lunedì 8 agosto 2016

NullaDiPreciso goes on holidays


Facciamo che abbassiamo per un po' lo schermo del pc, anche lui fiacco e surriscaldato, ci tuffiamo in un qualsiasi tipo di mare (per me, anche questa estate, un po' Mediterraneo-siculo e un po' Adriatico-marchigiano), ci insabbiamo il corpo e le idee, ci lasciamo intorpidire e rinvigorire dalla potente solarità di agosto, sempre ricoperti di SPF 50 o 30, ci portiamo dietro mille libri di cui ne leggeremo mezzo, facciamo come i protagonisti di Moonrise Kingdom, liberi e danzanti sulla spiaggia, e ci rivediamo fra qualche settimana, ristorati, con un tipo di pallore molto meno medioevale e forse già con qualche pensiero autunnale in testa...

Buone vacanze, a presto <3

giovedì 4 agosto 2016

I Love Books: 125. Via col vento


Dunque, da dove inizio?
Direi dal dato di fatto più rilevante a fine lettura e cioè che Via col vento è un meraviglioso-sontuoso-grandioso romanzo, è un mondo, una filosofia di vita, un'avventura a più livelli.
Il suo corpus è così vasto, corale, stratificato che non si sa da dove iniziare nel tesserne le lodi.

Partiamo dalla considerazione più pratica e cioè dal fatto che le 1104 pagine di un tomo la cui massa indolenzisce il polso sembrano spinte da un vento frenetico e leggero, scivolano fra le dita senza attrito o frenate soporifere.
Non perché siamo in presenza di un romanzo facile, "estivo", ma perché siamo in presenza di un romanzo incredibilmente vivo, attraversato da correnti emotive ed esperienziali ininterrotte che inglobano il lettore in un mare magnum impetuoso.
Non temetene la mole: è una giostra mastodontica, ma non si ferma mai.

In secondo luogo, scordatevi la pomposa retorica del "domani è un altro giorno", del "francamente me ne infischio", tutta quella melassa sinfonica legata al filmone di Victor Fleming (che a dire il vero NON HO MAI VISTO. Incredibile, inverosimile, ma vero) e alle sue simbologie sentimentali, tutte quelle frasi e scene passate alla storia, precedute da una fama forse un po' banalizzata, sicuramente stereotipata, la stessa fama che mi ha tenuto lontana da Margaret Mitchell per decenni.

Il romanzo è molto più autentico, un'esperienza intensissima, vasta quanto i campi di cotone della contea di Clayton in Georgia, un perfetto alternarsi di atmosfere sensoriali e di concretezza storica, di immersioni paesaggistiche e di tumulti prebellici/bellici/postbellici, di micro e macrostoria, di ampia analisi della civiltà americana e di prospettiva sudista, di sentimenti e di risentimenti, di ambizioni e di costrizioni, di dramma e di ironia...

Mi aspettavo un polpettone melò, una compostezza romantica con morale buonista, invece tutto il romanzo è attraversato da un'energia cinica e irriverente, la stessa che anima la protagonista Rosella O'Hara, antieroina, antiromanzesca, antipatica, per quel che mi riguarda un idolo, un tipo di donna letteraria tardo-ottocentesca che non ti aspetti, con difetti così enfatici, pecche morali così lucide che ne fanno qualcosa di spietato e di divertente insieme, una stronza da picchiare con un'etica opportunista che ti conquista.

Il cinismo di questa donna mi ha divertito oltremodo, la sua verve inesorabile, la sua rude onestà, il suo senso pratico ai limiti del disumano, caricano le pagine di personalità, di sincerità.
"Perché Dio ha inventato i bambini?" pensò ferocemente nel momento in cui si storceva una caviglia. "Una vera calamità: inutili, sempre fra i piedi, sempre a piagnucolare, sempre bisognosi di cure!".
Ditemi dove la trovate una giovane donna più dura e schietta di lei, così outsider nell'essere moglie, madre, figlia della sua epoca. Io la a-m-o!

