martedì 24 febbraio 2015

Serie tv mon amour: 33. Fargo


Billy Bob Thornton è diventato il mio Dio personale dopo aver visto Fargo, la sua performance è da Bibbia delle serie tv.
Il suo personaggio, Lorne Malvo, è il prototipo perfetto del killer raffinato e dal sadismo esilarante, di quelli che dietro un sorriso garbato, il savoir-faire e una moina nascondono una mitragliatrice carica, di quelli talmente spietati da avere un carisma, una saggezza.
La sua cattiveria ha stile, ha classe, ha il fascino letterario di una creatura di Cormac McCarthy.

La sua improbabile frangia e il suo cappotto da grande inverno, i suoi travestimenti da prete e poi da dentista, sono già iconografia imperitura per quel che mi riguarda, così come quelle espressioni beffarde a metà tra il sorriso bonario e il ghigno malefico, tra l'arguzia raffinata e la follia totale.

Un personaggio peculiare e di grande impatto proprio come la serie stessa (concepita per essere antologica e quindi conclusa ad ogni stagione), un'esperienza che difficilmente si dimentica.

Fargo è essenzialmente questo: la storia della mediocrità esistenziale che si stanca di sé e ribalta le prospettive con inaspettata ferocia e con della prodigiosa strategia.

Epigono di questo essere medioman tendente alla sfiga su ogni fronte, è Lester Nygaard (un grandioso Martin Freeman), assicuratore mignon e goffo che a partire dall'incontro fortuito con Lorne, inizia una scalata repentina e inesorabile verso la rinascita.
Poco importa se per riprendersi la sua virile dignità debba sporcarsi le mani di sangue e perdere ogni scrupolo.

Fargo è la storia di una palingenesi spietata e beffarda, mediata, facilitata e complicata insieme da uno dei soggetti più efferati e strambi che si siano mai visti sullo schermo.

Una black comedy capace di slanci violentissimi, ma sempre all'insegna della leggerezza, del grottesco, bagnata da parecchio sangue, ma priva di ogni forma di dramma.
Si assiste ad una sparatoria, ad un taglio di gola, ad una martellata in testa e nonostante questo, o meglio, in virtù di questo, si ride e ci si diverte, perché lo stile della serie invita a questo.

In un'atmosfera quasi surreale intrisa di neve perenne e provincialismo americano, di paradossi e di misteri, di personaggi di ogni genere di intelligenza e idiozia, di brutti ceffi e di poliziotte extra large e lungimiranti, si dipanano i 10 episodi di questa serie meravigliosamente ridicola e improbabile, in cui nulla va preso mai troppo sul serio e in cui tutto è all'insegna di uno smaccato humor nero.

Fargo è divertente perché fuori di testa e sui generis, perché è una serie poliziesca, crime, thriller eppure non ha nessun tipo di aderenza precisa a questi generi, è una cosa a sé stante, una cosa esagerata e bizzarra.
Una serie che decostruisce non solo il genere, ma ogni forma di umanità canonica, di moralità, di normalità.

E dire che non amo molto i fratelli Coen (la serie è ispirata al loro film omonimo del '96 ed è da loro prodotta), la loro cifra stilistica in cui la genialità stilosa flirta troppo spesso (per i miei gusti) con il ridicolo e il nonsense.

A dire il vero non ho visto il loro Fargo e non posso fare parallelismi, ma la serie tv Fargo è una gran bella cosa anche per chi coeniano non è, perché mostra un'America insolita e un po' idiota, quella dell'estremo nord, del Minnesota e dei suoi sonnolenti piccoli centri, perché metta alla berlina fatti, persone, istituzioni, decoro e si prende gioco dello stesso spettatore ("quella che vedrete è una storia vera...", sì, come no!) invitandolo ad un gioco cruento e farsesco in cui ci si diverte, da morire.

Is this what you want? Yes or no? (cit. Lorne).


venerdì 20 febbraio 2015

I Love Books: 88. Storia del nuovo cognome (L'amica geniale - volume secondo)


(Post privo di spoiler nel rispetto sacro di chi non è ancora arrivato al secondo volume).

