mercoledì 28 settembre 2016

I Love Books: 128. I Buddenbrook

Potente, funesta, simbolica come un tragedia greca, questa saga familiare è una delle cose più belle mai lette, una storia di ascesa e caduta, di essenza borghese e di psicologie complesse.
I Buddenbrook di Thomas Mann si ergono fieri e solidi e sono sempre in bilico fra l'Olimpo e gli Inferi, tra l'oro e la cenere, in lento, ineluttabile, silente declino.
Sono a più dimensioni, a più livelli, plastici, vividi, fisicamente tangibili.
L'impatto con le pagine è un'onda d'urto senza fine per chi legge: letteratura-epifania, per me è stato così.

Più di 700 pagine di cene esibite con classe, di affari economico-sentimentali, di morti, di nascite, di matrimoni, di separazioni, di malattie, di guadagni e perdite.
La devozione al lavoro della più autentica borghesia mercantile anseatica, le conseguenze di tale disciplina.
Le alterne vicende di quattro generazioni ancorate a valori solidi e via via sempre più disancorati.
Dal 1835 al 1877, dal culmine alla decadenza finale.

Tutto parte all'insegna di un ferreo assetto imprenditoriale, lo avverti nettamente che i Buddenbrook di Lubecca sono ben piazzati e solidamente ricchi, ma man mano che le pagine scorrono si insinuano mali dello spirito, debolezze emotive, propensioni rovinose.
Come denti (da cui Mann sembra ossessionato!) i Buddenbrook perodono smalto, si guastano, e cadono.

Assisti con attenzione vorace a tale spettacolo tragico e mentre leggi, rifletti sulla portata universale di questa parabola, sul fatto che siamo fragili e vittime delle beffe dell'assurdo, della vita e della sua variabilità d'umore.

I personaggi di questa saga mi sono rimasti fissi in testa, un po' come mi accadde tempo fa con I fratelli Karamazov. Incisioni umane dentro la mia mente.

Tony Buddenbrook è eroina della tenacia e della resurrezione della dignità dopo il fallimento, una fervente Buddenbrook, fiera e indomita portatrice dei suoi geni.
Il suo spiccato senso della famiglia le rendeva arcani i concetti di autodeterminazione e libero arbitrio, e questo faceva sì che constatasse e riconoscesse con una imperturbabilità quasi fatalistica le peculiarità del suo carattere... senza fare distinzioni e senza tentare di correggerle. Pur non rendendosene conto, era convinta che ogni peculiarità del carattere, non importa di quale natura, facesse parte dell'eredità, fosse una tradizione di famiglia e di conseguenza una cosa da venerare, a cui portare in ogni caso rispetto.
Eppure anche lei dovrà constatare la ferocia del fato e lo farà con disperazione.
La vita, sapete, spezza tante cose dentro di noi, distrugge tante certezze...
Thomas, che incarna i valori dei Buddenbrook fino allo spasimo, che fa sua la "vita dura e pratica" dei suoi padri, il loro imperturbabile equilibrio, e poi piano piano cede al dubbio, al senso di vuoto e allo stesso tempo inizia a pensare a quel qualcos'altro di ineffabile che c'è oltre la vita imprenditoriale. Lui, il senatore Buddenbrook, proprio lui verso la fine sembra percepire la vacuità di ogni conquista materiale.
Ho l'impressione che qualcosa cominci a sfuggirmi, mi sembra di non riuscire più a tenere saldamente in mano come una volta questa cosa indistinta... Che cos'è il successo? Una forza segreta, indescrivibile, una sagacia, una prontezza... la coscienza di poter imprimere una spinta alla vita che si muove intorno a me grazia alla mia sola presenza... La fiducia di poter piegare la vita a mio favore... fortuna e successo sono dentro di noi. Dobbiamo trattenerli con fermezza, nel profondo. Non appena qui dentro qualcosa comincia a cedere, ad allentarsi, a fiaccarsi, subito tutto si affranca intorno a noi, recalcitra, si ribella, si sottrae al nostro influsso... Poi arriva un colpo dopo l'altro, a una sconfitta segue una sconfitta e si è finiti.
Christian, disturbi psicosomatici a iosa, propensione al lavoro nulla, la sua è una figura di outsider dentro il rigore familiare ed è forse tra le più umane del romanzo. Perché cede ai piaceri frivoli, perché teme e soffre, perché ha l'ansia, perché non sa e non può consacrare se stesso alla ditta come il fratello maggiore.
Lavora! E se non posso? E se alla lunga non posso, Dio del cielo?! Non posso fare la stessa cosa per molto tempo, mi distrugge! Se tu sei stato e ne sei capace, buon per te, ma non ergerti a giudice, perché non è un merito... Dio dà la forza all'uno e non all'altro... Ma tu sei fatto così Thomas.
Hanno, il piccolo figlio del senatore, che è già emblema della "deformazione" rispetto alla linea guida familiare, con il suo amore per la musica, il mare, la sua mollezza d'animo e la sua delicatissima costituzione, è l'inizio della fine, è la personalità artistica che non può servire alla causa commerciale anseatica, alla praticità bruddenbrookiana.
E al pensiero che ci si aspettasse anche da lui, in futuro, che partecipasse a riunioni pubbliche e parlasse e agisse sotto il peso degli sguardi di tutti, Hanno chiudeva gli occhi con un brivido di angosciosa avversione...
E poi tutti gli altri, chi più chi meno memorabile, ma tutti tridimensionali.

