lunedì 30 maggio 2016

Il mio parere su Lo chiamavano Jeeg Robot


Un film portentoso, un miracolo, un vulcano coatto e romantico, o molto più prosaicamente, una f-i-g-a-t-a, una cosa da ola senza fine allo Stadio Olimpico.
Lo chiamavano Jeeg Robot (primo lungometraggio di Gabriele Mainetti) è il manifesto di un cinema giovane, su di giri, innovativo, è una rivoluzione sulla poltroncina della sala cinematografica, è l'entusiasmo sulle facce delle persone all'uscita dal cinema, è una febbre che ha contagiato tutti.

Il supereroismo di ispirazione hollywoodiana incontra Tor Bella Monaca, la straordinarietà dei superpoteri incontra la triste ordinarietà del degrado suburbano.
Gli anime giapponesi si ibridano con un tessuto sociale grottesco e dedito al malaffare, il Superhero movie si fa de noantri, ma il risultato finale non è parodia, non è citazione, non è innesto, ma è un'enorme creatura cinematografica debuttante e sfacciatamente originale, assolutamente coraggiosa.

Questo film è prima di ogni cosa un'idea, una folgorazione riuscita alla perfezione, un'impresa erculea.
Il vero supereroe in fin dei conti è il regista.

E poi è il trionfo della performance, di attori calati nella loro parte con mimesi estrema, con una capacità di trasformarsi, ibridarsi, farsi manga o farsi mostri, indimenticabile.
Interpretazioni così restano nella storia.

Claudio Santamaria, protagonista immenso nel ruolo di Enzo Ceccotti - professione ladruncolo, livello di marginalità sociale patologico, dieta a base di budini - , così imbolsito e tozzo, così massiccio, solo e travolto da una serie di imprevedibili eventi, è uno spettacolo di umanità e di cinema come adesione fedele e virtuosa alla causa.


Luca Marinelli nella parte di Fabio Cannizzaro soprannominato Zingaro, si può forse togliere dalla propria testa? Impossibile.
Stiamo parlando di un'icona, un villain svalvolato, un Joker burino che regala fuoco e fiamme.

Per me è lui il performer dell'anno, mi alzo in piedi e applaudo per sempre la sua interpretazione così straripante, grottesca e micidiale, il guizzo psicotico dei suoi occhi chiari, la capacità di creare un mix di ammirazione e pietà nello spettatore, un'esaltazione tachicardica ed esilarante.


Molto toccante anche l'interpretazione di Ilenia Pastorelli, quel suo ruolo di innocente psicolabile a metà tra idiozia e fantasia, tra l'essere una sorta di manga vivente e una disgraziata da proteggere, così bambina, così sexy, così bisognosa di eroismo in un mondo di violenza e miseria.


Lo chiamavano Jeeg Robot è un film sporco, sguaiato, con attori deformati dal degrado che impersonano, attraversato dal dolore, dall'emarginazione, dalla malattia mentale.
Eppure, dentro questo calderone di vigore romanesco in salsa violenta, di cabaret dello squallore, di corruzione talmente sopra le righe da far ridere, di supereroi casuali e burberi o tenacemente esibizionisti, c'è del romanticismo, della poesia sporca e sentimentale, c'è il motore semplice dell'amore, vera fonte di superpoteri.


Insomma, Gabriele Mainetti ha fatto il botto, quel botto tanto auspicato dallo Zingaro, ma senza alcuna finalità distruttiva, perché Lo chiamavano Jeeg Robot è un'esplosione di gioia nel cuore e nel corpo dello spettatore, un circuito inedito di adrenalina, decadentismo, follia, amore, squallore che fa vorticare.

mercoledì 25 maggio 2016

Il mio parere su La pazza gioia


L'elogio tragicomico della follia che ci ha regalato Paolo Virzì è una di quelle cose così profondamente belle da lasciare lo spettatore a bocca, cuore e vie lacrimali aperti per un bel po'.
Ci si sente scanzonati e commossi all'uscita dalla sala. Ci si sente grati.
Perché dietro (e dentro) questo film c'è studio, osservazione sul campo, sensibilità, gioia e pazzia.
E c'è uno sguardo sulle donne di rara delicatezza, di complicità e gentilezza (grazie Paolo!).