Continua senza perdere un briciolo di appeal e di capacità di incantare la storia di Elena e Lila, storia di amicizia e di inimicizia, di fughe e di ritorni, di progressi e di regressi.

Le piccole donne crescono (il riferimento alla Alcott non è casuale): dopo la focalizzazione sull'infanzia e l'adolescenza delle due protagoniste nel primo volume, la Ferrante ci prende per mano e ci racconta la loro giovinezza, la costruzione e la decostruzione di una nuova fase delle loro vite, le nuove spinte centrifughe o centripete rispetto al rione, rispetto a loro stesse.
La perfezione, l'arte sublime del narrare, la forza evocativa della sua scrittura rimangono immutate. Così come l'aura di opera destinata a rimane nella Storia della letteratura che pervade questa serie di romanzi.

La bulimia di lettura rimane famelica e bisogna porsi un freno per non spazzolarsi il lauto pasto in un sol boccone, privandosi del piacere di degustarlo piano.

La metafora gastronomica che da sempre di adopera a proposito di libri meravigliosamente leggibili, con il ciclo de L'amica geniale è particolarmente giusta: gli occhi non si saziano mai di quelle righe carismatiche, ne hanno fame.

Non posso dire molto della trama perché non sarebbe giusto nei confronti di chi è ancora fermo al primo volume; non dirò ovviamente cosa succede ad Elena e Lila e qual è il percorso di queste due giovani donne in fieri, la loro posizione rispetto al rione e alle sue dinamiche, le loro esperienze.

Riporto solo in breve le mie percezioni rispetto alla scrittura di Elena Ferrante che mi ritrovo a scoprire, pagina dopo pagina e libro dopo libro, sempre più sublime, sempre più generosa con il lettore, quel tipo di scrittura che invidi perché colta e semplice al tempo stesso, in perfetto equilibrio tra aristocrazia e democrazia della parola.

Ma anche quel tipo di scrittura che mentre racconta, in qualche modo racconta di te, ti tira in ballo, ti risulta familiare e ti fa venire in mente mille cose sul tuo vissuto.

C'è una parte del romanzo ambientata ad Ischia, durante le vacanze estive, che è il cuore caldo del racconto e un fluire ininterrotto di suggestioni, memorie proustiane e abbandoni nostalgici per chi legge e ha ormai ben più di 18-20 anni.

Ho vissuto un revival personale degli anni del liceo leggendo quelle pagine, ho rievocato gioie e fantasmi di quell'età così bella e così piena di contraddizioni, l'età delle prime volte in tutto, della totalità del sentire, della costruzione di basi per approdi futuri.
Man mano che il racconto procedeva prendeva forma anche la mia memoria degli anni universitari da fuori sede e anche in questo caso le descrizioni andavano ad incontrare armonicamente i miei ricordi, le mie esperienze.

L'empatia che sentivo di avere già con la piccola Elena, è diventata una sorta di rispecchiamento quasi totale nella giovane Elena; mi sono sentita vicinissima a lei per una serie di motivi: la brillantezza nello studio, l'insicurezza, le difficoltà sentimentali, le spinte alternate alla bontà e alla rabbia. In questo romanzo (e in questa saga, fino ad ora) io mi sento Elena, io sto con Elena.

Di pari passo e in maniera diametralmente opposta è aumentata la mia antipatia nei confronti di Lila, amica-nemica, ora tirannica ora fragilissima, ma sempre, anche nel bene, anche nell'amore, prepotente, quasi cattiva.
Nel primo romanzo la temevo e l'ammiravo come fanno le donne insicure (come me, come Elena) nei confronti delle donne dalla determinazione bellica; era una bambina e una ragazzina dai connotati coraggiosamente eroici per gli anni '60 e la Napoli rionale, ma anche a livello universale.
Allo stesso tempo la detestavo.