Perché in conclusione ho amato quest'opera?

- Perché è un'analisi con la lente d'ingrandimento, elaborata nei dettagli, realista, ma anche creativa di un preciso modello sociale.

- Perché la resa dell'interiorità dei personaggi è straordinariamente trasparente e profonda, è uno scavo accurato e commovente sulla mente e le sue propagazioni somatiche.

- Perché le narrazioni di famiglie, con tutto l'albero genealogico di genetica, vita quotidiana e prospettiva storica, con le zoomate su ogni singolo ramo, mi riempiono sempre di solennità.

- Perché è attraversata fin dalla prima pagina da tensioni attanaglianti e nuvole minacciose, da affondi del destino e dal dominio dell'imponderabile. Atterrisce e affascina per questo.

- Perché la storia della famiglia Buddenbrook è la storia universale di ogni dissoluzione e della caducità dell'esistenza, anche di quella più intrisa di agi e onori, specialmente di quella.

- Perché ha un'inclinazione filosofica (c'è un riferimento preciso a Schopenhauer) e malinconica, una costante tendenza alla riflessione sulla vita e le sue aggressioni.

- Perché la scrittura di Mann è piena, ricca e particolareggiata, tra osservazione e immersione, padrona assoluta di ciò che narra, di come lo narra e delle emozioni che crea.

Dovremmo leggere tutti I Buddenbrook.

Fatelo se non l'avete ancora fatto. Andate a Lubecca per un po', respirate area borghese, entrate nella grande casa della Mengstraße, spiate, immergetevi, capite, pensate.
Ne uscirete provati e colmi di sensazioni.
Sarà forte, sarà una catarsi.

venerdì 23 settembre 2016

Il mio parere su Alla ricerca di Dory

Andrew Stanton (Alla ricerca di NemoWALL•E) si tuffa di nuovo nell'oceano - lo stesso che gli valse un Oscar 13 anni fa - e ci fa nuotare ancora una volta con Nemo, Marlin e soprattutto Dory.
In fondo al mar le cose continuano ad essere animate, di un'animazione un po' più debole, ma pur sempre piacevole.

Alla ricerca di Dory è un film buono come il pane, di una bontà incontaminata, e forse per questo, da una prospettiva adulta, un tantino lezioso.

È gradevole come tutti i Disney-Pixar, ma orientato ai più piccoli e alle loro famiglie: stavolta è tutto molto basic, docile e buonista, più Disney e meno Pixar.


Tutti questi pescetti colorati della barriera corallina, tra profondità oceaniche e avventurose risalite sulla terraferma californiana, offrono allo spettatore piccino una girandola multicromatica senza posa, quel tipo di dinamismo dedicato specialmente all'incanto dell'infanzia.
Il plot invece è semplice, forse troppo: c'è la classica ricerca, il supporto di amici vecchi e nuovi, qualche imprevisto e il finale canonico.
Tanto amore, tanta amicizia, tante frasette dolci.

In questa favoletta marina candida e benevola c'è però un elemento di diversità, un tipo di personaggio fuori dagli schemi che può piacere anche a noi adulti privi di prole e che ci era piaciuto già ai tempi di Alla ricerca di Nemo: sto parlando di Dory.

Dory, smemorata e strampalata, logorroica e confusa, ci ricorda che siamo fighi così come siamo, deficit compresi, e che diversità non vuol dire impossibilità.
Che sia amnesia, miopia o semplice insicurezza, dobbiamo nuotare veloci.
Lei, col suo disturbo della memoria a breve termine (ma non è troppo giovane per l'Alzheimer?), con la volatilità del suo pensiero e delle sue azioni, riesce comunque nel'impresa di ricordare e di trovare attraverso il ricordo.

Mai abbattersi dunque, siamo tutti Dory e a volte siamo patetici e caotici nelle intenzioni, ma non vuol dire che siamo dei pesci lessi.

Messaggio molto bello.
Se fossi un genitore o un insegnante di scuola primaria farei vedere questo film ai più piccoli per educarli alla diversità e all'accettazione autoironica dei difetti.

Tuttavia, significato profondo a parte (siamo ovviamente molto lontani dall'introspezione raffinata di Inside Out) a prevalere è la superficie, l'infantile intrattenimento animato, dove bastano colori, creature buffe e pesci chirurgo color Ikea a dare gioia e benessere visivo.

Il personaggio che mi ha fatto divertire di più è l'octopus Hank, con le sue continue metamorfosi, la sua patologica paura della libertà (vivere in cattività, in ogni tipologia di cattività, spesso è più facile!). Le scene che lo riguardano sono ricche di effetti visivi complessi, fra le più belle del film.

Adorabili pure lo squalo balena miope e il beluga disorientato.


E poi c'è l'immancabile parte umana, il parco oceanografico di Morro Bay in California, che appare ai protagonisti subacquei come un inferno tentacolare, con la voce tra il rassicurante e l'inquietante di Licia Colò, le sue diramazioni infinite stile centro commerciale e il pubblico dei più piccoli come minaccia suprema.


Tirando le somme: tanta simpatia ittica, buona (ma non stupefacente per gli elevati canoni Pixar) qualità grafica, messaggio importante, trama non troppo ricca, personaggi collaterali adorabili, garbo e gentilezza, elogio senza fine della famiglia e di altri valori Disney, scarsa forza emotiva.

