martedì 31 gennaio 2017

Il mio parere su La La Land


Il potere speciale di La La Land secondo me è questo: ti fa uscire dalla sala con una luce nel cuore e una dolcezza danzante in corpo che ti fa quasi volare.
Ti sembra di non toccare terra quando cammini per strada dopo aver visto il film, di pesare di meno, di essere aerea e dotata di amore e altre sensazioni elevanti.

La La Land è fatto della stessa materia di cui sono fatti i sogni.

Credo che tutto il clamore, le valanghe di nomination agli Oscar, le aspettative da strapparsi i capelli si possano spiegare con la magia che infonde: La La Land è un incantesimo.

Siamo tutti sotto questo incantesimo e il mondo non è mai sembrato così a colori, così romantico e così orientato verso i sogni da quando questo film circola nelle sale e negli occhi della gente.

Perché poi, a ben vedere, la storia del film è semplice semplice, il classico binomio amore-sogni e come raggiungerli su sfondo hollywoodiano, un boy-meets-girl movie giovanile con un filo di nostalgia cinefila.
Per cui, se togliessimo il contorno non rimarrebbe nulla di nuovo, nessuna rivoluzione.


Ma è proprio quel contorno, che contorno non è affatto, ad avvolgere La La Land di un mantello originalissimo, di una qualche forma di stupore e di fermento bellissimi.
Con questo potere magico, fatto di musica jazz, di ballerini dalla coordinazione perfetta, di immaginario cinematografico all'ennesima potenza, di colori vivaci, una trama banale diventa una pezzo di cinema d'oro, di cinema vibrante.

E veniamo alla questione musical.
Sono una grande sbuffatrice quando si parla di musical, trovo sempre leziose e tediose quelle coreografie canore in stile Broadway. Non mi coinvolgono e divento sdegnosa.

Ma con La La Land le cose sono andate diversamente.

I momenti ballati e cantati sono in armonia con la parte dialogata del film, ma soprattutto sono uno spettacolo per gli occhi, una sinfonia sbarazzina e gioiosa di corpi lievi e di suoni godibili.
E sono un'invenzione del regista, che cita il passato ma non imita nessuno.
Emma Stone, con capelli, occhi e abiti dai colori accesi, e quel bonazzo di Ryan Gosling, elegante e sornione il giusto, insieme si incastrano, si slanciano, si sincronizzano con una grazia spettacolare e tu tip-tappeggi e fischietti con loro City of Stars e pensi che una coppia cinematografica così iconografica non la vedevi da tempo.
Se ci fosse un Oscar per la grazia questo film lo vincerebbe.


Emma e Ryan, lo sottolineo, sono i trascinatori danzanti e sognanti di questo piccolo miracolo. Non riesco a decidermi su chi mi sia piaciuto di più, se lei, con la sua essenza freschissima, il suo corpo esile e bianco e il suo gigantesco paio di occhi espressivi, o lui, con il suo pianoforte e il suo piano di vita, il suo completo elegante e il suo sedurre senza alcuno sforzo.
Nel dubbio, darei un Oscar a entrambi.


E veniamo al regista, il giovane Damien Chazelle, che mi aveva già dato la scossa con Whiplash.
In lui c'è un'energia elettrica in grado di rinnovare lo sguardo dello spettatore, nel suo stile c'è classe, cultura, ironia, studio eppure nemmeno un briciolo della sua giovinezza viene sacrificato da operazioni cinefile a tavolino o aspirazioni megalomani. Il suo La La Land trasuda impegno folle (quanto sarà stato difficile girare un film del genere?), ma anche divertimento, invito alla festa, solarità californiana.

Ripensando a La La Land mi è venuto in mente, chissà perché, Italo Calvino e la sua lezione sulla leggerezza:
"Nei momenti in cui il regno dell'umano mi sembra condannato alla pesantezza, penso che dovrei volare come Perseo in un altro spazio".

La La Land è un film con le ali che ci fa volare altrove e merita plausi planetari e piogge di statuette dorate per questo.

giovedì 26 gennaio 2017

Serie tv Netflix: 2. The OA

You're strange. I respect it.
Khatun, The OA
Di tutte le serie che avete visto nella vostra appartata vita da binge watchers abbonati a Netflix, The OA è senza ombra di dubbio la più bizzarra, la più fuori di zucca, quella più armata di strategie cattura-spettatore,strategie inusuali, in bilico tra stronzata colossale e pura genialità.

