venerdì 31 luglio 2015

Il mio parere su Suite francese (il film)



Suite francese di Irène Némirovsky è un romanzo descrittivo e melodico, avvolgente e sensoriale, un'orchestrazione perfetta di narrazione e riflessione, di situazioni e di dimensioni.
Un'opera che definirei, in una sola parola, lirica.

Tolta questa superba atmosfera narrativa, rimane un impianto piuttosto consueto, la classica storia d'amore ai tempi di guerra in salsa melodrammatica.
L'occupazione tedesca della Francia, una bella e riservata francese, in attesa del ritorno del marito dal fronte, che si innamora suo malgrado di un ufficiale tedesco.
Quanto di più melenso ed eroticamente controllato ci si possa aspettare.

Suite francese, il film di Saul Dibb, è proprio questo, una vicenda sentimentale old fashioned misurata ed essenziale, dall'andamento facilmente prevedibile.
Il libro senza il suo potere insomma.
Tolto tutto il meraviglioso apparato descrittivo del romanzo, la bellezza di certe espressioni, quelle percezioni intime tipiche della Némirovsky, quelle suggestioni che il cinema spesso non sa e non può rubare alla letteratura, rimane una cosa mediocre.

Non che sia un brutto film, ha anzi una certa classe derivata al 100% dalla delicatezza sensibile di Michelle Williams e da un partner di tutto rispetto (Matthias Schoenaerts che non ho ancora avuto modo di vedere in Un sapore di ruggine e ossa, vergogna!), ma non emana lo stesso calore del romanzo, non ne ha la stessa potenza evocativa.
Mi è sembrato spoglio e povero nella trasmissione degli stati d'animo e degli stati atmosferici.

Devo dire che me l'aspettavo: i romanzi della Némirovsky a mio parere non si possono portare al cinema senza perdere la loro essenza iperletteraria.

A pensarci bene, spesso le sue storie sono prive di originalità nell'intreccio, ruotano sempre intorno alla triade amore-ebraismo-guerra e non mirano a creare stupore.
Il modo di narrare di Iréne, quella è la sua forza, la capacità introspettiva prima e descrittiva poi che fa emanare alle sue opere un'umanità palpitante.

Pulsazione che dal film non arriva.

Di Saul Dibb avevo visto anni fa La duchessa ed ero rimasta basita dal suo essere un film con i parrucconi e i nei finti senza un filo di utilità.
Complice anche una Keira Knightley all'epoca più cagnesca e artificiosa che mai (oggi è in atto da parte mia un inaspettato processo di riabilitazione nei suoi confronti), il film mi era parso imbarazzante e Saul Dibb un regista trascurabile.

Vedendo Suite francese, complice invece una Michelle Williams raffinatissima e malinconica come sempre, ho rivalutato (solo un po') Saul Dibb: ai miei occhi rimane sempre un regista di polpettoni in costume, ma almeno adesso sa scegliere meglio le sue attrici!

lunedì 27 luglio 2015

I Love Books: 101. Butcher's Crossing


Inizio subito col dire che questo libro parla di bisonti, di caccia ai bisonti.
Orrore e raccapriccio.
Poteva mai piacermi un tipo di contenuto così rude e wild?
Potevo mai sentirmi coinvolta da una storia a metà tra Walden di Thoreau e Into the Wild con una spruzzata di Sergio Leone?

Naturalmente no, nemmeno se a scrivere tale opera è la mano santa, delicata, struggente di John Williams, il Creatore di quella meraviglia minimal che è Stoner.

Sapevo che dandomi a Butcher's Crossing mi sarei trovata in una condizione inevitabile di paragone e che il ricordo felice di Stoner mi avrebbe pungolata, se non disturbata, durante la lettura ridicolizzando le potenzialità del nuovo arrivato.

Però il fatto è che Butcher's Crossing a me non sarebbe piaciuto comunque, nemmeno se non avessi avuto il pregiudizio dell'irripetibilità della perfezione.
L'ho trovato oggettivamente brutto, Stoner o non Stoner alle spalle.

Non ho mai letto nulla di Cormac McCarthy (sento che non mi piacerebbe), ma i suoi romanzi di frontiera io li immagino come Butcher's Crossing; è solo un'idea, può darsi che mi sbagli, ma il tòpos mi sembra più o meno quello.