Un film così vitale e attraversato da flussi ininterrotti di impeto e dolore non si dimentica facilmente.

Il suo equilibrio tra sofferenza e gioia, tra malattia e normalità, tra chiusura e libertà è perfetto. La sua armonia è impeccabile, è giusta, è la soluzione più brillante e rispettosa (ma non tediosa) che ci possa essere nei confronti di un tema così ingombrante e delicato.


La pazza gioia, come preannuncia il suo brioso titolo, è un tour folle e sregolato, un forsennato inno alla libertà d'esistere nonostante tutto, un andare incontro alla vita a dispetto della sua indicibile ferocia, a dispetto della mente che ne è stata ferita.
Due donne, Thelma e Louise in Toscana, l'esplosiva e l'implosiva, la furoreggiante e la taciturna, due forme di disagio diverso e la stessa necessità di farsi reciprocamente forza, di essere l'una la salvezza dell'altra, la palla al piede e l'esigenza.


Beatrice Morandini Valdirana (Valeria Bruni Tedeschi) e Donatella Morelli (Micaela Ramazzotti) sono diversissime, un contrasto estetico e attitudinale enorme, un gap socioculturale evidente, perfino nel disturbo psichiatrico sono inconciliabili, ed è dagli esiti semiseri di questa differenza che deriva la parte ribelle e liberatoria del film, così come quella che spezza il cuore e bagna gli occhi.


Ci si unisce come un unico blocco di resistente pietra sororale se si è donne e si ha avuto a che fare con un mondo di "normali" ostili e questo graduale avvicinarsi on the road e uno spettacolo a cui assistere alternando risate e lacrime, contagiosa joie de vivre e momenti di autentica empatica sofferenza.

Villa Biondi, punto di partenza e di ritorno, che vorrebbe abbracciare queste donne e tentare di recuperarle, non è un brutto posto, ma l'altrove a cui può condurre un bus qualunque preso di nascosto può essere una parentesi di necessaria evasione, un momento di follia a fin di bene.

Che dire di queste due donne, anima e spinta motrice del film?

Bravura, dignità, performance eroiche.

Beatrice, la contessa abituata al bello, indossa il suo disturbo bipolare con charme.
Il suo personaggio è un polo di attrazione irrefrenabile, si pende dalle sue labbra e dalle sue non contenibili idee di vita e ricerca della felicità, dalla sua euforia che può virare in una tristezza che fa male al cuore, dalla sua fragilità così enorme.

Valeria Bruni Tedeschi che la interpreta è una forza della natura, un vulcano sofisticato dalla voce squillante e straripante vita.
La sua caratterizzazione è straordinaria.

Degna di tale ispiratissima compagna è la Donatella della Ramazzotti, ragazza interrotta, tatuata e scarna, che viene voglia di proteggere.

Alienate, alleate, insieme, seguendo un percorso senza parametri, sono un dono allo spettatore.


Virzì è un regista speciale, è capace come pochi altri di dare una chiave leggiadra, alla portata di tutti, alla mano a tematiche di una certa consistenza emotiva, che sia il precariato giovanile contemporaneo, la preparazione ad un addio importante o altre sfide alla vita (non a caso ho apprezzato meno Il capitale umano, perché mi mancava la sua verve da bischero e quella risata salvifica).

La pazza gioia è stato una conferma del suo genio affabile e un punto altissimo nella sua carriera.

Pazzo e senza gioia chi se lo perde!

lunedì 16 maggio 2016

I Love Books: 121. Lasciar andare


Lasciar andare è il primo romanzo di Philip Roth (dopo la raccolta di racconti Goodbye Columbus), anno 1962, età anagrafica 29 anni.
Einaudi lo ha presentato nella nuova traduzione di Norman Gobetti.
Io mi sono precipitata in libreria per far mie le origini del Mito.

Leggere Lasciar andare è un'esperienza singolare perché sai che hai in mano un Roth e quindi, a colpo sicuro, letteratura di fattura pregevole e di valore umano potentissimo, ma hai anche in mano l'opera prima di un giovane, e cose fragili come la giovinezza o il debutto non sembrano adattarsi all'imponenza senza contorni e senza tempo di un gigante come Roth.

