mercoledì 23 maggio 2012

I Love Books: 27. L'assassino cieco



Ho appena finito di leggere L'assassino cieco della grandissma scrittrice canadese Margaret Atwood, e sono felice perché ne ho tratto godimento dalla prima all'ultima pagina. Che romanzo, che scoperta!
La Atwood ha una scrittura incantevole, in cui ogni parola si adagia perfettamente e dolcemente sull'altra creando frasi, periodi, descrizioni così belle e vibranti da volerne centellinare la lettura, da volerne ripetere l'effetto più volte con un moto di incantata soddisfazione.

La vicenda narrata si dipana su due livelli che si alternano fra loro: da una parte il racconto dell'ottantaduenne Iris Chase, erede di una ricca dinastia canadese, che rievoca il passato e le sue vicende familiari sullo sfondo dei grandi eventi storici del '900; dall'altra parte gli stralci di un misterioso romanzo dal titolo "L'assassino cieco" scritto dalla sorella di Iris, Laura, morta suicida.
Il tutto inframezzato da lettere e articoli di giornale che sembrano confondere ulteriormente i piani narrativi e le idee del lettore ma che hanno una loro chiarezza finale.

Per me è stata una lettura mozzafiato, avvincente, elegante e nonostante la struttura duplice e l'intrecciarsi dei livelli, non ho fatto fatica a tenere il filo dell'intreccio e non ho mai provato un senso di disordine snervante.
Entrambi i piani sono interessanti e coinvolgenti e rendono il romanzo ricco, ampio, multisfaccettato, un prisma cangiante di saga familiare, noir, romanzo storico, romanzo di denuncia sociale, fantascienza distopica...

Non c'è da temere però, non è un calderone dove la scrittrice ha rovesciato a casaccio stili e storie, ma è un congegno perfetto e raffinato che non straripa nemmeno per un attimo e non perde mai il controllo, un gioiello che brilla da qualsiasi prospettiva lo si guardi.

Difficilmente mi toglierò dalla testa i personaggi di Iris e Laura, due sorelle estremamente diverse, due invenzioni letterarie dotate di anima e respiro, due figure di donna cesellate dall'autrice fino a farne qualcosa di vivo e incredibilmente percepibile dal lettore.

Pochi autori riescono a creare romanzi così vivi e tecnicamente impeccabili, così godibili e accurati; Margaret Atwood (che con questo libro nel 2000 ha vinto non a caso il Booker Prize e il Dashiell Hammet Award) è una di loro e ora che l'ho scoperta non potrò più farne a meno!

La scrittrice Margaret Atwood, mio nuovo mito!

La copertina originale è bellissima

martedì 22 maggio 2012

Il mio parere su Dark Shadows


Non so se riuscirò a contenere l'entusiasmo dentro il piccolo box di questo post perché Dark Shadows mi è piaciuto oltre ogni aspettativa, tanto che stamattina al risveglio ci pensavo ancora col sorriso sulle labbra e una piacevole sensazione di frivolezza in circolo nel mio corpo.
Mi sono divertita come non mi capitava da tempo davanti al grande schermo, ho riso forte, di quelle risate che risuonano in sala all'unisono e per un bel po' di tempo dopo la battuta.

Di base amo Tim Burton, è stato sempre uno dei miei registi preferiti, con quella cifra stilistica così marcata e riconoscibile, quel misto di fascinoso gotico e fantasia infantile, di orrore stiloso e di favola romantica. Ultimamente mi aveva un po' deluso, mi era sembrato più "industrializzato" e meno folle, meno Tim Burton insomma o forse troppo la caricatura di Tim Burton.
Con questo film mi ha riconquistata in un istante!
Dark Shadows è a mio avviso un film poco "timburtoniano" in senso classico o meglio, è "timburtoniano" ma in modo nuovo, diverso. Ha una componente grottesca molto marcata e un lato dark più frivolo e smorzato; la favola gotica rimane ma diventa qualcosa di macchiettistico e scanzonato.
Anche la colonna sonora è la meno "dannyelfmaniana" di sempre, dato che i motivetti incantati e misteriosi del grande maestro lasciano spazio a sonorità molto seventies e frikkettone, a tratti glam rock (vedi la presenza della "signora" Alice Cooper ahahah!).

E poi, che dire di Johnny Depp nel ruolo del vampiro Barnabas Collins? Uno spettacolo pallido dai modi vittoriani adorabilmente demodè, un elegante e distinto succhiasangue dalle dita lunghe e dal linguaggio forbito, un miracolo di mimica e gestualità, una nuova imprenscindibile icona del cinema di Tim Burton.
Ho adorato il romanticismo violento e spinto che anima il film, l'idea del possesso e del sesso che lo agita, così lontano dai canoni seducenti ma freddi e composti del filone vampiresco classico.
In Dark Shadows il raffinato vampiro inglese è calato nell'America degli anni '70, nel suo entusiasmo per i colori, la musica, la psichedelia, la filosofia peace&love; il processo di adattamento a tale variopinta cultura è quanto di più assurdo possa esserci per uno che vive all'ombra e in una mentalità black&white con tocchi di rosso. La risata è quindi assicurata.

Eva Green nel ruolo di Angelique, strega cattiva oltre ogni dire, è perfetta, una bambola da film dell'orrore con i tratti della vamp.
Tutta la combriccola dei Collins poi è leggendaria, una sorta di famiglia Addams stramba e pittoresca in cui ogni personaggio ha un tratto distintivo, una sua caratterizzazione forte, grazie anche ad attori azzeccatissimi, dalla giovane rivelazione Chloe Moretz alla sempre eccentrica Helena Bonham Carter.

Dopo quella caramella disneyana nauseante che era Alice in Wonderland, Tim Burton ritorna con stile e voglia di rimettersi in gioco in un'altra direzione, con la capacità di strafare, di osare, di staripare in un magnifico miscuglio di kitsch, soap opera, vampiresco, grottesco, romantico e, più di ogni cosa, comico.

Se di solito i suoi film vi hanno cullato in una malinconia romantica che flirtava con la morte e l'oscurità, Dark Shadows vi mostrerà cose oscure e mefistofeliche ma in modo esilarante e irriverente, perfino solare; vi farà ridere sul serio e piazzerà i suoi canini da film d'intrattenimento sul vostro collo da spettatore ipnotizzato e felice.