mercoledì 22 febbraio 2017

Serie tv Netflix: 3. Lemony Snicket - Una serie di sfortunati eventi


Una serie tv la cui sigla d'apertura recita "Non guardare, non guardare...Ogni singolo episodio provoca sgomento..." (Look Away nella versione in lingua originale), non poteva che avere la genialità in corpo.

Una serie di sfortunati eventi è una serie tv geniale e autocratica, regolata da unità di misura tutte sue, animata dallo stile prima di tutto.

Ci sono i tre orfani Baudelaire e c'è la loro nemesi trasformista, il Conte Olaf, spregevole essere che mira creativamente alla cospicua eredità dei fratelli.


La ripetizione, lo stilema, lo schema sono caratteristiche proprie della serie e non debolezze come alcuni spettatori hanno pensato: succedono sempre le stesse cose, il Conte si traveste da qualcuno e i tre cercano di smascherarlo, ma è in questa caratteristica che risiede l'originalità, la dichiarazione di stravaganza.
Essere sopra le righe può voler dire anche riproporre quelle righe svariate volte e farlo sempre con il senso dell'umorismo.
Una serie di sfortunati eventi, ovvero: essere una serie tv e giocare spudoratamente con la serialità (i riferimenti espliciti non mancano!).

Gli sfortunati eventi che vivono i Baudelaire sono in serie e seguono sempre le stesse grottesche dinamiche e per questa bizzarra forma di narrazione io ho perso la testa, perché è una deliberata scelta di nonsense, perché mi ha fatto pensare più ad una pièce teatrale che ad una serie tv classica.

È vero che si respira aria di Wes Anderson e di Tim Burton nei colori ora pastello ora goticheggianti, nelle atmosfere stravaganti e vittoriane, ma Una serie di sfortunati eventi ha anche qualcosa di unicamente suo.

È una serie in qualche modo colta, ricca di sapere e di ironia sul sapere, apparentemente per ragazzi, ma a ben vedere carica di un cinismo e di un sarcasmo che strizzano l'occhio all'adulto.
Giochi di parole, citazioni, spiegazioni enfatiche, doppi sensi, battute sofisticate e altre cose assai originali.
La figura del narratore Lemony Snicket (Patrick Warburton) è parte integrante di questo stravagante procedimento.

E poi c'è lui, Neil Patrick Harris, che ci aveva già intrattenuto epicamente in How I Met Your Mother, e che si conferma performer ad ampio spettro, un camaleonte, un caratterista.
Ogni sua identità nella serie è uno show di fattezze, movenze e parlate strambe, una serie di esilaranti travestimenti.

Jim Carrey nel film era già bravissimo, ma Neil è un fenomeno, un'apoteosi di perfidia teatrale.
Io ho riso ad ogni sua apparizione, sono stata al gioco e mi sono beata di cotanta idiozia.


La parte cattiva di questa serie, pur perdendo ripetutamente (e senza accenni di resa), è quella vincente perché i Baudelaire, Violet e Klaus, secchioncelli, preparatissimi, superdotati e la piccola mordace (letteralmente) Sunny, esaltano lo spettatore molto meno rispetto all'orrendo, osceno, malvagissimo nemico.
Fanno tenerezza questi disgraziati ereditieri dal q.i. altissimo, ma la serie non vuole suscitare tenerezza, bensì un ghigno malefico, ghigni malefici in serie.


Consiglio Una serie di sfortunati eventi a chi sa bene che Netflix vuol dire serialità diversa dal solito e a tratti stramboide, a chi è disposto a giocare e a rispondere alle strizzatine d'occhio che la serie invia più e più volte, a chi ama i due registi citati sopra e in generale è alla ricerca di qualcosa di stiloso e bizzarro da vedere, a chi ha letto i libri di Lemony Snicket e/o ha amato il film del 2004, agli ironici e ai cinici, ai nostalgici di Barney di HIMYM.