Uno spin-off minore (ma non per quel che riguarda i costi e gli incassi da record!), una nuotata semplice e priva di ambizioni.
Come Dory, credo che me ne dimenticherò presto.

(Ah, il corto che precede il film, Piper, è ultra tenero).

venerdì 16 settembre 2016

Serie tv mon amour: 37. Stranger Things

Sono nata nel 1984, come Matt e Ross Duffer, i gemelli che hanno ideato, scritto e diretto con somma genialità Stranger Things.
Che macchina del tempo commovente ed esaltante sia stata questa serie per me è difficile dirlo.
Il mio senso di gratitudine è enorme, mi sento citata e tirata in ballo in prima persona, un'ondata di fierezza generazionale mi assale e mi gratifica.
Qualcuno provveda a santificare i Duffer brothers subito. E anche Netflix come piattaforma di preziosi regali in streaming.

L'hanno detto tutti, è scritto dovunque, ma io lo dirò lo stesso perché voglio incanalare il mio entusiasmo in qualche modo: Stranger Things è un atto di amore, una dedica continua al nostro immaginario e a tutto ciò che negli anni '80 l'ha forgiato, tutta quella musica, quel cinema, quel vestiario che oggi ci fa commuovere, imbarazzare, divertire come in una caccia al tesoro nei ricordi.
L'omaggio alla nostra infanzia è totale.
Se si guarda questa serie in compagnia di altri figli degli Eighties come noi, nell'aria si diffondono vibrazioni di divertito amarcord, di revival generazionale, di adrenalina per cose che conosciamo molto bene e di cui nessuno ci parlava da decenni.

L'operazione nostalgia non poteva lasciare indifferenti: è stato come assistere ad un video amatoriale di quando si era piccoli e la tecnologia era posticcia, le televisioni con i tubi catodici e i mezzi di comunicazione così naif da far tenerezza.

Gli Eighties nella loro essenza, con tutto il loro trash, i b-movies, la fantascienza cinematografica e letteraria, la musica elettronica, la paura degli alieni, la minaccia sovietica, lo spazio, i fenomeni paranormali e quel non so che di ingenuità e di adorabile cattivo gusto complessivo.


Stranger Things è un'ode agli anni '80, un mix perfetto di spunti epocali:
Stephen King, con i suoi ragazzini di provincia coinvolti in storie tenebrose e oniriche. It soprattutto, con la sua dimensione distorta e terrificante, ma anche Stand by me. Il font della sigla d'apertura è King al 100%, è la copertina di un suo romanzo.
Steven Spielberg, con i suoi giovani avventurieri in bici e l'alieno più tenero del creato cinematografico.
John Carpenter, con le sue oscure "cose" e le inquietanti colonne sonore elettroniche (la sigla d'apertura della serie si ispira efficacemente ad esse).
Ma mi sono venuti in mente anche David Cronenberg, Ridley Scott con i suoi alieni fluidi e tentacolari, e poi film come Poltergeist e Nightmare e tutto il mostruoso e sovrannaturale che ci ha fatto paura trenta anni fa.

E poi c'è il giovane mondo geek, quello dei tipici sottoscala americani, il classico gruppetto di ragazzini losers e bullizzati che trovano rifugio nel fantasy, nei giochi di ruolo, in lunghe sedute di Dungeons & Dragons, che scorrazzano con le loro bici come mezzo di riscatto liberatorio e comunicano con i walkie talkie cose di cui gli adulti sono all'oscuro, per lo meno i più razionali.

E ancora Winona Ryder, fragile meraviglia che sembrava essere stata inghiottita da un buco nero e che ci viene restituita da questa serie nel migliore dei modi.
La restaurazione di un'icona.
Nel ruolo di Joyce Byers, madre piuttosto elettrica del dodicenne scomparso, riesce a commuovere e trasmettere energia combattiva, riesce ad essere credibile, con la sua ansia, la sua agitazione perenne, anche nelle scene più inverosimili, anche quando deve parlare con delle luci natalizie (vedendo la serie capirete!).

Ora, se togliamo tutta questa interessante operazione di citazionismo, recupero ed omaggio, se proviamo ad innamorarci di meno dell'estetica complessiva della serie e a far finta di non essere nati negli '80, se facciamo palpitare meno il cuore per Winona e il tempo perduto, cosa rimane? C'è possibilità di coinvolgimento?

Eccome se c'è!
Perché al di là di ogni gioco al rimando, di ogni nostalgia e di ogni cinefilia, Stranger Things è un mistery-horror-sci-fi intrigante, carico di tensione, ben architettato e recitato divinamente, in uno stato di equilibrio perfetto tra realtà e distopia, come un grande romanzo di King, dove l'avventura mozzafiato, l'oscuro e il quotidiano dell'America meno appariscente convivono con perfetta credibilità.

La recitazione è oro colato: ma ragazzini così bravi e intensi dove li hanno trovati?
Davvero, sono dei fenomeni paranormali.
Eleven (Millie Bobby Brown), che mi ha ricordato una piccola Natalie Portman skinhead, è fragilità e potenza allo stato puro.
Le scene nell'Upside Down parallelo che la vedono protagonista, così ottiche e minimali, sono eccellenti, suggestive.

