martedì 21 aprile 2015

Serie tv mon amour: 34. Transparent



Disfunzionale, stramba e con un'afflato malinconico e poetico: ecco com'è la famiglia protagonista di Transparent, una serie tv (per l'esattezza una webserie prodotta da Amazon) davvero originale, con un modo di essere tutto suo, liberamente stravagante.

Le storie di famiglia, siano esse letterarie o cinetelevisive, sono a mio parere tre le cose più intense da narrare e farsi narrare, possiedono nuclei narrativi interessanti e universali.
Se poi la famiglia in questione è problematica ai limiti della psichiatria, outsider in maniera portentosa, americana nella sua accezione più esagerata, l'intrattenimento è assicurato.
Considerando che l'ideatrice della serie, Jill Soloway, ha vissuto la stessa esperienza con il padre, tutto risulta ancora più straordinario.

Il fatto che il protagonista Mort faccia coming out e riveli ai suoi figli adulti di essere un transgender è solo una delle cose strambe di questa famiglia. I tre fratelli Pfefferman sono infatti problematici all'inverosimile, sono in crisi, sono strani.
Sarah (Amy Landecker) si (ri)scopre lesbica e lascia figli e marito per una vecchia fiamma giovanile, Josh (Jay Duplass) è un produttore discografico lievemente ninfomane e sentimentalmente fluttuante, Ali (Gaby Hoffmann) è una ragazza svagata, sospesa, indefinita (e di una bruttezza molto particolare, che mi aveva già colpito in Girls!).
E poi c'è Shelly (Judith Light), l'ex moglie di Mort, donna altrettanto sui generis.
Quello che una notizia del genere può attivare in soggetti di questo tipo è qualcosa di doppiamente sorprendente: l'atipicità è di casa, l'anomalia esistenziale è nel DNA.


Il bello di Transparent è il suo stile ibrido: ha una vivacità di base e una natura buffa, ma è anche ricca di momenti di scoramento e di riflessione, di pennellate più profonde, enfatizzate da una colonna sonora dolcemente indie, che le donano un tocco velatamente triste.
Il prosaico che sposa il poetico, l'humour inevitabile di una situazione sessualmente confusionaria, ma anche la vita nelle sue manifestazioni più comuni, alle prese con cose come solitudine, incomprensione, pregiudizio, affermazione personale.
Il tutto sempre assolutamente sopra le righe e oltre la prevedibilità.
Ecco, un'altra cosa bella di Transparent è proprio questa: non sai mai cosa succederà, ogni puntata può essere rivoluzionaria o in stasi, ma ha comunque un grande carisma.

La bellissima sigla di apertura mi fa sempre sentire emotiva, ha il potere nostalgico dei filmini amatoriali dei decenni che furono e sa di memorie famigliari, di ricordo, di nostalgia, ma anche di lustrini e di spettacoli improvvisati. Perfetta sintesi sonora dello splendido stile semiserio di questa serie.


Le interpretazioni sono eccezionali, ma la "regina" indiscussa è Jeffrey Tambor nel ruolo di Mort/Maura (ha vinto il Golden Globe, giustamente), il trans-parent che decide dopo anni di sotterfugi di essere trasparente, di rivelare la sua vera essenza.
Tambor ha una credibilità e una capacità di immedesimazione nel travestitismo che diverte e commuove insieme, è indimenticabile.


Se amate le serie tv dall'anima hipster (ma in senso positivo), che seguono un canone tutto loro e sono amabilmente sospese tra il grottesco e lo spessore, tra il travestimento pacchiano e un più profondo mettersi a nudo, Transparent sarà oggetto della vostra adorazione, come lo è stata per me e occuperà un posticino speciale nella parte più alternativa del vostro cuore.

giovedì 16 aprile 2015

I Love Books: 94. Le braci


Seguendo il consiglio della mia blogger prediletta Maria di Scratchbook e complice un'offerta lampo Kindle arrivata ad hoc, ho letto Le braci di Sándor Márai, un libro breve, ma intenso e vigoroso, di quelli in grado di trasmettere scosse sottocutanee e di attivare percezioni interessanti ad ogni frase (qui il bellissimo post di Maria).

Ho sottolineato così tanto il libro che alla fine posso dire di averlo sottolineato integralmente: la prosa di Márai è suggestiva, magistralmente descrittiva, meditativa.
E sopra ogni cosa carica di romanticismo, nel senso profondo ed emozionale del termine, in senso autenticamente romanzesco.