Per tutti gli altri vale il monito della sigla: Non guardare.

mercoledì 15 febbraio 2017

I Love Books: 135. Tony & Susan


Lo dico subito così mi tolgo il pensiero: il film di Tom Ford Animali notturni è molto, molto, molto meglio della sua fonte letteraria Tony & Susan.

Il film è di una bellezza che atterrisce, il romanzo atterrisce ma è privo di bellezza.
Il film si insinua nella psiche dei personaggi e dello spettatore, il romanzo vorrebbe farlo ma non è (sempre) in grado.

Tutto il nero interiore, la sfida psicologica, la malinconia estetizzante del film si perdono fra le pagine di un romanzo interessante per tecnica, ma poco vibrante.

Impeccabile la gestione del triplo filo narrativo, il personaggio di finzione Tony letto dalla donna reale Susan tramite le parole del suo ex marito Edward: l'abilità metaletteraria di Wright è da specialista, la sua operazione su più livelli davvero ben fatta.
Quell'immedesimazione totale di Susan, quel leggere il non più suo Edward attraverso il Tony che lui ha creato, quel continuo gioco di rimandi tra letteratura e vita ripensata attraverso la letteratura, il tema della vendetta che attraversa i due piani, sono tutte cose molto interessanti.

Ma qualcosa non mi ha convinto.

Il difetto principale di Austin Wright è, a mio avviso, la freddezza, quella sua scrittura chirurgica da scuola di scrittura, precisa, studiata a tavolino, asettica.
Il calore manca del tutto e se è vero che una trama così dura non poteva certo darsi agli abbandoni emotivi, qualcosa di più sul fronte della temperatura e del coinvolgimento si poteva fare.
Il romanzo è gelido e distaccato. A volte ti colpisce con la sua vicenda torbida e violenta, con i suoi riferimenti all'amore perduto, al potere della lettura e della scrittura, ma non ne fai mai davvero parte.

L'asciuttezza non mi è mai piaciuta in letteratura, io voglio nuotare dentro periodi ampi e un lessico abbondante, non mi piace la misura breve, il punto dopo pochissime parole, il minimalismo.

Il tipo di scrittura di Wright, unita alla nube notturna e disumana che aleggia su ogni pagina come la minaccia di un orrore perenne, rende la lettura piuttosto molesta, qualcosa a metà tra il disagio e l'interesse, una strana percezione di rigetto e curiosità.

Perché poi, a ben vedere, il romanzo si legge rapidamente e si vuole arrivare fino in fondo; non è uno di quei libri da abbandonare, assolutamente no. Ci sono anche dei passaggi illuminanti, di grande forza.
Devi essere per forza uno scrittore? domandò. Che errore. Lui reagì come se gli avesse suggerito di suicidarsi. Tanto varrebbe che mi chiedessi di accecarmi, le disse. Scrivere era come vedere, dichiarò; non scrivere era la cecità. Susan non rifece mai lo stesso errore.
È solo che ha un cuore (e una prosa) di pietra.

Può darsi che il film sia stato talmente bello e pieno da influenzare la mia lettura verso il pregiudizio dell'inarrivabile, che mi abbia fatto notare soprattutto i vuoti e le mancanze del libro, ma sono convinta che, se anche avessi letto Tony & Susan a mente neutra, sarei rimasta insoddisfatta e in preda ad un senso di amara solitudine.

mercoledì 8 febbraio 2017

Il mio parere su Arrival


La fantascienza mi entusiasma sempre poco e con mille riserve, tutto ciò che è spaziale e altrove siderale al cinema, salvo rare eccezioni (tipo Gravity o The Martian), mi interessa raramente.

Arrival però è diverso, si colloca da qualche altra parte, una zona al confine con la poesia, l'intimismo e la tristezza, tutte cose che nella sci-fi canonica difficilmente troviamo.
Non so nemmeno se parlare di fantascienza parlando di Arrival perché sugli alieni, le navicelle, le tute, l'improbabile, il dualismo bellico, prevale l'umanità. "Human", scrive la protagonista Louise nella sua lavagnetta da mostrare agli alieni, solo "human".