Certo è che il romanzo di Williams, ambientato nel Kansas del 1870, è carico di cavalli da cavalcare e di buoi da tiro, di viaggi estremi da affrontare alla volta di battute di caccia virilissime, di paesaggi impervi e uomini alle prese con terre selvagge, vita da campeggio estremo, capricci della natura.
La frontiera in tutte le sue declinazioni avventurose.
Quanto di più lontano dalla mia comfort zone letteraria, dalla mia area di preferenza narrativa.
Da questo punto di vista sono una pulzellla delicatissima.

Se almeno ci fosse stato uno spessore, una chiave di lettura in cui immergersi dimenticando il contesto!
Mi ero aggrappata alla tematica del giovane bostoniano che lascia la metropoli alla ricerca di se stesso nel Far West, alla speranza del romanzo di formazione, ma sono rimasta desolata perché tutto ruota attorno alla rocambolesca caccia ai bisonti e si ferma lì. Nient'altro o poco altro.

Le psicologie dei personaggi, del protagonista in particolare, mi sono parse troppo povere e incapaci di far scattare una qualche remota empatia.
Non ci sono introspezioni o dialoghi interiori approfonditi, non c'è poesia dell'esistenza, non ci sono commoventi palingenesi.

Tutto è meticolosamente descrittivo (se volessi adesso potrei partire anch'io per una caccia ai bisonti, so come si fa), ma questo aspetto toglie fluidità e lirismo all'insieme.

In conclusione, Butcher's Crossing è un romanzo ruvido, mascolino, alla Clint Eastwood, che solo raramente mostra la penna docile e umanissima del suo autore, un John Williams irriconoscibile che non era ancora diventato uno scrittore di cose preziose (o meglio, di quella cosa preziosa che è Stoner).

mercoledì 22 luglio 2015

Nessuno si salva da solo - Hungry Hearts

Un post binario per due film italiani recuperati in voluto ritardo...

Nessuno si salva da solo. Una serata di bassissima cinefilia. Dopo ho avuto la nausea.


Io l'accoppiata autoreferenziale Castellitto-Mazzantini non la sopporto da anni, perché ritengo rappresenti il peggio dello stile radical chic italiano, quel tipo di creativi borghesi che mirano ad un'autorialità non troppo italiana finendo con l'essere fin troppo italiani (mi sento Stanis di Boris in questo momento, ma è così!).
Si punta in alto, si vuole citare, si vuole essere stilosi e impegnati, e io invece percepisco solo una complessiva mediocrità.

Gli attori e i dialoghi sono l'apoteosi del posticcio, un po' come i capelli di Delia/Jasmine Trinca nelle varie fasi del film. Tra l'altro Jasmine Trinca è insopportabile, molto più di Scamarcio.
Le domande e le risposte fra i due, durante le due ore di faccia a faccia o di flash back, fanno sentire sempre che c'è dietro il copione, sanno di artificiale, di studiato, di inverosimile.

Pur essendo una storia comunissima, materiale narrativo evergreen dalla notte dei tempi - lui e lei, l'idillio, il matrimonio, i figli, la crisi - che non smette mai di dire qualcosa sulle universali contraddizioni dell'amore, ho avvertito per tutto il tempo un diffuso senso del ridicolo, un che di troppo carico e inevitabilmente caricaturale.
La parte finale con Roberto Vecchioni è imbarazzante.
Salvo solo la colonna sonora, molto delicata, molto orecchiabile.

Alla fine di queste brevi impressioni potrete chiedervi "ma allora perché l'ha visto?".
Non lo so.
Forse perché voglio smetterla di snobbare a priori le cose italiane, o forse, molto più probabile, perché volevo vedere Scamarcio nudo.


A dispetto del mio approccio irrigidito dai pregiudizi - Saverio Costanzo è un raccomandato figlio di papà che non ha fatto la gavetta, la sua compagna Alba Rohrwacher ha sempre la stessa monoespressione da albina problematica in tutti i film in cui recita ed è brutta - mi è invece piaciuto molto Hungry Hearts.

L'ho trovato originale nella tematica e nello stile distorto di regia.
Insolito, disturbante e, sopra ogni cosa, intrigante.
Tutta quella silente follia, quella degenerazione dell'amore, quella stranezza, quel sinistro incrinarsi della normalità (affettiva, alimentare, genitoriale) ti rapiscono come solo i migliori thriller sanno fare.