Sgomento, senso del ridicolo e meraviglia sono sensazioni che si provano tutte insieme guardando questa serie: non capisci, vuoi capire, ti viene da ridere, ti viene da commuoverti, ti sembra tutto una farsa, ti appassioni come non mai e provi un senso di marcia trionfale interiore nella bellissima scena finale.

Cosa hai visto? Di che si tratta? Cosa è successo? Perché?
Non lo saprai mai, ma tu questa serie la amerai con trasporto pieno e inspiegabile e ti sentirai paranormale.

Più o meno la vicenda è questa: una giovane donna, Prairie Johnson, che prima era cieca e che era misteriosamente scomparsa, ritorna dopo sette anni nella sua città natale con tutte le diottrie funzionanti e parecchio disagio, raduna quattro liceali e un'insegnante altrettanto emotivamente disagiati, racconta loro una storia surreale di rapimento e reclusione, li inizia a qualcosa di potente e incredibile, una dimensione altra che può essere aperta solo con una perfetta sinergia di movimenti. Una sorta di coreografia danzante dal potere (o dalla suggestione di potere?) inimmaginabile.
Ah, dimenticavo che Prairie si fa chiamare OA, acronimo di Original Angel (PA, Primo Angelo nella versione italiana), e non aggiungo altro.


Non sembra avere molto senso, no?
Tutti quei riferimenti ad angeli, portali verso dimensioni altre, limbi di pre-morte e viaggi non si sa bene verso dove e con quali mezzi di ritorno, tutta quella parte sperimentale con lo scienziato ossessionato da un progetto folle, quei macchinari agghiaccianti e tutto il resto tra fantascienza e sovrannaturale, straniscono lo spettatore e allo stesso tempo lo rendono attentissimo, in uno stato di vigilanza continua su come procede la storia, su come la materia senza nome e stranissima di cui è fatta The OA si muove.


La protagonista e coautrice della serie (insieme a Zal Batmanglij, che è anche il regista) Brit Marling (che avevo amato qualche anno fa in quello strano Another Earth), indipendentissima biondissima creatrice, merita uova in faccia o montagne di onori per questa invenzione, specialmente per la parte sulla danza dei cinque movimenti che raggiunge l'apice nella scena finale.

Le atmosfere di The OA sono cariche di stranezza, elementi sci-fi, grigiore di provincia americana e turbe psichiche adolescenziali alla Gus Van Sant, ma anche di bellezza onirica, bagliore cosmico e altre suggestioni spaziali alla Terence Malick.
Poi c'è qualcosa in più, di mai visto, che non saprei ben definire e che forse ha a che fare con l'aspetto etereo e alieno della protagonista, donna assai singolare che emana chiarore e tenebre.


Alcuni episodi durano 70 minuti, altri 30, ma Brit e Zal se ne sbattono della coerenza perché la loro creatura è stramba e trasversale.

Credo che questa serie possa creare due tipi di spettatore: l'ateo e il fedelissimo. Il primo farà "buuuuu", il secondo farà "woooow". Il primo proverà il fastidio dell'improbabile, il secondo la meraviglia dell'improbabile.

Io, dal canto mio, mi sento fedelissima e felice di aver preso parte ad una serie tv che è un rito magico, un esperimento mistico, un atto di fede, un'insensata messinscena di corpi danzanti e simultanei, una storia che nessuno di noi avrebbe mai e poi mai potuto generare. Non senza l'ausilio di droghe lisergiche almeno.

Se avete Netflix e non avete scelto di vedere The OA è inutile che avete Netflix.


lunedì 23 gennaio 2017

Il mio parere su Paterson


La dolcezza minimale di questo film io non so esprimervela a parole, dovreste vederlo e farvi cullare dal suo tutto fatto di niente, dal suo normale normalissimo ordinario che si fa metafisico e lirico.
Dal suo tempo reale che diventa surreale.