Ma Rossella non è solo questo, solo occhi verdi da gatta, pelle di magnolia, capricci ed egoismo a profusione: è anche la struttura portante del romanzo e dei personaggi che lo abitano, è la forza motrice di tutta la grande carovana umana bianco-nera di Via col vento, forse è lei stessa quel vento, così poco docile e così forte.
Rossella è un'equilibrista del vivere, una che di fronte al terrore dell'incerto che la guerra ha seminato ovunque, reagisce praticamente, senza alcuna speculazione vittimistica, senza perdere la bussola dell'intraprendenza.

Lei che ama la sua Tara, con la sua lunga strada rossa che va dalla collina al fiume, i suoi campi con i verdi germogli di cotone, la sua aria e la sua luce, al punto da volerla ricostruire, reinventare.

Lei che si rimbocca le maniche, escogita, si dà al commercio in barba ai benpensanti tradizionalisti, all'immobilità di certi ruoli e di certe menti.
Tara era il suo destino, la sua lotta, e doveva vincere.
E poi c'è Rhett Butler, sprezzante antieroe, perfetta controparte maschile di Rossella, come lei tendente all'empietà, alla sfida sociale, all'interesse personale. Un impudente patentato che si ama e si odia con identico trasporto.
«Vi amo, Rossella, perché ci somigliamo tanto; rinnegati, tutti e due, e profondamente egoisti. A nessuno di noi due importa che il mondo vada in rovina, purché noi ci salviamo.»
Rhett il sardonico, che con le sue beffarde provocazioni fa la guerra all'ego di Rossella, lo solletica e lo demolisce senza soluzione di continuità, fino alla fine del romanzo e anche oltre.
No, cara, non vi amo, come voi non mi amate; e, se vi amassi, sareste l'ultima persona a cui lo direi. Dio salvi l'uomo che vi ama davvero. Perché voi spezzereste il suo cuore, tesoro, da quella gattina perversa e crudele che siete, così incurante e sicura che non si prende neanche il disturbo di nascondere i suoi artigli.
E intanto gli yankee fanno guerra civile agli schiavisti del Sud, una guerra il cui orrore non è mai sfondo nel romanzo, ma parte integrante e vivissima dell'esistenza di ogni personaggio, di chi combatte e muore, di chi combatte e torna, di chi aspetta, di chi scappa, di chi ha fame, di chi spera.

Quante vicende, quante situazioni, quanti ostacoli e sempre, in ogni avversità, quando la crisi vorrebbe dominare ogni cosa, c'è la supereroina antieroica Rossella O'Hara, coraggiosa, audace, ferina, che trascina, mette in salvo, escogita, con una straordinaria dose di egoismo altruista.
Sempre più stanca, sempre più forte.

Rossella, l'ossimoro vivente, dura e fragile, egocentrica e dedita a suo modo a chi le sta accanto, distruttrice e salvifica, il peso dell'oggi e la speranza del domani.

Duplice modo di essere, così come duplice è il punto di attrito di tutta la sua vita: da una parte Ashley Wilkes, tiepido, frenato, grande amore impossibile di sempre, dall'altra parte la moglie di lui, Melania, bonaria, buonista, buonissima creatura, che Rossella odia eppure protegge sempre, che ama inconsciamente pensando di detestarla immensamente.

Quanti sentimenti contrastanti, quante certezze ostinate e quanti ripensamenti fulminei su queste due persone: insieme a Rhett, sono loro le spinte costanti e contrastanti di Rossella e della sua rocambolesca vicenda.

E ovviamente la casa bianca di Tara, picco assoluto di geografia sentimentale, dove tutto inizia e dove tutto, in un modo o nell'altro, deve continuare. Perché (me la concederete un po' di retorica a fine post!):
Dopotutto, domani è un altro giorno.

Margaret Mitchell vinse con Via col vento il premio Pulitzer nel 1937

martedì 26 luglio 2016

Il mio parere su Ave, Cesare

"Questo è l'ultimo film dei fratelli Coen che vedo!". Mi son detta così a fine film in preda ad un mix di tedio, frustrazione e irrequietezza da tempo sprecato.

