mercoledì 27 aprile 2016

I Love Books: 119. Quel che resta del giorno


Dopo la maratona mozzafiato di Roderick Duddle, mi sono ritrovata casualmente in mano la calma serafica e la ragionata consapevolezza di Quel che resta del giorno, un'esperienza di lettura quasi spirituale.

Il ricordo, la meditazione su di esso, il senso di ogni azione che di tanto in tanto si affaccia a fare domande, il bello esterno e l'introspezione graduale.
Tutta la grazia, la misura e la classe dell'autocontrollo del mondo li trovate dentro questo meraviglioso romanzo, fra le sue pagine levigate, fra le descrizioni accurate e i pensieri ordinati del maggiordomo inglese Stevens, figura dalla nobiltà morale indimenticabile.

Quel che resta del giorno ha la quiete dimessa del tramonto, quella pacata sospensione che calma l'anima e distende, quel dorato nitore che avvolge lo spirito e rende più saggi, più in pace.
La luce diurna cede il posto senza atti bruschi a quella serale ed è in quel momento di transito che si annida la bellezza più struggente, quella degli abbandoni nostalgici, dei rimpianti, delle valutazioni personali. Senza eccedere mai, sempre con dignità e decoro, senza compiacimenti.
Ma che senso vi è nel continuare all'infinito a far congetture su che cosa avrebbe potuto accadere se tale o tal'altro momento si fosse risolto in maniera diversa? In questo modo, forse, si può condurre se stessi alla follia.
La campagna inglese, la solenne compostezza di un maggiordomo, il suo viaggio nel presente e quello a ritroso che intraprende la sua mente.
Un viaggio panoramico ed esteriore, immerso in una squisita atmosfera estiva, in una quiete bucolica di un'Inghilterra mai così paesaggistica.
Il panorama inglese, nelle sue espressioni più belle - come quella che ho avuto modo di vedere questa mattina - racchiude in sé una qualità della quale i panorami di altre nazioni, per quanto a prima vista più spettacolari, immancabilmente risultano privi. Si tratta, io credo, di una qualità capace di designare il panorama inglese agli occhi di qualunque osservatore obiettivo, come il più profondamente appagante del mondo, una qualità questa che è probabilmente meglio riassunta dal termine «grandezza» [...]Noi chiamiamo questa nostra terra Gran Bretagna, e vi saranno sicuramente coloro i quali ritengono si tratti di una abitudine in qualche modo presuntuosa. Pure, oserei dire che il panorama che si gode nel nostro paese basterebbe da solo a giustificare l'uso di tale nobile aggettivo.
E di pari passo agli spostamenti in macchina tra il Dorset, il Somerset, il Devon e la Cornovaglia, c'è il viaggio interiore, un imprevisto lavoro di scavo e di illuminazione di zone d'ombra, pochi giorni per sondare anni, una sospensione vacanziera del proprio lavoro e l'analisi indiretta di una missione personale che è quasi sacerdozio.

Dignità è la parola chiave, è il motore aggraziato che ha animato la vita di Stevens, così irreprensibile da sembrare insensibile, dotato di una capacità di controllo e di contenimento delle spinte personali, da far pensare ad un inanimato prototipo di perfezione altruistica, ad un sorprendente caso di rinuncia a sé.
Permettetemi di formulare la cosa in questo modo: la «dignità», in un maggiordomo, ha a che fare, fondamentalmente, con la capacità di non abbandonare il professionista nel quale si incarna.
E ancora:
- In che cosa credete che consista, voi, la dignità?
L'immediatezza della domanda, devo ammetterlo, mi colse alquanto di sorpresa. - Si tratta di una cosa piuttosto ardua da spiegare in poche parole, signore, - risposi. - Ma ho il sospetto che sostanzialmente consista nel non togliersi i panni di dosso in pubblico.
E forse per questo motivo che le scuciture che si aprono piano nell'esistenza di Stevens si manifestano in solitudine, in una rara occasione di dedizione a se stessi, dopo anni su anni su anni di dedizione al suo ruolo a Darlington Hall.

La scrittura di Kazuo Ishiguro che si fa la scrittura di Stevens, voce narrante che parla al lettore, è elegante e formale, rigorosa e inappuntabile come il lavoro svolto dal maggiordomo, ha una pulizia nipponica e una signorilità british inconfondibile.

