martedì 26 maggio 2015

Il mio parere su Youth - La giovinezza


La rievocazione della giovinezza e l'accettazione della vecchiaia, non riesco a pensare a due processi più delicati di questi da trasformare in cinematografia. Sono mondi, non argomenti, sono vasti e spesso insondabili o sondati male, eppure Paolo Sorrentino con la sua personalissima poetica è entrato dentro questa dimensione e ne ha fatto una poesia, l'ennesima, ma anche una bellissima riflessione sulle emozioni e sulla loro gestione.

I veneratori indefessi e monoteisti de La grande bellezza mi perdoneranno se la mia felicità post Youth non è meno fervida di quella legata al capolavoro di due anni fa.

Sorrentino è un regista totale e questo film me ne ha dato conferma.
Il suo modo di far andare a nozze grottesco e incantevole, prosaico e poetico è ancora una volta prodigioso e non mi stancherò mai di celebrare questo incantesimo estetico-emozionale - anche a costo di diventare una fanatica acritica e generalista - finché ne sentirò gli straordinari effetti una volta uscita dalla sala e praticamente per sempre.

Youth è un affascinante insieme di impressioni ed espressioni, di introspezioni silenziose e immobili e di esternazioni di ironia più lieve e liberatoria. E' Sorrentino allo stato puro: perfezione formale e imperfezione umana, grazia cinefila e sguaiatezza carnale.

Youth è fatto di frammenti sparsi dalla consistenza quasi immateriale che sembrano non avere alcuna necessità di ordine aristotelico, serenamente sospesi, dotati di una carica evocativa e poetica che ricolma l'anima di commozione e bellezza.

Quello che continuo ad amare con sempre più stupore di questo poeta della macchina da presa è la capacità di creare suggestioni, non una o due, ma infinite suggestioni, a partire da spunti volatili, da indugi apparentemente privi di coerenza narrativa che si intrufolano continuamente nella storia dandole una potenza surreale, evocativa, quasi divina.

Un'immagine dall'estetica fortissima, d'impatto fotografico, accompagnata da una musica altrettanto possente, lirica, pop o indie poco importa, irrompe nella sequenza e incatena le viscere, blocca qualcosa e sblocca qualcos'altro, è violenza e simbolismo insieme.


Ne La grande bellezza dominava la decadenza e il kitsch esistenziale, una rumorosità festaiola e tristissima mediata da un personaggio di una perspicacia miracolosa, in Youth prevale la quiete meditativa, la raffinata calma delle Alpi svizzere, i prati e le mucche al pascolo.
Ed è in questo scenario bucolico, ma anche borghese, che ci si dibatte e si combatte con le proprie emozioni, per reprimerle o celebrarle, che si fanno bilanci e si commenta la vita, ora con sarcasmo ora con impegno filosofico, mescolando i problemi alla prostata e Stravinsky, il diletto e l'intelletto.


La saggia compostezza inglese di Michael Kane/Fred Ballinger, il direttore d'orchestra apaticoe la disordinata vitalità americana di Harvey Keitel/Mick Boyle, il regista creativo, sono i grandi doni di questo film; la loro amicizia è pura tenerezza ed ha quel tipo di romantica complicità che solo la senilità fa raggiungere.
Se a questa coppia dall'aura inevitabile aggiungiamo la classe nervosa di Rachel Weisz (dio, quanto è bella!) e l'indipendente bravura di Paul Dano (a proposito, sono sempre più innamorata di questo stranissimo uomo) ci ritroviamo davanti agli occhi eleganza su ogni fronte.



Certo, Toni Servillo/Jep Gambardella aveva una capacità ammaliante di farsi ascoltare, di diffondere carisma e di farsi magnete per la sensibilità dello spettatore che raramente potrà essere replicata, era qualcosa di vicino all'iconografia, alla mitologia.
Però vi assicuro che i due artisti canuti di Youth hanno una capacità di incanto verbale e una saggezza autoironica che non lascia indifferenti.
Sono incastonati nei preziosismi fotografici di Sorrentino, ma sono umanissimi.
Mi hanno toccato il cuore, mi hanno emozionato e le emozioni, come direbbe qualcuno, sono tutto quello che abbiamo.


martedì 19 maggio 2015

Il mio parere su Il racconto dei racconti


Per amare Il racconto dei racconti si deve essere predisposti all'incanto e si deve essere stati ascoltatori seriali di fiabe sonore durante l'infanzia.
Ogni forma di rimostranza razionale deve essere lasciata andare per entrare dentro lo spirito di un film del genere, ma ciò non vuol dire dimenticare a tutti i costi il reale, tutt'altro.
La fantasia - che non vuol dire necessariamente genere fantasy - deve essere aperta e preparata all'accoglienza dell'insolito, dell'atemporale, del magico, ma anche a quella brusca concretezza garroniana che chi ama il regista ben conosce.