In questo secondo romanzo, ho provato soprattutto fastidio per le sue continue fasi di alta e bassa marea, per le sue richieste di aiuto ad Elena e i suoi modi fin troppo sottili di ricambiare i favori, per il suo mettere l'amica in una posizione di subalternità.
Come ho già detto nel post sul primo libro, Lila mi sta mettendo molto alla prova, continua a farmi dibattere tra la spinta a considerarla eccezionale, enormemente degna di essere una donna, e la spinta ad odiarla per la sua forza oscura che fa soccombere tutti, per la sua carica distruttiva.

Ma il dualismo, la doppia focalizzazione e l'alternanza di percezioni, si sa, fanno parte integrante di questa storia a due, di questa epopea amicale e sororale che, anche per questo secondo volume, merita la definizione di geniale.

lunedì 16 febbraio 2015

Il mio parere su Birdman


Logorroico, ipercinetico, irrequieto, nevrotico, sovraccarico, surreale. La lista di aggettivi dai connotati forti che fa venire in mente Birdman è lunga e ininterrotta come i suoi piani sequenza.

I film di Iñárritu hanno sempre pesato come un macigno sul mio cuore, mi hanno straziato con la loro coralità sempre all'insegna di un dolore onnicomprensivo e di un'esasperazione della disperazione.

Proprio per questo Birdman mi si è offerto come una sorpresa, coma l'imprevedibile virtù di un regista sempre orientato al tragico che si cimenta con un film comico, beffardo, che ti strappa risate amare e che ti fa venire in mente non Iñárritu, ma Altman.

Il protagonista di questa straripante sorpresa è Riggan Thompson (Michael Keaton), attore famosissimo negli anni '90 per aver interpretato il supereroe Birdman e oggi in totale declino, che cerca di risollevare le sue sorti portando in scena a teatro il Raymond Carver di Di cosa parliamo quando parliamo d'amore.

L'ignorante che tenta la strada della cultura lasciandosi alle spalle la fama commerciale del supereroismo, l'attore pop dimenticato che cerca di rinascere nella nicchia. Il disastro insomma.

I risultati sono assolutamente esilaranti, ma anche commoventi. La nevrosi incombe, la voce che parla a Riggan senza dargli tregua e che gli suggerisce di tornare a impersonare Birdman, il cast di questo spettacolo dall'allarmante precarietà, una figlia ex tossicodipendente, rendono la vita dentro e intorno questo teatro di Broadway un movimentatissimo e disfunzionale inferno, scandito da continui rulli di tamburo.

Il fallimento, declinato in tutte le sue possibili varianti, regna sovrano in questa stramba storia di ascesa, caduta e nostalgia dell'ascesa; l'andare a rotoli di ogni scelta, di ogni rapporto, di ogni idea è qualcosa di tumultuoso, è esagerato e fa ridere come fa la tragedia quando diventa grottesca, quando si fa gioco.

Birdman è una riflessione vastissima e semiseria su cinema, cultura, social media e altre fenomenologie contemporanee tendenti alla degenerazione, su creatività e talento, sulla differenza tra il volare alto e il volare basso, tra la facilità di essere qualcuno impersonando il vuoto cosmico dei blockbuster e la difficoltà di essere qualcuno quando si offre spessore culturale, soprattutto se si è patologicamente incapaci di farlo.

Il tutto reso attraverso una regia-flusso di coscienza strabordante, stancante ed euforizzante insieme.

La macchina da presa va e viene senza posa, insegue i suoi attori con un'insistenza energica.
Birdman è una sollecitazione continua per gli occhi e il corpo, un trasferimento dell'irrequietezza, dell'insoddisfazione e della frustrazione psicofisica del protagonista nella psiche e nella fisicità dello spettatore.
Ha l'effetto di uno stimolante, attiva mille suggestioni, scoperchia mille contenitori, rende partecipi in una maniera innovativa e totale.