C'è da dire che non sono mai stata una fervida sostenitrice dello stile Coen e che il loro precedente film A proposito di Davis lo considero uno dei più noiosi di sempre, ma, gusti personali a parte, credo che siamo tutti oggettivamente davanti ad un epic fail, ad un motore-ciak-azione in cui l'azione è sostituita dalla citazione.

Seriamente, che razza di idiozia è Ave, Cesare?

Aspettative nella mia testa: un film satirico e irriverente sul making of di un colossal storico-biblico anni '50, grottesco sì perché i Coen sono così, ma avvincente.

Realtà: quasi due ore di noioso andirivieni dentro e fuori un teatro di posa hollywoodiano, la sensazione di una sceneggiatura informe, di un'idea stentata, disorganica, di una serie di spunti e riferimenti cinefili, politici, storici che non riescono a sostenere l'insieme.
In altre parole una boiata soporifera, un po' nostalgica un po' critica, travestita da commedia nera intellettuale.


I Coen conoscono perfettamente la storia del cinema, giocano con questa conoscenza e si divertono a citare generi e codici, a inquadrare con sottile arguzia le falle, le beghe e le assurdità di un sistema gigante e complesso come quello dell'industria cinematografica d'epoca, ma il lato ludico del film è solo per loro, è un esercizio stilistico che poco si cura del ritmo e della compattezza dell'intreccio.

La trama in parole povere è questa: c'è Eddie Mannix (Josh Brolin) che deve risolvere problemi h24 e mandare avanti la baracca della Capitol Pictures (che nella realtà è la MGM), c'è uno star system piuttosto sui generis alle prese con situazioni bizzarre, tipo Baird Whitlock (George Clooney), impegnato sul set del peplum biblico Ave, Cesare, che viene rapito dai comunisti.
Poi c'è un'attrice che aspetta un figlio non si sa bene da chi, un attore di film western che recita da cani, ecc.

Detta così sembra una cosa dinamica, una botta di energia corale, per me invece manca proprio la capacità di trasporto e la brillantezza.

Tutto molto bello, per carità, certe scene come quella del musical in puro stile MGM con Channing Tatum, o quella acquatica e coreografica con Scarlett Johansson sono piccoli gioielli visivi, ma non basta questo per generare coinvolgimento, per riempire i buchi narrativi.


Cos'è Ave, Cesare per i fratelli Coen? Probabilmente un divertissement, una dichiarazione d'amore e/o di nostalgia per un determinato tipo di cinema colossale e madornale, una caricatura in cui il grande sogno che da sempre è il Cinema sposa il kitsch e il ridicolo, quattro passi scanzonati fra le tipologie di film più in voga negli anni '50.

Cos'è Ave, Cesare per me? Mi verrebbe da citare ancora una volta Il secondo tragico Fantozzi e la Corazzata Potemkin, ma dirò questo: è un collage di citazionismo (che poi io amo le citazioni, ma non quando sono così poco funzionali), un calderone di spunti amalgamati male tra di loro, un film che voleva essere divertente (voleva davvero esserlo?) e che a me è sembrato fiacco, fastidiosamente stravagante.

E niente, i Coen, definitivamente, non fanno per me.


martedì 19 luglio 2016

Il mio parere su Perfetti sconosciuti



Perfetti sconosciuti mi è piaciuto proprio tanto, è un film sagace e sensibile come non mi aspettavo.
L'avevo lasciato andare per abitudine al disinteresse verso certa cinematografia italiana pop, ma poi ne ho sentito parlare bene e sono andata a cercarlo una sera d'estate.

Non è la solita disamina composta e buonista di amore, sesso e bla bla bla, ma un sottile e teatrale gioco di performance, un'arena ora comica ora drammatica dove la verità si spoglia e la tensione cresce a dismisura.

Paolo Genovese piazza delle pedine e ci gioca davanti allo spettatore, divertendolo, incuriosendolo, agitandolo, con la giusta furbizia e una lodevole intraprendenza nella costruzione dell'intreccio e nell'uso della parola.

Sette amici di vecchia data, tre coppie sposate e uno (pseudo)scapolo, un'abbondante cena a casa di due di loro, un gioco proposto per caso e diventato imposizione, la perdita di controllo, di contegno, di ritegno.
Fuori c'è un'eclissi di luna e dentro un reciproco e spietato puntarsi contro i riflettori, conoscersi e disconoscersi.