Un lieve timore di imbattersi in altro, un altro con meno esperienza e meno controllo, c'è, di conoscere un lato diverso di uno status letterario intoccabile.
D'altra parte, stiamo sempre parlando di Roth, la fiducia sorge spontanea, l'abbandono alle sue parole pure.

Lasciar andare è immaturo, ingenuo, perfettibile, prolisso, talvolta eccessivo nelle ambizioni?
Sì, lo è.
Poteva essere editato meglio, potete perdere parte del suo peso cartaceo guadagnando in ritmo, poteva ridurre la sua portata fin troppo corale guadagnando in focalizzazione.

MA, vani "poteva" a parte, è anche un volume di quasi 800 pagine con un'anima e un calore umano commoventi, è anche il classico Roth che amiamo nelle opere più mature, quello che sventra i rapporti umani, li analizza, li sbatte in faccia al lettore come specchio di perfetta e dolorosa identificazione.

C'è il guizzo della giovinezza dentro, con la sua tendenza all'esagerazione, ma il dolore, quel tipo di consistenza addolorata e bellissima che avvolge le narrazioni di Roth, c'è, ed un porto sicuro, già maturo, in cui trovare rifugio perché la vita è fatta esattamente così e nessuno come Roth la sa trasformare in battito cardiaco letterario.

E poi le relazioni.
Il cuore del romanzo batte al ritmo complesso delle relazioni, quell'imbattersi, sbattere, fare guerra con l'altro, che sia un partner, un amico, un genitore, un incontro casuale, un credo religioso, senza tregua, senza moderazione, con violenza vitale.

Questa capacità di essere così vicino al cosmo in perenne moto dei rapporti sentimentali e sociali, di essere così spietato e lirico nel metterli a nudo, è già netta in questo esordio.
Talvolta il giovane Roth si avvicina troppo ai personaggi fino a rendere sfocati i nodi cruciali, ma la sensibilità è quella, riconoscibilissima e miracolosa.

Personaggi incompleti, erranti, in rotta di collisione con la realizzazione di se stessi e sempre sul ring beffardo della vita, ce ne sono in quantità.

Il protagonista è Gabe Wallach, che ama Henry James e insegna letteratura, che si butta con inspiegabile autolesionismo nell'aiuto del prossimo, in un tipo di amore missionario e in un tipo di insolita ricerca di sé che passa troppo attraverso i problemi degli altri.
Lasciar andare non è il suo forte, trattenere l'altrui dolore gli riesce molto meglio.
La mia vita, che cos'è? La mia vita, dov'è andata? Passavo di continuo dal sentirmi compiaciuto al sentirmi astioso, dal sentirmi ragionevole al sentirmi ignorante e crudele. La battaglia era infuriata per tutta la notte, col mio acciaccato senso di rettitudine che avanzava sventolando una grande bandiera rossa con scritto IO SONO: patriota di me stesso! paladino di me stesso! me stesso di me stesso! Rivendicava il mio pieno diritto di essere crudele, il mio pieno diritto di farla finita con gli Herz. Di farla finita con tutti. Poneva una domanda niente affatto inedita per la nostra specie: Quanto ancora, da me? 

E poi ci sono Paul e Libby Herz, coppia dalla fragilità commovente. Lui insoddisfatto, cupo, incapace di identificarsi in qualcosa, lei troppo delicata e malinconica.
Insieme una di quelle bombe che Roth ama piazzare nell'esistenza dei suoi protagonisti per generare collisioni, tensioni, talvolta esplosioni.
Naturalmente era molto infelice. Fra la finzione e la realtà, fra quel che è inventato e quel che è dato, sta l'anima torturata di ciascuno.

E ancora, Martha Reganhart (personaggio che personalmente ho odiato), due figli piccoli a carico, una vita poco regolata, un'indole prepotente quando non impotente.
Anche lei un fenomeno tellurico nella vita di Gabe, desiderio e condanna insieme.
L'impulso che sentiva no era solo lussuria; la lussuria vi era inglobata all'interno: desiderava disfare tutto quel che era stato fatto, e fare quel che non era stato fatto.

L'incontro e l'intreccio di queste persone, il loro problematico relazionarsi, ma anche la classicissima conflittualità rispetto all'ebraismo e la crucialità del rapporto padri-figli, tutto questo, talore in nuce, talora in modo pieno, è già presente in Lasciar andare.