È cinema che fa il verso a se stesso, che si mette al microscopio e si autorappresenta, che va a teatro, che sfida i critici, senza alcuna soluzione di continuità tra finzione e realtà, tra ciò che avviene nel film e ciò che specularmente può avvenire nella realtà.

Gli attori di Birdman sono tutti, per motivi diversi, dei fenomeni, perfettamente allenati alla folle maratona di un film del genere.
Edward Norton, nel ruolo di Mike Shiner, un attore provocatorio, spaccone e talentuoso, è perfettamente divertente e fastidioso, autoironico ed esplosivo.
Naomi Watts, nel ruolo dell'attrice Lesley è ispirata come non le capitava da tempo.
Emma Stone, che ha gli occhi più grandi che abbia mai visto in una creatura che non fosse un manga, è addirittura strepitosa.
Anche Zach Galifianakis, nel ruolo di manager-avvocato di Riggan, è perfettamente a suo agio in un film che se fosse stato del solito Iñárritu non avrebbe fatto per niente al caso suo.

Ma è il protagonista Michael Keaton, con la sua predisposizione biografica alla trama del film, la meraviglia assoluta di Birdman, il ritorno in grandissimo stile di un eroe dimenticato, l'autocitarsi commovente, il mettersi in ridicolo, persino il volare per i cieli di New York come nei peggiori film di supereroi, con una bravura, una capacità performativa da star di un cinema ormai andato che non si dà per vinta.

Ogni forma di razionalità deve essere bandita per godere di un film come Birdman; in caso contrario, c'è il rischio di giudicarlo come un'enorme e megalomane sciocchezza.
State al gioco, accettate la levitazione, i superpoteri, i voli, le burle metacinematografiche di Birdman e di questo inedito Iñárritu e, oltre a divertirvi, lo amerete a dismisura.



martedì 10 febbraio 2015

Il mio parere su La teoria del tutto


Per una serie di coincidenze e similitudini quest'anno sembra inevitabile parlare in tandem di The Imitation Game e di La teoria del tutto. Chi vede il primo lo confronta con l'altro e viceversa, la tendenza al binomio è spontanea.

Anch'io sento questo irresistibile impulso all'accostamento e alla graduatoria e dico che La teoria del tutto (The Theory of Everything, di James Marsh, 2014) mi è piaciuto molto di più di The Imitation Game.
Non è un capolavoro, ma è sicuramente un buon lavoro, la prova che si può fare cinema con garbo anche su tematiche e personaggi intoccabili, e che si possono tenere a freno la compassione e la pennellata patetica senza scadere nella freddezza o nello snobismo.
In effetti La teoria del tutto punta molto al cuore dello spettatore e vuole deliberatamente pizzicare le sue corde emotive, ma la sua inglesità, la sua sobria eleganza evitano la caduta rovinosa nel melodramma popolare.

Entrambi i film hanno un tipo di costruzione classica e da manuale per il grande pubblico, sono studiati ad hoc per movimentare il botteghino, ma mentre The Imitation Game ha una perfezione banale e accademica che spegne ogni coinvolgimento emotivo (questo almeno per me), La teoria del tutto ha una morbidezza, un'umanità e una delicatezza a cui è difficile non cedere.
Nonostante la tragedia, il dolore, l'inevitabile nodo alla gola e il canonico invito alla commozione, non ci sente impauriti, patetici o arrabbiati guardando questo film, ma estremamente addolciti e stranamente ottimisti.

Perché La teoria del tutto è essenzialmente un film d'amore, su una storia d'amore totale, lunga, che continua anche quando finisce.
Amor vincit omnia, anche mostri come la malattia del motoneurone.

Ho apprezzato molto il poco voyeurismo sulla malattia e la focalizzazione poco sentimentale e molto inglese sulle varie fasi della sua spietatezza.
Non ho mai provato compassione per questo Hawking cinematografico, ma solo una sconfinata, ridente ammirazione, e sono stata pervasa da un delizioso vento di romanticismo.