Quel che resta del giorno è un romanzo calmo, riflessivo, ammantato di eleganza e di garbo, eppure anche potente, destabilizzante, perché nello status di maggiordomo d'eccellenza di Stevens, si avverte il senso di una vita sacrificata, di sentimenti soffocati, di reazioni abortite e un filo di doloroso pentimento che commuove senza però condurre allo strazio.

Un breve indugio empatico nei suoi rimpianti, e nel rapporto con Miss Kenton in particolare, un lampo di mestizia, e poi ci si ricompone e si va avanti, dignitosi e sereni.
E forse allora vi è del buono nel consiglio secondo il quale io dovrei smettere di ripensare tanto al passato, dovrei assumere un punto di vista più positivo e cercare di trarre il meglio da quel che rimane della mia giornata. Dopotutto che cosa mai c'è da guadagnare nel guardarsi continuamente alle spalle e a prendercela con noi stessi se le nostre vite non sono state proprio quelle che avremmo desiderato?
Quanta saggezza.

Un'opera per me preziosissima, un libro del cuore.

(Ed è gravissimo, terrificante, il fatto che dal 1993, anno in cui è uscito, ad oggi, non abbia ancora visto il film omonimo di James Ivory. Mi chiedo come sia possibile. Cosa ho fatto in tutti questi anni? Devo rimediare seduta stante).

venerdì 15 aprile 2016

I Love Books: 118. Roderick Duddle


Roderick Duddle è tante cose, ma sopra ogni cosa è un gioco e io mi sono divertita come non mai a leggerlo, a fare esperienza di questa narrazione classica e sperimentale al tempo stesso, frutto di grande conoscenza della materia e di abilità burlesche indimenticabili.

Quel bambino in movimento sulla copertina Einaudi sono io e siete voi mentre correte impazienti a riprendere la storia, a far svanire il mondo fuori e l'altrove che non sia Roderick e il suo picaresco microcosmo.

Roderick Duddle è un libro che richiama e incatena, ha un ascendente fortissimo sul lettore, ve lo portereste dovunque, è il perfetto compimento del concetto di evasione letteraria.
Ma tu non scapperai, mio lettore, perché sei avido di sapere, e perché ti ho scelto fra tanti, e perché, appunto, sei mio.
Grandi speranze o L'isola del tesoro rispetto a questo trionfo di dinamiche e macchinazioni in chiave semiseria, sono romanzi seriosi e formali.
La capacità di attrarre il lettore di Dickens o di Stevenson è poca cosa rispetto alla furbizia di Mari nel far completamente suo chi legge, nel condire con salace modernità un modello ben preciso di romanzo d'altra epoca.
Io adoro Dickens e Stevenson, la formazione di un giovane lettore deve necessariamente passare per questi autori, ma posso dire che nessun loro romanzo mi ha rapito integralmente come ha saputo fare quello di Mari?

Credetemi, non sono esagerata. Siamo al cospetto di un capolavoro, di un nuovo classico.

Roderick Duddle è un romanzo ilare e informale, uno straordinario caso di tradizione e innovazione, di contemporaneità italiana che si fa romanzo d'appendice dell'Ottocento con padronanza perfetta e credibilità miracolosa, con quel tipo di colta dimestichezza che può permettersi variazioni e sarcastiche personalizzazioni.

Michele Mari, scaltrissimo narratore onnisciente, si intrufola costantemente nella storia e si fa continuo richiamo, un giocoso stimolo per il lettore che viene spostato avanti e indietro, di qua e di là, per locande, conventi o navi, per ogni sfumatura dell'animo umano, per ogni tipo di vizio e virtù, senza pause o indugi teorici di alcun tipo.

Ho contato fino a perderne il conto tutti gli aggettivi che usa Mari per interpellare il lettore e tra i tanti ho amato particolarmente: "micragnoso lettore", "gnomico lettore", "reazionario lettore", "sinottico lettore", "altezzoso lettore", "neghittoso lettore", "grossolano lettore", e così via in un trionfo di originali ed esilaranti definizioni.

L'avventura alla base di Roderick Duddle è assolutamente dickensiana: un ragazzino orfano e il suo prezioso medaglione, causa ed effetto di una serie di rocambolesche situazioni che coinvolgono ogni tipo di personaggi, gestori di bordelli, prostitute, badesse spietate, suore molto particolari, loschi figuri avvolti nel mistero, pescatori, idioti, e chi più ne ha più ne metta.

