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2 libri (+ 1 serie tv) per le vacanze estive

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Ho letto sul web consigli di lettura e vademecum letterari per l'estate di ogni genere e di svariati livelli di fattibilità. Le liste sono spesso lunghe e prevedrebbero l'ausilio di carriole per il trasporto dei volumi suggeriti e un paio di fantasiosi mesi extra di estate e tempo libero.

Io voglio essere realista e tenere nella giusta considerazione il sacrosanto diritto all'otium estivo dopo il negotium delle tre precedenti stagioni, la soave tendenza all'inettitudine da spiaggia, al pisolino pomeridiano che ci fa sentire sbronzi al risveglio, alle passeggiate en plein air, agli affondi con la lingua nel gelato, a tutte quelle benefiche forme di accidia agostana che spesso non prevedono cultura e letteratura, non a dosi elevate almeno.

Per questo vi consiglierò solo due libri, entrambi freschi (non di uscita), positivi, facili da sintonizzare al clima esterno.

Li ho letti entrambi da poco (il primo è in realtà una rilettura, un ritorno alla mia preistoria liceale) e…

I Love Books: 145. Il racconto dell'ancella

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Scrivere di questo romanzo è difficile, c'è qualcosa di violento che strappa il foglio bianco, ma anche una stasi surreale che impedisce di provare qualcosa per un po' e di parlarne.

Lascia senza parole Il racconto dell'ancella, e con una paralisi delle intenzioni.
Il cervello ne esce spaventato, l'apparato riproduttivo straziato per empatia con la protagonista, il proprio senso di indipendenza rinvigorito per contrappeso.
Non è una lettura facile, o meglio, lo è per come è scritto e per la capacità di coinvolgimento che ha (si legge d'un fiato, ha una prosa fluente), ma aggredisce la pace interiore, si mette a punzecchiare senza sosta il nostro essere donne in punti piuttosto sensibili, aree della nostra dimensione femminea che se toccate possono ferire, atterrire, denudare. Leggerlo da uomini deve essere altrettanto doloroso, immagino.
Distopia non è come dire utopia, è un'ipotesi di futuro che osserva il presente, un'esasperazione condita di fantasia e di…

I Love Books: 144. Mia figlia, don Chisciotte

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Ultimamente provo a leggere più narrativa indipendente, a conoscere nuove realtà editoriali, nuovi nomi in catalogo, nuove scritture.

Tipo la NN Editore, la casa editrice milanese che ci ha fatto conoscere Kent Haruf (io non ho ancora avuto il piacere) e Jenny Offill (di cui ho letto Sembrava una felicità) e che esercita su di me un grande fascino grafico a prescindere dal nome e dal titolo in copertina.

Mia figlia, don Chisciotte l'ho comprato a scatola chiusa durante Una marina di libri a Palermo; ho toccato tutti i libri esposti nello stand NN, li ho desiderati uno per uno, poi mi sono fermata su questa copertina rosso mattone e l'ho fatta mia*.

Mi ha incuriosito il titolo, una dichiarazione netta, quella virgola dalla doppia possibilità, la genitorialità accostata alla letteratura.

È un romanzo molto originale negli intenti, una sorta di ibrido tra il saggio e la dichiarazione d'amore, tra l'analisi accademica e la narrazione familiare. Lo scrittore catanese, che a…

I Love Books: 143. Moby Dick

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C'è sempre un grande classico non ancora letto nonostante i primi capelli bianchi e l'amore millenario per i libri. Un classico che improvvisamente si decide di leggere nel 2017, presi per mano dal tempo dilatato dell'estate e da un gruppo di lettura online (gli amabili Scratchreaders dell'amato Scratchbook) per sentirsi meno terrorizzati da certi abissi oceanico-letterari.