C'è poco di scientifico, matematico e astrofisico in questo film, di Hawking emerge soprattutto Stephen, il ragazzo occhialuto e dolcemente nerd che si innamora perdutamente di Jane, la storia sentimentale della sua vita e non tanto quella geniale o accademica.
Così come emerge Jane, forse la vera protagonista del film, lei che ama Stephen anche nella stanchezza e che è di certo la vera grande conquista di lui.

La coppia Eddie Redmayne-Felicity Jones è secondo me riuscitissima (avrebbero potuto anche essere i protagonisti di 500 giorni insieme per quanto sono adorabili insieme!).
Da loro scaturisce quella luminosità, quel chiarore che caratterizza l'estetica del film, in ogni sua fase.

Felicity Jones è molto brava, britannicamente brava (niente eccessi da scena madre insomma) e riesce a farsi Jane e a trasmettere delicatezza e determinazione, ma è Eddie Redmayne per me la vera scoperta.
Il suo è un ruolo difficilissimo, eppure è riuscito a piegare letteralmente il suo corpo all'interpretazione della malattia e a incatenare le sue movenze in maniera credibile e contenuta, senza minimizzare e senza eccedere.

Il suo sguardo mi ha colpito più di ogni cosa: è sempre lucido e vivace anche quando l'immobilità e la deformazione prendono il sopravvento.
Lo stesso sguardo sorridente che ho sempre notato in Hawking e che mi ha sempre confuso più della sua atroce condizione.

Non a caso La teoria del tutto è anche un film sull'ironia e l'autoironia, uno degli strumenti di salvezza più potenti dell'umanità, un'arma spiazzante in un campo di battaglia feroce come quello della malattia grave, ma meravigliosamente salvifico.

Hawking mi è parso così bello e vincente in questo film, così beffardo verso il proprio male che alla fine le lacrime canoniche sono spuntate non per la bruttezza sconfinata della sua malattia, ma per la bellezza del suo attaccamento alla vita.

Lo ribadisco: La teoria del tutto è un film d'amore.
Spetta a voi fare i cinefili distaccati o lasciarvi inglobare da questo sentimento commerciale, ma vivificante.


mercoledì 4 febbraio 2015

Il mio parere su Due giorni, una notte


Ci sono film la cui forza risiede nella recitazione, doni di performance fatti di questo e poco altro.

Due giorni, una notte (Deux jours, une nuit, di Jean-Pierre e Luc Dardenne, 2014) è esattamente questo tipo di film, è Marion Cotillard, ed è in virtù di questa interpretazione che diventa un bellissimo film.
Effetto miracoloso perché è un film scarno e minimalista, in pieno cinema sociale dei fratelli Dardenne, uno stile di regia che non ha mai fatto presa su di me e che trovo spesso noioso, appesantito dalla mancanza, ingrigito dal verismo.
Ma Marion arriva, con i suoi grandi occhi depressi e il suo corpo teso, con una capacità di immedesimazione totale nella persona del suo personaggio, e rende il film uno spettacolo di realismo emotivo, un toccante documento di verità.

Io le ho già dato il mio personale Oscar come miglior attrice protagonista nel caso non dovesse vincerlo nella realtà (probabilmente glielo ruberà Julianne Moore).

La normalizzazione che Marion attua sul suo essere fisiologicamente una figa diva, il processo di semplificazione e di disfacimento ai limiti dell'imbruttimento (!) che emerge prepotente in questo ruolo di donna in lotta con la depressione e il rischio della disoccupazione, è intenso e commovente in maniera ininterrotta.

Quella che vediamo non è la sofisticata, superba, patinata Marion, ma Sandra, una ragazza in jeans e canotta, senza un filo di trucco, senza filtri, alle prese con problemi purtroppo comuni, in cui di questi tempi è facile trovare una parte di se stessi e del proprio vissuto.
Sentirsi Marion Cotillard è possibile guardando questo film!

Sandra è una donna fragile che ha dovuto prendere una pausa dal lavoro a causa della depressione e che per riavere il proprio posto deve convincere i suoi colleghi, uno per uno, porta a porta, in due giorni e una notte, a rinunciare ad un bonus e a votare a favore del suo reinserimento.

