mercoledì 27 gennaio 2016

Il mio parere su Steve Jobs


Se quello che cercate è un biopic glorificante e in adorazione del suo soggetto, un'agiografia a sfondo informatico, rimarrete spiazzati da Steve Jobs di Danny Boyle (e dalla sceneggiatura di Aaron Sorkin).

Steve Jobs era un genio ed era insopportabile, era pieno di idee avanguardistiche e di esasperante individualismo, era una rivoluzione creativa e una continua involuzione a livello relazionale.
Idee informatiche elitarie e il pallino fisso della distinzione, della personalizzazione, anche a discapito delle persone.
Il sistema end-to-end del suo Macintosh era un po' lui in sostanza.

Jobs voleva tutto, lo voleva funzionante, lo voleva bello, lo voleva esclusivo e inclusivo, e voleva piegare tutti alla sua visione (talvolta visionaria) delle cose.

"Campo di distorsione della realtà", era questo il suo superpotere, la sua prepotenza.

Il suo Macintosh degli esordi doveva dire "Hello" all'accensione per stupire il pubblico, imperativo categorico, senza se e senza ma da perdenti.

Danny Boyle si concentra proprio sulle asperità del suo Jobs, su quei momenti di scontro e di attacco poco prima di lanci cruciali per la sua carriera; tre diverse arene più che altro verbali in tre diverse fasi della sua esistenza speciale.
1984, 1988, 1998.
Mac, NeXT, iMac.

Questo film è logorrea pura, è un continuo e serratissimo flusso di parole che non dà tregue acustiche allo spettatore, ha una vocazione quasi teatrale, è un sipario aperto su discorsi e orchestrazioni no-stop, su scontri di tipo shakespereano.

L'ho trovato magnificamente delirante, materia magmatica in continua fuoriuscita che un po' stordisce, ma che finisce per incantare, per trasmettere passione.

Il punto di vista di Danny Boyle è ingegnoso come il protagonista del film: esattamente come lui, è focalizzato sulla sua esemplarità e poco sulla comodità di chi guarda, privilegia il dietro le quinte e i momenti di energia egocentrica di Jobs, quelli in cui il fuoco sacro dell'innovazione informatica lo invade e lo rende un fierissimo e ostinato eroe.

Un eroe tutt'altro che eroico nella gestione dei rapporti col prossimo, un eroe del cinismo in nome dell'idea e della sua resa impeccabile. Di un cinismo brillante però.

Figure fondamentali per la storia di Apple come John Sculley, Steve Wozniak e Andy Hertzfeld non sono stati immuni dalla testardaggine di capitan Jobs.
Non solo Microsoft sul fronte dei nemici, insomma.

Il film è proprio incentrato sulle parole forti che Jobs scambia con queste persone o scaglia contro di loro. Una guerra fra punti di vista.

Unica eccezione in questo ring lungo una vita, la santissima Joanna Hoffman (Kate Winslet, magnifica, e che ve lo dico a fare), collaboratrice indefessa e forte quanto le ostinazioni pluriennali di Jobs.



E poi c'è la figlia Lisa e la paternità a fasi alterne di Jobs nei suoi confronti. Momenti di umanità perduta o ritrovata.
Nulla di troppo commovente, statene certi!


Tutta la parte mainstream della sua biografia e il classico e abusato "Stay hungry, stay foolish" non interessano a Boyle ed è un bene perché Steve Jobs nelle sue mani diventa un'opera esclusiva, uno sguardo dall'inclinazione singolare, dalla focalizzazione inaspettata.

Quello che ci vuole per raccontare personaggi dall'esposizione globale: una prospettiva specifica e ridotta, non un tributo.

Michael Fassbender per me è da Oscar (forgive me Leo!), perché trasmette tutta la carica ingestibile di curiosità, di lungimiranza e di indole difficile dell'uomo che rappresenta, facendosi Jobs senza mai imitarlo.
L'ho trovato potentissimo, enorme, un fiume in piena.

Non sono mai stata e non sarò mai un'idolatra del Mac, dell'iPod, dell'iPad, dell'iPhone, credo nel progresso, ma trascuro il suo design; ho sempre provato più simpatia per Alan Turing che per Steve Jobs, per intenderci.
Credo sia anche per questo che ho trovato splendido il film di Danny Boyle: perché mentre celebra, demistifica, mentre racconta, sottolinea le storture, mentre trasmette trionfo e genialità, non nasconde le zone d'ombra dei grandi traguardi.

