mercoledì 28 gennaio 2015

Il mio parere su The Imitation Game



Benedict Cumberbatch ai miei occhi ha assunto le fattezze definitive e immutabili di Sherlock e questa mia percezione distorta e ostinata mi ha fatto sovrapporre per buona parte del film il detective della serie tv al personaggio di Alan Turing.

In certe scene di The Imitation Game ho avuto la certezza di trovarmi di fronte ad una puntata di Sherlock, specie nei primi momenti in cui emerge la genialità intuitiva ai limiti dell'autismo di Alan Turing e i suoi momenti di euforici eureka. Identici, ai miei occhi, a quelli del detective di Baker Street.

Un problema mio o una mancanza di versatilità da parte di quella strana e affascinante creatura britannica dagli occhi di gatto e dall'ovale alieno? Probabilmente entrambe le cose.
Di certo Cumberbatch non è uno sprovveduto nell'arte della recitazione, ma in questo film a mio parere non va oltre la sufficienza e oltre lo schema del copione che ha studiato.
Gli ho preferito di gran lunga Keira Knightley e questo mi stupisce non poco.

Fatta questa doverosa e personale premessa, dico che il film, sebbene ben confezionato e sceneggiato, sebbene gradevole e (tutto sommato) ben recitato da tutti, non mi ha emozionata praticamente mai.
Coinvolgimento emotivo atteso per due ore e mai pervenuto.

Quello che ho visto è una storia vera straordinaria ridotta a cinema ordinario, accademico e privo di personalità registica. Un film garbato e contenuto, ma fin tropo trattenuto nello stile e nel carattere, del tutto privo di brillantezza e guizzi di personalità.

Un film da manuale del politicamente corretto insomma, concepito per far incetta di nominations agli Oscar (e magari anche per vincerli) e per far colpo, come un bravo alunno giudizioso che non si alza mai dal banco, sulla severa maestra Academy.
Ma io dico che se esiste un Dio del cinema e una giustizia cinematografica superiore, The Imitation Game non vincerà nulla. In caso contrario diventerò una cinefila atea.

Alan Turing è stato un genio, ha aperto mondi e decifrato enigmi, ha partecipato alle vicende belliche con l'arma più potente di tutti, il cervello e ha superato le barriere della diffidenza collettiva e dell'impossibile.
La sua vicenda è materiale storico-biografico di grande impatto narrativo e cinematografico, ha in sé naturalmente la predisposizione al cinema, allora mi chiedo: perché nel film tutto ciò appare come depurato da ogni originalità e depersonalizzato? Perché tutto lo straordinario appare canonico e perfino ordinario?
Perché pur sapendo poco di Turing ho avuto una percezione insistente di déjà vu narrativo?

La risposta credo sia questa: The Imitation Game è un film che imita altri film del filone "genio incompreso" e che manca totalmente di stile e di una sua peculiarità registica.
Il classico film con una regia fantasma che si autoannulla a favore della forma standard e della canonizzazione di un genere. Il classico film che ti serve come didattica su un argomento poco noto, ma che non ti lascia nulla a livello emotivo.
Ho scoperto il mondo geniale di Turing grazie al film, ma i modi del film li dimenticherò presto.

Avrei voluto arrabbiarmi e addolorarmi di più, soprattutto per quel riguarda l'omosessualità di Turing, condannata atrocemente dalla Corona britannica e vero grande dramma della vita dello scienziato.

Eppure nel film non c'è molto spazio per questa dimensione, per quella parte della vita di Turing più scomoda e audace e per il tipo di denuncia sferzante che poteva dare carattere e impeto al film.

Tutto è a malapena citato e poco approfondito per non creare disagio e per non eccedere mai; uscire dagli schemi garbati filoaccademici è impensabile per un film del genere che sa bene a quale pubblico rivolgersi (ai buonisti, per intenderci) e come farlo (nel modo più anonimo e scolastico possibile).