Alba Rohrwacher stavolta mi ha rapita, forse perché la sua fragilità fisica, il suo biancore surreale e quella delicatezza che sembra tristezza che la caratterizzano erano perfetti per il suo personaggio.
Adam Driver, mio grande amore da quando vedo Girls, si conferma un ottimo attore alternativo e in questo film è uno dei papà più teneri che abbia mai visto. Coppa Volpi meritata per entrambi!

Prima romantico e newyorkese con stile indie (quanto sono adorabili Jude e Mina all'inizio!), poi sempre più deformato e hitchcockiano, Hungry Hearts è, per citare la canzone chiave del film, "'na cosa grande pe' mme...".
(Ok, Costanzo, sei un privilegiato talentuoso).

mercoledì 15 luglio 2015

I Love Books: 100. Padri e figli


I romanzi russi dell'800 sono la panacea di tutti i mali.
D'estate poi, quando la canicola postprandiale illanguidisce ogni cosa, o quando il sole tramonta e i colori si stemperano perdendo il loro ardore, o persino in spiaggia, sotto l'ombrellone, mentre il genere umano si agita nella balneazione, leggere un romanzo russo è un'esperienza metafisica.

Turgenev mancava all'appello nella mia frequentazione letteraria russa ed è stato un piacere fare la sua conoscenza.

Avevo acquistato Padri e figli anni fa in un mercatino dell'usato a Roma e poi l'avevo dimenticato.
L'ho ripreso dalla sua postazione in libreria qualche sera fa ed è stato amore fin dall'incipit.

Padri e figli è la storia di un incontro-scontro generazionale, di figli che tornano a casa dopo gli studi universitari e che vivono di amore e contrasto con i loro padri, di prospettive e direzioni di pensiero diverse, di aperture mentali di tipo metropolitano che deridono le chiusure provinciali.
Una storia modernissima e sempre attuale.

I giovani si fanno portatori di idee nuove che rompono con la tradizione, credono in altro o non credono in nulla, sono sfacciati, irriverenti e inquieti e questa onda indomita cozza con la stasi mentale e fisica dei loro padri, delle loro città natali.

Non è tanto Arkadij, giovane dall'indole più serena e subalterna, ma il suo amico Bazarov, uno studente di medicina antitradizionalista, la forza rivoluzionaria del romanzo, un tipo di figura nuova nella letteratura russa, quella di uno sfrontato miscredente dotato di un'autonomia di pensiero sorprendente.
Con lui nasce letteralmente il concetto di nichilismo, la sua portata è grandiosa e fastidiosa allo stesso tempo.
Per lui si prova interesse estremo, ma anche quell'antipatia che suscitano i giovani quando si mettono in posa, quando si autoinseriscono dentro attitudini politiche e culturali alternative a tutti i costi.

Io l'ho amato come una liceale ama il rappresentate d'istituto comunista, ma l'ho anche trovato spesso molesto, se non ridicolo.
Ho trovato la mia collocazione ideale più nella quiete conservatrice della casa di Arkadij o in quella campagnola di Bazarov che non nelle smanie di questo giovane distruttore di certezze che crede solo nelle sue rane da esperimento e nelle scienze naturali.
Questo fa di me una vecchia e anche una romantica. 
Padri e figli è stato una conferma da questo punto di vista.
Bazarov mi avrebbe odiata.

Nei continui transiti dei due ragazzi assistiamo spesso a scontri verbali tra Bazarov e le vecchie leve, come il padre e soprattutto lo zio di Arkadij, Pavel Petrovic, aristocratico ipertradizionalista, ma anche i genitori dello stesso Bazarov non sono immuni dalle critiche del figlio.
Seguire le teorie di Bazarov è interessante, certe sue concezioni sono spiazzanti.
Frasi come:
"Un buon chimico è venti volte più utile di qualsiasi poeta";
"E che cosa sono mai questi rapporti tra uomo e donna? Noi, fisiologi, sappiamo di che rapporti si tratta. Tu studia un po' l'anatomia dell'occhio: da dove vuoi che venga uno sguardo, come dici tu, enigmatico.  È tutto romanticismo, vacuità, muffa, artificio";
"È sufficiente un unico esemplare umano per giudicare degli altri. Le persone sono come alberi in un bosco: nessun botanico si metterebbe a occuparsi di ogni singola betulla",
tanto per citarne qualcuna, fanno pensare parecchio.
Un mix di cinismo ammazza poesia e romanticismo, a tratti disumano e a tratti verissimo.