Umanità insomma: pregi enormi, tanti difetti. Nessun idolo.

Quando sul finire del film parte l'intimista Grew Up at Midnight dei The Maccabees ho avuto brividi di emozione, non per la persona di Steve Jobs, ma per la dedizione di Fassbender e lo stile prezioso di Danny Boyle.

venerdì 22 gennaio 2016

Il mio parere su La grande scommessa


Questo film è sorprendente per una ragione: il suo contenuto è di una pesantezza grigia e numerica (almeno per me), il suo stile è una cosa folle e geniale.

La grande e audace scommessa di portare al cinema la crisi mondiale del 2008 con tutta la sua minuziosa esegesi e di rendere questa materia ingessata e cifrata una giostra aperta e spregiudicata è stata vinta in pieno dal regista Adam McKay e dal suo azzeccatissimo cast di stelle.

Bale-Carell-Gosling-Pitt, ripetete con me e inchinatevi a cotanta sostanza attoriale.

La grande scommessa (tratto dal libro di Michael Lewis The Big Short - Il grande scoperto) rigurgita aridità numeriche, affastella dati e percentuali, parla il linguaggio per me esoterico dell'economia e della finanza, ma ha un montaggio così vivace e trovate esplicative così accattivanti da riuscire a coinvolgere anche il più ipodotato in fatto di scienza bancaria. Una persona come me per esempio.

Economia for dummies insomma, la lezione di finanza più dettagliata e meno ortodossa a cui vi capiterà mai di assistere, la prova che siete delle capre in fatto di dinamiche economiche e bancarie e la migliore possibilità di autoironia e di chiarimento che potrete mai avere.

Io continuo a non capire bene cosa siano i mutui subprime, i CDO e i CDS, ma mi sono almeno fatta un'idea di queste sigle beffarde tramite gli esempi piuttosto prosaici, per non dire demenziali, che il film somministra ampiamente.
Lo spettatore viene imboccato come un bambino e illuminato nella sua certa ignoranza ed è questo ciò che rende La grande scommessa un serissimo film divertente, un'immersione profonda in tutto ciò che c'è di criptico nell'arcano mondo delle banche.

Come decriptare codici senza essere vecchie glorie di Wall Street.

Il valore di questo film è enorme, l'operazione che compie è unica nel suo genere: gli attori guardano in macchina e indottrinano in modo semiserio chi guarda, il montaggio accosta immagini, citazioni in sovrimpressione e suggestioni fotografiche senza soluzione di continuità, le musiche invitano al movimento, i buffissimi camei vip spiazzano e spezzano il canone narrativo classico, e non c'è, in questo galoppante calderone stilistico, un solo momento di vuoto.

Anche quando qualcosa sfugge (per me è stato impossibile capire tutto al 100%, ho una laurea poco smart in materie umanistiche d'altronde), l'atmosfera adrenalinica del film salva dallo smarrimento, dalla mestizia della propria disinformazione.

Dentro la bolla finanziaria materia del film ci si entra dentro e se ne guardano le cause da una prospettiva privilegiata, quella di peculiarissimi e lungimiranti soggetti come il Michael Burry di Christian Bale, il Mark Baum di Steve Carell o il Jared Vennet di Ryan Gosling, nasi finissimi nello scovare le falle di un sistema destinato all'esplosione.

Il loro particolare approccio al sistema, il modo in cui lo analizzano, lo sfidano e ne fanno materia di scommessa, è uno spasso per lo spettatore, ma è anche materia interessantissima.

La cosa sorprendente è che in mezzo al fluire delle dinamiche esagitate del film, c'è anche spazio per la riflessione, momenti in cui la drammaticità di ciò che viene narrato emerge e sgomenta, in cui il lato ludico della pellicola cede il posto alla sua reale e inappuntabile competenza.

Divertente ma con l'anima.
Illuminante e altruistico.
Stracarico e miracolosamente leggero.