Per un'ex bambina che come me ha amato fino all'usura le musicassette allegate ai libri di fiabe nei primi anni '90, Il racconto dei racconti è stato un enorme dono.
Dire che l'ho trovato splendido è poco.
Ipnotico può rendere meglio l'idea.
La meraviglia delle meraviglie sarebbe il sottotitolo perfetto.

Le suggestioni, i ricordi, gli stralci di beatitudine infantile che tira fuori Il racconto dei racconti sono infiniti: la mia mente è tornata agli anni di Fantaghirò e della Storia infinita, all'incantevole sonorità di quelle musicassette che mettevano le ali, alle narrazioni popolari infarcite di folklore e meridionalità, all'iconografia favolistica classica che tanto ammaliava gli occhi.

A tale meraviglioso amarcord va aggiunto poi il privilegio da adulti di farsi narrare delle fiabe senza alcuna depurazione buonista, nella loro essenza arcaica ed originaria, quindi spietata, orrorifica, psicologicamente sinistra.
Il recupero della vera natura della fiaba insomma, senza limiti e freni, in purezza e nelle sue impurità realiste.

Tre sono le fiabe estratte dal seicentesco Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile e sublimate in pura bellezza visiva da Garrone.
L'insieme corale del film ha l'impatto di un grande dipinto barocco in cui magnificenza e mostruosità convivono in perfetta armonia, in cui il bianco ottico si inzuppa nel rosso cremisi fondendo purezza e carnalità, candore e violenza.

L'estetica del film così luminosa, ricercata e cromaticamente forte dà l'illusione di ritrovarsi a sfogliare uno di quei libri di fiabe dalla copertina preziosa e dalle miniature accurate, o a contemplare uno di quei dipinti di Goya inquietanti e folli.

La madre che mastica l'enorme cuore pulsante di un drago marino, il re lussurioso e le vecchie megere alla ricerca di miracoli epidermici, l'immonda pulce gigante allevata da un sovrano inebetito, la fanciulla in cerca di libertà e vero amore e l'orco troglodita che le tocca in sorte, fanno parte della fiaba, ma non sono poi così lontani dalla verità, dall'umanità.

Le loro motivazioni, le pulsioni sono così comuni e veritiere da far sì che lo stupore diventi comprensione ed empatia. Ed ecco che la fantasia sputa fuori il reale, quel reale tanto amato da Garrone.

In fondo la realtà filmata da Garrone nei suoi film precedenti è mostruosa e grottesca come le creature delle fiabe che ha messo in scena ne Il racconto dei racconti, ha la stessa carica di deformazione, di ossessione, di umana e disumana distorsione.
Il tassidermista nano ossessionato dalla bellezza di un giovane ne L'imbalsamatore, o i giovani che in mutande imbracciano le armi in preda ad un delirio di onnipotenza in Gomorra  non sono forse mostri, degenerazioni surreali del reale?

Cambiano le apparenze, ma gli animi hanno la stessa universale e sempiterna complessità garroniana.

Anche per questo credo sia sbagliato citare Game of Thrones o Il Signore degli anelli a proposito di questo film. A Il racconto dei racconti manca l'epica e quell'intenzionalità più strategica che questi prodotti hanno; è un'esplosione di autorialità italiana, intrisa di cultura nostrana e svincolata da ogni intento mainstream di tipo americano.
Se i primi due fanno venire in mente la grafica, il film di Garrone fa venire in mente la pittura.