Siamo nel 1940, in Ungheria, in un castello ai piedi dei Carpazi.
Due amici, Henrik e Konrad, cresciuti insieme e allontanati da una serie di circostanze, si incontrano dopo 41 anni.
Il non detto di lunghi anni silenziosi e distanti richiede un'ultima definitiva esplicitazione, un congedo che sia chiarificatore, sincero e forte, prima del solenne congedo dalla vita.

Cosa è successo quarant'anni prima durante una battuta di caccia?
Quali erano le intenzioni di Konrad verso l'amico?
Quali i suoi rapporti con Kristzina, la moglie di Henrik?
Perché Konrad è fuggito senza lasciar tracce e perché è tornato dopo tutto questo tempo?

Le domande scalpitano in cerca di una risposta priva di sbavature, si affastellano e invitano alla riflessione, riempiono l'atmosfera di tensione e attese e rendono la cena a due in una notte d'estate uno scenario pregno di accadimenti verbali, di scioglimenti, di liberazioni.
Il romanzo stesso è come un'unica, lunga domanda durata una vita e giunta finalmente alla sua inevitabile risposta, è come un fuoco che arde in crescendo per potersi poi spegnere piano nella quiete tiepida delle braci.

Le braci ha la potenza narrativa e contenutistica dei romanzi russi dell'Ottocento, quella possanza di chi sa parlare di cose alte con dignitosa perfezione e capacità taumaturgica di cattura del lettore.
Saggezza, introspezione, amicizia, amore, tradimento, gestione calma del dolore, il tutto con una lunga ed elegante argomentazione, che affabula come un racconto di memorie e cresce di tensione come un climax in corsa verso l'esplosione finale.

Le descrizioni di cui è disseminato Le braci sono vibranti e sensoriali, mi sono piaciute profondamente perché sono colte, vividissime, pienamente dedicate al lettore.
Frasi (tanto per citarne due fra un milione) come:

Dietro le persiane chiuse, nel giardino avvizzito e bruciato dall'arsura, l'estate divampava con le sue ultime forze, come un incendiario che nella sua collera dissennata dia fuoco a tutto prima di fuggire in capo al mondo.          
O:

Era una grande stufa vecchia di un secolo, che irradiava un calore simile alla benevolenza emanata da una persona pingue e indolente che cerchi di attenuare il proprio egoismo con qualche buona azione poco impegnativa.

sono a mio parere pura e dettagliata bellezza narrativa e permettono a chi legge di essere dentro la storia, di esserci.

L'amicizia fra uomini è un sentimento potente e viscerale; se di mezzo c'è una donna e uno sfasamento passionale, può farsi pericolosa, eppure non può smettere di esserci, nel tempo, nella memoria.

Le braci è una storia di amicizia totale, talmente radicata e ineludibile da richiedere una distanza di salvezza reciproca, una lunghissima pausa di sospensione. Talmente ardente da non trovare mai la pace dello spegnimento, del lasciar andare.

Ho letto di un sentimento così esclusivo tra uomini forse solo in Narciso e Boccadoro di Herman Hesse durante la mia adolescenza.
Ma mentre in Hesse avevo percepito il fastidio di un romanticismo dall'affettazione filosofica e moraleggiante (in effetti ero in piena fase di cinismo adolescenziale obbligatorio), ne Le braci ho goduto di un tipo di romanticismo audace, quasi violento, privo di considerazioni melliflue, carico di sapienza ed equilibrio, di eleganza vetusta, di esperienza verbale.

Sándor Márai si dovrebbe leggere come si legge Dostoevskij o Tolstoj, perché ha doti narrative titaniche dello stesso calibro, perché ha saputo racchiudere vortici di sentimenti, passioni e humanitas dentro un libro dal corpo cartaceo esile e dalla preziosità ingiustamente defilata.

Fatevi riscaldare, leggetelo.

mercoledì 1 aprile 2015

I Love Books: 93. La signora Armitage


Le nevrosi femminili sono sempre materiale narrativo interessante, almeno per me.
Mi piace sedermi idealmente sui divani da psicoanalisi, accanto a queste donne letterarie fumantine e ascoltarne i deliri condivisibili e gli stati d'animo cangianti.
Nella loro inquietudine ritrovo spesso una parte di me, ma anche un discorso universale sull'essere donna che, al di là di epoche e contesti diversi, ha dei punti fissi arcaici ed eternamente validi.

