giovedì 25 giugno 2015

Qualche riga sulla stagione 5 di Game of Thrones (spoiler alert)

Questa quinta stagione potrebbe essere riassunta così: il nulla e poi TUTTO.

La stasi di buona parte delle puntate, quel procrastinare il decollo fino a far perdere la speranza del volo, viene ad un tratto spronata con violenza: pugni sullo stomaco e scompensi cardiaci per tutti.

Ed ecco che a pochi minuti dalla fine ci ammazzano Jon Snow sotto i nostri occhi vagamente impigriti, ce lo fanno fuori a tradimento senza chiederci il permesso.
Lui, proprio lui che non sa mai niente, non poteva sapere di fare la stessa fine di Giulio Cesare alle Idi di Marzo, figuriamoci noi! Lo sgomento è sommo.



Ed ecco che ci umiliano con ferocia Cersei, dando precisa forma ad un nostro desiderio lungo 5 anni, ma fin troppa forma, e a causa di quest'eccesso noi finiamo per provare pietà per questa donna stronza e straziata e ci odiamo perché l'abbiamo sempre odiata e ora la vorremmo salvare.
Dovremmo essere Ramsay Bolton in quel momento e ci sentiamo Sam Tarly.
Come stravolgere un'inclinazione pluriennale, come creare destabilizzazioni poco salutari.


Ed ecco che mi rendo conto ora più che mai che George R. R. Martin è un natural born killer letterario, un pazzoide dissennato, uno che deve elaborare tutta una serie di problematiche psicologiche e di manie sadiche e capisco cosa voglia dire essere geniali, ma anche perdere un po' il controllo di tale dote mefistofelica.
La cosa del Valar Morghulis gli è un po' sfuggita di mano. All men must die ok, ma vacci piano.
Lo so, lo so che lui uccide i buoni senza remore morali e in barba alla sua barba e al buonismo classico, ma Jon Snow era un intoccabile.

E intanto l'inverno, il tanto temuto e deplorato e immaginato winter è finalmente, materialmente arrivato trasformando GoT in una puntata standard del primo The Walking Dead, con una scenona madre infinita a base di neve e zombie ossuti e/o canuti. Un parapiglia un po' terra terra, un po' già visto altrove.
L'alone mistico dell'inverno, la sua natura non chiara ma estremamente affascinante, si è infranta in una battaglia campale dal sapore digitale e dalla banalità 4 stagioni.
Se non fosse mai arrivato, se fosse rimasto solo una mitologia evocativa sarebbe stato meglio per tutti.

Daaaai, ma cos'è sto coso?
Ad ogni modo, piano piano mi sto riavendo, mi sto togliendo dalla testa la faccia esangue da #mainagioia in versione definitiva di Jon Snow, quella atterrita e spelacchiata di Cersei, tutto quel tumulto, tutte le avventure più o meno fortunate del resto della ciurma martiniana (mi e vi risparmio ulteriori meditazioni e perplessità sulle sorti di Daenerys, Tyrion, Sansa, Arya, ecc. Staremo a vedere è l'atteggiamento giusto).

C'è una cosa che però non mi va giù e continua a far piangere il mio cuore: l'atroce fine di Shireen Baratheon, la creatura più gentile, colta e delicata di tutto questo sporco mondo che si contende un mucchio di spade a forma di sedia.
Lei era la bellezza, la saggezza, il mio momento fragile e materno all'interno della serie e adesso che lei non c'è più sento di esser diventata cattiva e spietata come tutti loro.
Addio dolcezza dal volto semirugoso, rimarrai sempre il mio piccolo personaggio preferito.



Nient'altro, volevo solo esprimere il mio disappunto per una stagione sbilanciata, che prima ti concede sonnellini pre-sonno notturno e poi di colpo ti rende una persona traumatizzata.

Ma volevo anche dire che se sto scrivendo questi rapidi pensieri random è perché io questa serie la reputo sempre e comunque gigantesca, una fonte inesauribile di emozioni, contraddizioni, adrenalina.

Chi la abbandona più una serie così?
Shame, Shame, Shame a chi lo fa solo perché la stagione è stata un po' opaca.
For the Watch, For the Watch, For the Watch a raffica ai traditori e a chi ha spoilerato. Tiè.


lunedì 15 giugno 2015

I Love Books: 97. I cani e i lupi


La scrittura di Irène Némirovsky è ovattata, delicata, emana un calore confortante e nonostante il clima di tensione bellica e di ferita storica in cui è immersa rimane sempre fortemente ancorata all'umano. Il suo modo di narrare le vicende esistenziali degli ebrei dell'est è pregno di romanticismo, scevro di ogni appesantimento politico, genuinamente romanzesco.

Me n'ero già accorta leggendo Suite francese: Némirovsky sa narrare l'umanità e i suoi molteplici sentimenti con maestria russa e francese insieme, con capacità di scavo psicologico e con un elegante fluire della prosa.

Ne I cani e i lupi c'è la grazia, la sensibilità, tuttavia manca la componente psicologica: tutto resta troppo in superficie, tutto ha fretta di finire, le scelte e le azioni dei protagonisti sono inverosimilmente fulminee, persino artificiose agli occhi di chi legge.