Paterson è un persona, una città, un concetto. È un ritorno all'essenza.
Jim Jarmusch ha spogliato il suo film di ogni accessorio e ne ha fatto un manifesto di normalità, la normalità speciale di chi sa gioire anche di poco, di un quaderno su cui scrivere poesie, di una vita di coppia amorevole, di una chitarra comprata su internet, del dormire abbracciati e di poco altro.

Un ragazzone (Adam Driver, per me sempre più giovane attore del cuore) che guida gli autobus e che fa Paterson di nome, che scrive versi tra un momento e l'altro della sua grigia routine, che vive a Paterson, contea di Passaic, New Jersey, la città di cui scrisse il poeta William Carlos Williams da lui tanto amato, la città in cui emigrò l'anarchico Bresci, la città delle Cascate di Passaic, fonte di ispirazione, luogo di riflessione.


Ad attenderlo sette giorni su sette a casa, sua moglie Laura (Golshifteh Farahani), eccentrica, creativa e amabilissima, con i suoi pattern a cerchi spennellati ovunque, pure sui cupcakes che cucina, le sue tenere prospettive di vita artistica, le dolci richieste e le dolci attenzioni.
Un quadro di amore semplice in cui non poteva mancare un cane, Marvin, spettacolo buffo e borbottante per tutta la durata del film, emblema perfetto di una vita regolare e regolata.


Paterson è la poesia nitida e spoglia delle piccole cose, di un pacchetto di fiammiferi descritto con attenzione su un taccuino, di parole lisce e asciutte che per qualche strano fenomeno sembrano bellissime e ricche. (Poesie scritte da Ron Padgett per il film).
Poesia d'amore
Abbiamo molti fiammiferi in casa nostra Li teniamo a portata di mano, sempre Attualmente la nostra marca preferita è Ohio Blue Tip Anche se una volta preferivamo la marca Diamond Questo era prima che scoprissimo I fiammiferi Ohio Blue Tip 
Paterson è un amore semplicissimo, in cui l'ovvietà anonima della quotidianità è sollevata da riti dolcissimi, da cenette romantiche e casalinghe, da parole di bene, baci e abbracci puliti, anche da un velo di tristezza e di isolamento, familiare a chi ha mai diviso la propria vita con qualcuno.

La routine è il pallore dell'esistenza, ma personalmente credo nella possibilità di colorarla, credo nelle ritualità che ognuno di noi ha e credo che la coazione a ripetere dei giorni sia anche un rifugio dalle incertezze sparse dovunque, un esserci quotidiano quando il tempo e i tempi minacciano di disgregarti, di disperderti.

Fare sempre le stesse cose. Angoscia e conforto.
Avete mai pensato che ci può essere bellezza e fiducia nella vita anche nelle solite stesse cose perché quelle cose sono nostre, sebbene sempre quelle?
C'è forse più poesia nelle cose semplici e nel comune e nella banalità che nel frastuono, nell'incalzante, nell'enorme. È più poeta un autista di autobus che un poeta .

Jarmusch ce lo fa sapere nel modo più delicato possibile e tu esci dalla sala in preda all'incanto, come sedato da una sensazione di buono e di umano familiarissimo, come fossi meno solo, meno fasullo, più capito, più amato, più poetico.

Un’altra Quando sei un bambino impari che ci sono tre/ dimensioni/ Altezza, larghezza e profondità/ Come una scatola da scarpe/ Più tardi capisci che c’è una quarta dimensione/ Il tempo/ Hmm/ Poi alcuni dicono che forse ce ne sono/ cinque, sei, sette…/ Stacco dal lavoro/ Mi faccio una birra al bar/ Guardo il bicchiere e mi sento contento

mercoledì 18 gennaio 2017

Il mio parere su The Founder


Il sogno americano eccovelo cucinato, fritto e servito espresso, nella sua incredibile perfezione, nella sua rampante realtà, vincente, spietato, meraviglioso, come questo film.
Un film che si fa divorare come un panino farcito, privo di sbavature, con una cottura perfetta e il giusto equilibrio tra vivacità e corposità.

Se vi siete mai definiti o sentiti imprenditori, capirete di non aver mai intrapreso e rischiato nulla vedendo questa storia di audacia e di sfida ostinata alla fortuna, di come un panino e delle patatine fritte divennero un'epopea trionfale dalla tinta giallo senape e rosso ketchup.