Le bugie lunghe una vita o anche quelle recenti, le falsità, le zone d'ombra transitano nell'aria sempre più pesante e vengono prese all'amo, una per una, dalla più innocua alla più dolorosa.


Chi viene messo alla berlina, chi viene messo in luce: tutti sono messi male.

Il breve richiamo sonoro proveniente dai telefonini, quell'irresistibile necessità di cliccare, aprire, far scorrere dita su schermi luminosi per svelare l'istantaneità di un messaggio, è un canto di sirene, una necessità spasmodica, è una delle forme più attuali dell'esserci.

Sono sempre innocui inviti a calcetto nel gruppo di whatsapp o mail di lavoro o notifiche prive di conseguenze quelle che sputano fuori gli smart phone di questa gaia combriccola o c'è dell'altro?
E se ci fossero di mezzo tradimenti, segreti hot o segreti complessi?


Le relazioni contemporanee possono essere così esposte al pubblico ludibrio, possono avere così punti deboli e zone di smascheramento nella dimensione ipersocial in cui viviamo.
Basta un beep rubato o uno scambio di identità telefoniche per perdere ogni forma di credibilità.

Perfetti sconosciuti parla di questo, lo fa con modalità teatrali e verosimiglianza talora debole, ma fa riflettere, fa sorridere, invita all'osservazione psicologica di questi fragili animali tecnologici che sono i protagonisti, che siamo noi, così evoluti e così dipendenti da oggetti totem portatori e detrattori di vita.

Ho pensato spesso a Carnage vedendo il film, a quel tipo di massacro relazionale in un interno borghese che parte con le migliori intenzioni sociali e si trasforma piano in un ring di sospetti e di dichiarazioni ad impatto sismico.


Gli spostamenti sono ridotti al minimo anche qui, il campo da gioco/di battaglia è intorno ad un tavolo, la scena non cambia, ma non mancano colpi di scena, colpi al cuore specialmente per quel che riguarda il personaggio interpretato da Giuseppe Battiston. Il suo monologo/dichiarazione a fine film mi ha molto commossa.


Gli attori di Perfetti sconosciuti sono i nomi migliori del nostro attuale panorama cinematografico leggero e sono tutti molto bravi, perfetti nel passarsi la palla o la patata bollente, nel creare una geometria perfetta di botta e risposta, di azione/reazione, nel dare l'idea di una comitiva affiatata ma anche avvelenata.

Insomma, un film davvero piacevole, che ha le modalità intriganti del gioco, le nevrosi di una terapia di coppia, la scrittura precisa ed elegante di una pièce teatrale, la capacità insolita di essere brillante ma anche cupo, commedia e anche, ironicamente, tragedia.


giovedì 14 luglio 2016

I Love Books: 124. Lamento di Portnoy


Di Philip Roth non ne ho mai abbastanza. Mi sento ripiena di rigurgiti di intolleranza, rabbia e passione da tragedia greca dopo ogni suo libro, sento la mia mente provocata e pungolata fino allo stress, eppure trascorso l'intervallo di qualche altra lettura di ben altro genere (bisogna nutrirsi di un po' di tutto in letteratura), ritorno a scegliere lui.

Lamento di Portnoy lo attendevo da tempo ed è stato esattamente come lo immaginavo: un concentrato del Roth più irriverente, audace, a tratti depravato.

Il manifesto sboccatissimo di uomo in analisi che nel rievocare il passato e nel raccontarsi senza filtri, vomita sul lettore una valanga di problemi, di perversioni, di situazioni tragicomiche.
Sesso, ebraismo, famiglia, conflitti genitori-figli, solite eterne questioni enormemente irrisolte in Roth.