Un turbine di malaffare, bassifondi e avidità, il rapace desiderio di ricchezza e di rivalsa, la costruzione certosina di inganni e di doppi giochi e quel ragazzino inconsapevole che va per mare e per terra e che vorremmo proteggere in ogni momento dalle minacce, spesso ridicole, che lo circondano.

Se non avete ancora letto Roderick Duddle dovete farlo al più presto: è un viaggio senza soste, un intricato gioco dell'oca, una dimostrazione di scrittura divina e di stile, un modo nuovo di avere a che fare con i classici e di poterci scherzare su con consapevolezza e cognizione.

Il lettore si diverte e corre perché Roderick Duddle è un romanzo energico, travolgente, attraversato dall'avventura nella sua essenza più vera, ossia l'avvenire costante di situazioni e imprese, l'incrociarsi delle stesse, il rischio che incombe e le complicazioni che si susseguono fino allo scioglimento finale.

L'ironia di questo romanzo-esperimento è raffinatissima, è l'arte di citare un genere e un'epoca, di celebrarla e canzonarla allo stesso tempo, in un geniale lavoro di ispirazione e innovazione.

Mi ha fatto pensare a tratti a Il petalo cremisi e il bianco, romanzo che ho amato tanto per la sua scelta vittoriana e anti-vittoriana insieme, per quella sua audacia e la sua avvincente sfida ad un pudore anche letterario, operazione molto simile a quella compiuta da Michele Mari.

Ma Roderick Duddle fa un passo ulteriore, perché fa ridere, perché non si prende mai troppo sul serio.

In conclusione, Roderick Duddle è il trionfo dell'avventura, ma anche la prova che la letteratura, quando si fa ludica, quando gioca a mascherarsi e smascherarsi, a citare o ad evocare, può essere incantevole, può essere un mare di possibilità, può essere il vecchio, o meglio, il classico, che nel suo essere citato viene anche rifondato. O addirittura migliorato!

lunedì 11 aprile 2016

Il mio parere su Brooklyn


Dolcezza, classicità, purezza, eleganza. Brooklyn (di John Crowley, 2015) è tutto questo, è un film cristallino come gli occhi di Saoirse Ronan, pulito, garbato e di una bellezza composta come lei.
Un'opera semplice dal cuore grande, sceneggiata da Nick Hornby nel migliore dei modi (e senza troppa attenzione alle mode, per fortuna).

Per me il film più bello di quest'anno insieme a Carol.

Storia universale, ma anche minimale, che diventa uno specchio per chi ha mai dovuto fare i conti con lo strazio lacerante del dissidio restare/andarsene.

Una giovane donna irlandese, il suo biglietto di solo andata verso l'America, la fase dolente dell'adattamento, i fatti della vita e le necessità familiari che richiamano al posto d'origine, la valutazione struggente, oscillante tra le radici e l'altrove, tra la quiete delle ambizioni e l'avventura senza contorni.

A complicare le cose e le posizioni, lo sbocciare di un freschissimo amore americano che non si può più allontanare.


La meraviglia di Brooklyn è quella del darsi allo spettatore in tutta la sua linearità, senza sovrastrutture o virtuosismi autoriali, con un piglio fresco, semplice, d'altri tempi.
Il suo essere così acqua e sapone, così bon ton ne fa un'opera immediatamente amabile.

Un film retrò per ambientazione e anima, di una genuinità commovente, una piccola opera melò delicatissima.

Inutile dire che amando gli anni '50, l'idea idealizzata di New York, ed essendo molto pratica di dissidi geografici interiori (Sicilia vs Nord Italia, Italia vs estero e così via in un perenne e statico moto d'indecisione), ho amato enormemente Brooklyn, e ho provato un tipo di empatia che non mi capitava di provare da tempo.


Immedesimarsi nelle paure del nuovo e nelle paure del vecchio di Eilis (Saoirse Ronan, che credo abbia gli occhi più belli del pianeta) è inevitabile, odiare la tenera chiusura del paesino irlandese e allo stesso tempo amarla, temere il grande punto di domanda del sogno americano e allo stesso tempo bramarlo come trionfo di aperture e libertà, è un processo che si vive tutt'uno con la protagonista.

