lunedì 19 dicembre 2016

I Love Books Christmas Edition: 132. Palomar/ 133. Rebecca (La prima moglie)/...

Non so stilare liste esattamente come non so fare le valigie, l'ansia dell'esclusione e del ripensamento mi logorano, la selezione mi atterrisce, mi sembra di fare un torto enorme agli esclusi.

Ma visto che dovunque è il momento festaiolo dei consigli di lettura e visto che anch'io nel mio modo disorganico e intermittente sono una book blogger, mi cimenterò nell'impresa e vi proporrò due - solo due - libri che ho letto a novembre e che secondo me vale la pena poggiare sotto l'albero incartati e infiocchettati per le feste.

Aggiungerò un jolly finale (in realtà sono 3 jolly) che, come sa chi legge questo blog, è un amore già ampiamente dichiarato.

Il primo libro che vi propongo è Palomar di Italo Calvino (edito da Mondadori).



Perché?

- Perché nella sua esile consistenza cartacea e nel suo meno noto fulgore editoriale è un'opera pregna di inviti, ispirazioni, richiami all'arte dell'osservazione, inchini all'arte della descrizione, meditazioni minimali che si estendono verso l'infinito.
- Perché il suo protagonista, il signor Palomar, che porta il nome di un potente e famoso telescopio, che tende al dubbio iperbolico ed è incline alla problematizzazione filosofica di tutto, è un'anima fragile e sensibile che con i suoi occhiali e il suo modo di usare gli occhi ha molto da insegnarci: osservare la vita quotidiana, anche nei suoi aspetti più minuscoli, nelle sue manifestazioni minime, perderci negli elementi, esplorare l'ovvio, perfino il nulla.
Leggere un'onda del mare, analizzare l'accoppiamento di due tartarughe, prestare davvero ascolto al canto degli uccelli. Ma anche scegliere accuratamente il proprio formaggio preferito tra le infinite varianti di formaggio, interrogarsi su una serie di insignificanti situazioni, come una pantofola spaiata. Chi avrà preso l'altra?
- Perché è un libro che invita a fermarsi, a respirare, ad astrarsi da ciò che è più grande di noi e ci sovrasta, attraverso la concentrazione sul piccolo, sull'ovvio che ovvio non è affatto. Un'educazione allo sguardo, una proposta alternativa di uso degli occhi.
- Perché le parole usate da Calvino non sono mai casuali e opache, ma semplici e cariche di sfumature, leggere e pesanti, e sopra ogni cosa, evocative. Se regalate Calvino regalate mondi di suggestioni verbali.

A chi può piacere: estimatori neofiti di Italo Calvino, persone curiose e amanti dell'osservazione, persone calme e riflessive, persone agitate e distratte, esploratori del quotidiano, persone che hanno dimenticato la gioia delle piccole cose.

La luna di pomeriggio nessuno la guarda, ed è quello il momento in cui avrebbe più bisogno del nostro interessamento, dato che la sua esistenza è ancora in forse. È un'ombra biancastra che affiora dall'azzurro intenso del cielo, carico di luce solare; chi ci assicura che ce la farà anche stavolta a prendere forma e lucentezza? È così fragile e pallida e sottile; solo da una parte comincia ad acquistare un contorno netto come un arco di falce, e il resto è ancora tutto imbevuto di celeste.

«Solo dopo aver conosciuto la superficie delle cose, - conclude, - ci si può spingere a cercare quel che c'è sotto. Ma la superficie delle cose è inesauribile.»

Non interpretare è impossibile, come è impossibile trattenersi dal pensare.

Il secondo libro che vi propongo è Rebecca (La prima moglie) di Daphne Du Maurier (credo che attualmente si trovi in commercio solo nell'edizione de Il Saggiatore).



Perché?
- Perché è pura tensione narrativa e psicologica, una bomba ad orologeria elegante e sobria negli escamotage, che non vi esploderà subito in mano ma renderà esplosiva la vostra curiosità.
Il tutto in chiave vintage, senza brusche accelerazioni contemporanee, con charme inglese, con esasperazione sottile e graduale e affascinanti indugi descrittivi.
Se il maestro Hitchcock ne ha fatto un film (che non ho visto e devo vedere. Però ho visto Gli uccelli, tratto da un altro racconto della Du Maurier) è perché l'intreccio è una perfetta macchina della suspense e della tensione per accumulo.
- Perché Manderley è molto più di una sontuosa dimora della Cornovaglia con affaccio sul mare, è un luogo di ossessioni, presenze ingombranti, drammi psicologici femminili logoranti e definizioni della propria identità e dell'identità di un matrimonio. Il suo carisma elegante e dark viene fuori dalle pagine e vi rapisce.
- Perché il personaggio di Mrs Danvers, la domestica, è un capolavoro dell'inquietante, una delle figure più sinistre che vi capiterà mai di incontrare in letteratura.
- Perché il romanzo richiama Henry James, le ghost stories, il romanzo gotico, ma ha anche una contemporaneità psicologica nella tecnica narrativa che non lascia scampo al lettore odierno.