I nerd del fantasy potrebbero rimanere delusi perché Il racconto dei racconti è in qualche modo ancorato al reale, al qui e ora, perché quelle creature sono l'umanità sotto mentite spoglie fiabesche.
Garrone ha sempre usato la lente d'ingrandimento per mettere a nudo le mostruosità del reale; ne Il racconto dei racconti si traveste da cantastorie, ma la lente è sempre quella, e anche il suo stupefacente talento.


venerdì 15 maggio 2015

I Love Books: 95. Via dalla pazza folla



L'idea fissa che mi ero fatta di Thomas Hardy aveva a che fare con un romanticismo tetro e tragico, con una solennità poetica e ombrosa, con una tonalità ineluttabile di grigio cupo che avvolge cose, persone, vicende in un vortice funesto.
Sia Tess dei D'Urberville sia Jude l'oscuro sono state letture tutt'altro che consolatorie e leggiadre, ma essendomi all'epoca predisposta preventivamente alla negatività hardyana, sono riuscita a tirare fuori la bellezza e la potenza di entrambe le narrazioni e ad amare lo stile forte dello scrittore inglese.

Quello che mi aspettavo da Via dalla pazza folla era pertanto una totale disarmonia atmosferica con la primavera tutt'intorno a me, un contrasto tra la solarità esterna e la cupezza interna alle pagine.
Volevo però arrivare preparata all'uscita del film di Thomas Vinterberg tratto dal romanzo e così, armata di curiosità e coraggio ho intrapreso il cammino senza ombrello e cerotti per il cuore.



E invece c'è stata un'enorme sorpresa: Hardy non era ancora così pessimista quando ha scritto Via dalla pazza folla (nel 1874, mentre Tess e Jude sono del 1891 e del 1895) e infatti il romanzo ha a che fare con l'elegia, con la ballata popolare, con una semplicità antifilosofica e non è funereo come i romanzi successivi.

Immaginate l'Arcadia, una dimensione bucolica e agreste, quasi primordiale, fatta di pastori e fanciulle fresche come le rose, di personaggi strettamente connessi alla Natura, di amori idealizzati e romanticismi fuori moda.
E pecore, greggi sconfinati di pecore.
Un idillio pastorale in cui una giovane donna, l'indomita (e insopportabile) Batsceba Everdene viene amata da tre uomini contemporaneamente con tutta una serie di più o meno catastrofiche conseguenze.
Ma soprattutto la storia di una pazienza biblica: quella di Gabriel Oak, il pastore ex fittavolo che ama da subito Batsceba, sua datrice di lavoro, ma non pretende il suo amore. Una figura buonissima, purissima, simbolica, in contrapposizione ad una figura femminile indipendente e tutt'altro che subalterna, sfiorata da una modernità interessante.
Certo, non mancano le disgrazie e non tutto è bucolico, ma siamo molto lontani dalla negatività ineluttabile degli altri due romanzi.

Il linguaggio per me è stato un grosso problema: arcaico, affettato, a tratti insostenibile.
Una vera impresa per il lettore odierno, anche per chi non teme i romanzoni classici e il loro carico di attitudini ottocentesche.
C'è da dire che l'ho letto in eBook, a pochi centesimi, in una traduzione della preistoria in cui i nomi inglesi sono ridicolmente italianizzati e credo che ciò abbia reso l'insieme qualcosa di bizzarro e di arduo.

Eppure l'ho portato avanti fino alla fine e non solo perché ho questo difetto della tenacia letteraria a tutti i costi che mi porta alla sfida sul ring del libro pesante.

C'è anche un'altra ragione e credo abbia a che fare con la leggerezza paesaggistica, con il fatto che dentro il libro ci sia un mondo pastorale dai ritmi dolci che conciliano il sonno la serenità e stridono piacevolmente con tutto ciò che è rumore e frenesia contemporanea.
Perché la sensazione è quella di un'immersione atemporale nella campagna inglese e della percezione nettissima di odori, colori e sapori di questa dimensione idilliaca e sospesa.

Solo questo aspetto mi ha impedito di mollare, perché per il resto Via dalla pazza folla è stato una grande delusione e una discreta noia.
All'Hardy giovane innamorato dell'amore e in vena di odi bucoliche immerse nella pastorizia preferisco di gran lunga l'Hardy maturo e deprimente, quello delle passioni totalizzanti e fatali, quello del destino feroce, quello della brughiera malefica.

Francamente non ce lo vedo Vinterberg a dirigere una storia di questo tipo, ma ne riparleremo in futuro...

mercoledì 6 maggio 2015

Il mio parere su Mia madre


Nanni Moretti è uno dei miei due-tre mentori esistenziali di sempre, un portavoce della mia essenza.
La poetica morettiana è il mio manifesto: passano gli anni, ma l'aderenza del suo stile al mio modo di sentire e la sensazione di empatia e rispecchiamento rimangono immutati.