La conservazione o la rottura, l'attaccamento radicale alla propria terra natale o il richiamo dell'indipendenza, della riscrittura libera della propria esistenza.
C'è forse una storia più classica e sempreverde di così?

C'è una storia universale dentro Brooklyn e il suo tramite è una storia umana minimale intrisa di dolcezza, di toccante candore, di pudore e di romanticismo d'altri tempi.

Vincerà la verde serenità dell'Irlanda o la variopinta vivacità di New York? Quale posto nel mondo e nel cuore di Eilis avrà la meglio?
Il sogno americano, seppur piccino - un lavoro dignitoso, una casetta, un giovane marito da amare - , diverrà reale o l'umile, docilissima sistemazione irlandese finirà per imporsi?

l'irlandese...
o l'italo-americano?
Fino all'ultimo si aspetta il responso, e si fanno ipotesi, si spera ora in un senso ora nell'altro, si suggerisce alla protagonista, ammiccando verso lo schermo, di non scegliere male, di non farsi del male, ci si libera in un sorriso commosso nella scelta/scena finale (iconica) e in tutto questo, in queste due ore, la partecipazione è profondissima e le sensazioni provate provengono tutte dalla sfera del bene.

Senza contare che gli sbalzi paesaggistici da un Paese all'altro, dal micro al macro, dal verde al cemento, dalla qualità rurale del paesello d'Irlanda a quella metropolitana di Brooklyn e viceversa, sono uno spettacolo mozzafiato in un senso e nell'altro, anche in virtù di una fotografia dai toni pastello che rende tutto adorabilmente vintage e melodico.
I costumi anni '50 sono poi per me la definitiva e incontrovertibile dichiarazione di innamoramento verso il film.


Brooklyn è un grande dono: con la sua estetica, la sua purezza, il suo garbato svolgimento privo di esagerazioni e con il suo messaggio così aperto a tutti, così classicheggiante e umano, riempie di emozione, fa sentire meno soli, trasmette vibrazioni di bontà, gentilezza, senza per questo essere buonista o banale.

Ecco, sopra ogni cosa, Brooklyn è un film gentile e della sua gentilezza mi ricorderò a lungo.

mercoledì 6 aprile 2016

I Love Books: 117. Il filo del rasoio


Ho scoperto uno stile che combacia perfettamente con quel mio periodico bisogno di ambientazioni mondane e di bel mondo, meglio se filtrate da una buona dose di sarcasmo e tagliente lucidità all'inglese.

William Somerset Maugham è di questa specie, è un elegantone con il dono della scrittura, e io mi sono tuffata nelle pagine sontuose e allo stesso tempo prosaiche della sua storia, in quel mix di descrizione d'ambienti dorati e vanitosi e di situazioni di vita appassionate e spirituali.

Leggendo Maugham, perlomeno Il filo del rasoio (The Razor's Edge, 1944), viene in mente il romanzo rosa (su questo la critica che tanto lo detestava non aveva del tutto torto), ma c'è una dimensione in più nelle sue pagine, un'abilità sottesa: quella di mettere in campo tematiche importanti senza appesantire mai l'insieme.
Raccontare cose abbastanza serie, mettere in ballo, traumi, crisi, dolori, ed essere allo stesso tempo eccezionali narratori di mondanità e dolce vita, saper infondere serenità al lettore.

Un amico di Maugham diceva: "se in un racconto o in un romanzo di Maugham cerchi la profondità di pensiero, non aspettarti di trovarla troppo in evidenza. Devi usare la testa per non confondere la semplicità con l’assenza di significato..."

Appunto, sembra tutto così estetizzante e vanesio, ma non lo è, no che non lo è!

E se anche per un attimo lo fosse, c'è l'ironia a mettere tutto nella giusta prospettiva.
Mai ho cominciato un romanzo con tanta titubanza. Lo chiamo romanzo solo perché non saprei come chiamarlo altrimenti. La storia che ho da raccontare non è gran cosa...
Con questo incipit scoraggiante e sfrontato Maugham si è guadagnato subito la mia stima, come mi accade sempre con chi sa scherzare su di sé.

Il filo del rasoio è una storia semplice e si basa sull'eterna lotta tra essere e apparire, tra sperimentare la vita rischiando tutto, o assopirsi dentro status sociali borghesi e sicuri.
Andare verso l'ignoto e l'altrove, rinunciando perfino ad un amore importante, o sposare questo amore e mettere radici nella normalità, nella sedentarietà dell'animo?

