giovedì 23 ottobre 2014

I Love Books: 82. Il commesso



Quando ripenso a Il commesso (e ci penso spesso pur avendolo finito una settimana fa) mi viene subito in mente questo: delicatezza narrativa, sobrietà che non è mancanza di stile, ma uno stile diverso, di tipo timido e pacifico, di tipo sommesso. La forza nascosta della modestia.

Ho amato molto questo libro e mi riesce difficile spiegarne il perché: so solo che mi ha avvolta come in un bozzolo protettivo e consolante, mi ha trasmesso un senso di gentilezza.

La storia è essenziale: un negozio di generi alimentari in crisi a New York a causa della concorrenza limitrofa, un negoziante ebreo rassegnato di nome Morris Bober, l'arrivo di Frank Alpine, un aspirante e misterioso commesso che si offre di aiutarlo gratuitamente, il rapporto di costui con il negozio, il negoziante, la moglie del negoziante e soprattutto con Helen, la figlia del negoziante, le conseguenze di tutto ciò.
Gli eventi narrati sono minimi, minuti, immersi in una quotidianità tutt'altro che epica e romanzesca.

Detto così sembra il nulla, ma c'è della magia in questo minimalismo, c'è una vicenda umanissima, coinvolgente, in grado di suscitare vivaci ondate di curiosità, di ironia, di amarezza. Si legge d'un fiato e si ama all'istante.

Dentro "l'umiltà" de Il commesso si trovano cose grandi e universali e credo sia questo il segreto del suo fascino e dell'empatia che suscita in ogni lettore.
Il destino, sia esso Dio o le circostanze, il sacrificio che spesso è sinonimo della vita stessa, la redenzione e il riscatto personale che non tutti riescono a sperimentare, il sogno americano infranto, l'amore e i suoi ostacoli, l'ineluttabile.

E poi, c'è anche l'ebraismo, la questione complicatissima dell'essere ebrei che spesso vuol dire "ebreizzare" se stessi, in senso negativo, pessimista, fatalista.
Morris Bober è un perdente, ma è stato in qualche modo lui a cucirsi addosso questa etichetta tragica.
Tramite il suo personaggio si avverte un senso fortissimo di dignità, di commovente onestà che fa quasi rabbia perché sconfina spesso nella passività, nella resa.

Mentre Frank Alpine, che ebreo non è, ma è altrettanto fallito e disorientato, ci prova sempre a rimettersi in gioco, ad agire; il suo savoir faire rispetto alla vita è a tratti tragicomico e incomprensibile, ma degno di ammirazione.

Le vite di Dubin mi era piaciuto per lo stile e l'eleganza descrittiva, ma il suo contenuto non mi aveva convinto completamente e mi aveva fatto giudicare Malamud tiepidamente.

Il commesso è meno ricercato nello stile, più semplice, ma è incredibilmente suggestivo e vivo e senza alcuna forma di manierismo e di imponenza riesce ad essere un romanzo raffinato, prezioso come le cose più delicate. Il mio giudizio su Malamud è cambiato ed diventato qualcosa di simile alla riconoscenza.

Come mi era già successo con Stoner, la forza del pudore e della discrezione mi ha commosso, mi ha accarezzato il cuore.
Non c'è nulla di forte, di prepotente, di destabilizzante ne Il commesso, non è un romanzo arrabbiato alla Philip Roth, non è minimamente impetuoso, ti prende per mano con un tocco lieve e ti dona il piacere di una narrazione ovattata, rispettosa, in cui le cose minute, i gesti della routine più umile acquistano un potere magnetico e riescono ad avere una portata molto più vasta e profonda di quello che si possa pensare.

La vita è fatta così, come Il commesso: di scelte, di errori, di azioni ripetute, di niente, di tutto.
Ne Il commesso c'è dentro la vita, quella reale e antiromanzesca, ed è forse per questo che la sensazione prevalente durante la lettura è quella di una straordinaria, confortante, commovente familiarità.

martedì 21 ottobre 2014

Il mio parere su Tutto può cambiare


Avere 30 anni e rifugiarsi in un'adolescenza fittizia è sbagliato e ridicolo, ma avere sporadici revival teenageriali e momenti di leggerezza è fondamentale per la propria esistenza e per la propria salute mentale.

Tutto può cambiare (Begin Again, di John Carney, 2013) non è un capolavoro, ma ti concede questo: un paio d'ore di beatitudine, un azzeramento totale dei cattivi pensieri a favore di un rinnovamento totale dell'umore.

Mi sono sentita bene dopo aver visto il film, con la testa leggera che fischiettava rilassata e con il corpo sciolto dalle tensioni e predisposto a frivoli balletti domestici.