Ineccepibile anche il trio di spigliatissimi bruttini protagonisti: Mike (Finn Wolfhard), Dustin (Gaten Matarazzo), Lucas (Caleb McLaughlin), un'amalgama nerd che si fa adorare per peculiarità estetiche, coraggio e slancio avventuroso.

Sono loro la vera parte supernatural della serie.


Che altro dire?

Che gli altri personaggi sono altrettanto bravi: David Harbour nel ruolo del capo della polizia Jim Hopper, tenebroso impavido nelle tenebre, Charlie Heaton nel ruolo di Johnathan Byers che sembra River Phoenix e questo basta a renderlo speciale, Natalia Dyer nel ruolo di Nancy Wheeler, una skinny very strong.

Che la colonna sonora è pregiatissima, con quella Should I Stay or Should I Go dei The Clash che acquista un senso nel plot, e tutta una serie di altri sprazzi sonori d'antan lontani anni luce dagli anni 2000.

Che il finale - rischiosissimo in una serie di questo tipo - è molto appagante per lo spettatore ed è anche una minaccia, una promessa.

Che il mio cuore è rimasto là, ad Hawkins, Indiana, tra portali semiaperti, dimensioni parallele, Demogorgon famelici, telecinesi, gli scleri di Joyce e tutta quella cultura anni '80 che mi ha fatto sentire vecchia e mi ha restituito all'infanzia.

lunedì 12 settembre 2016

I Love Books: 127. Il tempo dell'attesa - La saga dei Cazalet (secondo volume)


Continua senza fretta, con un senso pervasivo di stasi, con distacco dagli accadimenti grandi e con indugio su quelli piccoli, anche minimi, la saga dei Cazalet di Elizabeth Jane Howard.

Confermato con questo secondo volume il mio amore pieno per il microcosmo Cazalet e per la delicata scrittura della Howard.

Il tempo dell'attesa ha nel titolo la sua esatta portata: tutto è messo in standby dalla seconda guerra mondiale, tutti i personaggi sono come "color che son sospesi", in un limbo storico e personale dove l'unica cosa che si può fare è ingannare l'attesa, tentare di smuovere l'immobilità in qualche piccolo modo domestico, svolgere mansioni, leggere, mangiare, andare a fare compere a Londra, provare comunque a far progredire le proprie ambizioni o a confermare le proprie inclinazioni.

Tutto è fermo, ma la sensazione che si ha leggendo è quella di una preparazione, di una di quelle fasi della vita in cui ci si interroga, ci si predispone all'ascolto della propria personalità, si vive di routine e di qui e ora, si ignora il futuro, e tuttavia i moti interiori non hanno sosta, gli interrogativi scalpitano.

Ancora una volta, come è stato per il primo volume Gli anni della leggerezza, le atmosfere sono tutto e la Howard si conferma straordinaria creatrice di atmosfere e descrittrice di ambienti, donatrice di dettagli, di sfumature, di miniaturismo, di tutto ciò che può far respirare l'esatta aria che respirano i suoi umanissimi Cazalet.
A Home Place i ragazzi più grandi cenarono nel vestibolo, sia perché avevano superato l'età per mangiare latte e biscotti in camera, sia perché gli adulti volevano per sé la sala da pranzo, e a tavola regnava lo sconforto in quanto neppure a un paio di loro era stato concesso il consueto privilegio. Stavano mangiando carne macinata e purè di patate con fagioli di Spagna, mentre il cielo, al di là del lucernario a volta, passava dal viola all'indaco, tagliato come fette di melone dai montanti che, notò Clary, erano stati scuri finché c'era stata luce e poi erano diventati più chiari man mano che imbruniva. Dal piano di sopra si sentiva un tramestio di rubinetti aperti, porte che venivano aperte e chiuse e adulti che si preparavano per la cena. Bessie, la grossa labrador del Generale, se ne stava allungata ai piedi di Christopher e lo guardava con un'espressione avida che cercava di far passare per devota.

Potrei sprofondare dentro descrizioni così minuziose, sensoriali, polifoniche.
E.J. Howard è un talento assoluto in questo, credetemi,

L'immersione per il lettore è spontanea, le nostre coordinate spazio-tempo si fanno quelle del romanzo, siamo anche noi Cazalet a Home Place nel Sussex o a Londra, siamo in quel punto, in quelle stanze con le finestre oscurate da tendaggi, fra quei dissidi silenti che ognuno vive a suo modo, ghermiti dalla sicurezza domestica che le pagine emanano e le confortanti tazze di tè evocano, in tensione e in pausa come i protagonisti.

Siamo DENTRO, completamente inseriti nelle dinamiche famigliari dei Cazalet, inglesi, borghesi, in attesa e in tempi di guerra anche noi come loro.

La dilatazione interna a questo secondo volume è pacifica: fuori dalle mura del romanzo la guerra esplode con ferocia, ma dentro le varie tenute dei Cazalet tutto è ovattato, appeso ad una parvenza di quieta normalità, in attesa di una fine o un inizio.

I personaggi dichiarano più volte la loro insofferenza, la parola noia ritorna spesso, soprattutto fra i più giovani.

Sarebbe lecito chiedersi coma possano la noia, la sospensione, l'inattività farsi materia romanzesca e c'è chi parlato di eccessiva lentezza a proposito di questo volume (e di tutta la saga).

Io rispondo così: non succede quasi niente, è vero, l'azione è ridotta al minimo, ma le descrizioni d'insieme e ad personam sono perfette e sono sublimi rotaie per il movimento del romanzo, che non ha bisogno di traini estremi, di colpi netti per essere appassionante e pieno, per creare dipendenza nel lettore.