Bilancio finale: posso dire di aver amato questo romanzo e di aver tollerato bene le sue lungaggini, la sua tendenza vagamente dispersiva e quell'impeto di racchiudere più materiale possibile, più vita possibile che spesso crea rigurgiti.

L'ho amato, nonostante i suoi difetti, perché mi ha trasmesso passione, quella tipica passione rothiana, che altro non è che la vita nelle sue infinite declinazioni, nelle sue fisiologiche complicazioni, nella sua urgenza, nelle sue attese, nelle sue pretese.

A quel punto nessuno dei due, credo, sarebbe rimasto stupito se ci fossimo abbracciati. Era uno di quei momenti emotivi che ci si si accorge di non essere i soli a vivere.

Non siamo i soli a vivere e Roth ce lo ricorda sempre con modalità vigorosa e bellissima (e per questo lo amiamo tanto e gli siamo grati). Anche da esordiente.

lunedì 9 maggio 2016

Il mio parere su Le confessioni


Quei film che mah...boh...yawn.

Quei film che si pongono come opere sofisticate e intellettualmente determinate, ambiziose per forma e contenuto, ammantate di un ermetismo d'insieme che vuole ammiccare a qualcos'altro, ma che tirando le somme è solo un vuoto esercizio registico, un andirivieni di personaggi che non hanno granché da trasmettere allo spettatore.


Le confessioni mi è parso così, un film inconcludente, due ore di niente che tentano di darsi uno spessore, una bolla di spunti e riflessioni su argomenti delicati che parte già poco convinta e si sgonfia sempre di più.
Dilatato, votato all'essenziale, al non detto o al detto metaforico, poco interessato al senso del ritmo e a quello della tensione.
Alla fine del film ti rimane solo il mal di schiena per le poltrone scomode del cinema e un senso di sbadigliante perplessità.

Non ho mai visto Viva la Libertà di Roberto Andò (dovrei farlo?), non posso pronunciarmi sullo stile del regista palermitano, ma posso almeno parlare di una certezza come Toni Servillo.

Devo dire che stavolta Toni il magnifico, l'elegante, stratificato, multiforme Toni, non è riuscito a conquistarmi.
L'ho trovato un po' teatrale, carico di se stesso e di quello che è stato nel recente cinema di Sorrentino: la finzione l'ho smascherata subito e ho avvertito la presenza netta della recitazione.
Il suo personaggio non sono riuscita mai a farlo diventare persona.
Roberto Salus con la sua tonaca candida, le sue espressioni imperscrutabili e il suo aplomb metafisico, non convince, non seduce, non è fatto per restare nella memoria.
Si allinea perfettamente alla debolezza generale del ritmo del film.


Ma di cosa parla questo film dal titolo agostiniano?

C'è un raduno di potenti in un contesto lussuoso e asettico in Germania, un G8 di politici con l'aggiunta di una rock star, una scrittrice famosa e un frate, una location alla Youth, la scomparsa misteriosa della loro guida, il direttore del Fondo Monetario Internazionale, e la confessione che costui ha fatto poco prima al suddetto frate.    
C'è uno scompiglio che si manifesta con pacate attese e dilatate prese di posizione, c'è una decisione da prendere, una confessione da svelare, il mondo fuori che attende.


Ad un certo punto, in un momento di noia troppo corposa, ho pensato, o meglio, sperato, che il film divenisse qualcosa alla Agatha Christie, un'indagine serrata su una morte misteriosa e un processo di rivelazioni e smascheramenti.
Sapevo che non era questo il genere, ma ho sperato nel giallo, nel thriller, in qualsiasi cosa avesse un briciolo di dinamismo in più.

Invece, ovviamente, Le confessioni, si mantiene in uno stato di sospensione e di inconsistenza che, personalmente, mi ha snervato. Il "sorrentinismo", ossia la tendenza a imitare l'inimitabile, a prendersi pause stilistiche senza contenuto, mi indispone.
Non una sola virata decisa, nemmeno un colpo di scena o una scena che fa colpo, solo aria fritta, chiacchiere pseudofilosofiche su economia, etica, religione, e altri massimi sistemi, attori-personaggi senza appeal e vuoti cosmici nell'intreccio (e nel senso).