Keira Knightley dà il meglio di sé in film di questo tipo, dove non è richiesta una serietà drammatica o una responsabilità impegnativa.
La sua mimica facciale, quel misto di bellezza iconica e smorfie grottesche (l'enfasi odontoiatrica dei suoi sorrisi mi lascia sempre basita), in questo film funziona bene, è perfetta per il suo personaggio elegante e scanzonato, stilosamente inglese, ma dal piglio americano.
Nelle vesti di cantante non è spigliatissima e nemmeno molto espressiva, ma questa sorta di timidezza si addice molto al personaggio di Gretta, alla sua cantautorialità più intimista che esibizionista.

Mark Ruffalo è sempre un concentrato di testosterone taurino e in questo film, dove interpreta un produttore discografico fallito, ho amato il suo stile un po' sottosopra, a metà tra l'assonnato e l'avvinazzato, la sua barba e i suoi capelli incolti, lo squilibrio esistenziale di cui è ammantato. Dan è un tipo per cui si fa il tifo fin dal primo momento.

L'accoppiata rude-eterea dei due attori è molto piacevole e non è ridotta alla banalità sentimentale scontata che sembrerebbe avere.
E poi c'è New York, esplorata in lungo e largo attraverso performance musicali all'aria aperta immerse in un clima luminoso da primavera-estate; quando in un film c'è lei, così iconografica e fotogenica, c'è già a priori la storia di un sogno da raggiungere, di una palingenesi americana, di un'avventura metropolitana in cui la metropoli si fa essa stessa personaggio e attrice.
Tutti i film ambientati a New York li amo a prescindere.

Parlavo dell'adolescenza ad inizio post, dell'importanza di essere pop di tanto in tanto: in Tutto può cambiare c'è anche Adam Levine, il sexy (non per me) cantante dei Maroon 5, ed ecco che scatta l'etichetta pop-teenageriale e trionfa il commerciale e la musica industriale, oltre alla trappola ormonale strappa-capelli per le più giovani.

Ma sapete che vi dico: chi se ne frega? Io mi sono rilassata e divertita, ho percepito qualcosa di delizioso e fresco e in questo film, un sollievo dal gusto estivo e una ventata di positività.
Poco importa se questo brio è pieno di stereotipi sulla vita, il ricominciare, il non perdere mai le speranze: l'ottimismo si alimenta anche di luoghi comuni e guai se non lo facesse.

Direi che Tutto può cambiare è un film orecchiabile, come una canzone pop che ti entra in testa e ammorbidisce gli spigoli dei tuoi pensieri, passando attraverso il filo magico dei tuoi auricolari.

Citando Max Gazzè: salvarti sull'orlo del precipizio, quello che la musica può fare...
Non ci si può lamentare, di questo film.


mercoledì 15 ottobre 2014

Il mio parere su Frances Ha


Delizioso.
Uno dei miei nuovi film del cuore.
Un po' Girls, un po' Woody Allen, indipendente ma senza pose, newyorkese ma senza megalomania. Un gioiellino leggiadro, autoironico e consolante.
Un film che ho amato al primo istante, così vicino alle mie corde esistenziali, anagrafiche ed estetiche da donarmi la pura felicità dell'empatia.

Frances Ha è il manifesto scanzonato di una generazione in crisi di ambizioni e collocazione socio-lavorativa che non cede all'autocommiserazione, ma ci balla sopra, celebrando la vita indipendentemente dalla sua riuscita.
È anche un film sull'amicizia al femminile, su quella forma di dipendenza dalla propria migliore amica che è un retaggio adolescenziale e che fatica a diventare autonomia in età giovane-adulta.
E poi è un film sulla vita a New York, sul cambiare appartamenti e coinquilini, sulla difficoltà di trovare la propria dimensione, la propria casa, la definizione autentica di se stessi.
Il tutto senza un briciolo di amarezza o rabbia, ma con un piglio lieve e musicale.

Frances (un'iconica Greta Gerwig) che è alta, goffa e corre volteggiando per le strade di New York, mi ha trasmesso un senso di leggerezza, di joie de vivre, di libertà corporea e mentale, di liberazione.
Una ragazzona adorabile, un figura da antologia woodyalleniana (in certi momenti il film sembra Manhattan), ma che evoca anche la Nouvelle Vague, quel tipo di donna da cinema francese vintage che con un sorriso riempie il cuore di bellezza. Magari un po' meno sofisticata, ma comunque d'impatto fotografico.