Dal mio punto di vista, la capacità di analisi critica e psicologica di Elizabeth Jane Howard dà il meglio di sé proprio in situazioni domestiche, nella messa a punto impeccabile di descrizioni d'interni e nelle zoomate alternate sui singoli personaggi.

Mi viene in mente Jane Austen, grande narratrice di dinamiche sociali interne e di dissidi interiori, consapevolmente dimentica di quelle esterne e di ogni contestualizzazione storico-politica. L'amiamo forse meno per questa sua mancanza? No.
L'altra Jane, la Howard, fa in qualche modo la stessa cosa, si focalizza sull'interno e l'interiore, ma con più audacia, entrando nell'intimo e nella mente di ogni suo personaggio, anche in zone scomode.
E io la amo moltissimo per questo.

Speranze, prove, ricerche della propria inclinazione e anche tradimenti, segreti, dolori.

In particolare delle tre piccole donne Cazalet, cuori pulsanti e centrali di questo secondo volume, che avevamo lasciato poco più che bambine e che adesso si affacciano alla vita e alle sue prime complicazioni.
Louise con le sua ambizioni da attrice, le sue prime confuse esperienze sentimentali e di dolore di derivazione familiare.
Si ricordò quello che le aveva detto zia Rach a proposito della sua età, quando ci si rende conto che i genitori non sono solo genitori ma persone e che avere a che fare con delle persone è assai più complicato che avere a che fare con dei semplici genitori. Ai genitori uno doveva semplicemente reagire, non doveva preoccuparsi per loro.
Clary, aspirante scrittrice, che tiene un diario quotidiano, scrive lettere al padre in guerra e lotta con la noia a colpi di inventiva letteraria.
Sono stata interrotta mentre scrivevo, e meno male: ho riletto quello che ho scritto finora e mi è venuto da sbadigliare per la noia. Perché la vita di una persona normale è così piena di cose ripetitive e meschine? È davvero inevitabile? Che cosa si può fare per cambiare? Polly sostiene che da grandi sarà tutto diverso, ma io, in cuor mio, credo che si sbagli: a me pare che gli adulti vivano, se possibile, vite ancora più grigie.
Polly, che non sa bene cosa fare di se stessa e soffre del vuoto di azione e di prospettive portato dalla guerra.
Oltre a fare paura, la guerra stava rendendo tutto molto monotono. Eccola che diventava ogni giorno più vecchia, senza che nulla accadesse nella sua vita: non aveva nemmeno una stanza tutta per sé, come l'aveva avuta a Londra. Se un anno prima qualcuno le avesse detto che a vivere lì in campagna si sarebbe annoiata fino alle lacrime, gli avrebbe riso in faccia. Adesso era tutto diverso. Adesso il futuro le sbadigliava in faccia come un grosso, apatico punto interrogativo. Che ne sarebbe stato di lei? Che cosa mai se ne sarebbe fatta dei molti anni che presumibilmente l'attendevano?

E poi tutto il resto della famiglia, tra alti e bassi, tra segreti e bugie, tra sogni e rinunce, in quella dimensione amplificata e silenziosa che è la guerra.
E con quel magnetismo che ha la scrittura di  Howard.

A prestissimo miei amati Cazalet.

martedì 6 settembre 2016

I Love Books: 126. Lezioni americane


Farsi raccontare delle cose da Calvino è sempre un abbandonarsi all'incanto, anche se quello stesso Calvino che ci ha inventato città invisibili, antenati molto speciali e mille altre dimensioni cosmiche e comiche di struggente fantasia, sale in cattedra e si dà alla conferenza, almeno nelle intenzioni, se la vita non l'avesse abbandonato proprio in quel frangente.

Queste cinque lezioni (più una incompleta), che hanno l'estensione del micro, ma la portata del macro, che planano sui nodi focali della scrittura senza perdere d'occhio la prospettiva, l'aderenza alla propria epoca, sono tutte preziose e delicate, sono brevi eppure vaste, ricche di richiami, di spunti, di suggestioni tridimensionali.
"Sei proposte per il prossimo millennio", valide in qualsiasi millennio.
Un testo che si presta a sottolineature selvagge, all'accumulo di post-it e segnali vari sulla molteplicità di materiale offerto.
La ricchezza di questo esile libro è infinita, prolungata.

Ti ci vedi ad Harvard, un'Harvard idealizzata, a prendere appunti, in uno stato di ebbrezza dionisiaca di fronte alla vastità della cultura calviniana e alla sua commovente capacità di sintesi, di dire tutto nella forma del minimo e nella modalità più delicata che possa esserci.

Concentrate, ecco come sono le Lezioni americane. Focalizzate su alcuni aspetti determinanti della letteratura, cariche di richiami, ma mai evasivi.

Di seguito le mie impressioni, in forma ipersintetica e accompagnate da un'insolita timidezza, un intasamento espressivo dovuto a timore reverenziale.
Calvino mi pare sempre intoccabile, al di sopra del parere personale, raggiante in una dimensione di perfetta autoesegesi.
Pertanto userò spesso le sue parole, perché non potrei trovarne di migliori, perché lui me le toglie e me le offre.