...E poi arriva la Odincova. Si salvi chi può, anche chi fa il rivoluzionario antiromantico e anti tutto.

Non sarebbe un romanzo russo ottocentesco se non ci fosse una figura femminile di grande intelligenza e carisma, una di quelle donne  per cui perdere la testa e sperimentare sentimenti potenti.

L'amore è un grande classico, è forse la cosa più tradizionale che ci sia e ha una forza testarda anche contro chi lo nega, lo canzona, lo allontana.

Bazarov cederà alle lusinghe universali dell'amore, alla sua energia atavica e non razionalizzabile, o vi si opporrà in nome di quel nichilismo generalizzato che lo anima?

Il finale, inaspettato, mi ha commossa.

Non dico ovviamente nient'altro, perché se amate la letteratura russa e non siete dei nichilisti già a metà del post sarete corsi a procuravi questo capolavoro.

Fëdor, Lev, fate un po' di spazio a Ivan che se lo merita immensamente.

martedì 7 luglio 2015

I Love Books: 99. Le notti bianche


Proverò a scrivere un post breve in armonia con la fugacità di questo romanzo-racconto.
Suggestioni, per lo più.

Questo Dostoevskij di breve durata romanzesca e di fulminea poesia non me l'aspettavo, da lui ho sempre avuto cose più corpose e imponenti, strutture più a lungo termine.
Quello de Le notti bianche è il Dostoevskij più romantico e meno politico di sempre ed è anche quello più sognante, più incantato.

Le notti bianche è un racconto sentimentale, per sognatori, per creature sensibili e solitarie come il suo protagonista, per adolescenti d'età e/o di cuore.
Una storia per anime dolci, per lettori fragili.

Mi è piaciuta questa esperienza (esclusivamente notturna ed esaurita in una manciata di ore) a base di amore, sogno e incanto de Le notti bianche?

Ovviamente sì, ma non al punto da aver trovato un nuovo libro prediletto.

Il mio disagio per i racconti è sempre quello, ormai lo sapete, e il fatto che in questo caso artefice di tanta brevità sia il mio magniloquente Dostoevskij rende tutto più inusuale.
A dire il vero il racconto ha una sua completezza perfetta e non si rimane in attesa né in sospeso.
Tuttavia, chi come me ama le immersioni in acque letterarie profonde e prolungate, potrà provare un vago senso di abbandono precoce.

D'altra parte le poche pagine del romanzo sono una summa di effetti sensoriali, atmosferici, emotivi e tutto è straordinariamente immerso in una dimensione di poesia e sogno, cose classicamente (e giustamente) predisposte alla breve durata.
Le notti bianche è un racconto-cartolina, una sintetica panoramica interiore ed esteriore di San Pietroburgo, dei suoi profumi, delle sue vie, del lungofiume, del Nevskij, ma anche quella di un sognatore indefesso innamorato dell'amore.

I rendez-vous notturni tra il protagonista e Nasten'ka, sconosciuta e poi conosciuta, sotto il cielo bianco dell'estate sanpietroburghese, sono fonte di grande incanto, di romanticismo primordiale.

Se avessi letto Le notti bianche in età liceale l'avrei eletto a manifesto di vita personale: vivevo di sogni e platonismi vari.

La razionalità dei miei attuali 30 anni ha forse sottratto un po' di incanto all'opera, ma trascorrere una notte d'estate a leggere Le notti bianche è stato comunque estremamente simbolico e affascinante.

Fatelo anche voi in queste notti in cui il caldo obnubila i sogni. Ne troverete uno di carta breve ma incantevole.

venerdì 3 luglio 2015

I Love Books: 98. Eureka Street



Viene da urlare "eureka" con vittoriosa felicità dopo aver letto Eureka Street.
Dio mio che felicità!
Quello che troverete sarà un libro grandioso, struggente e sarcastico, melodioso e rude, duro eppure tenerissimo.
Una bomba, non una di quelle mostruose piazzate dall'IRA, ma una di quelle benigne che fanno esplodere il cuore in mille frammenti di bellezza, divertimento, commozione, lievità e intensità.

Questo libro è uscito nel 1996, io l'ho letto nel 2015: sono stata una donna infelice per quasi 20 anni, sono stata una Jon Snow che non sa niente.

Vi dico in ordine casuale perché lo amerete fino all'idolatria.