I cani e i lupi è la storia di due modi diversi di essere ebrei, uno privilegiato e plutocrate, l'altro svantaggiato e misero, inerme di fronte alla violenza dei pogrom e sognante nei confronti di quell'altro polo così vicino eppure così lontano.

E se nascesse l'amore fra due esponenti di questi mondi antitetici e paralleli, fra "cani" e "lupi"?
Uno di quegli amori impossibili e indomiti coltivati o repressi invano nel cuore fin dall'infanzia?

Ada e Harry, sono cugini e conducono vite diverse e distanti, eppure tra di loro c'è un'ineluttabilità sentimentale che ha a che fare con il destino, con forze ataviche, genetiche e prepotenti.
Le loro inconciliabili sistemazioni sociali non bastano a fermare l'inesorabile processo di scardinamento e rottura, le conseguenze di un amore che è un ossimoro.

"Perché, per gli ebrei, amare è sinonimo di tremare, quando amano?"

Sarebbe una dinamica grandiosa, se solo tutto non procedesse a velocità egoiste inglobando parti di trama in buchi neri narrativi.

Se solo le psicologie dei personaggi e le loro motivazioni fossero state sviluppate meglio, con più calma, in più pagine, I cani e i lupi sarebbe stato un romanzo sontuoso, una storia d'amore totale. Invece è un breve romanzo minore, gradevole, ma poco incisivo.

Dopo la parziale delusione di Due (in cui il tema del matrimonio ammazza-amore mi aveva angosciata), anche con I cani e i lupi mi sono sentita coinvolta ma tiepida, intrigata ma inappagata.

La commozione felice che mi aveva dato Suite francese, la percezione vivida del capolavoro non si è più ripetuta (e qualcosa mi dice che non potrà ripetersi), ma la scrittura di Irène Némirovsky continua a interessarmi e mi sentirete ancora parlare di lei (infatti ho comprato la raccolta di TUTTE le sue opere in eBook)...


venerdì 5 giugno 2015

I Love Books: 96. La donna giusta



Poco tempo fa vi ho parlato del mio amore per Le braci, piccola potente meraviglia carica di tensione, attese e spirito narrativo fortemente seducente.

L'applauso scrosciante per Sándor Márai è scattato all'istante così come la voglia di saperne di più della fervente penna di questo scrittore ungherese da me sconosciuto.
Lo sconto di fine aprile del 25% sugli Adelphi è stato un invito a nozze per un secondo rapporto con Sándor. Ho scelto La donna giusta perché parla d'amore e perché pensavo potesse travolgermi come aveva fatto Le braci parlando di amicizia.

Purtroppo non è andata così.

La ricezione di quest'opera da parte mia si può suddividere in quattro momenti, tanti quanti i monologhi che la compongono:
1) sintonia rapida e promettente curiosità;
2) aumento dell'interesse, ma parallelo insorgere di un senso di inappagamento;
3) noia;
4) ipernoia.

Il primo monologo, di voce femminile, promette bene, incornicia il romanzo in un'atmosfera di raffinatezza psicologica e accattiva il lettore con la sua forma di confessione e di ricordo insieme. Insomma, ti sembra di avere fra le mani materiale gratificante e un punto di vista sofisticato.
Il secondo, in cui a parlare è l'ex marito della donna del primo monologo, è altrettanto bello, ma inizia a far capolino un senso di déjà vu centripeto che non porta da nessuna parte e che non crea alcuna tensione narrativa.
Il terzo (parla l'amante del marito) e il quarto (definito epilogo) sono stati aggiunti anni dopo dall'autore e si vede, sembrano scollati dalla tematica principale e hanno un retrogusto socio-politico mitteleuropeo tutt'altro che romantico, a tratti tedioso e fuori contesto.

Nonostante le quattro parti siano connesse fra loro, ho avuto la sensazione che mancasse un cuore unico e pulsante, un senso univoco.
La prima e la seconda si legano bene, reggono bene l'alternanza del punto di vista di lei e di lui, ma la terza e la quarta sono inutili, posticci.

Il risultato finale è un libro riuscito solo in parte e poco appassionato, che argomenta l'amore coniugale ed extraconiugale di tipo borghese con stile altrettanto borghese, privo di slanci, climax ed esplosioni, in maniera quasi programmatica, fin troppo teorica.
Il tema della ricerca della donna giusta (e dell'uomo giusto) non viene sviluppato come pensavo potesse fare uno come Sándor Márai, o almeno il Sándor Márai che ho idealizzato con Le braci.

Ne Le braci l'elemento romanzesco avvolge il lettore in una danza di curiosità e piacevole abbandono, ne La donna giusta il tono confidenziale e il mordente cedono il posto ad una freddezza generale che tiene il lettore sempre un po' esterno alla soglia di intimità del narrato.

L'amore borghese è noioso, è questa la verità, è fatto di dinamiche fin troppo tradizionali, di tradimenti prevedibili, di separazioni dimesse, il tutto contenuto sempre in una confezione di decoro formale che non trabocca mai.

Ho pensato spesso a Kundera leggendo La donna giusta, a quel suo modo filosofico di trattare l'amore, il tradimento, la coppia, i triangoli amorosi, al suo modo di sottoporre la trama ad un processo culturale, psicoanalitico, teorizzante.
E io non amo Kundera proprio per questo motivo, e purtroppo non ho amato Sándor Márai come la prima volta.