Cosa manca a questo film? Nulla, solo un Oscar.


martedì 19 gennaio 2016

Il mio parere su Revenant - Redivivo


L'ho visto sabato, l'ho ripensato e ponderato mentalmente domenica e oggi scrivo due considerazioni piuttosto diverse da quelle che avrei pensato di scrivere prima di vedere il film.
Confidavo in mie sperticate lodi e in quel tipo di entusiasmo da capolavoro che ti fa esagerare nell'uso di aggettivi trionfali, e invece sarò tiepida, a tratti delusa.

Revenant me l'aspettavo diverso: più narrativo, più romanzesco e psicologicamente raffinato, più dinamico, più epico.
Invece è un film basic, fatto di istinti primordiali, natura impervia che troneggia fiera per tutte le due ore e mezza della pellicola, silenzi sconfinati che fanno parlare la disumanità del paesaggio, motivazioni essenziali, dominio della sopravvivenza minima e un tipo di uomo che si fa animale, selvaggio, belluino, basilare.

Un film animato da dinamiche elementari che non cerca nulla di più sofisticato e originale del suo minimalismo narrativo, del suo aspetto gelido e spietato.
Il bene, il male e una disumana ferocia climatica fra i due.
Un cacciatore di pelli ferito quasi a morte da un orso (una delle sequenze più audaci del film), il figlio mezzosangue ucciso da un traditore (un Tom Hardy più convincente di Leonardo Di Caprio), una spinta mostruosa alla rinascita e alla vendetta, la rigidità del clima che intralcia il percorso e tempra l'anima. Poco altro.

Revenant è un film spoglio e brutale.
Ed è purtroppo noioso.

Non emoziona, non accarezza, non cede mai ad altro che non sia la sua missione ostinata di sfida alla comodità su ogni fronte, anche spettatoriale.
Temperatura a -30° anche per quel che riguarda empatia e sintonia con chi guarda.
A volte si fa poesia naturalistica, ma sono solo momenti e nella scena seguente vedi il protagonista sventrare un cavallo o addentare del fegato sanguinante di un bisonte con il compiacimento di chi filma.
La parte cruenta domina deliberatamente su quella lirica.

Revenant ha una sceneggiatura ridotta all'osso, quasi simbolica, ed è inutile cercare sottotesti e letture trasversali in quella che è un'operazione sistematica e volontaria di spoglio e di riduzione ai primordi.

Credo che Iñárritu abbia voluto prima di ogni cosa filmare la natura selvaggia in tutta la sua efferata indifferenza, in tutta la sua silente carica iconografica e non a caso il film è ricco di suggestioni alla Malick, fatte di solo paesaggio e di immobilità quasi spirituale.

Certamente questo aspetto ai limiti del documentaristico di Revenant incanta più delle scontate gesta di sopravvivenza e di vendetta che vi si compiono, ma come ho già detto prima, sono brevi indugi surreali nel procedere animalesco, carnale e monotematico del film.

Ma veniamo alla questione Di Caprio.

Il dotatissimo Leo è una maschera di sofferenza, un eroe di prove fisiche bestiali e meriterebbe l'Oscar per il sacrificio in nome di una recitazione sincera e scomoda.
Tuttavia, ho visto sue versioni meno wild e più umane in grado di farmi esplodere dall'emozione e di farmi gridare "all'Oscar, all'Oscar!".
Se anche stavolta non dovesse spuntarla mi starebbe bene.

In Revenant è un attore portentoso, ma il suo Hugh Glass (che è esistito davvero) è un personaggio facilmente dimenticabile, perché troppo ovvio e piatto, perché già visto o letto altrove (il film mi ha fatto venire spesso in mente Butcher's Crossing di John Williams, per esempio), perché sovrastato e fagocitato dalla potenza dell'ambiente in cui è calato e dall'esasperata essenzialità del film.

Sarebbe un caso di Oscar dato più al background produttivo e logistico dell'interpretazione che all'interpretazione stessa. Come a dire "si è fatto un mazzo così per 'sto film, e premiamolo va'!".

Io però volevo anche emozionarmi.

Onestamente, ho visto cose molto più belle del regista messicano, cose più corali e poliedriche, più riconoscibili, cose più innovative (come Birdman lo scorso anno).
Questa sua versione di frontiera a base di terre selvagge del Nord e pause mistiche-sciamaniche non gli si addice secondo me.