Se cercate qualche scossa in più dal cinema, se volete sentire le unghie della settima arte affondare senza esitazioni nella vostra pelle, se amate il cinema che sa esporsi e farsi ricordare come fece Alan Turing, credo che The Imitation Game vi deluderà parecchio.
Ed è un vero peccato perché una figura geniale e ingegnosa come quella di Turing, meritava un film geniale e ingegnoso, un film che fosse meno decriptato nello stile e nelle scelte, meno ovvio e più furoreggiante.




giovedì 22 gennaio 2015

I Love Books: 86. Revolutionary Road


L'ultimo libro che ho letto nel 2014 è stato Revolutionary Road e posso dire di aver chiuso l'anno in bellezza, nella più completa felicità letteraria.

Quello che mi ha dato questo romanzo è stato infatti pura felicità, non perché i temi trattati siano immersi nella beatitudine (tutt'altro, come ben sapete), ma perché l'abilità narrativa di Yates è del tipo che provoca questo sentimento, oltre ad una commossa riconoscenza e all'euforia che si prova negli incontri con la grande Letteratura.

Ancora una volta l'aver visto prima il film di Sam Mendes (assolutamente all'altezza del romanzo) mi ha allontanato per anni da questa meraviglia, ma in amore e in letteratura non è mai troppo tardi, per fortuna.

April e Frank Wheeler: giovani e belli, due figli, villetta in periferia nel complesso residenziale di Revolutionary Road, un quadretto familiare di ridente e rassicurante borghesia americana degli anni '50.
Solo che il ritratto di questa famiglia in un interno è scosso da tensioni fortissime, da spinte rivoluzionarie, da slanci esterofili e sognanti e da ritorni tristissimi alla razionalità, da progettualità giovanilistiche e da laceranti sospensioni, rimandi e rinunce.

La periferia suburbana in cui queste anime inquiete si muovono è il simbolo di una condizione stabile dell'esistenza, di una sistemazione sociale garbata e serenamente conformista, ma è anche la fine di ogni forma di avventura, di slancio vitale verso l'altrove.
Almeno è così che la vivono i Wheeler, specialmente April, sempre in bilico tra conservazione e rottura, tra il ruolo canonico di moglie e madre e quello agognato e sempre abortito di donna libera dai clichés casalinghi tradizionali.

Yates è praticamente uno psicologo, trasforma in prosa la psiche di April e Frank con un'abilità chirurgica, ne rende fervidi e tangibili fin quasi alla percezione del dolore fisico i pensieri, le reazioni, i gesti.

Revolutionary Road è quasi un romanzo di guerra, perché il massacro tra i due coniugi è, fin dalla prima pagina, ferino e bellicoso, carico di negatività e minacce tragiche; le liti tra April e Frank sono violente e subdole, fanno tremare le pagine del libro e addolorano il lettore perché bruscamente vere e nette, prive di mezzi termini e consolazioni.

La mediocrità che per molti è aurea e garanzia di felicità, per le anime più sensibili e orientate al bello e al non ovvio, è fonte di frustrazione e di infelicità, di quel logorante senso di non vissuto e di perdita che spaventa e innervosisce.
Il sogno americano, che per i Wheeler è il sogno europeo forse un po' troppo stilizzato di una vita a Parigi, lontana dalla canonizzazione conservatrice di quegli anni, va in frantumi e non solo per le incomprensioni, gli impedimenti famigliari e le difficoltà organizzative.

La generazione americana del post guerra che vive negli anni di Eisenhower e del maccartismo si è come chiusa in una forma di rassicurante conformismo di mezz'età e ogni tentativo di svegliarsi da questo sonno delle ambizioni si rivela molto più difficile del previsto.
Ci si crede ad un passo dalla rottura rivoluzionaria ma c'è sempre uno stilema sociale che riporta indietro il coraggio.

Ed è così che muore ogni forma di speranza, di passione, di amore.

Revolutionary Road è un romanzo passionale, sofferente, colmo di angoscia, malumore e struggimento, ma anche di bellezza e di profondità, un romanzo fitzgeraldiano nell'anima.
Raramente (nemmeno di fronte alle famiglie disfunzionali di Franzen o alle coppie lacerate di Fitzgerald) mi è capitato di temere il rapporto di coppia e la famiglia come in quest'opera, perché la degenerazione matrimoniale di cui scrive Yates è una delle cose più temibili dell'esistenza e il tipo di litigio che avviene tra April e Frank è pura violenza psicologica ed è letale.