L'essere moglie, l'essere madre: c'è forse qualcosa di più semplice eppure complesso di questo? C'è forse una condizione più ampiamente narrabile eppure inenarrabile di questa?
Siamo spunti letterari viventi secolari, siamo racconti mai facili che è necessario mettere per iscritto, siamo creature delicatissime con flussi di coscienza ininterrotti e dosi di autoironia insospettabili.

Penelope Mortimer (che ho scoperto grazie all'adorata Minimum Fax, dispensatrice indefessa di delizie editoriali e di bellissime copertine) mi è sembrata una Mary McCarthy in versione inglese, forse meno sofisticata e più disperata, ma con la stessa tagliente capacità di sondarsi dal profondo e di sondare indirettamente la lettrice, facendola un po' anche sorridere di se stessa.
Ne La Signora Armitage (titolo originale The Pumpkin Eater, pubblicato nel 1962) mette a nudo la sua psiche travagliata, la porta da uno psicoanalista o semplicemente la racconta a noi facendone qualcosa di onirico e di autobiografico insieme, un misto di memorie, di stream of consciousness, di dialoghi tesi, di suggestioni disordinate a metà tra dolore e leggerezza.

Non l'ho trovato eccezionale, ma ne ho apprezzato l'onestà, la schietta semplicità, il suo assomigliare ad un diario privato privo di organizzazione precisa e di ambizioni editoriali consapevoli.
Non c'è un stile di scrittura particolarmente bello (anche se è ben scritto), nessuna brillantezza memorabile, ma un'apertura totale verso il lettore che vive in prima fila lo spettacolo tragico(mico) e non programmatico di una donna in crisi su vari fronti.
C'è sempre da imparare dalle crisi femminili altrui e questo libro, seppur non rivoluzionario, qualcosa ti suggerisce. La possibilità di empatia è sempre aperta e proprio l'assenza di ornamenti romanzeschi rende tutto più crudelmente veritiero e più confortante.

La cosa che mi ha più colpito (e inquietato) del romanzo è una peculiarità singolarissima della signora Armitage: il suo incessante e irrazionale mettere al mondo figli, da mariti diversi, senza alcun ritegno anticoncezionale, senza senso, quasi fosse una cura al nulla, una necessità patologica.

Una caratteristica che non ti aspetti da una donna così elegante e socialmente ben collocata, che ha avuto tanti matrimoni e che ama uno sceneggiatore di successo dai classici tratti borghesemente fedifraghi: penseresti più ad una frigidità di gran classe, ad una paura radical chic di procreare, ad un'indipendenza dalla maternità esplicitata a suon di drink e cocktail. Tutt'al più ad una maternità ansiosa e ambivalente.
E invece la signora Armitage (= Penelope Mortimer) è un tipo di donna per me letterariamente nuovo: la madre seriale.

Ho provato grande curiosità per questa sua debolezza (che a dire il vero è anche una grande forza, di tipo animalesco) così carica di significati psichici profondi, per questo suo amare e voler sempre prove viventi in miniatura di questa collezione di amori.
Quasi come se l'esser moglie, o meglio il divenire di nuovo e ancora moglie, dovesse essere necessariamente sancito dal diventar madre.
Un tratto questo molto particolare e in contraddizione con l'insofferenza ribelle di questa donna, una sorta di annientamento e di sublimazione al tempo stesso di ogni spinta femminista, una dichiarazione di sottomissione e di potere supremo dell'utero.

L'utero non è poi così importante. E' solo la sede della vita, una cosa che tira giù la luna dal cielo come un aquilone e inspira ed espira il mare, dentro e fuori, il respiro del mondo. A scuola se dicevi "utero" la gente ridacchiava. Le donne non sono importanti.

Non so come interpretare queste sue parole...

Ci sarebbe da scomodare frotte di psicoanalisti, ma io mi limito a riflettere tra me e me e aggiungo un altro tassello all'enorme e intricato puzzle della psicologia femminile in ambito coniugale.
Non credo troverò mai qualcosa di superiore a Revolutionary Road in questo senso, ma leggere libri come La signora Armitage fa sempre piacere.

Ci sarebbe anche da vedere il film tratto dal romanzo e sceneggiato da Harold Pinter (Frenesia del piacere, di Jack Clayton, 1964) con Anne Bancroft (che venne candidata all'Oscar per questo ruolo) nei panni della signora Armitage, ma non credo sia facilmente reperibile.
Immagino Anne Bancroft sia stata una signora Armitage perfetta; rivedo nel suo volto triste ed elegante certi tratti della fragile creatura di Penelope Mortimer.