Il film è essenzialmente questo: Sandra che va in giro in due giorni e una notte d'estate, con le sue paure, le sue pillole e le sue lacrimi facili, con la voglia di convincere e il terrore di non farcela, con lo sguardo sempre in bilico tra sconfitta e voglia di rinascita. Al suo fianco un marito adorabile (Fabrizio Rongione), in grado si sostenerla e spronarla con delicatezza e due bambini.
Nessun orpello, nessun tipo di artificio, solo una persona che chiede aiuto ad altre persone, in un contesto di umiltà e di crisi, in una città qualunque del Belgio.

La fragilità di questa donna è la vera potenza del film, ciò che lo rende una delle cose più umane che abbia mai visto al cinema, un racconto di vita comunissima e di normalità in un momento universalmente critico.

Crisi occupazionale e recessione economica sono le tematiche centrali di Due giorni, una notte, ma anche la depressione, malattia prepotente, invalidante come un male fisico eppure ancora troppo poco riconosciuta nella sua gravità. Sandra è riuscita a venirne più o meno fuori, ma rientrare dentro la normalità lavorativa è per lei molto difficile.

Questo aspetto mi è parso molto importante, perché se Sandra avesse avuto una malattia "vera", canonicamente diagnosticabile, avrebbe avuto sicuramente più tutela e garanzie, mentre la sua condizione di depressa la lascia sola e poco protetta, quasi colpevole del suo allontanamento.
Triste e paradossale realtà, oggi più che mai, dal momento che la crisi lavorativa può andare spesso di pari passo con cadute in baratri di scoraggiamento.

Anche da questo punto di vista Due giorni, una notte è un film di grande umanità e solidarietà, uno di quei film che possono dare supporto a chiunque perché mettendo in scena la realtà nuda e cruda, spoglia e libera da mosse cinematografiche, sembrano comprendere e abbracciare il reale in maniera straordinariamente empatica.

Guardare la vita vera sul grande schermo può essere terapeutico e liberatorio; guardare Marion Cotillard piangere a dirotto e soffrire onestamente, elemosinare porta a porta il suo futuro, angosciarsi e sperare, è un'opportunità di grande Cinema che tutti dovrebbero concedersi.


lunedì 2 febbraio 2015

I Love Books: 87. L'amica geniale


Affabulare.
O anche attanagliare.

Questo è quello che sa fare prodigiosamente Elena Ferrante, chiunque lei sia.
Questo è l'incantesimo a cui stiamo felicemente soccombendo in Italia e perfino oltreoceano con L'amica geniale, il perché (uno dei tanti) ci sentiamo in preda all'incanto mentre leggiamo.

L'intreccio di questa storia è affabulatorio e attanagliante in maniera straordinaria, è un dono di purissima e altruistica narrazione, una narrazione "facile", ma anche elegante, estremamente scorrevole, ma anche ricca, dal piglio facilmente commerciabile, ma con uno spessore da opera importante.
Mi è sembrato un romanzo popolare e geniale insieme, affabile e di grande pregio letterario.

Leggo poco gli autori italiani, è questa la mia più ostinata e pregiudiziale forma di snobismo letterario (o di ignoranza) e me ne rammarico, ma c'è una parte ulissiaca di me che talvolta (sebbene di rado) cede alle sirene dei fenomeni editoriali, anche quelli nostrani, e che vuole sapere, capire, scoprire per non sentirsi tagliata fuori dalla festa.

C'era un'insistenza troppo virale e uniforme su questo ciclo di romanzi, un richiamo irresistibile, e chi mi credevo di essere per restarne immune?
Un'ondata di fervida curiosità mi ha assalito e ogni tentativo di voler fare la ragazza indipendente è stato vano: dovevo poter dire anch'io la mia su L'amica geniale. Sono andata in libreria e ho fatto mio questo caso eclatante.