Larry Darrell, americano di Chicago, non si abbandona a dissidi amletici, ma senza esitazione alcuna lascia il certo per l'incerto, rinuncia a Isabel, sceglie di camminare sul filo di un rasoio anziché su percorsi dall'esito amabilmente prevedibile, dall'inquadramento facile.
Sceglie di lavorare in miniera in Germania, di imbarcarsi come mozzo, di andare per il mondo, di cercare qualcosa di simile ad un senso profondo in India.
Sceglie di riempire la sua vita facendo esperienza della fatica, dell'umiltà, dell'esistenza fatta di poco.

Oggi Larry potrebbe essere definito simpaticamente un "fricchettone", uno di quei benestanti borghesi che un giorno lavorano in banca e il giorno dopo mollano tutto, comprano una cascina in campagna e si danno alla meditazione.

Questo molto banalmente.

Ad un livello più profondo, Larry è un giovane con il cuore ferito dall'orrore della guerra, con la memoria martoriata dal ricordo di vite esplose in aria accanto a lui, e con la necessità di meritarsi la vita che possiede ancora per miracolo.

Un personaggio che interessa molto Maugham e che Maugham sa rendere interessante.

Dall'altra parte di questa esplorazione del sé, ci sono poi personaggi che mettono al primo posto il buon nome e la posizione che occupano in società come Isabel, damerini mondani e patetici come Elliott (la sua figura è veramente ridicola!), donne licenziose e sregolate come Sophie, donne che si danno per interesse come Suzanne.

Di equilibrio ce n'è poco, prevalgono la decadenza e il materialismo tipici dell'Occidente e agli antipodi di ciò che sperimenta Larry.

Ma c'è anche un tipo di celebrazione fatua del vivere, fatto di andirivieni tra Parigi, Londra, la riviera di Montecarlo, che in qualche modo aggrada.

La voce narrante del libro, che è la voce stessa e dichiarata di Maugham, ha il dono dell'intrattenimento perfetto, incanta con la sua capacità di creare atmosfere fatte di aria, luce e altri richiami sensoriali, con l'eloquio incantevole che padroneggia con una punta di snobismo.

L'espediente di mischiare autobiografia e finzione, di far scivolare l'una nell'altra, rende il racconto straordinariamente credibile e carico di vita vera, anche in virtù di uno stile di scrittura agile e ricco di ammiccamenti al lettore.

Il filo del rasoio si legge in un lampo e, spessore o non spessore, a me questo è bastato a darmi soddisfazione.

Non avevo mai letto nulla di Maugham e con lui ho scoperto un genere letterario ben preciso, che forse non ha valore formativo o profondità in grado di incidere, ma una capacità avvolgente di intrattenere, di saper parlare senza tediare mai.
Mi sembra giusto avvertire il lettore che può saltare questo capitolo senza perdere il filo di quel tanto di storia che ho da raccontare...
Come potrebbe mai far assopire uno che all'improvviso dice cose così, con questo piglio strafottente e autoironico?

Credo che Maugham sia stato molto più consapevole e arguto, molto più preparato di quello che gli ambienti accademici hanno pensato di lui.

Esplorerò ancora tra le sue opere...

venerdì 1 aprile 2016

Il mio parere su Carol


La semplicità può farsi sontuosa nelle mani di un esteta come Todd Haynes (Lontano dal paradiso è un pezzo fondamentale del mio cuore cinefilo), può sublimarsi e far luccicare anche il dettaglio minore, può caricare di tensione emotiva anche gli atti più comuni come bere una tazza di tè, percorrere delle strade in automobile, fare un acquisto.
La bellezza è OVUNQUE in Carol, e non può lasciare indifferenti. 

Di pari passo al bello, c'è anche la forza dell'evocare senza strepitare, del creare suggestioni fatte di minimalismo, di discrezione. In punta di piedi, ma con risultati di prepotente coinvolgimento.

Uno scambio di sguardi può caricarsi di una potenza espressiva da far tremare e forse Carol (tratto dal romanzo omonimo del 1952 di Patricia Highsmith) è il film più carico di sguardi potenti che io abbia mai visto, di quel tipo di comunicazione visiva forte che trasporta messaggi destabilizzanti.

Mi sono sentita anch'io parte di questa storia d'amore struggente, vittima in estasi degli occhi profondi e carichi di cose non dette di Cate Blanchett e delle candide, sommesse risposte di Rooney Mara.