Di base non sono una puritana e non mi sconvolge il turpiloquio, eppure stavolta ho sentito il mio senso del pudore bendarsi gli occhi e tapparsi le orecchie di fronte a tutto quel parlare di seghe, penetrazioni ed eiaculazioni sfuggite al controllo della voce narrante.
Questa giostra esistenziale a sfondo ampiamente sessuale e assolutamente priva di lirismo, alla lunga mi ha infastidito e non perché ho una pruderie vittoriana, ma perché mi è sembrato tutto una ripetizione e una coazione a ripetere. La stessa solfa ninfomane declinata in tutte le forme e a tutte le età.

Già, forse per la prima volta mi sono un po' stancata di Roth, o forse per la prima volta non l'ho riconosciuto o l'ho riconosciuto in maniera diversa dal solito.

Questo Roth così osceno è una versione esasperata e monotematica del Roth certamente fissato col sesso e l'ebraismo che ho già letto, ma anche travolgente e profondo come pochi, quel Roth grande sobillatore dell'animo umano, l'anti-pastorale per eccellenza.

L'Alex Portnoy che dà il titolo al romanzo, mi è alla fine sembrato patetico, un segaiolo ninfomane col complesso d'Edipo e altri mille complessi per lo più di derivazione ebraica che si lamenta, si mette a nudo fino alla perdita di contegno.

Esasperante, ma anche esilarante.

Certamente un personaggio indimenticabile, nel bene e nel male.

Certamente una veduta necessaria nel vasto panorama della produzione rothiana (che piano piano farò tutta mia), un'opera estrema per forma e contenuto che si deve assolutamente leggere.

Si tira spesso in ballo il mio grande amore Woody Allen quando si parla di Lamento di Portnoy, le tematiche care a Roth sono difatti simili a quelle che Allen trasforma in cinema da anni, ma la leggerezza di Allen, quel suo riderci su, quel suo rispondere ai problemi con la goffaggine, in questo romanzo non c'è a mio parere.
Siamo più sull'autocompiacimento tragico, sull'esplosione seminale, mentale, psichica di un individuo seriamente compromesso.

Le occasioni per ridere però non mancano:
Come riescono ad essere disgustosi gli esseri umani! Io disprezzo gli ebrei per la loro ristrettezza mentale, per l'ostentazione della loro rettitudine, per l'incredibile, bizzarra pretesa di quei trogloditi dei miei genitori e parenti di essere qualcosa di superiore...ma quando si tratta di pacchianeria e ostentazione, di credenze che farebbero vergognare persino un gorilla, è praticamente impossibile raggiungere i livelli dei goym. Che razza di rincoglioniti da quattro soldi sono costoro per adorare un tizio che, primo, non è mai esistito e, secondo, se è esistito, a giudicare da quel quadro era senza dubbio La Checca della Palestina.
Basta con Dio e tutta questa spazzatura! Abbasso la religione e l'umana umiliazione! Viva il socialismo e la dignità dell'uomo!
E certe descrizioni dei suoi genitori così integralmente ebrei e mediocri, così colpevoli nell'aver condizionato il figlio sono grandiose:
Sensi di colpa, paure, terrore fin dentro le ossa! Esisteva nel loro mondo qualcosa, che non fosse carico di pericoli, grondante di germi, gravido di minacce? Oh, dov'era l'entusiasmo, dov'erano l'audacia e il coraggio? Chi instillava in questi miei genitori un tale senso terroristico della vita?
E poi certe dichiarazioni disperate che sembrano ironiche ma sono serissime:
L'Edipo re è la tragedia più orrenda e seria nella storia della letteratura: non è una gag!
Un romanzo satirico, il più beffardo e cinico di Roth (fra quelli letti finora), il più problematicamente yiddish, il più sfrenato, il più ossessionato e maniacale, certamente il più tragicamente divertente.

mercoledì 6 luglio 2016

I Love Books: 123. Una famiglia decaduta


Letteratura russa: di qualunque foggia essa sia, è un rifugio letterario in cui andar a trovare riparo periodicamente, famiglia sempre accogliente.
Soprattutto dopo che le tue letture recenti sono state in successione Philip Roth e Jonathan Franzen, micidiali demolitori di certezze e subdoli psicoanalisti dell'anima del lettore.