Gli occhi acquorei e brillanti di Amy Adams sono il veicolo principale di questa umanità.
Trovo che questa donna sia uno spettacolo di diafana eleganza e quando è presente in un film quel film acquista profondità immediata, grazia. (Vedi anche alla voce Animali notturni).


Ma Arrival non è solo la maestosa malinconia di Amy Adams, è anche una riflessione sulla concezione del tempo e sulla possibilità di intenderlo diversamente, sulla linearità che può essere circolarità se vogliamo, sulle scelte di vita che facciamo, sulla predisposizione all'ascolto, anche di quelle cose che ci sembrano aliene e indecifrabili.

Non so dire se Arrival sia un capolavoro, ma ha una bellezza mesta davvero degna di nota, una delicatezza d'insieme, specialmente nella parte più a rischio boiata dedicata agli alieni, un cuore metafisico che non mi aspettavo e che mi ha commossa.

Quando all'inizio del film ho visto per la prima volta quella sorta di uovo spaziale futuristico sospeso nell'aere tipo installazione al MoMa, mi sono detta "Ci siamo, ora divento sarcastica", ma poi è diventato tutto così coinvolgente e intimo e io sono ritornata buona e aperta.


Gli alieni eptapodi (solo a me hanno fatto venire in mente Mano della Famiglia Addams?) che comunicano a ideogrammi di inchiostro nero di grande effetto artistico, che non si sa bene se vengono in pace o in guerra, che emanano qualcosa di criptico, per cui il tempo non è causa-effetto come per noi, ma qualcosa di teleologico, mi hanno emozionato tanto.


Ma la cosa che mi ha emozionato di più è quel costante, strenuo, meraviglioso sforzo di comprensione che è alla base della storia narrata dal film, quel voler capire e volersi capire, quel protendersi grafico e fisico verso l'altro, cercando un punto di contatto, un linguaggio trasversale, universale.

Cosa c'è di più bello della comprensione? Del capirsi anche a gesti e dell'abbracciare il diverso dopo la fatica dell'estraneità?


Da questo punto di vista Arrival è un grande trionfo, è la celebrazione di una concordia umano-alieno da intendere in senso lato.
Mi ha fatto pensare direttamente alla mia umana specie, al fatto che andiamo vagando spauriti tra passato e futuro e invece dovremmo solo essere simultanei, senza attese, senza incomprensioni, seguendo una grammatica del vivere diversa, dove non c'è causalità ma accettazione.

Il racconto di Ted Chiang da cui è tratto il film si intitola Storia della tua vita (e non La guerra dei mondi, per dire) e non è affatto un caso.

Se i film di fantascienza avessero tutti questo tipo di fonte letteraria e il tocco di classe di Denis Villeneuve non me ne perderei uno.

Arrival è un film metafisico, a tratti oscuro e diversamente interpretabile, un sofisticato incontro di linguistica, matematica e filosofia, in cui "l'arma" non è un missile a testata nucleare per lo sterminio di massa del nemico alieno, ma un linguaggio.

Arrival è un film che non parla di alieni ma parla con gli alieni.


(Parla invece di cose complesse come l'ipotesi di Sapir-Whorf, su cui potremmo aprire dibattiti senza capo, coda e fine!).

lunedì 6 febbraio 2017

I Love Books: 134. La donna in bianco


È la terza volta che parlo di Wilkie Collins (l'ho già fatto con identico entusiasmo in questo post e in questo post) e per la terza volta devo dare ragione al prode Baricco che sulla prima di copertina dice che smettere di leggere Wilkie Collins è impossibile.

Perché è impossibile?