Eppure, sfogliando le pagine del blog, mi sono resa conto di non aver mai parlato di un suo film.
Probabilmente perché quando una cosa la amo molto posso anche decidere di non tirarla in ballo per non disonorarla, posso sentirmi inadeguata all'espressione verbale di tale amore.

Ma veniamo a Mia madre, per cui proverò a mettere per iscritto qualche breve pensiero (sentendomi ovviamente inadeguata).



Non è il Nanni dorato degli anni che furono, quel Nanni esagerato, bisbetico ed esilarante nelle sue posizioni e introspezioni politiche e psicologiche, ma il film è davvero molto bello.

Una storia semplice, umanamente aperta, priva di eccessivi approfondimenti psicologici e sottotesti premeditati, privo di pose intellettuali, di astrazioni estetizzanti.
Una vicenda nuda, offerta allo spettatore in purezza, in durezza, come la condivisione netta di un dolore che non vuole essere travestito, ma vuole raccontarsi per ciò che è, nella sua universale verità.

Eppure Mia madre non è un film affetto da tetraggine e da realismo dispotico, non fa uscire dalla sala in preda a fitte di angoscia, al contrario a me ha lasciato una sensazione di calma, di resa docile a ciò che docile non è, come un senso di solidarietà bonaria, di poetico e liberatorio "così è la vita" che fa virare la rabbia e la disperazione verso lidi di pacifica accettazione.
L'imminenza della morte scalcia e atterrisce, ma dentro questo stato di orrenda attesa scorre comunque la vita: il lavoro e le sue beghe, gli allagamenti domestici, i figli che prendono voti bassi a scuola e che imparano ad andare sul motorino, le ubriacature moleste, le cene spensierate.
Tutto ciò che morte non è.


L'ironia maldestra e bilingue di John Turturro nei panni dell'attore italoamericano Barry Haggins è l'apoteosi della controparte vitale del film, un vento piacevole che soffia a intervalli regolari sull'aria preoccupata che vi aleggia, ed è un modo di dire che la vita è anche questo, sprazzi di risate, escandescenze grottesche, problemi di identità e "bring me back reality!" urlati in preda a crisi lavorativo-esistenziali. Momenti ridicoli in mezzo al cammino del film (e della vita) che sanno di sollievo.

L'autobiografia morettiana l'ho sentita tanto, specialmente in quell'insistenza quasi retorica sul latino e la sua immutabile imponenza, sull'insegnamento di questa materia così negletta e necessaria.
In ognuno di quei riferimenti ho sentito tutta l'ammirazione di Nanni Moretti per la madre, insegnante di lettere classiche, e l'atto di profondo amore celebrativo e filiale che è Mia madre.

La fratellanza Margherita (una Buy inappuntabile)/Giovanni (un Nanni pacato che ha trasferito le sue irrequietezze nervose sull'attrice che lo affianca e rappresenta) io l'ho trovata perfetta, di una credibilità straziante e commovente; ho sentito la mia pelle vibrare nelle scene a due in cui l'insicurezza dell'una è calmata dalla saggezza equilibrata dell'altro, in cui il dolore si manifesta in due modi diversi e opposti e sembra lenirsi in qualche modo grazie a questo delicato esserci l'uno per l'altra.



Va detto anche che la madre che dà il titolo al film è una Giulia Lazzarini bravissima, dotata di un'eleganza teatrale e umana insieme. La sua resa della malattia fa male, ma ha anche tanta grazia.


Mia madre è, tra le altre cose, anche una riflessione sul cinema e il suo stato attuale, sul divismo e i suoi corollari e si potrebbe avviare un'analisi sui suoi significati metacinematografici, ma il morettiano Michele Apicella che è in me mi spinge a lasciar perdere.
In fondo la natura del film è molto onesta e semplice, molto "comune" e arenarsi nell'intellettualismo di sinistra è un attimo (e non ne sarei nemmeno capace).

Mia madre è un film fatto di piccole scene, anche minime, che raccordate l'una all'altra creano la trama di una morte e di varie vite, di un dolore e dei suoi antidoti, di un amore, quello totale per la propria madre, e della sua natura eterna.
Sentirsi esclusi da una storia così umana - morettiani o non morettiani-  è impossibile.