1) Leggerezza

Essere piumati come gli uccelli, pensosi ma non appesantiti, nella scrittura, ma anche nella vita. Come Perseo, dotati di sandali alati, leggiadri, ma non per questo svuotati di peso e consistenza, non per questo vuoti.
Alleggerire il linguaggio, farlo rarefatto, senza peso. Narrare inserendo nell'analisi elementi sottili e impercettibili. Dar vita ad invenzioni letterarie che contengano un'immagine figurale di leggerezza.

Calvino cita Ovidio, Lucrezio, Boccaccio, Cavalcanti.

E soprattutto Leopardi, che "dà alla felicità irraggiungibile immagini di leggerezza: gli uccelli, una voce femminile che canta da una finestra, la trasparenza dell'aria, e soprattutto la luna".
Il miracolo di Leopardi è stato di togliere al linguaggio ogni peso fino a farlo assomigliare alla luce lunare.
La letteratura deve essere come quella luce lunare, lieve e potente, ma anche l'esistenza.
La ricerca della leggerezza una reazione al peso de vivere.

Melanconia e humour, insieme, in un perfetto connubio di pesantezza resa lieve, dotata di sandali alati.
Se volessi scegliere un simbolo augurale per l'affacciarsi del nuovo millennio, sceglierei questo: l'agile salto improvviso del poeta-filosofo che si solleva sulla pesantezza del mondo, dimostrando che la sua gravità contiene il segreto della leggerezza, mentre quella che molti credono essere la vitalità dei tempi, rumorosa. aggressiva, scalpitante e rombante, appartiene al regno della morte, come un cimitero d'automobili arrugginite.

2) Rapidità

Movimento senza sosta, ma anche economia narrativa ed espressiva, essenzialità, catturare il tempo e renderlo relativo, far sì che il ritmo sia come un cavallo, ora al trotto ora al galoppo.

"Il discorrere è come il correre" diceva Galileo, ma ciò non vuol dire dimenticarsi l'indugio, la digressione, la sapiente arte del festina lente.
Nella vita pratica il tempo è una ricchezza di cui siamo avari; in letteratura, il tempo è una ricchezza di cui disporre con agio e distacco: non si tratta di arrivare prima a un traguardo stabilito; al contrario l'economia di tempo è una buona cosa perché più tempo risparmiamo, più tempo potremo perdere.
Lo scrittore deve lavorare con il tempo di Mercurio e con il tempo di Vulcano, essere alato e dinamico, aereo, ma anche meticoloso, sempre pronto a cesellare, a lavorare con il martello in una fucina di concentrazione costruttiva e di attenzione al dettaglio.

3) Esattezza

Questo è un termine che personalmente mi mette sempre in soggezione, troppo definitivo e imperante per me, spietato se vogliamo, ma in letteratura è fondamentale e richiede una capacità di equilibrio fra spinte opposte davvero notevole.

Per Calvino esattezza vuole dire una precisione del disegno dell'opera, l'evocazione di immagini icastiche, che sappiano essere memorabili e l'uso di un linguaggio preciso, privo di approssimazione, di casualità.
Ancora una volta il modello è Leopardi, che nel suo Zibaldone analizza la precisa portata evocativa di una parola, riesce ad essere sublime poeta del vago solo grazie ad una precisione analitica, ad un accurato vaglio delle parole da usare, parole sensibili, sensoriali, vibranti

L'indeterminatezza delle sensazioni e l'esattezza della loro costruzione poetica, il naufragar dolce che passa per l'osservazione razionale, per una misura ben precisa.

Calvino sceglie le suggestive immagini del cristallo e della fiamma, l'uno dalla struttura scientificamente esatta, l'altra multiforme e agitata, entrambe necessarie.
Io mi sono sempre considerato un partigiano dei cristalli, ma la pagina che ho citato m'insegna a non dimenticare il valore che ha la fiamma come modo d'essere, come forma di esistenza. Così vorrei che quanti si considerano seguaci della fiamma non perdessero di vista la calma e ardua lezione dei cristalli.
Le pagine che scriviamo o leggiamo dovrebbero essere precise come la geometrica sfaccettatura del cristallo, ma anche vivide e calde come l'imprevedibile fiamma.

4) Visibilità
C'è un verso di Dante nel Purgatorio (XVII, 25) che dice: «Poi piovve dentro a l'alta fantasia».La mia conferenza di stasera partirà da questa constatazione: la fantasia è un posto dove ci piove dentro.
L'importanza dell'immaginazione visiva, del "piovere" delle immagini dentro la fantasia di chi scrive.
Ci deve essere un'immagine che ci piomba in testa come la pioggia dantesca, una visione da cui partire, da cui concepire uno sviluppo narrativo, una visione da mettere in connessione con l'espressione verbale.
Lo spiritus phantasticus è un bacino di potenzialità letterarie da cui attingere a piene mani.

Calvino si chiede se nel Duemila, era di immagini prefabbricate, sia ancora possibile l'esercizio della fantasia e dice che se la fantasia è in crisi possiamo riciclarla postmodernamente, o ripartire da zero, reiventarla.
Di certo, per affabulare, per trasmettere incanto, per far sì che l'immaginario interiore o esteriore si faccia narrazione, bisogna farsi inzuppare da quella pioggia fantastica.