Perché le trame sono ricche di fatti e di gente, completamente orientate all'azione e alla reazione.
C'è sempre qualcosa da scoprire, un piano da portare avanti, un malvagio da punire e tutto ciò rende praticamente impossibile provare stanchezza. Collins è uno scaltro ragno avvocato-letterato in abiti ottocenteschi e noi cadiamo nella sua rete a dispetto della nostra sfacciata modernità.
Il mistery è un genere sempreverde e Collins ne è maestro senza tempo.

Ogni capitolo apre una finestra su quello successivo e tu devi per forza affacciarti e sbirciare, devi proseguire l'esplorazione in quei sottoboschi britannici di umanità e scelleratezza.
Ai suoi tempi (1859- 1860) il romanzo uscì a puntate sul settimanale diretto da Charles Dickens All the Year Round e i lettori dovevano aspettare; noi fortunelli del 21° secolo ce lo possiamo godere senza soluzione di continuità.

La donna in bianco mi è piaciuto tanto quanto Armadale e Senza nome.
L'impianto è sempre lo stesso, ma c'è la figura sinistra del Conte Fosco, quella spettrale della donna vestita di bianco, quella diabolica di Sir Percival a dare una nuova personalità all'insieme.
Anne Catherick, debolissima, e Marian Halcombe, forte e indipendente, sono altre due figure femminili di ottima fattura psicologica fra le tante donne ben connotate dell'immaginario collinsiano.

Il bello dei romanzi di Collins è anche questo (che poi è la stessa forza dei romanzi del suo amico Dickens): sebbene le vicende siano sempre un po' le stesse, a base di beghe legali e disguidi su eredità e cose così, i personaggi sono singolari, ognuno caratterizzato per non confondersi con gli altri, eroine e villain di cui ricordi il nome, i fatti o i misfatti anche a distanza di tempo dalla lettura.

Ne La donna in bianco l'elemento a mio parere eccezionale è anche l'alternanza di punti di vista e il suo dipanarsi attraverso testimonianze e deposizioni di vari personaggi, come fosse un processo.
La coralità salva sempre dalla ripetizione, dalla lunghezza, e il rimbalzare della storia da una voce all'altra è puro ritmo narrativo.

E poi, cosa ricorrente in Collins, la compostezza vittoriana con la sua ritualità domestica viene sempre scossa e minacciata da qualcosa o da qualcuno ed è esaltante vedere questo mondo quasi lirico farsi minaccioso e notturno.

Voglio tranquillizzare tutti coloro che di fronte ad un libro pasciuto di 800-1000 pagine arretrano per andare al reparto libri denutriti: la mole è notevole, ma non c'è da temere, non è Infinite Jest, è un librone da comfort zone letteraria, benevolo, fluente, divertente.

T.S. Eliot disse che La donna in bianco è il miglior romanzo di Wilkie Collins, ma anche gli altri che ho letto non scherzano.
Certo è che un romanzo a caso di Collins va inserito  nei libri da leggere almeno una volta nella vita, soprattutto se amate la letteratura inglese dell'800 ma vi siete già spazzolati tutta l'opera di Dickens.
Le nostre parole sono come giganti quando ci fanno un torto, e come nani quando ci rendono un servigio.

martedì 31 gennaio 2017

Il mio parere su La La Land


Il potere speciale di La La Land secondo me è questo: ti fa uscire dalla sala con una luce nel cuore e una dolcezza danzante in corpo che ti fa quasi volare.
Ti sembra di non toccare terra quando cammini per strada dopo aver visto il film, di pesare di meno, di essere aerea e dotata di amore e altre sensazioni elevanti.

La La Land è fatto della stessa materia di cui sono fatti i sogni.

Credo che tutto il clamore, le valanghe di nomination agli Oscar, le aspettative da strapparsi i capelli si possano spiegare con la magia che infonde: La La Land è un incantesimo.

Siamo tutti sotto questo incantesimo e il mondo non è mai sembrato così a colori, così romantico e così orientato verso i sogni da quando questo film circola nelle sale e negli occhi della gente.