Frances è "undateable", è una ballerina o aspirante tale, ma in modo nerd e senza la perfezione corporea e posturale dell'ambito, è squattrinata, disorientata, a tratti sola.
Eppure c'è in lei un trionfo di energia e di strafottenza salvifica, una tendenza innata alla levità, che riempie di gioia e di vibrazioni benefiche.
Anche nei momenti più precari della sua esistenza c'è in lei un'inconsapevole aura comica, una gag non programmata.
Da questo punto di vista Frances si allontana un po' dalle Girls di Lena Dunham, a cui il film fa subito pensare (e non solo perché ci sono Adam Driver e Michael Zegen nel cast): Hannah/Lena e le sua amiche sono più tormentate, nevrotiche e attive sessualmente, mentre Frances non batte chiodo, ma risolve tutto danzando, senza alcuna forma di tormento autoinflitto e di disfunzionalità hipster.

Il bianco e nero che spesso considero falso e furbo come un filtro su Instagram, questa volta mi ha convinto e ha reso tutto più fiabesco, più sospeso temporalmente.
Le musiche sono poesia per le orecchie e in piena armonia con le movenze di Frances e lo sfondo suggestivo di New York. Un mix di pop-rock, brani da cinema francese d'antan e motivetti jazz da film di Woody Allen.
L'estetica del film è quella che vorrei in ogni film, indipendente ma non fine a se stessa.
Noah Baumbach non lo conoscevo, ma posso già definirlo un regista geniale.
Greta Gerwig l'avevo già vista, ma adesso è per me un'eroina.

Vedere questo film è stato psicoterapico per me, un'ora e mezza di catarsi e di educazione all'ottimismo.
Frances ti suggerisce di relativizzare il fallimento e ti invita a crearti palingenesi fatte di poco, anche solo di una corsa, di una risata, di un balletto senza stile.

lunedì 13 ottobre 2014

I Love Books: 81. I demoni


Leggere I demoni è stato sfiancante, ma io Dostoevskij non riesco a mollarlo.
Una qualche forza oscura demoniaca (!) mi ha portato fino alla fine di questo libro, facendomi stramazzare sfinita sull'ultima parola dell'ultima pagina. (Che, non a caso, è "cella").

Ho avuto fin da subito come l'impressione che il progetto romanzesco fosse un po' troppo disordinato e in un eccesso di in medias res, come se la narrazione razionale e necessaria all'orientamento del lettore fosse stata sostituita da sprazzi di inquadramento, da approfondimenti (per modo di dire!) en passant e troppo vaghi.
Il lettore deve avere la pazienza di aspettare, ma spesso anche la più lunga delle attese non riceve spiegazioni. Credo di aver afferrato qualcosa di simile ad un plot al 95% circa di lettura e di aver capito l'incomprensibile al 99%, ad un passo dalla (tanto agognata) fine.

Ho faticato a capire perfino chi fossero i protagonisti e quale fosse la trama, l'argomento centrale del romanzo.
Un puzzle venuto male o ricomponibile solo da chi è laureato in Storia della Russia: ecco cosa è stato per me I demoni.

Mi è dispiaciuto molto, perché Dostoevskij di solito sa narrare in modo sublime, è un incantatore.  
I fratelli Karamazov è un romanzone organico, ordinato, con digressioni funzionali e con presentazioni fatte ad arte, perfette dal punto di vista psicologico, inserite al momento giusto, gentili con il lettore e promettenti oltre ogni dire.

In effetti anche con L'idiota a tratti perdevo la bussola e mi disorientavo, ma in quel caso c'era comunque uno straccio di senso e di trama che riannodava i fili più anarchici della narrazione.

Ne I demoni invece regna incontrastato il buio e si procede un po' a tentoni, alla ricerca di un appiglio, di una luce chiarificatrice.

La polifonia, la coralità di questo romanzo sono a mio parere esasperate fino alla confusione, all'anarchia, all'egoismo autoreferenziale.
Ho avuto tutto il tempo la sensazione che Dostoevskij abbia scritto questo romanzo per se stesso, usandolo come una sorta di dichiarazione di intenti e di ideali, senza alcuno sforzo di empatia con il lettore, alcuna gentilezza esplicativa nei suoi confronti.
L'universalità delle tematiche che tanto amo in lui, ne I demoni si restringe ad una prospettiva troppo esclusivamente russa e storico-politica, troppo poco incline al romanzesco.

Mi ha fatto sentire spesso stupida I demoni, ed è probabile che io in fondo lo sia e non abbia gli strumenti giusti per un romanzo di questo tipo; però, di base, credo ci sia un problema oggettivo di incapacità narrativa da parte dell'autore, come un impeto di irrazionalità, di rabbia, che ha offuscato la sua consueta capacità di rendere semplici e fruibili anche i progetti narrativi più titanici.