A chi può piacere: amanti di Hitchcock, amanti della psicologia, amanti del mistero e dei gialli, amanti, donne gelose, donne insicure, donne troppo sicure, lettori in cerca di storie da divorare, meglio se un po' fuori moda.
Io sono convinta che nella vita di ognuno giunga, tosto o tardi, l'ora della prova. Tutti quanti noi abbiamo il nostro dèmone, che ci aizza e ci tormenta, e col quale, tosto o tardi, dobbiamo combattere. Noi abbiamo vinto il nostro; o così almeno crediamo.

Mai più torneremo ad essere gli stessi. Anche se mi fermo per pranzare in un'osteria lungo la strada, ed entro a lavarmi le mani in una stanzuccia buia e sconosciuta, se tocco una maniglia che mi è ignota, se vedo la tappezzeria che casca a pezzi dalla parete, se mi guardo in un ridicolo specchio screpolato sopra al lavabo: tutto ciò, per un momento almeno, è mio, mi appartiene. Ci conosciamo. È il presente. Non c'è passato e non c'è avvenire. Io sono qui, mi risciacquo le mani, e lo specchio incrinato mi rivela a me stessa, sospesa, per così dire, nel tempo: questa sono io, questo momento non passerà.

La postilla che aggiungo è...rullo di tamburi...La saga dei Cazalet, volume 1, volume 2, volume 3.


Per me la migliore uscita editoriale del 2015/2016 (leggete i tre post per capire il mio amore).
Potete regalarla a chi volete o a voi stessi, un solo libro o tutti e tre (in attesa del quarto).
Vi do la mia parola che si tratta di un dono letterario prezioso. Ore liete assicurate.

Buon Natale!😘🎄🎅

lunedì 5 dicembre 2016

Serie tv mon amour: 38. The Young Pope

"Santo Padre, cosa ha intenzione di fare?". "La rivoluzione, Tommaso."
Di Papi ne abbiamo visti tanti nella storia, eretici, simoniaci, mecenati, buoni, ignavi, ma un Papa così non l'avevamo ancora visto. Santa Romana Chiesa nella testa di Sorrentino ha perso completamente la testa ed è uno spettacolo da non perdere per niente al mondo.

Lenny Belardo aka Santo Padre Pio XIII è il Papa junior immaginario che ci mancava, è rock e oscurantista, vanaglorioso e restio a mostrarsi, miracoloso e refrattario alla pietà, giovane e con idee vecchissime, insomma una bomba di contraddizioni, invenzioni e licenze creative che la mente feconda e bizzarra di Paolo Sorrentino ha voluto generare per la nostra beatitudine.

Ho finito ieri di vedere la serie e dopo il post sulle primissime impressioni voglio dire qualcosa in più.

La cosa che mi ha fatto più apprezzare The Young Pope è la sua totale inverosimiglianza, il suo proporre una figura di papa fantasy, con caratteristiche folli, improbabili, grottesche.
Il papa di Sorrentino mi ha fatto molto ridere e per certi versi questa serie mi viene da definirla comica.
Certe parole, certe situazioni, commentate da una colonna sonora fuori contesto (tipo Senza un perché di Nada) fanno ridere sul serio, perché destrutturano una struttura istituzionale, perché rendono surreale e ben poco mistico l'insieme. Il Vaticano è un posto di incontri, scontri e dialoghi stravaganti.

Sorrentino non è dissacrante rispetto al sacro, va oltre: scherza, rende omaggio alla stranezza e celebra meravigliose feste di implausibilità. Solo un genio o un pazzo potevano concepire una cosa del genere e Sorrentino è entrambe le cose.
Il primo ministro della Groenlandia che danza sul pezzo di Nada, il canguro, il cielo iperstellato, i viaggi onirici di Lenny a Venezia, tante suggestioni originali e libere dal dominio della sensatezza che incantano e inquietano.

Jude Law così tonico e bello, così luminoso, così bianco-vestito e dal cuore non così bianco, così laicamente fumatore, ha sposato il delirio mentale di Sorrentino come Lenny ha sposato la Chiesa ed è sicuramente anche merito suo se questa serie ha colpito così tanto. La gamma delle sue espressioni è molteplice e si pende dalle sua morbide labbra con attitudine ben poco casta.