5) Molteplicità

Che vuol dire anche complessità, miriade di fili che si intersecano, rete di relazioni, enciclopedismo, come la scrittura di Carlo Emilio Gadda per esempio.
Per Calvino Gadda è perfetta espressione del romanzo moderno, della sua necessaria molteplicità prospettica e stilistica, della sua polifonia, della sua forza centrifuga.
Un "iper-romanzo" insomma, una grande rete di potenzialità.
Qualcuno potrà obiettare che più l'opera tende alla moltiplicazione dei possibili più s'allontana da quell'unicum che è il self di chi scrive, la sincerità interiore, la scoperta della propria verità. Al contrario, rispondo, chi siamo noi, chi è ciascuno di noi se non una combinatoria d'esperienze, d'informazioni, di letture, d'immaginazioni? Ogni vita è un'enciclopedia, una biblioteca, un inventario d'oggetti, un campionario di stili, dove tutto può essere continuamente rimescolato e riordinato in tutti i modi possibili.

Consistency sarebbe stata la sesta lezione, ma è rimasta allo stato di appunti. Riguardava l'inizio e la fine di un lavoro di scrittura, il passaggio dall'universale al particolare, quando l'opera si presenta e ci congeda dal mondo.

Cosa mi è rimasto alla fine di questa lettura che ho insolitamente svolto in spiaggia, sotto un'ombrellone, sfidando la potente calura siciliana, in una manciata di ore?

Queste cose preziose:

- La modernità delle lezioni, ancora brillantissime dopo 30 anni, per certi versi profetiche rispetto alla nostra epoca.

- La loro applicabilità alla vita oltre che alla letteratura. La lezione della leggerezza, per esempio, vorrei farla mia alla lettera, vorrei applicarla alla mia quotidiana razione di pesantezza ed essere Perseo più spesso.

- L'ammirazione per una cultura vasta e aerea, capace di citare, planare, rivolare, legare insieme gli infiniti spunti senza sbavature. Dio mio Italo, quanto hai letto e studiato?

- L'amore per la capacità di Calvino di non essere accademico e seriosamente impostato, per l'aver concepito queste lezioni con piglio coerente alla sua cifra stilistica, con leggiadria anche quando la posta in gioco è alta, anche quando il terreno si fa filosofico, scientifico, antropologico, anche quando il suo scibile enorme fa quasi paura.
C'è sempre altruismo in queste lezioni, la bontà di darsi al lettore/ascoltatore.

- La sensazione che una lettura sola non basti a farmi afferrare la portata di quest'opera. Occorre rileggere, soffermarsi, studiare. Le Lezioni americane sono un discorso sempre aperto, una possibilità continua di consultazione.

- Leggere è una delle attività più belle al mondo.

- Scrivere è una delle cose più difficili al mondo.

Essere leggeri, rapidi, esatti, visibili, molteplici: chi riesce in questa impresa a cinque fatiche è un eroe, un Dio.
Quando penso alla scrittura di Calvino, di qualsiasi tipo, in qualsiasi sua opera, mi si affaccia sempre alla mente l'idea di divinità.
Una lezione, questa, che non si può imparare.

lunedì 8 agosto 2016

NullaDiPreciso goes on holidays


Facciamo che abbassiamo per un po' lo schermo del pc, anche lui fiacco e surriscaldato, ci tuffiamo in un qualsiasi tipo di mare (per me, anche questa estate, un po' Mediterraneo-siculo e un po' Adriatico-marchigiano), ci insabbiamo il corpo e le idee, ci lasciamo intorpidire e rinvigorire dalla potente solarità di agosto, sempre ricoperti di SPF 50 o 30, ci portiamo dietro mille libri di cui ne leggeremo mezzo, facciamo come i protagonisti di Moonrise Kingdom, liberi e danzanti sulla spiaggia, e ci rivediamo fra qualche settimana, ristorati, con un tipo di pallore molto meno medioevale e forse già con qualche pensiero autunnale in testa...

Buone vacanze, a presto <3

giovedì 4 agosto 2016

I Love Books: 125. Via col vento


Dunque, da dove inizio?
Direi dal dato di fatto più rilevante a fine lettura e cioè che Via col vento è un meraviglioso-sontuoso-grandioso romanzo, è un mondo, una filosofia di vita, un'avventura a più livelli.
Il suo corpus è così vasto, corale, stratificato che non si sa da dove iniziare nel tesserne le lodi.

Partiamo dalla considerazione più pratica e cioè dal fatto che le 1104 pagine di un tomo la cui massa indolenzisce il polso sembrano spinte da un vento frenetico e leggero, scivolano fra le dita senza attrito o frenate soporifere.
Non perché siamo in presenza di un romanzo facile, "estivo", ma perché siamo in presenza di un romanzo incredibilmente vivo, attraversato da correnti emotive ed esperienziali ininterrotte che inglobano il lettore in un mare magnum impetuoso.
Non temetene la mole: è una giostra mastodontica, ma non si ferma mai.

In secondo luogo, scordatevi la pomposa retorica del "domani è un altro giorno", del "francamente me ne infischio", tutta quella melassa sinfonica legata al filmone di Victor Fleming (che a dire il vero NON HO MAI VISTO. Incredibile, inverosimile, ma vero) e alle sue simbologie sentimentali, tutte quelle frasi e scene passate alla storia, precedute da una fama forse un po' banalizzata, sicuramente stereotipata, la stessa fama che mi ha tenuto lontana da Margaret Mitchell per decenni.