Un amore sbocciato fulmineo in una grande magazzino newyorkese nel periodo di Natale del 1952, piovuto dal cielo con l'impreparazione di chi non è provvisto di un riparo, ma ha anzi bisogno di farsi colpire.
Un amore non meditato, non organizzato, nemmeno sperimentato prima.


Poco importa se ad amarsi in questa modalità fulminea e definitiva sono due donne.

Carol è un film su una storia d'amore, talmente carico di questo sentimento da mettere in secondo piano la natura saffica dello stesso.

Non ha quel tipo di dichiarazione centrale dei film a tematica omosessuale, non urla e non si arrabbia.
Si schiera con l'Amore e si alimenta solo di questo.
L'epoca che mostra è assolutamente omofoba e puritana, tristemente in errore rispetto al tema dell'omosessualità e del ruolo sociale della donna, eppure da questo film io ho tratto più la potenza del sentimento che quella del pregiudizio.
L'identità sessuale ha ben poca importanza di fronte all'identità sensuale di questa grande storia d'amore.

Carol è un film per romantici di classe, per i cultori del bello, per i nostalgici del melodramma anni '50, per tutti coloro che pensano che il cinema sia ancora il medium migliore per narrare il cuore e le sue infinite possibilità di espressione ed esercizio, l'amore messo alla prova, vessato e ben poco arrendevole.

Io l'ho amato immensamente, perché è dorato, bellissimo, melodico e sopra ogni cosa elegante, da qualsiasi prospettiva.

Le attrici di quest'opera d'arte sono di una perfezione quasi spiazzante, sono lì, con i loro occhi stracolmi, con le loro movenze e le loro parole, poche ma intense, e non c'è mai un attimo in cui vadano fuori posto, superino dei confini, esagerino con il ruolo che hanno celebrato e sfidato.

Carol Aird (Cate Blanchett, sontuosa) e Therese Belivet (Rooney Mara, delicatissima), l'una classe, l'altra candore; l'una occhi che seducono, l'altra occhi che scoprono; l'una pelliccia, l'altra cappottino
di panno; l'una sigaretta, l'altra macchina fotografica come appendice.
Insieme una coppia di rarissima grazia, di perfetta combinazione, di antitesi che si fa mimesi, influenza reciproca.

Carol ha un marito e una figlia, Therese un fidanzato, la società sa cosa vuole da loro, loro non vogliono accontentarla: entrambe insoddisfatte, troveranno un senso, seppur spaventoso, seppur destabilizzante, seppur discontinuo, solo l'una nell'altra.


Il viaggio verso Ovest che intraprendono insieme e che trascende ogni reale meta geografica, è una delle evasioni più romantiche e tese che abbia mai visto, è uno struggente procedere verso l'incertezza, ma anche verso una certezza su quello che accadrà, è un implicito decidere di esplorarsi senza essersi mai messe d'accordo esplicitamente. 

Inutile dire che fotografia, costumi, colonna sonora e tutto ciò che è diretto ai sensi sia perfetto in questo film, così impeccabile da far pensare anche all'opera pittorica oltre che a quella cinematografica.
Iconografia del bello in tutte le sue forme. 
Un mantello regale che avvolge ogni scena, ogni prospettiva.


E se tanta grazia visiva non bastasse o potesse far pensare ad una vanità di superficie, bisogna spendere due parole sulla tensione costante che muove il film, su quell'energia erotica, quell'attesa silente e fremente che rende Carol un'opera dalla forza immensa, un fluire inarrestabile di desiderio, di impressioni, di turbamenti.

Si avverte come un freno costante nello svolgersi delle cose, ed è proprio quel freno, che si va sempre più allentando fino al climax della liberazione (scena di una bellezza inaudita), a straziare, sedurre, far implodere e poi esplodere lo spettatore.
Un'esperienza di partecipazione totale.

Carol è pudore e ardore insieme, è neve e fuoco, è una donna ricca ed elegante che sbrana con lo sguardo una ragazza acqua e sapone, è un amore intimidito dalle convezioni che aspetta di potersi spogliare, è un viaggio nervoso ed eccitante verso la manifestazione più libera e sincera di se stessi.

Ed è uno dei film più belli e ben recitati che abbia mai avuto la fortuna di vedere.