Per Belfast, per il modo in cui viene descritta, per il suo essere città poetica e prosaica, profumata e beffarda, ammaliante e distruttiva.
Mai come durante la lettura di questo romanzo, il teletrasporto letterario ha avuto più potere: mi sono praticamente fatta un viaggio in Irlanda del Nord senza pagare, mi sono immersa nell'irlandesità fino a provare un gap o una sorta di jet lag quando una volta chiuso il libro mi rendevo conto di essere in Sicilia. Volevo pioggia, marciume, scritte sui muri, pub proletari, pinte di birra eccessive, strade e collinette.
Eureka Street è principalmente una dichiarazione d'amore verso Belfast, le descrizioni semiserie che fa l'autore della sua città sono frammenti di poesia purissima e affettuosa, sono prove di un sentimento fortissimo che fa intravvedere la bellezza anche nei problemi, nei malcontenti, nel disordine.

Per i suoi protagonisti, dotati di un'umanità dolcissima, così veri, difettosi, simpatici da volervi prepotentemente come amici.
Jake Jackson è il tipo dell'antieroe romantico colpito da repentini quanto illusori innamoramenti quotidiani e animato dalla ricerca costante e spesso ridicola dell'amore.
Mi sono incredibilmente affezionata alla sua indole così sensibile, umorale, sentimentale e ho riso tanto delle sue solitudini, dei calci dati al suo gatto, della sua macchina detta "catorcio" veicolo di suggestioni paesaggistiche belfastiane.
E poi c'è Chuckie Lurgan, uno straordinario caso di nerd sovrappeso e sfigato che ribalta la sua sorte diventando ricchissimo in modi improbabili ed esilaranti.
Un personaggio così grottesco nella fisicità, nella fortuna e nell'amore ti rimane per forza nel cuore.
Così come la loro combriccola di amici, le donne da una notte e quelle da amare a lungo, i pub di riferimento, le vie in cui vivono, Poetry Street e Eureka Street, il loro andirivieni, il loro esserci a Belfast, nonostante le bombe, nonostante la paura
Chi li dimentica più personaggi come questi? Se mai andrò a Belfast io li cercherò.

Per gli anni '90, perché ritornare a quei giorni, sebbene in un altro paese e in un'altra cultura, è sempre piacevole.

Per la possibilità di far proprio un pezzo di storia contemporanea irlandese, di quell'Irlanda del Nord paese "di focolai nazionalistici, cristolatrie e particolarismi", di scontri tra cattolici e protestanti, tra nazionalisti e unionisti, di terrorismo e di perenne, insensata inquietudine politico-religiosa.
Adesso so dell'attentato del 21 ottobre 1993 in un fast food nel quartiere popolare protestante di The Shankill, proprio quell'esplosione che dà al romanzo un taglio netto facendo saltare in aria anche il lettore (per poi riportarlo alla consueta ironia).

Per lo stile di scrittura di Robert McLiam Wilson, mix perfetto di volgarità e grazia.
Mi ha ricordato vagamente Nick Hornby e Jonathan Coe, ma con una maleducazione maggiore, una sorta di Danny Boyle depurato dalla tossicità, un Dickens in chiave irlandese anni '90, con un'ironia tragicomica brillantissima, una calorosa e gentile capacità di coinvolgimento narrativo e di miracoloso far ridere laddove ci si poteva ritrovare inorriditi o desolati.

A dire il vero c'è una parte del romanzo, più o meno a metà, che ti massacra lo stomaco e ti strazia.
La descrizione carnalissima e dettagliata delle conseguenze dell'attentato a cui accennavo prima non te l'aspetteresti da un libro così scanzonato e un po' ti ritrai spaventata.
Ma poi capisci: il romanzo va avanti, i protagonisti vanno avanti e tu stesso vai avanti elaborando il dolore con il ritrovamento dell'ironia, quell'ironia che Wilson continua a espandere a profusione, che è beneficio e salvezza, atto liberatorio sempre e per sempre.

E poi ci sono altre mille motivi per amare Eureka Street e farne un libro della vita, almeno uno per pagina, ma io mi fermo qua perché il regalo dovete scartarlo voi. Io ho già avuto il mio e sono riconoscente e beata.

"Tutte le storie sono storie d'amore", dice l'incipit del libro, ma quella di Eureka Street lo è più di tutte e se non ve ne innamorate siete dei terroristi dell'IRA.