Perché poi, a ben vedere, la storia del film è semplice semplice, il classico binomio amore-sogni e come raggiungerli su sfondo hollywoodiano, un boy-meets-girl movie giovanile con un filo di nostalgia cinefila.
Per cui, se togliessimo il contorno non rimarrebbe nulla di nuovo, nessuna rivoluzione.


Ma è proprio quel contorno, che contorno non è affatto, ad avvolgere La La Land di un mantello originalissimo, di una qualche forma di stupore e di fermento bellissimi.
Con questo potere magico, fatto di musica jazz, di ballerini dalla coordinazione perfetta, di immaginario cinematografico all'ennesima potenza, di colori vivaci, una trama banale diventa una pezzo di cinema d'oro, di cinema vibrante.

E veniamo alla questione musical.
Sono una grande sbuffatrice quando si parla di musical, trovo sempre leziose e tediose quelle coreografie canore in stile Broadway. Non mi coinvolgono e divento sdegnosa.

Ma con La La Land le cose sono andate diversamente.

I momenti ballati e cantati sono in armonia con la parte dialogata del film, ma soprattutto sono uno spettacolo per gli occhi, una sinfonia sbarazzina e gioiosa di corpi lievi e di suoni godibili.
E sono un'invenzione del regista, che cita il passato ma non imita nessuno.
Emma Stone, con capelli, occhi e abiti dai colori accesi, e quel bonazzo di Ryan Gosling, elegante e sornione il giusto, insieme si incastrano, si slanciano, si sincronizzano con una grazia spettacolare e tu tip-tappeggi e fischietti con loro City of Stars e pensi che una coppia cinematografica così iconografica non la vedevi da tempo.
Se ci fosse un Oscar per la grazia questo film lo vincerebbe.


Emma e Ryan, lo sottolineo, sono i trascinatori danzanti e sognanti di questo piccolo miracolo. Non riesco a decidermi su chi mi sia piaciuto di più, se lei, con la sua essenza freschissima, il suo corpo esile e bianco e il suo gigantesco paio di occhi espressivi, o lui, con il suo pianoforte e il suo piano di vita, il suo completo elegante e il suo sedurre senza alcuno sforzo.
Nel dubbio, darei un Oscar a entrambi.


E veniamo al regista, il giovane Damien Chazelle, che mi aveva già dato la scossa con Whiplash.
In lui c'è un'energia elettrica in grado di rinnovare lo sguardo dello spettatore, nel suo stile c'è classe, cultura, ironia, studio eppure nemmeno un briciolo della sua giovinezza viene sacrificato da operazioni cinefile a tavolino o aspirazioni megalomani. Il suo La La Land trasuda impegno folle (quanto sarà stato difficile girare un film del genere?), ma anche divertimento, invito alla festa, solarità californiana.

Ripensando a La La Land mi è venuto in mente, chissà perché, Italo Calvino e la sua lezione sulla leggerezza:
"Nei momenti in cui il regno dell'umano mi sembra condannato alla pesantezza, penso che dovrei volare come Perseo in un altro spazio".

La La Land è un film con le ali che ci fa volare altrove e merita plausi planetari e piogge di statuette dorate per questo.

giovedì 26 gennaio 2017

Serie tv Netflix: 2. The OA

You're strange. I respect it.
Khatun, The OA
Di tutte le serie che avete visto nella vostra appartata vita da binge watchers abbonati a Netflix, The OA è senza ombra di dubbio la più bizzarra, la più fuori di zucca, quella più armata di strategie cattura-spettatore,strategie inusuali, in bilico tra stronzata colossale e pura genialità.

Sgomento, senso del ridicolo e meraviglia sono sensazioni che si provano tutte insieme guardando questa serie: non capisci, vuoi capire, ti viene da ridere, ti viene da commuoverti, ti sembra tutto una farsa, ti appassioni come non mai e provi un senso di marcia trionfale interiore nella bellissima scena finale.