Devo però ammettere che ho anche qualche riserva su The Young Pope e che il mio entusiasmo ha subito dei lievi contraccolpi durante la visione.
Posto che la narrazione di Sorrentino non è mai narrazione organica e strutturata, che il salto nel nonsense e nel superfluo di natura estetica e poetica è tipico delle sue opere, così come le divagazioni (apparentemente) fuori tema, tuttavia nella serie tv Sorrentino perde la bussola fin troppo.

Lo so, lo so che non ci si deve aspettare una trama cristallina da lui e io lo amo tanto per il suo cinema libero e vicino al flusso di coscienza, ma se il cinema può permettersi un paio d'ore di bellezza fine a se stessa e di anarchia visionaria, in tv il discorso cambia, l'esigenza di un filo conduttore, di un progetto ben definito si fa sentire con più forza.
10 puntate corrispondono a 10 ore, un viaggio piuttosto lungo da reggere senza un conducente almeno un po' razionale.

Ecco, The Young Pope l'ho trovato a tratti privo di una schema, di una struttura narrativa solida.
Sorry, Sorrentino.
Ma lo perdono perché lo amo. E Pio XIII per questa indulgenza mi direbbe:
"Con questo abuso del perdono siamo diventati una barzelletta."
Detto ciò, torno a dire che ho amato tanto questa youth papale conservatrice e progressista insieme e tutto il sottobosco di cardinali, suore e preti, Voiello (Silvio Orlando, bravissimo), definito così bene e così nettamente detestabile, Gutierrez fragilissimo, Suor Mary (Diane Keaton) con le sue t-shirt pazzesche, le sigarette e la pallacanestro, e tutte le altre strane creature di questo mondo vestito di paramenti sacri e svestito di ogni forma di normalità.


La luce che sembra un'ampia pennellata di Caravaggio e pare venir fuori dallo schermo e irradiare lo spettatore è un altro elemento che mi ha incantato; non ho mai visto una serie tv più luminosa, ariosa, biancheggiante e dai riflessi d'oro. La gamma cromatica scelta da Sorrentino è estiva, mediterranea, riposante nonostante le tensioni e le crisi che si annidano nella vicenda.

La sigla d'apertura merita un elogio a parte, con la sua carrellata di storia dell'arte, e la strizzata d'occhio finale di Jude/Lenny è la chiave di lettura di una storia che va presa con ironia e abbandono dell'incredulità, con uno spirito giovane e irriverente, pronto a qualcosa di diverso, di mai concepito.

E poi vedere una Chiesa e un papa così lontani dalla realtà e in qualche modo anche vicini alla realtà, alle sue idiozie e ai suoi esibizionismi, vedere un'esasperazione in chiave grottesca di dinamiche in fondo veritiere, vedere un pontefice così immaturo che si inginocchia e tuona minaccioso: "Signore dobbiamo parlare tu ed io..." come fosse lui stesso Dio, vederlo anche farsi infantile e alla ricerca della sua famiglia d'origine, sentirlo parlare di amore, amicizia e altri massimi sistemi con parole ora bellissime ora irritanti è un'esperienza senza pari.

Non avete mai visto niente come The Young Pope.

Mi sono chiesta spesso durante la visione cosa ne pensano i ferventi cattolici e i fedelissimi di questa trovata di Sorrentino, di questo Papa americano e divistico che fuma e fa le flessioni in tuta, di tutti quei discorsi sul credere o non credere in Dio, sui miracoli e su altri temi delicati che il regista tratta con profondità trasversale e parecchio sarcasmo.
Si saranno scandalizzati o si saranno fatti due risate? O forse non avranno capito questa visione così bizzarra e personale?
Chissà...

Di una cosa sono certa, del mio nuovo fervente culto.

Chi l'avrebbe mai detto che mi sarei fatta coinvolgere così da un Papa?
“Siamo vivi o siamo morti? Siamo stanchi o siamo pieni di energia? Siamo sani o siamo malati? Siamo buoni o siamo cattivi? Abbiamo ancora tempo o è finito? Siamo giovani o siamo vecchi? Siamo immacolati o siamo sporchi? Siamo stupidi o siamo intelligenti? Siamo veri o siamo falsi? Siamo ricchi o siamo poveri? Siamo sovrani o siamo servitori? Siamo brutti o siamo belli? Siamo caldi o siamo freddi? Siamo felici o siamo ciechi? Siamo delusi o siamo gioiosi? Siamo perduti o siamo ritrovati? Siamo uomini o siamo donne? Non importa.”