Non che Dostoevskij o Tolstoj siano da meno in quanto a passioni devastanti e universali e infatti io stavolta mi sono rivolta a Nicolaj Leskov, voce meno nota di cui non avevo mai letto nulla prima e che ho scoperto grazie - ancora una volta - a Santissima Fazi Editore.

A mio parere siamo in presenza di letteratura russa minore, che si dà con meno imponenza e si può prendere con più leggerezza, non solo perché la mole è minuta e lo stile agevolissimo, ma perché ciò che viene narrato è semplice, genuino, bonario.

I riferimenti storico-politici sono costanti (il libro seppur breve è ricco di note esplicative), il background vibra sotto la superficie del racconto, ne è ipocentro, e da questo punto di vista il romanzo è anche una pagina di cronaca.

Eppure il tono rimane lieve, la narrazione è un peso-piuma, gli scogli ideologici in cui ci si imbatte di solito nei romanzi russi classici praticamente invisibili.
Mi è sembrato più un racconto lungo che un romanzo fatto e finito, ma questa non è una critica: ho infatti beneficiato della sua "praticità".

Una famiglia decaduta è una sorta di memoir familiare da cui emerge una figura di donna dall'indole molto particolare.
Una nipote voce narrante che incrociando i suoi ricordi a quelli della nutrice Ol'ga Fedotovna, narra di una nonna fuori dal comune, la principessa Varvara Nikanorovna, personaggio assai singolare.

Integralista della cultura russa tradizionale, autonoma e autocratica, lavoratrice e imprenditrice, avversa ad ogni forma di esterofilia e di frivola attitudine mondana, dotata di senso pratico e di una battagliera attitudine verso ogni dolore-problema-misfatto, questa nonna è una superstar dell'umiltà, un'icona di purezza e semplicità.
Una donna di campagna, di provincia, che ha a cuore in egual misura l'educazione dei suoi tre figli e il benessere dei suoi contadini e non cede mai a mode, pose, orientamenti, disorientamenti.

Scordatevi le feste da ballo e le cene a San Pietroburgo, le macchinazioni senza sosta di una sfaccendata nobiltà, Varvara è una donna acqua e sapone, una che dice cose come:
Non voglio un'amica indorapillole, preferisco un'amica olio-di-ricino, e tu per me sei una tentazione.
O:
Io giudico primo dovere di ciascuno non credere a simili baggianate e non aspirare a governare gli altri, bensì se stessi col massimo discernimento. Ciò che più di ogni altra cosa necessita insegnare ai giovani discendenti di nobili e grandi famiglie è che essi non sono affatto necessari.
 [...] ella non voleva perdere il coraggio, la propria forza d'animo. Ricorse perciò forse al migliore fra tutti i rimedi: un'instancabile operosità. 
Una donna che ha amato solo il marito e che non ha fatto mai della vedovanza motivo di abbattimento o, al contrario, di ricerca di nuovi amori, ma occasione per rimboccarsi le maniche e tenere le redini di tutto.
Così semplice era allora il nostro modo di vivere e acuto il sentimento di reciproca indulgenza, che in seguito sarebbe stato sostituito dall'imitazione delle schiccherie francesi prima e della fredda indifferenza inglese poi. Eppure già a quei tempi la nonna riteneva che con il ritorno delle nostre truppe da Parigi, nella società russa si fosse diffusa una generale mancanza di reciproco rispetto. «Un mucchio di fru fru», diceva, «ma vera delicatezza neanche a parlarne».
Poco importa se gli errori di valutazione o l'eccesso di altruismo hanno condotto la famiglia ad una serie di problemi o addirittura di danni.
Varvara si pone sempre un po' al di sopra delle difficoltà, l'unica forma di superiorità che ci concede.

La nonna trovò quello di cui ha più bisogno un uomo: nulla la irritava più nella vita.

Nel complesso non l'ho trovata un'opera indispensabile né folgorante, ma sicuramente riposante, così gentile e intrisa di ricordi com'è, così orientata ad un elogio della semplicità e dell'efficienza.
Una lettura piacevole e una prospettiva diversa nell'orizzonte letterario russo a cui ero abituata.

