanzo è l'apice di un lungo ed incalzante climax ed è forse il momento più romantico in senso classico di tutta l'opera.

La scrittura di Edith Wharton (ottima la traduzione di Gaja Cenciarelli) è modernissima, audace, priva di manierismi gentili e leziosità femminili, un meccanismo perfetto di indagine sociale e psicologica del New England di inizio secolo
E poi è elegante e sontuosa, in qualche modo simile a quella di Henry James (suo grande amico e maestro, mio grande amore), con quella capacità raffinata e spietata al tempo stesso di indagare l'esteriorità e l'interiorità, il milieu sociale e i moti dell'anima.

Insomma, consigliatissimo: La casa della gioia vi parlerà di New York, di dimore e feste alla Fitzgerald, di una donna incantevole e combattuta, di momenti di gloria e momenti di sventura, di salite e cadute, di fas e nefas e lo farà senza darvi tregua e con vostro massimo piacere.

lunedì 1 settembre 2014

I Love Books: 78. Stoner


Un romanzo di una dignità commovente, come quella del suo protagonista. Una lettura docile, sommessa, discreta, totalmente priva di frastuoni ed esibizionismi.
Quella di William Stoner è un'esistenza minimale, non è affatto materia romanzesca, non ne ha la vivacità, eppure è una delle cose più significative che abbia mai letto.

Dirò cosa già detta ovunque nel web, ma non posso fare altrimenti: la forza di Stoner risiede nel modo della narrazione e non nella materia narrata; un vita essenziale e poco appetibile dal punto di vista letterario, risulta pregna di senso e umanità nella mani di John Williams, nel suo tipo di racconto ovattato, confidenziale, accogliente, con la sua delicata vena poetica e quella sorta di "educazione" narrativa, di garbo d'altri tempi che non ha bisogno di strafare per comunicare.

C'è una grazia di fondo su cui poggiano le pagine del romanzo, una calma che non sconfina mai nel tedioso, ma che, al contrario, coinvolge, scalda il cuore, invita all'autoanalisi e alla riflessione sulla vita, sui modi di viverla, celebrarla o zittirla educatamente, ottimizzandola o sprecandola, attivandola o subendola.

È grazie a questo delicato stile di racconto che l'essenziale si fa romanzesco, che una vita qualunque si fa grande letteratura e che un romanzo essenzialmente trascurabile diventa una fonte straordinaria di interrogativi e suggestioni.

C'è una cosa che ho amato in particolare in Stoner ed è l'amore del protagonista per lo studio e i libri, una forma di esaltazione intellettuale che è forse la sola energia costante e mai interrotta della sua vita a basso consumo e a bassa tensione.

Nonostante le poche amicizie, un matrimonio disfunzionale, una paternità difficile, un grande amore perso, e tutte gli atri tasselli sbagliati o mancanti della sua vita, William Stoner è stato un buon insegnante, un amante della cultura e del sapere ed è in questa passione sempre eccitata ed euforizzante che risiede la preziosità della sua vita opaca, il senso di un'esistenza apparentemente pavida, la salvezza dallo spreco.

In fondo, nei momenti di sconforto e di rifiuto di sé, nelle fasi di poca tridimensionalità esistenziale, c'è forse qualcosa di più salvifico della lettura, dello studio, della curiosità culturale? C'è forse una forza vivificante più nobile di questa?

Da questo punto di vista trovo che la vita di Stoner sia stata a modo suo un'avventura, quel tipo di avventura che ha a che fare più con la contemplazione che con l'azione, più con la testa che con il corpo, ma che può dare emozioni e riscoperte di senso vitali, felicità silenziose.

E l'amore?

L'amore nella vita di Stoner è un abbaglio, un errore madornale travestito da colpo di fulmine facile; sua moglie Edith, amata all'istante (e forse per un solo istante) è una creatura disturbata, mostruosa, una figura femminile la cui psiche meriterebbe un romanzo a parte e la cui sistematica distruzione bellica del rapporto di coppia ha qualcosa di atroce.
Eppure non possiamo dire che la vita di Stoner sia stata priva di amore e passione: le pagine dedicate alla sua fugace storia d'amore di mezza età sono un concentrato di bellezza romantica e ardore, sono una compensazione effimera ma totale della penuria sentimentale di una vita intera.

Forse il vero grande spreco della vita di Stoner è il rapporto con la figlia Grace, un amore di cui si avverte la forza, ma che rimane come frenato per tutto il corso del racconto, come spaventato e incapace di imporsi sulle circostanze avverse.
Forse l'unico moto di rabbia che mi ha dato questo libro è stato relativo a questa frustrazione, perché per il resto è stata un'esperienza di lettura pacifica, che mi ha riconciliato con me stessa, mi ha dato una sensazione di giusta proporzione, di armonia, di empatia, mi ha donato una prospettiva letteraria diversa, quella della bellezza nell'essenziale e della sorprendente narrabilità del minimale.

Non pensavo che un romanzo così timido potesse dire e dare così tanto.
E poi il finale di Stoner è da pelle d'oca e fortissima tensione addominale, è liberazione, è poesia.
Ho chiuso gli occhi dopo l'ultimo punto dell'ultima frase per cercare di trattenere il più possibile dentro di me le belle parole e la pacata perfezione di quella descrizione.