Il romanzo è molto più autentico, un'esperienza intensissima, vasta quanto i campi di cotone della contea di Clayton in Georgia, un perfetto alternarsi di atmosfere sensoriali e di concretezza storica, di immersioni paesaggistiche e di tumulti prebellici/bellici/postbellici, di micro e macrostoria, di ampia analisi della civiltà americana e di prospettiva sudista, di sentimenti e di risentimenti, di ambizioni e di costrizioni, di dramma e di ironia...

Mi aspettavo un polpettone melò, una compostezza romantica con morale buonista, invece tutto il romanzo è attraversato da un'energia cinica e irriverente, la stessa che anima la protagonista Rosella O'Hara, antieroina, antiromanzesca, antipatica, per quel che mi riguarda un idolo, un tipo di donna letteraria tardo-ottocentesca che non ti aspetti, con difetti così enfatici, pecche morali così lucide che ne fanno qualcosa di spietato e di divertente insieme, una stronza da picchiare con un'etica opportunista che ti conquista.

Il cinismo di questa donna mi ha divertito oltremodo, la sua verve inesorabile, la sua rude onestà, il suo senso pratico ai limiti del disumano, caricano le pagine di personalità, di sincerità.
"Perché Dio ha inventato i bambini?" pensò ferocemente nel momento in cui si storceva una caviglia. "Una vera calamità: inutili, sempre fra i piedi, sempre a piagnucolare, sempre bisognosi di cure!".
Ditemi dove la trovate una giovane donna più dura e schietta di lei, così outsider nell'essere moglie, madre, figlia della sua epoca. Io la a-m-o!

Ma Rossella non è solo questo, solo occhi verdi da gatta, pelle di magnolia, capricci ed egoismo a profusione: è anche la struttura portante del romanzo e dei personaggi che lo abitano, è la forza motrice di tutta la grande carovana umana bianco-nera di Via col vento, forse è lei stessa quel vento, così poco docile e così forte.
Rossella è un'equilibrista del vivere, una che di fronte al terrore dell'incerto che la guerra ha seminato ovunque, reagisce praticamente, senza alcuna speculazione vittimistica, senza perdere la bussola dell'intraprendenza.

Lei che ama la sua Tara, con la sua lunga strada rossa che va dalla collina al fiume, i suoi campi con i verdi germogli di cotone, la sua aria e la sua luce, al punto da volerla ricostruire, reinventare.

Lei che si rimbocca le maniche, escogita, si dà al commercio in barba ai benpensanti tradizionalisti, all'immobilità di certi ruoli e di certe menti.
Tara era il suo destino, la sua lotta, e doveva vincere.
E poi c'è Rhett Butler, sprezzante antieroe, perfetta controparte maschile di Rossella, come lei tendente all'empietà, alla sfida sociale, all'interesse personale. Un impudente patentato che si ama e si odia con identico trasporto.
«Vi amo, Rossella, perché ci somigliamo tanto; rinnegati, tutti e due, e profondamente egoisti. A nessuno di noi due importa che il mondo vada in rovina, purché noi ci salviamo.»
Rhett il sardonico, che con le sue beffarde provocazioni fa la guerra all'ego di Rossella, lo solletica e lo demolisce senza soluzione di continuità, fino alla fine del romanzo e anche oltre.
No, cara, non vi amo, come voi non mi amate; e, se vi amassi, sareste l'ultima persona a cui lo direi. Dio salvi l'uomo che vi ama davvero. Perché voi spezzereste il suo cuore, tesoro, da quella gattina perversa e crudele che siete, così incurante e sicura che non si prende neanche il disturbo di nascondere i suoi artigli.
E intanto gli yankee fanno guerra civile agli schiavisti del Sud, una guerra il cui orrore non è mai sfondo nel romanzo, ma parte integrante e vivissima dell'esistenza di ogni personaggio, di chi combatte e muore, di chi combatte e torna, di chi aspetta, di chi scappa, di chi ha fame, di chi spera.

Quante vicende, quante situazioni, quanti ostacoli e sempre, in ogni avversità, quando la crisi vorrebbe dominare ogni cosa, c'è la supereroina antieroica Rossella O'Hara, coraggiosa, audace, ferina, che trascina, mette in salvo, escogita, con una straordinaria dose di egoismo altruista.
Sempre più stanca, sempre più forte.

Rossella, l'ossimoro vivente, dura e fragile, egocentrica e dedita a suo modo a chi le sta accanto, distruttrice e salvifica, il peso dell'oggi e la speranza del domani.

Duplice modo di essere, così come duplice è il punto di attrito di tutta la sua vita: da una parte Ashley Wilkes, tiepido, frenato, grande amore impossibile di sempre, dall'altra parte la moglie di lui, Melania, bonaria, buonista, buonissima creatura, che Rossella odia eppure protegge sempre, che ama inconsciamente pensando di detestarla immensamente.

Quanti sentimenti contrastanti, quante certezze ostinate e quanti ripensamenti fulminei su queste due persone: insieme a Rhett, sono loro le spinte costanti e contrastanti di Rossella e della sua rocambolesca vicenda.

E ovviamente la casa bianca di Tara, picco assoluto di geografia sentimentale, dove tutto inizia e dove tutto, in un modo o nell'altro, deve continuare. Perché (me la concederete un po' di retorica a fine post!):
Dopotutto, domani è un altro giorno.

Margaret Mitchell vinse con Via col vento il premio Pulitzer nel 1937
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