In principio ero un po' scettica come lo sono sempre di fronte ai successi strabilianti e mi sono rapportata al libro più per sfidarlo che per amarlo, salvo poi ricredermi e amarlo con trasporto passionale e con un senso di esigenza, di necessità.

Lila e Elena sono creature vivide e palpitanti, prive di ogni forma di falsità romanzata e ammantate di verità neorealista. La loro storia di amicizia e di vita, che in questo primo libro si focalizza sull'infanzia e l'adolescenza, è offerta al lettore come per farne parte integrante, per viverne da vicino le peculiarità e le contraddizioni. Non c'è distacco, siamo immersi dentro il vissuto in divenire delle protagoniste e non percepiamo mai la finzione perché l'autrice sa scrivere senza artificio, ma senza per questo eccedere mai in un'essenzialità verista.

Fosse stata una storia di infanzie e adolescenze negate nella disagiata periferia partenopea, raccontata con toni crudi da neorealismo puro, senza il caldo abbraccio del romanzesco, avrei lasciato subito perdere, perché non amo questo tipo di narrazione.
Invece la prosa de L'amica geniale è avvolgente, raffinata, curata, priva di quella ruvidezza, di quella "sporcizia" e di quel tocco folkloristico che i romanzi ambientati a Napoli hanno spesso.
La Napoli che viene narrata è sporca e folkloristica, ma i modi della scrittrice no.

Di tanto in tanto fa capolino qualche elemento da sceneggiata napoletana, soprattutto sul versante sentimentale, ma per dare una coloritura specifica al testo e un background più definito alle due protagoniste.
Non c'è alcun eccesso patetico o teatrale nel romanzo, c'è Napoli e la napoletanità, ma il respiro non è regionalista, bensì universale.

Chi ama leggere, invano potrà opporsi alla seduzione del romanzo perché nelle sue pagine si trova l'essenza stessa del leggere, la sua forma più sopraffina e godibile.
Non bisogna fare sforzi per entrare dentro la storia e farsi coinvolgere, non ci sono attese o indecisioni: si parte spediti verso un intenso viaggio nella Napoli degli anni '50, verso un romanzo di formazione ricco di spunti psicologici, sociali, sentimentali, intriso di femminilità ma ben lontano dai romanzi scritti da femmine per sole femmine.

Tra brutture e slanci verso il bello, tra disagi da rione periferico e momenti di rinascita, tra eventi minimi ed eventi di grande portata, le due donne del libro vivono esperienze molteplici e crescono sotto gli occhi del lettore, mentre le pagine scorrono fra le dita alla velocità della luce.

Il loro viscerale rapporto di amicizia (così come tutte le spinte che attraversano il romanzo) è all'insegna del dualismo, di un costante oscillare tra amore e odio, tra conservazione e rottura, tra dipendenza e necessità di indipendenza.

Il potere di Lila su Elena (e su tutti gli abitanti del rione) è fortissimo, il suo carisma, la sua genialità, la sua aggressività ai limiti della cattiveria, sono armi letali, anche per il lettore.

Lila è una delle donne letterarie che mi ha più messo alla prova di sempre, ho avuto anch'io percezioni dualistiche nei suoi confronti, un misto di fastidio e ammirazione, di soddisfazione femminista e di indignazione. La sua personalità è fortissima, definita magistralmente.
Così come è ben caratterizzata Elena - voce narrante del romanzo - la classica brava ragazza studiosa che dentro però freme.
Così come sono ben delineati i personaggi di contorno, i giochi di potere rionali, gli scontri fra famiglie, le dinamiche uomo-donna e donna-donna di questo ambiente difficile.

Il libro mi è piaciuto così tanto ed è così completo anche preso a sé che volendo avrei potuto fermarmi e non entrare nel trip della tetralogia.
Però i conti con la mia curiosità chi li avrebbe fatti?
Perché è esattamente questo il superpotere de L'amica geniale: generare  una curiosità famelica che ti prende a morsi se non l'assecondi.