Ho amato Revolutionary Road con la stessa forza atavica di questi scontri, con una passionalità feroce.
E alla fine di questa esperienza mi sono detta commossa: "è una delle cose più belle che abbia mai letto".

lunedì 19 gennaio 2015

I Love Books: 85. Olive Kitteridge


In questo blog avrò già scritto decine di volte che non amo i racconti e tutto ciò che ha a che fare con la frammentazione, la brevità, la sospensione narrativa. Il senso di rottura e di inappagamento che mi danno i racconti è devastante, la sensazione di non ancora detto, la necessità dell'intuizione, la parzialità di ogni approfondimento mi tolgono quel beato senso di compiutezza che mi danno i romanzi lunghi.

C'è però sempre un'eccezione alle proprie avversioni e Olive Kitteridge è stato la mia prima eccezione, la prova più unica che rara che anche un'ostilità atavica ai racconti può diventare apprezzamento se questi racconti riescono a dare e a farsi amare anche nella loro natura breve (miracolo che non è avvenuto con Alice Munro, di cui vi parlerò in un altro post).

Credo che il motivo sia essenzialmente questo: che i racconti contenuti in Olive Kitteridge, hanno un senso d'insieme e una stretta connessione al cuore del romanzo e della sua protagonista, non sono unità autoriferite e chiuse, ma pezzi di una storia più grande, zoomate su particolari di un'unica grande fotografia.

Olive Kitteridge non è una raccolta di racconti, ma un romanzo sotto forma di racconti, una macrostoria scandita dallo scorrere del tempo, quella della protagonista Olive Kitteridge e dei suoi familiari, al cui interno si inseriscono microstorie, vicende esistenziali anche minimali che hanno in qualche modo un legame con Olive.
Scenario comune di tutti questi frammenti di vita è il Maine e la cittadina di Crosby in particolare, un New England descritto in modo sensoriale, atmosferico, di grande suggestione fotografica.

La geografia del romanzo è fondamentale, è protagonista tanto quanto la sua protagonista umana, è un catalizzatore di eventi e storie di vita di provincia, tutte più o meno all'insegna della malinconia, dell'abbandono, della depressione.

Eppure, in questo microcosmo desolato lambito dall'Oceano Atlantico c'è anche un forte sentore di poesia, di verità universali, di saggezza e di coraggio, c'è l'insostenibile pesantezza della vita, ma anche la forza di reggere questo macigno e di andare avanti.

Emblema di questa lotta quotidiana e non necessariamente rumorosa è Olive, una figura di donna peculiare e di (anti)eroina romanzesca, tragica e a tratti comica, indimenticabile.
Per il suo essere estremamente sgarbata, antiromantica, indelicata, ma anche empatica e sensibile, questa temutissima insegnante di matematica si impone subito sulla pagina e crea slanci ora di odio comico ora di amore commosso nel lettore, che non può restare indifferente di fronte a tale personalità, anche quando tra un racconto e l'altro appare per un istante.

Personalità che viene molto marcata ed enfatizzata dall'interpretazione magistrale di Frances McDormand nella bellissima miniserie tv omonima HBO che è molto più olivecentrica del suo corrispettivo letterario e che si fa amare quanto la sua fonte (in certi momenti perfino di più!). Nel romanzo l'asperità caratteriale di Olive è quasi più lasciata all'intuizione del lettore, che in una brevissima frase aggressiva o in un gesto anche piccolo trova l'essenza più profonda di questa donna straordinaria.

Lo stile di Elizabeth Strout è essenziale ma molto aggraziato, non indugia mai sul superfluo ed è immune da ogni forma di ridondanza e di sentimentalismo: non è ruvido come la sua protagonista ma ha la stessa capacità di scuotere e commuovere anche con poco.

Un romanzo Premio Pulitzer (nel 2009) che mi ha lasciato moltissimo e che abbinato alla visione della miniserie tv è stato un doppio dono di bellezza.

giovedì 15 gennaio 2015

(Mini)Serie tv mon amour: 32. Olive Kitteridge


Frances McDormand, Richard Jenkins, Bill Murray: basta questa trinità di mostri sacri (più il logo HBO) come garanzia dell'eccellenza di questa miniserie.
Tuttavia aggiungerò due parole perché le cose belle vanno celebrate e condivise.