Così in questo inizio estate, per la prima volta a 33 anni, ho letto Moby Dick, grande Leviatano letterario che ho evitato per decenni e per errore, perché convinta fosse un'avventura di pirati e di ittica megalomane, un testo per ragazzini che aspirano a diventare capitani coraggiosi e vanno matti per i documentari sulle balene e i pesci martello. Ci vedevo dentro uno speciale di Superquark con ricostruzione 3D della balena e ci vedevo tanta noia. "Ma scherzi? Non fa per me!" e affini.
Nelle esortazioni di chi me lo consigliava vedevo promesse da marinaio.

A me di balene non frega gr…

Serie tv Netflix: 4. Anne with an E

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Anne with an E è ufficialmente una delle mie serie tv preferite di tutti i tempi. Vi spiego perché.

Il primo libro che da bambina ho letto in autonomia, con consapevolezza e sincero piacere, è stato Anna dai capelli rossi (Anne of Green Gables). Il mio primo amore verso il contenuto e verso il libro come oggetto.
Lucy Maud Montgomery mi ha avviato a una vita da lettrice forte e io mi portavo dietro le sue parole in copertina rigida Mursia dovunque andassi, felice di aver scoperto una porzione di paradiso col solo ausilio della mia alfabetizzazione da scuola elementare. Debito di riconoscenza a vita verso Lucy.

Netflix avrebbe potuto rovinare un mio meraviglioso pezzo di memoria letteraria e invece ne ha fatto qualcosa di speciale, una serie di qualità elevata, con un modo di fare attuale e indipendente e una cura narrativa, un conforto letterario da romanzo ottocentesco.
Moderno e pienamente romanzesco, un piccolo miracolo che fa innamorare e gioire.
La sceneggiatura di  Moira Walley-Bec…

I Love Books: 142. I racconti di Pietroburgo

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La Prospettiva Nevskij, le atmosfere surreali, le apparizioni senza senso, le perdizioni e le predizioni, una versione di San Pietroburgo onirica e grottesca che se si decide di accettare riserva sorprese e seduzioni.

I romanzieri russi sono sempre macchine di furore letterario, sono impetuosi e trainanti; a dispetto del rigore termico in cui scrivono sciolgono glaciazioni con le loro penne infuocate.

Gogol' è ancora di più di questo: è pazzo.

Di una pazzia creativa in grado di offrire sorrisi e turbamenti al lettore; il suo è un gioco con regole speciali a cui si partecipa sospendendo ogni puntiglio e disappunto razionale.
Mi sono immersa nel suo mondo privo di senso eppure vicinissimo alla verità con l'intenzione di scrollarmi di dosso un po' di serietà e di dimenticare il dramma amplificato della mia precedente lettura.

Ci sono riuscita. Cinque racconti, cinque diverse sperimentazioni, una letteratura russa diversa da quella più impegnativa e maestosa a cui sono abituat…

Quello che Girls ha significato per me

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2012 - 2017.
Ho aspettato un po' prima di vederla, non ero pronta all'addio, ma adesso è fatta, ce l'ho fatta.
FINITA. La sesta e ultima - ULTIMA - stagione di Girls ha chiuso qualcosa dentro di me, un flusso di libertà solidale e femminista che proverò a tenere sempre con me.
Perché Girls non è solo una serie tv nel mucchio, ma una modalità di pensiero, una manifestazione plateale di indipendenza, un'occasione unica per salvarsi.

Quello che Girls, Lena Dunham e la sua Hannah Horvath hanno rappresentato per me provo a dirvelo con qualche parola chiave.

Libertà: sessuale, corporea, verbale, estetica, lavorativa, esistenziale. Quella di Hannah è una vita aperta, esposta a correnti di incontri, scontri, errori, eccessi, esperienze. Vulnerabile per questo, non sempre funzionante, ma anche estremamente autentica. Un inno all'autodeterminazione, alla strafottenza nei confronti del giudizio, all'espressione del sé fisico e psichico.
Hannah è una Nuda Veritas sovrappeso…