Verchovenskij e Stavrogin ci ho messo un po' ad inquadrarli come protagonisti e come anarchici, a capire le loro motivazioni, a seguire le loro azioni "demoniache" che vengono sempre zoomate poco e lasciate più all'intuizione.
Soprattutto per Stavrogin, che è il vero protagonista, avrei voluto una definizione più precisa e coinvolgente, un'analisi più sensata della sua natura immorale, controversa e diabolica.
Lo stesso per quanto riguarda gli altri innumerevoli personaggi e il perché delle loro azioni.

Tirando le somme:
ho capito che il tema centrale e infuocato del romanzo è il nichilismo giovanile russo degli anni '60-'70 dell'800, che porta al terrorismo e al ribaltamento di ogni forma istituzionale ufficiale.
Ho capito che Dostoevskij si schiera contro questo movimento rivoluzionario considerandolo quasi satanico.
Ho capito che un altro nodo centrale è l'ateismo.
Ho capito che a dominare è l'ideologia e che I demoni è un romanzo politico, più politico che romanzo.
Ho capito tutte queste cose solo alla fine, ma rimane dentro di me un residuo di incomprensione e di dubbio.

Chiedo a chi l'ha letto di darmi un parere sul perché io non sia stata posseduta da I demoni e una qualche forma di sostegno in questo stato di prima, amara delusione dostoevskijana.

martedì 7 ottobre 2014

Serie tv mon amour (doppio): Orange is the New Black (stagione 2)/Masters of Sex (stagione 2)

Ho finito quasi contemporaneamente la seconda stagione di Orange is the new Black e di Masters of Sex, due serie che si sono riconfermate irrinunciabili nel mio universo di rinuncia alla vita sociale e di mille pilot iniziati e poi dimenticati.


OITNB mi aveva già ammanettato alla prima stagione, e l'effetto è continuato per tutta la seconda.
Di questa serie continuo ad amare l'irriverenza e la maleducazione, il bullismo in chiave femminile, le strategie sociali carcerarie.

Se la prima era l'iniziazione di Piper in una gabbia di matte in tuta arancione (o beige) ed era molto pipercentrica, la seconda si allontana un po' dalla bionda protagonista per zoomare sulle vite delle altre detenute, per lo meno di quelle più simboliche e riconoscibili.

Fondamentale per le dinamiche di questa stagione è l'arrivo tra le galeotte di Yvonne "Vee" Parker (Lorraine Toussaint), perfida panterona stratega che genererà scontri tra le varie fazioni e loschi affari di vario tipo.
Vendette, piani d'attacco, colpi bassi, tradimenti, sono la succulenta base di questa seconda stagione.

Una stagione ottima, priva di segni di stanchezza, con puntate una più brillante delle altre e quel perfetto mix di ilarità e violenza, di leggerezza e profondità.

Inappuntabile, per la seconda volta.



Anche la seconda stagione di Masters of Sex è stata di altissimo livello.
Oserei anche dire che mi è piaciuta più della prima, perché ha raggiunto un livello di maturità narrativa e psicologica notevole e perché è riuscita a diversificare e creare nuovi spunti evitando l'effetto ridondanza e il rischio monotematico.
Virginia e il Dr. Masters continuano ad essere un tandem interessantissimo e in continua (e non scontata) evoluzione.

Una stagione molto particolare anche per la sua struttura bipartita: la prima parte (credo fino alla sesta puntata) è una continuazione lineare della prima stagione, mentre la seconda parte si sposta cronologicamente in avanti e glissa su alcuni anni e avvenimenti.
Nonostante la strategia di accelerazione  e "riduzione" usata, la seconda parte della stagione è ricca di situazioni e nuovi personaggi, di dinamiche stuzzicanti e di relazioni inaspettate.
La new entry più interessante per quel che mi riguarda è sicuramente Betsy Brandt (Marie di Breaking Bad) nel ruolo di Barbara Sanderson, una donna fragilissima con un disturbo sessuale di natura psichica.
L'intrecciarsi della sua fragilità con quella di Lester (quanto è adorabilmente nerd quell'uomo?) mi sembra un'ottima base per la terza stagione!

C'è poi una ragione più frivola e di natura estetica per cui amo guardare sempre e comunque Masters of Sex, che poi è la stessa ragione secondaria per cui amo guardare Mad Men: gli abiti delle protagoniste femminili, quel trionfo di capelli, vestititi e accessori anni '60 (la mia epoca d'oro della famosa sindrome).
Quando ancora non esistevano i leggings, le Jeffrey Campbell e i crop tops, le donne erano eleganti anche nella quotidianità, erano composte, raffinate, bon ton e in Masters of Sex gli occhi nostalgici innamorati del bello vintage trovano appagamento continuo.
Se dovesse perdere di qualità continuerei comunque a guardare questa serie anche solo per rifarmi gli occhi!