Olive Kitteridge è una di quelle serie fatte di poco o niente, di molta stasi atmosferica e poca azione, che riescono a commuoverti a livelli molto profondi. Qualcosa che ha a che fare con la poesia, un tipo di poesia malinconica e scabra.

Ho pensato spesso a Stoner mentre la vedevo, non per somiglianza di trama, ma per la stessa capacità di creare bellissime suggestioni con il minimalismo, con cose, gesti e parole di piccola portata, con la banalità della quotidianità e per la capacità di parlare della vita semplicemente mostrandola, nella sua essenzialità, nella sua natura normalmente antiromanzesca.

Sullo sfondo di un Maine dalle tinte oceaniche e floreali, in una cittadina sonnacchiosa di nome Crosby che fa pensare alla Cabot Cove di Jessica Fletcher, si svolge la vita di Olive Kitteridge (le cui fasi sono scandite dalla suddivisione della serie in quattro parti) e le altre vite di cui lei è direttamente o indirettamente partecipe.

Olive, insegnante temutissima di matematica in pensione, è una donna insostenibile: fredda, scorbutica, indelicata, priva di ogni inclinazione al sorriso e alla cordialità.
Vittime della sua natura sgarbata e quasi bestiale sono il marito Henry e il figlio Christopher.
Il primo, interpretato da un immenso Richard Jenkins, la ama di un amore incrollabile e fedelissimo ed è un uomo di una bontà remissiva e quasi biblica (e qui il mio pensiero ritorna a Stoner), un martire romantico che commuove ferocemente dall'inizio alla fine della storia.
Il secondo non può che vivere freudianamente in conflitto con la figura materna e andare lontano, via dal Maine e da lei.

Eppure in questa donna scarmigliata e mascolina, in questa rude e scortese signora che sembra amare solo i suoi tulipani, c'è una sensibilità umanissima e una capacità di empatia dai risultati salvifici.
Olive ama in maniera aggressiva, interiore, ma ama e lo fa sinceramente.
Lo fa al punto da allontanare giovani dalla tentazione di farla finita, da spronare donne alla deriva a riprendere in mano la propria esistenza, da salvare o tentare di salvare esistenze.

La depressione e il suicidio sono i due grandi mostri silenti che strisciano dentro la storia e si annidano dentro ogni vicenda, come fossero mali insiti nella geografia del posto e quasi inevitabili.
"Salvaci dai fucili e dal suicidio dei padri...", si dice ad un certo punto della serie, un verso lapidario e agghiacciante che riguarda Olive in prima persona e che riguarda tutti.

In questo scenario addolorato, problematico e malato di provincialismo, Olive è una sorta di faro che dall'alto della sua apparente insensibilità ed effettiva maleducazione, illumina e rimette nella giusta prospettiva le cose, senza giri di parole o retorica sentimentale, dritta al punto, ruvida e netta come sempre.
Per quanto la vita possa a tratti far schifo, bisogna accettarla e non averne paura, è questo che Olive trasmette bruscamente.
Olive diventa così miracolosamente amabile agli occhi dello spettatore, perché c'è in lei una forza vitale, un'indipendenza e una incitazione al coraggio, che sebbene brutali e privi di ogni forma di delicatezza, risultano di una bellezza enorme, struggente.

Frances McDormand supera se stessa con questa interpretazione e anche se non ha vinto il Golden Globe ha comunque vinto.

Lisa Cholodenko, che mi aveva già conquistata con I ragazzi stanno bene, con Olive Kitteridge raggiunge livelli registici autoriali altissimi, riesce a far comunicare il Maine, a evocare con l'essenzialità, a toccare corde sensibili del nostro cuore senza farlo traboccare mai.

Cito anche Zoe Kazan tra le cose belle di questa serie, perché la adoro e perché nel suo ruolo da commessa (nella farmacia di Henry) stupidina e ingenua, occhialuta e sfortunata è una perla.