Una famiglia decaduta (che fa parte di un'ampia trilogia) è un'occasione diversa, il romanzo ideale per chi ama già i russi e vuole provare ad uscire dal solito giro perfetto Dostoevskij-Tolstoj-Turgenev-Gogol' e provare a frequentare altre visioni, altri stili, non necessariamente alla stessa altezza (almeno per me!).

venerdì 1 luglio 2016

Il mio parere su Anomalisa


Questi sono i tempi in cui l'animazione ha dentro un'anima, su questa straordinaria verità non ho più dubbi. Non ho più bisogno di distinguere le mie emozioni in base al tipo di tecnica cinematografica da cui provengono o l'umanità reale da quella artificiale.

Anomalisa è la conferma ulteriore di questa tendenza, è l'emblema perfetto dell'umano dentro il digitale, del pulsante dentro il tecnico.

Come da titolo, Anomalisa è un film anomalo, una surreale distorsione che solo una mente dedita all'anomalo come quella di Charlie Kaufman poteva elaborare.

La mente è infatti, come nel suo stile, al centro del film, processore andato in tilt, in stato confusionale e in difetto rispetto al resto del mondo, ricettore dalle frequenze disturbate.

Immaginate la ricerca di un'affinità elettiva, o ancora meglio di un amore, un uomo triste e solo che per uno strano difetto (fisico? psicologico?) sente le donne parlare con un tipo di voce a dir poco agghiacciante, moglie compresa.
Proprio lui che di mestiere fa l'oratore motivazionale e che predispone il pubblico all'incanto sonoro, vive in un incubo di corde vocali impazzite.


Poi, improvviso, l'eccezione, almeno in apparenza, a questa regola orrenda e condizionante, una voce diversa, fuori dal coro distorto, la sua candida e impacciata portatrice, Lisa, bruttina e ferita.

Che vuol dire Anomalisa? Cosa ha in mente? Che messaggio porta con sé?

Non so ben dirlo, ma l'idea l'ho trovata suggestiva, una deviazione totale rispetto ad una trama classica e una capacità di farne storia umana ed emozionale a livelli altissimi.
L'umanità di Anomalisa è sorprendente.

C'è una scena nel film, quella in cui i due protagonisti vanno a letto insieme, dotata di una profondità anche erotica, di una verosimiglianza espressiva, corporea e gestuale che lascia a bocca aperta, che dichiara umanità e verità da ogni angolazione.
L'animazione più adulta e fisica che abbia mai visto.
Il sesso, il corpo, il cuore e la mente avvicinati così tanto al vero, da turbare e coinvolgere in una perfetta illusione di realismo.



Merito di doppiatori raffinati (per Lisa Jennifer Jason Leigh, per Michael David Thewlis) le cui voci stimolano gamme sensoriali vaste o dei progressi stupefacenti della stop motion?
Non lo so, ancora una volta, ma scene così approfondite ed elaborate nei dettagli riescono ad impressionare chi guarda in maniera sconvolgente.

Chi ha più bisogno del reale?

Detto ciò, il film è una cosa assolutamente psicotica e nonsense o comunque dotata di un senso ampiamente interpretabile, ma sempre su binari romantici, in cui tra un'idea surreale e l'altra fa capolino la poesia, un'atmosfera lirica intrisa di tristezza, passione e compassione.

Questa una peculiarità che amo molto in Kaufman, quel suo non farsi capire completamente e allo stesso tempo quel suo creare dimensioni bizzarre dove ognuno può rifugiarsi e trovare bellezza.
Sceneggiature come quella di Essere John Malkovich o di Se mi lasci ti cancello non si dimenticano mai per il loro essere così candide e oniriche, così struggenti e inverosimili.


In Anomalisa la sensazione è ancora quella, le riflessioni nascono da fonti e situazioni kafkiane, da meravigliosi grovigli di insensatezza e saggezza quasi filosofica e nonostante tutti i deliri e le libertà mentali che il regista si prende, allo spettatore arriva sempre qualcosa di familiare, di comprensibile, di universale.

L'inspiegabile meraviglia di questo film, la sua stranezza di forma e contenuto, il suo essere qualcosa di simile ad un sogno/incubo, restano nel cuore, altroché se restano.

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...