The Founder è il reale surreale che si fa grande vicenda cinematografica ed è una meravigliosa, brillante, mattatoriale occasione di conoscere la storia un colosso come McDonald's e chi c'è dietro questo trionfo mondiale di cibo rapido e dozzinale, dietro un concetto tutt'altro che dozzinale.

I veri fratelli McDonald, Dic e Mac (bravissimi Nick Offerman e John Carrol Lynch nell'interpretarli), con il loro adorabile e ben poco ambizioso fast food di San Bernardino da cui tutto è iniziato, non sono nessuno in questa vicenda, sono due cetriolini (!); il vero portento, lo squalo, l'inventore di sogni color dollaro è solo uno, Ray Kroc, l'homo faber fortunae suae per eccellenza, il mirabolante founder, il voracissimo ratto-mangia-ratto.

Signor nessuno dell'Illinois, rappresentante poco fortunato, Kroc viene folgorato sulla via del tabasco (ahahah, ok, chiedo scusa!) dall'idea similfordiana dei due fratelli e non riesce a togliersela più dalla testa.
Quella bontà, quella velocità, bisogna monetizzarle. Subito.


Perseveranza è la parole chiave. Ottimismo di qualità americana, lungimiranza, una discreta dose di follia e un pizzico di cattiveria, le altre chiavi per la porta del proprio innalzamento economico ed esistenziale.
A ben vedere più di un pizzico di cattiveria, perché nella corsa imprenditoriale di Kroc non c'è molto spazio per l'etica, e la libera concorrenza è fin troppo libera. Libera di impadronirsi perfino di un nome perché più elegante e rassicurante del proprio.

Il sogno americano di qualcuno che diventa incubo per qualcun altro.


Michael Keaton è un portento, dalla prima all'ultima scena non smette un attimo di furoreggiare, sedurre, esplodere, ammiccare e vederlo così carico, così splendente dopo l'ingiusta eclissi è uno spettacolo doppiamente gratificante.
Ricopritelo di Oscar o anche solo di recensioni maestose perché è un grande dono ritrovato per lo spettatore. Il suo Ray Kroc è una bomba dalla carica esplosiva ad aumento graduale, un climax perenne. Corpo e corporation diventano un tutt'uno.


Il regista John Lee Hancock l'ho conosciuto con Saving Mr. Banks, storia di una determinazione letteraria dal tocco piacevolissimo e con The Founder si conferma abile narratore di vite straordinarie, di quel tipo di storie vere che fanno sembrare i sogni più vicini, più fattibili.

L'American Dream anni '50 è sempre materia cinematografica viva, soprattutto quando è sorprendente palingenesi, quando la storia di un venditore qualunque di mixer per ristoranti qualunque diventa la storia di un'intuizione e di un innamoramento per essa.
Storia di panini e di occasioni addentate con ferocia, storia di un'America che fu e che oggi appare mitologica, Paese della possibilità di ogni cosa, del pensare in grande, del fast food che non ruba tempo all'azione, dell'istantaneità del frappè e delle occasioni.


Insomma, se non si fosse capito, The Founder è un film imperdibile.
Su, andate a vederlo, veloci veloci come la consegna di un'ordinazione da McDonald's.

lunedì 16 gennaio 2017

Serie tv Netflix: 1. The Crown

(Netflixata ufficialmente anch'io da qualche giorno. Piccolo esaltante investimento. Chi ha più bisogno del mondo esterno? Chi vuole più la primavera? Nella dimensione Netflix c'è sempre la giusta compagnia, la giusta temperatura. Netflix è conforto, è copertina, è tisana, è focolare televisivo sempre acceso. Il genere umano è assai meno coinvolgente e non gli puoi aggiungere i sottotitoli quando non lo comprendi.)

Ladies and Gentlemen, iniziamo questa nuova rubrica rosso Netflix fiammante con The Crown, di cui avevo già accennato qualcosa qua.


Amore, amore e ancora amore. Inchini e ammirazione.
Per tutto.
Per la cura millimetrica dei dettagli, per la narrazione priva di sbalzi e impazienza, per la recitazione devota di ogni attore, per le atmosfere intrise di storia ufficiale e di normalità domestica, per il sontuoso e dispendioso dispiegamento di mezzi che ne ha fatto il prodotto Netflix più importante, per la regia elegante e osservatrice, una regia che non viene fagocitata da ciò che si propone di narrare, ma gestisce il vastissimo insieme senza dimenticare le cose più piccole, più intime, le rifiniture espressive ed emotive.