Il libro di Elizabeth Strout (di cui vi parlerò in un altro post) da cui è tratta la miniserie è piuttosto diverso, ha una struttura particolare, un respiro più corale e una quantità di personaggi e microstorie maggiore, mentre la sua versione televisiva è un concentrato, una versione ristretta e focalizzata su pochi punti, molto più Olivecentrica.
Nonostante le differenze, l'anima del romanzo è però perfettamente esaltata dalla messa in scena cinematografica televisiva e forse perfino migliorata.
Dinamica rara che avviene solo in presenza di capolavori e difatti, per quel che mi riguarda, la miniserie Olive Kitteridge è un capolavoro.


martedì 13 gennaio 2015

Il mio parere su Paddington


Natale è ahimè già finito e il doloroso processo del disadornare case e città è in atto, ma se volete prolungare ancora un po' quel senso ovattato di bello, quella leggerezza mentale e quella sospensione festiva di ogni forma di dramma e dissidio interiore, allora potete andare a vedere Paddington, se non l'avete già fatto.

Paddington è stato il mio ultimo film del 2014, il classico film senza impegno, ma non necessariamente sciocco che mi concedo durante le feste e che mette in circolo nel corpo sano buonismo e brio infantile mettendo a tacere il Grinch che serpeggia in ognuno di noi.

Le parole chiave che mi hanno portato a scegliere questo film e a diminuire la mia età anagrafica per un pomeriggio, sono state Londra e Sally Hawkins.

Amo tutto ciò che riguarda la metropoli britannica, vivrei di luoghi comuni a base di tè delle cinque, impermeabili da pioggia e cabine telefoniche rosse e ogni volta che ci vado mi sento dentro un romanzo vittoriano, dentro la mia idea meravigliosamente stereotipata della città.

Sally Hawkins è una delle creature inglesi più adorabili del pianeta, non mi perdo mai un film che la vede protagonista o non protagonista perché mi piace da matti la sua figurina esile ed energica e il suo sorriso enorme. La trovo stramba e trasversalmente bella, oltre che brava.

In questo film lei è la moglie creativa (adorabili i suoi outfit multicolor) di un marito razionale e puntiglioso (un downtonabbeyano Hugh Boneville che diverte in queste insolite vesti non aristocratiche), la madre di due graziosi ragazzini e colei che alla stazione di Paddington adotta l'orsetto di origini peruviane ribattezzato con lo stesso nome e appena sbarcato nella città.

Paddington, esteticamente riadattato allo stile british, indossa il montgomery e il cappello ed è un mix simpaticissimo di sventure dickensiane e di classiche propensioni alle gag e ai disastri.
Una creazione animata così graziosa da vedere, così tenera eppure mai patetica, così brillante e mai troppo orientata solo all'infanzia, che ci si ritrova con uno spontaneo sorriso beato in viso per tutta la durata del film.

E poi c'è Londra: la celebrazione simbolica della città è la cosa che mi ha divertito di più, l'indugiare panoramico su tutte quelle tipicità londinesi, sulle case colorate di Notting Hill, il mercato di Portobello Road, i monumenti simbolo, il Natural History Museum, persino la metropolitana e tutta una serie di altre cose dal forte potere suggestivo.
Anche quel tepore domestico che si respira nella casa dei Brown, quel senso confortante di famiglia e di riparo, è qualcosa di fiabescamente londinese; ho sempre immaginato questo tipo di ovattato ristoro e di calore nelle abitazioni inglesi.
La stessa predisposizione innata della città all'accoglienza, al melting pot, all'abbraccio forse un po' freddino e bagnato dalla pioggia, ma tranquillamente aperto, è qualcosa di bellissimo a cui forse si pensa meno quando si pensa a Londra e alla britishness.

Ovviamente in questa storia in cui trionfa il bene, il bello, l'integrazione del diverso e l'estetica britannica, c'è come da copione una cattiva seducente, nella fattispecie Nicole Kidman, che cerca di far fuori l'orso; le trovate legate a questa caccia all'orso sono molto divertenti e rocambolesche e donano alle tinte pastello del film un lieve tocco dark e malvagio.

L'incontro-scontro tra animazione e cinema reale risulta perfettamente armonico, una convivenza sempre più credibile e sempre più precisa.

Alla fine del film si rimane con un piacevole sapore di miele in bocca, un senso di benevolenza universale e una voglia fortissima di andare a Londra. E nei casi di immedesimazione natalizia più estrema, anche di scendere alla stazione di Paddington e di imbattersi in Paddington!


venerdì 9 gennaio 2015

Il mio parere su Big Eyes


Il primo film che ho regalato ai miei occhi nel 2015 è stato Big Eyes e non poteva esserci visione più gradita e dalle tinte vivaci.