Che significa questo film? Vuole farci riflettere sulla realtà politica di oggi con modalità surreali? Vuole farsi beffe del potere contrapponendogli una figura votata all'essenziale economico e verbale? Vuole parlare del tempo e del suo valore? Boh.

"Perdere tempo non ha mai fatto male a nessuno" dice il monaco ad un certo punto del film e, con un ironico senno di poi, mi sembra l'unico modo per accettare senza troppo fastidio la perdita di tempo che è Le confessioni.


venerdì 6 maggio 2016

I Love Books: 120. Mrs Bridge


Pubblicato per la prima volta nel 1959, uscito per Einaudi pochi mesi fa, Mrs Bridge nella mia esperienza di lettrice è stato il classico caso di opera acquistata a scatola chiusa che era meglio se rimaneva dentro quella scatola. Anche se era una scatola Einaudi, da cui di solito pesco molto bene.

Ingannevole è la quarta di copertina sopra ogni cosa.

Ho letto parole-mondo come Revolutionary RoadStoner e Pastorale americana e non ho esitato nemmeno un attimo nell'acquisto. Sentivo corde familiari vibrare attraverso l'involucro di plastica ed ero certa che avrebbe fatto al caso mio, complice anche quella elegante signora retrò in giallo che campeggia in copertina.

Purtroppo sono rimasta delusa. Evan S. Connell non fa per me.

Mrs Bridge è uno dei libri più tristi e carenti di affetto che abbia mai letto. Nel contenuto, ma anche nella forma.
La sua essenziale e fotografica descrizione di momenti minimi nell'arco di una vita lo rende spietato, fintamente innocuo, una bolla di dolore che non scoppia mai, ma che incombe come una minaccia sul lettore.

La storia dell'esistenza di una donna vuota e passiva all'inverosimile, del rapporto con l'assente marito e gli ingrati figli, della sua perfezione che serve a nascondere le assenze e le inconsistenze, delle sue inappuntabili performance di moglie, madre e casalinga anni '50, con il benessere che riempie le tasche e la casa e il malessere che cova strisciante, silente come un morbo a lunga percorrenza.

Questo è in sintesi il romanzo.

Le storie di esistenze fallite o sprecate di solito mi coinvolgono per la loro commovente umanità, per la loro confortante onestà, ma in questo caso zero empatia, 100% antipatia.

Il problema di questa vicenda-non vicenda, a mio avviso, è il distacco con cui Connell la affronta, quel minimalismo strategico, quella narrazione rapsodica, quel raccontare eventi per lo più irrilevanti che, nell'intenzione di voler costruire un climax fotografico del dolore indichiarabile della protagonista, spezzano proprio quel climax, impediscono la pienezza del coinvolgimento, del processo di compassione.

Ecco, in questo romanzo non ci sono picchi forti, momenti di tragedia vera, quelle onde d'urto alla Roth o alla Yates (per citare due fra i citati a sproposito) che si abbattono sul lettore strapazzandolo, ma istantanee che si sommano e che, se da una parte è vero che inquietano, dall'altra risultano ferme, fiacche.

E non è nemmeno quel minimalismo alla Stoner, che celebrava sì il minimo quotidiano di un individuo, ma con una dolcezza poetica e una delicatezza complessiva che Mrs Bridge, privo di calore com'è, non riesce ad avere.

Forse si deve stare al gioco di Connell per trarre il meglio da quest'opera, per leggere il cuore della protagonista e poi riflettere accorati sul senso della vita, soprattutto della donna negli anni '50.

Io non ce l'ho fatta, non vedevo l'ora di liberarmi da questo accumulo di materiale poco coinvolgente, a cui non sono riuscita a dare una dimensione più profonda, che non è riuscita a coinvolgermi.

Mea culpa o di Connell?

E se fosse invece colpa di Mrs Bridge?

...

lunedì 2 maggio 2016

Il mio parere su Macbeth


Sono passati esattamente 400 anni dalla morte di Shakespeare e le sue parole non hanno perso nemmeno un po' della loro prodigiosa virtù, quella capacità di descrivere e interpellare l'umana specie tutta e le spinte che da sempre la animano, il delitto e il castigo, la passione e la dannazione, il volere e il soccombere.