Siamo in presenza di una serie d'atmosfera, ammantata di lentezza analitica, di una progressione calma dentro la singola puntata e nel running plot completo, pertanto chi non ama il genere o chi ha sonnecchiato durante Downton Abbey, potrebbe non apprezzare questa corona così (apparentemente) pacata.

Per tutti gli altri c'è un mondo meraviglioso da scoprire, da osservare, ci sono scene che sono doni estetici e e ci sono attori pregiatissimi che bucano lo schermo.

Il Winston Churchill interpretato da John Lithgow, gibboso, stanco e vecchissimo, primo ministro dell'ostinazione e dell'inflessibilità, borbottante, claudicante, è una figura a tutto tondo, indimenticabile, accuratissima, forse la più riuscita di questa prima stagione.


La protagonista, Claire Foy, che ha in testa anche la responsabilità attoriale della corona, merita un'incoronazione reale per il talento: compita, serissima, inflessibile, ha uno sguardo potente in grado di comunicare trasversalmente ciò che non può far trapelare direttamente. Umanissima, semplice, bella, la regina della porta accanto e insieme la gloriosa, lungimirante, ammirata Sovrana.
Lilibet va e viene mentre Elizabeth II si instaura dentro di lei.


Protagonista assoluta in The Crown non è a ben vedere la regina Elisabetta II, ma la Corona stessa, fonte di scelte, direzioni e decisioni dalla portata decisiva sia fuori che dentro, nel macro e nel micro, oggetto e concetto di grande serietà, di enorme pesantezza.

Chi immagina reami favolistici e immersioni in privilegi di oro zecchino rimarrà con le tasche vuote, perché The Crown mostra il peso e non lo splendore dorato, narra di una responsabilità, di una missione, e ben poco dei benefici, della fortuna.

C'è discrezione, c'è formalità, c'è ritualità e ci sono tutte le piccole invisibili fratture di questa sistema disumanamente ineccepibile.
Non c'è marito, sorella, passione, necessità familiare, che possa essere anteposta alla Corona. Il potere decisionale è interamente suo.
Di tanto in tanto fanno capolino gli interessi piacevoli, gli amatissimi cavalli e le loro corse, ma il resto è dovere, Regno Unito, Commonwealth e prassi politica.

Sono gli altri a farsi travolgere da ciò che non è istituzione, come Margaret, sorella minore di Elizabeth, innamorata del colonnello Peter Townsend, ampiamente ricambiata, esplosione vivente di entusiasmi, lacrime e anticonformismo.
Sapete tutti come andrà a finire e ancora una volta vedrete la Corona irrigidire e poi incrinare le dolci promesse, le possibilità di apertura, i patti di sorellanza.


E lo stesso vale per Filippo, marito inespresso, nascosto, che chiede spiazzato ad Elisabetta: "Are you my wife or my Queen?".

Dal matrimonio con Filippo di Edimburgo nel 1947 alla crisi di Suez del '55, questa prima stagione vi permetterà di ripassare qualche pagina di storia, di aggirarvi fra dimore raffinate e stanze bellissime, di guardare al microscopio la vita di una regina esordiente, di decidere insieme a lei e di immaginare che siate voi al suo posto.

Ecco, The Crown è una serie magnifica perché consente di capire almeno in parte il potere e di spiarne le dinamiche, da quelle mitiche a quelle pratiche. È un tour con pass al collo dentro e fuori il cuore della Corona inglese e il cuore di una Regina. Il tutto con esattezza e cura sorprendenti.

Amanti della Royal Family, della britishness, dei pembroke corgi, delle saghe familiari e degli alberi genealogici regali, degli amori soggetti a vincoli, delle storie di potere e responsabilità del potere, degli ambienti retrò ed eleganti, non troverete regalo più accurato in giro.
Questa corona è dedicata a noi.

God Save Netflix.