Da un po' di tempo, quando vado a vedere un film di Tim Burton, onde evitare delusioni da fan nostalgica della prima ora, mi impongo di non avere alcuna aspettativa né alcun pregiudizio pre e post burtoniano, di non alzare le classiche barriere di diffidenza post-Alice in Wonderland e di mettere da parte la fissazione romantica per personaggi mitologici come Edward mani di forbice e simili.

Grazie a questo approccio vergine e detimburtonizzato sono riuscita a godermi Dark Shadows Frankenweenie in purezza.

Nel caso di Big Eyes sono stata ampiamente ripagata: l'ho trovato bellissimo, in stato di grazia e godibile nella sua totalità. Un buon film, a prescindere dal suo essere un film di Tim Burton.

L'estetica burtoniana va e viene; ci sono dei momenti in cui la gamma cromatica, la fotografia, il tipo di inquadratura e di suggestione che ne deriva sono pura e riconoscibilissima poetica burtoniana, e dei momenti in cui volendo ci si può scordare della presenza del regista e del suo peculiarissimo estro.

Il che credo sia un bene perché lungi dal voler mimare se stesso e il suo stile d'altri irriproducibili tempi, come ha fatto spesso negli ultimi deboli anni, Tim si lascia andare anche ad altro. Messi (in parte) da parte i manierismi gotici e il fiabesco emo-adolescenziale, il regista sceglie di narrare una storia vera.

Una storia vera e stramba, perfetta per i gusti bizzarri di Burton e per il suo stile pop-poetico, indipendente e colossale al tempo stesso.
Nel film ci sono entrambe queste caratteristiche: c'è l'arte nella sua degenerazione commerciale e andywarholiana, nella sua accezione pop e monetizzabile (che è un po' quello che caratterizza i film a grandi cifre di Tim Burton), c'è la furbizia spietata e grottesca di Walter Keane, ma c'è anche la poesia della sensibilità di Margaret Keane, della sua fragilità, della sua delicatezza ammantata di tristezza essenzialmente burtoniana.

Amy Adams/Margaret Keane ha quel tipo di bellezza classica e malinconica che buca lo schermo e comunica anche nei silenzi; l'ho trovata perfetta come creatura burtoniana triste e vintage e come artista sui generis.

I suoi dipinti sono pazzeschi, un trionfo di pop, kitsch, opera d'arte nell'era della sua riproducibilità tecnica, ma anche di sensibilità e di innocenza infantile. Quegli occhi enormi sono eccessivi e delicati al tempo stesso, sono grotteschi e romantici. Come le creature di Tim Burton, come i suoi film.

Cristoph Waltz è sempre un mattatore e in Big Eyes ha una recitazione sovraccarica e sopra le righe che all'inizio può sembrare eccessiva (forse anche a causa di un doppiaggio caricaturale), ma poi si sposa perfettamente all'indole istrionica e quasi psicotica del personaggio che interpreta, un vero matto, fonte di ilarità ed elemento comico-mostruoso in vari momenti del film.

Insieme risultano una coppia di impatto estetico indimenticabile, un brillante ossimoro, l'arte e l'artificio, l'ingenuità e l'intraprendenza, i grandi occhi liquidi dell'infanzia e lo sguardo rapace dell'arraffone.

Dicevo che la presenza di Tim Burton sfiora l'invisibilità in Big Eyes, ma credo che ciò riguardi solo la sua cifra stilistica consueta. A ben vedere il contenuto del film, la vicenda surreale di Margaret Keane e del furto d'identità artistica da parte del marito, l'enorme carambola di conseguenze economiche, emotive e giudiziarie che ciò creerà, la guerra a colpi di pennelli, megaville con piscina e mosse strampalate, il tragico e il comico di questa storia, tutto questo è una favola paradossale perfettamente nelle corde di Burton, è una realtà ai limiti dell'onirico che lui stesso avrebbe potuto inventare e sceneggiare.
Provate a spalancare i vostri occhi e a dilatarli come quelli dei bambini dipinti da Margaret Keane e vedrete il solito, amabile, geniale Tim Burton farvi l'occhiolino.