La fotografia di Emmanuel Lubezki è la cosa più attraente del film, una dichiarazione di fedeltà alla naturalezza della luce, una sfida stravinta contro l'artificio, però questa maestria visiva e questo coraggio geografico non mi sono bastati.

Revenant non mi ha convinto come mi aspettavo facesse (ahi, le aspettative!): è un lavoro impeccabile, testardo e temerario, ma alla straordinarietà del dietro le quinte e delle imprese registiche non corrisponde, per me, una straordinarietà sostanziale.

Lo ripeto: io volevo anche emozionarmi.
(E i mugugni, i denti digrignati e la pelle scorticata di Di Caprio non mi sono bastati).




mercoledì 13 gennaio 2016

I Love Books: 111. Umiliati e offesi


Quando ho scelto di leggere Umiliati e offesi sapevo che il Dostoevskij che l'ha scritto era un absolute beginner, una versione ancora acerba del solenne titano dei grandi capolavori successivi ed ero perfettamente pronta alla sua statura limitata.

Mi aspettavo il dominio di un tono minore enfatizzato dal confronto mentale con i grandi romanzi maturi, mi aspettavo, su suggerimento di prefazioni scoraggianti (mai leggere le prefazioni, ma se proprio non resistete trasformatele in postfazioni), una robetta da quattro rubli.

"Un'opera rozza, ma di almeno una cinquantina di pagine sono fiero", dice lo stesso Dostoevskij della sua prima creatura dall'estesa lunghezza.

E invece, a dispetto di ogni previsione e di ogni autocertificazione di modestia, ho amato molto quest'opera piena di difetti eppure già carica di brillantezza e di densità narrativa.

Quello di Umiliati e offesi è un Dostoevskij romantico e privo di furore che non ha ancora preso l'abitudine di inserire ideologie, filosofie e credo politici dentro l'anima del suo racconto, un giovane romanziere romantico non ancora diventato il Dio del Tutto letterario e la cui potenza demiurgica è ancora un potenziale.

Sembra quasi di leggere Dickens e si ritrova spesso lo stesso compiacimento narrativo del degrado sociale e dell'umanità dei bassifondi dell'autore inglese.
San Pietroburgo è un po' una Londra malconcia e miserrima fotografata a diversi livelli e animata da vicende esistenziali oltremodo melodrammatiche.

Umiliati e offesi, come suggerito dal suo mesto titolo, è una storia di gente buonissima angariata da nobiluomini cattivissimi, di amori sbagliati che umiliano e offendono, di anime giovanissime esposte troppo presto alle dure prove dell'esistenza, di giovani scrittori dall'animo gentile che tentano di salvare, di consolare, di sfoderare improbabili altruismi multidirezionali.
E di triangoli amorosi dalla verosimiglianza stentatissima.

Romanzo d'appendice, feuilletonistico, sentimentale, che indugia con enfasi patetica sulle rovine e i dolori di alcuni tipi umani e che fa sentire un po' cinici per la difficoltà di empatia con lo strazio generale (a tratti è pure teneramente ridicolo).

EPPURE, nonostante la grana ancora irregolare e grezza, nonostante i picchi melò da soap opera, Umiliati e offesi contiene l'embrione di quell'abilità narrativa ipnotica del Dostoevskij che amo.
Esagera, enfatizza, eccede, ma ha la capacità di incantarti con il suo racconto fortemente umano e caldo.
L'ho letto d'un fiato.

I suoi personaggi, nella loro semplicità, nella loro evidente serie b, rimangono nel cuore.

Nelly, la piccola sciagurata epilettica Nelly, personaggio di rara esemplarità tragica, ha una forza notevole dentro le pagine ed è il ricordo più forte alla fine del libro.

Niente male nemmeno Nataša, donna che ha già quella forza atavica e iconica delle successive femmine a tutto tondo dostoevkijane.

L'elemento autobiografico, inserito tramite la voce narrante del protagonista Ivan Petrovičavvicina di più il lettore alla reale esperienza di Dostoevskij ed è un plus alla credibilità dell'intero romanzo.

Dunque, non ha senso storcere il naso: leggere Umiliati e offesi non offende né umilia il dostoevskijano integralista che è in noi, ma al contrario lo convince ancora di più, perché nella sua ingenuità primordiale è un'opera che sa farsi amare.
Anche se solo per una cinquantina di pagine.