Consiglio: guardatela in lingua originale per apprezzarne integralmente il purissimo spirito inglese.

giovedì 12 gennaio 2017

Il mio parere su Miss Peregrine - La casa dei ragazzi speciali


Tim Burton, qualcuno trovi Tim Burton, che fine ha fatto Tim Burton, aridatece Tim Burton, e altre cose da nostalgici di quel darkettone romantico di un eccentrico regista californiano che tanto abbiamo amato.
Mi dico sempre di smetterla con le smancerie legate a ricordi burtoniani anni '90 e di aggiornare la mia prospettiva, ma non sempre ci riesco.

Quando ho saputo di questo film a base di peculiar children e signore dark che se ne prendono cura, mi sono detta che sarebbe stato il terreno perfetto per Tim Burton e per il suo malinconico dispiegamento di freak e anomalie dotate di cuore, mi sono immaginata un connubio oltremodo promettente e goticheggiante.

Ahimè, qualcosa è andato storto perché Miss Peregrine - La casa dei ragazzi speciali non è un film speciale né un Tim Burton all'ennesima potenza, ma solo un film carino, che si lascia guardare bene.
Niente di nuovo, qualche spia stilistica che fa sentire a casa chi ama Burton, copiose incursioni in filoni che non vedo adatti all'estro peculiare del regista, alla sua indipendenza creativa.

È un film per ragazzi ben fatto, di alta qualità, ma appunto per ragazzi e come tale più incline all'intrattenimento che all'approfondimento, all'avventura più che all'introspezione
Intrattiene benissimo infatti, ma chi si aspettava qualche tocco di genio narrativo burtoniano, un'estetica più indipendente, un inno più estroso e profondo alla diversità, rimarrà deluso.


Non so come sia il romanzo omonimo di Ransom Riggs da cui il film è tratto, se la parte young prevalga così nettamente sulla parte adult, ma certo è che il film ha una vocazione fanciullesco-favolistica-computerizzata che fa venire in mente altro rispetto alla dimensione classica di Burton.

Ci ho visto tanto Harry Potter dentro e anche richiami al filone del supereroismo, agli X-Men che qui sono X-Kids altrettanto marvelianamente superdotati, ci ho visto Tim Burton che cita cose di Tim Burton, ma poca vena burtoniana autentica e fresca, lievissima la sua impronta autoriale.

Nemmeno nel recente Big Eyes c'era un'autorialità netta e l'estro di Burton andava e veniva, ma la storia (vera) paradossale alla base del film Burton l'aveva completamente sposata, a modo suo.
In Miss Peregrine invece si fa dominare dal progetto, dalla produzione, dallo schema standard dei film commerciali per ragazzi.

Il più grave difetto di Miss Peregrine è secondo me la messa a fuoco, l'approfondimento dei personaggi.

Io di Miss Peregrine volevo sapere tutto, volevo che mi fosse narrato di più della sua identità nera e magica, e invece l'approfondimento è minimo e quella meravigliosa creatura di Eva Green sprecata.
Quella casa del titolo avrei voluto poterla esplorare meglio, scoprirne le strambe dinamiche, l'insolita quotidianità, tutto la sua natura weird e difforme. Era così che l'avevo immaginata.


Anche dei ragazzi speciali avrei voluto vedere e sapere di più, uno show di amabili stranezze era quello che mi aspettavo. Che fine ha fatto la bizzarria di Burton? La sua narrazione dell'insolito?
Sproporzioni, poteri, diversità fisica, meraviglie da amare per la loro peculiarità, quanto di più avrebbe potuto incantarci? E commuoverci?


Ma basta con le vane domande. Veniamo alle affermazioni (e alle negazioni).

L'avventura nel tempo, la storia del loop temporale che sembra una versione per ragazzi di un'idea di Nolan, le creature che mangiano occhi e che sembrano enormi Jack Skeletron dinoccolati, Samuel L. Jackson in versione scienziato pazzo senza pupille, è tutto molto bello da vedere, gli effetti speciali meritano sommi inchini di questi tempi.

Ma la melanconia poetizzante, i pallori e le tenebre interiori, la parte umana, il coraggio di aggirare i canoni blockbuster e di proporre una visione personale, peculiare, vengono meno.

D'altra parte, se cercate l'intrattenimento puro, Miss Peregrine - La casa dei ragazzi speciali vi piacerà.