Vedere Macbeth di Justin Kurzel proprio il 23 aprile, data della ricorrenza, mi sembrava un buon modo per celebrare nel mio piccolo il Bardo immortale.

Mi sembrava...

Invece ho percepito tutto il tempo un senso di tradimento, di forzatura da opera sottratta alla sua natura e restituita ad un'altra forma che non le si confà.

Un corto circuito tra teatrale e cinematografico scandito da continui cali di tensione (e attenzione, da parte mia), da vuoti cosmici nell'azione.

Dunque...

Le parole sferzanti di Shakespeare, quei monologhi carichi di passione, tenacia e lirismo, quei pensieri espressi a voce alta con solennità tragica che fanno tremare per verità e potenza, quella capacità stupefacente di essere sonda dell'animo umano con tutte le sue brame e le sue paure, le sue glorie e le sue miserie, tutta questa parte così in stretta connessione con il teatro e la poesia è il grande fascino di Macbeth di Justin Kurzel, ciò che lo rende un film di impatto, a tinte forti e fosche.


TUTTAVIA, proprio perché di impianto teatrale e lirico, il film sembra dimenticare la sua natura cinematografica, o sembra ricordarsene solo nell'ambito della fotografia, delle ambientazioni e del sonoro.
Il ritmo però languisce, costretto in un angolo e represso dalla fisiologia drammaturgica dell'opera protagonista.

La conseguenza di ciò è un film da certi punti di vista noioso e pesante, perché si fa carico di un'intensità lirica e di una tecnica attoriale che il cinema non sempre è in grado di reggere.
E questo nonostante le performance intense e raffinatissime di Michael Fassbender e Marion Cotillard.

Macbeth è un film frustrato dal punto di vista cinematografico.

Ha una natura, ma ne segue un'altra.

Se non fosse che i versi di Shakespeare sono balsamo per le mie orecchie e pugnali per il mio cuore in qualsiasi contesto, se non fosse per la meraviglia dell'ascolto di versi decantati con pathos da tragedia greca, questo film tenderei a considerarlo inutile, di piombo.

Lo salvo da questa dimensione globalmente soporifera, solo in virtù della bellezza TOTALE delle parole del Macbeth di Shakespeare, parole che si spandono dentro ad una profondità abissale e che nel film sono usate integralmente.

La storia surreale e atrocemente materiale di Macbeth, Barone di Glamis, poi di Cawdor e infine Re di Scozia, con le profezie che diventano vere, l'incredulità e l'ossessione di saperne di più, la sete di potere e le alterne luci della ragione, fa sempre una certa presa su di me, mi incanta.
[...e spesso, per indurci alla rovina
i servi dell'Oscuro dicono la verità,
ci convincono con minuzie innocenti, per
tradirci nel più grave che segue.
La figura di Lady Macbeth, contraltare risoluto e feroce agli indugi di lui, ai miei occhi è sempre qualcosa di ferino e umanissimo insieme, la seduzione della crudeltà, il desiderio che annienta.
[...Però temo la tua natura:è troppo piena del latte dell'umana dolcezza
per scegliere la via più breve.
 [...Mostrati
come il fiore innocente, ma sii il serpe
lì sotto.
 [...Le mie mani hanno il tuo colore; ma avrei vergogna
di avere un cuore così bianco.
Un cuore così bianco, a heart so white. Meraviglia eterna.
Parole di purissima essenza poetica.


Tornando al film, che dovrebbe essere è il tema del mio post, ho poco altro da dire e tiro le somme così: è seducente da ascoltare, efficacemente tenebroso dal punto di vista visivo, ma non ha il senso del ritmo, è lento e disarmonico, è teatro fuori posto.

Non ho visto la versione di Orson Welles né le altre versioni celebri, ma ho il sospetto che la questione del ritmo tornerebbe a presentarsi, almeno nella mia percezione.

E pertanto ritorno alle parole di Shakespeare, quelle del dramma, quelle che leggerei e ascolterei senza tregua e che, forse, in fondo, non andrebbero filmate.
La vita non è che un'ombra vagante, un povero attore
che avanza tronfio e smania la sua ora
sul palco, e poi non se ne sa più nulla.
E' un racconto fatto da un idiota,
pieno di grida e furia,
che non significa niente.