Cosa hai visto? Di che si tratta? Cosa è successo? Perché?
Non lo saprai mai, ma tu questa serie la amerai con trasporto pieno e inspiegabile e ti sentirai paranormale.

Più o meno la vicenda è questa: una giovane donna, Prairie Johnson, che prima era cieca e che era misteriosamente scomparsa, ritorna dopo sette anni nella sua città natale con tutte le diottrie funzionanti e parecchio disagio, raduna quattro liceali e un'insegnante altrettanto emotivamente disagiati, racconta loro una storia surreale di rapimento e reclusione, li inizia a qualcosa di potente e incredibile, una dimensione altra che può essere aperta solo con una perfetta sinergia di movimenti. Una sorta di coreografia danzante dal potere (o dalla suggestione di potere?) inimmaginabile.
Ah, dimenticavo che Prairie si fa chiamare OA, acronimo di Original Angel (PA, Primo Angelo nella versione italiana), e non aggiungo altro.


Non sembra avere molto senso, no?
Tutti quei riferimenti ad angeli, portali verso dimensioni altre, limbi di pre-morte e viaggi non si sa bene verso dove e con quali mezzi di ritorno, tutta quella parte sperimentale con lo scienziato ossessionato da un progetto folle, quei macchinari agghiaccianti e tutto il resto tra fantascienza e sovrannaturale, straniscono lo spettatore e allo stesso tempo lo rendono attentissimo, in uno stato di vigilanza continua su come procede la storia, su come la materia senza nome e stranissima di cui è fatta The OA si muove.


La protagonista e coautrice della serie (insieme a Zal Batmanglij, che è anche il regista) Brit Marling (che avevo amato qualche anno fa in quello strano Another Earth), indipendentissima biondissima creatrice, merita uova in faccia o montagne di onori per questa invenzione, specialmente per la parte sulla danza dei cinque movimenti che raggiunge l'apice nella scena finale.

Le atmosfere di The OA sono cariche di stranezza, elementi sci-fi, grigiore di provincia americana e turbe psichiche adolescenziali alla Gus Van Sant, ma anche di bellezza onirica, bagliore cosmico e altre suggestioni spaziali alla Terence Malick.
Poi c'è qualcosa in più, di mai visto, che non saprei ben definire e che forse ha a che fare con l'aspetto etereo e alieno della protagonista, donna assai singolare che emana chiarore e tenebre.


Alcuni episodi durano 70 minuti, altri 30, ma Brit e Zal se ne sbattono della coerenza perché la loro creatura è stramba e trasversale.

Credo che questa serie possa creare due tipi di spettatore: l'ateo e il fedelissimo. Il primo farà "buuuuu", il secondo farà "woooow". Il primo proverà il fastidio dell'improbabile, il secondo la meraviglia dell'improbabile.

Io, dal canto mio, mi sento fedelissima e felice di aver preso parte ad una serie tv che è un rito magico, un esperimento mistico, un atto di fede, un'insensata messinscena di corpi danzanti e simultanei, una storia che nessuno di noi avrebbe mai e poi mai potuto generare. Non senza l'ausilio di droghe lisergiche almeno.

Se avete Netflix e non avete scelto di vedere The OA è inutile che avete Netflix.


lunedì 23 gennaio 2017

Il mio parere su Paterson


La dolcezza minimale di questo film io non so esprimervela a parole, dovreste vederlo e farvi cullare dal suo tutto fatto di niente, dal suo normale normalissimo ordinario che si fa metafisico e lirico.
Dal suo tempo reale che diventa surreale.


Paterson è un persona, una città, un concetto. È un ritorno all'essenza.
Jim Jarmusch ha spogliato il suo film di ogni accessorio e ne ha fatto un manifesto di normalità, la normalità speciale di chi sa gioire anche di poco, di un quaderno su cui scrivere poesie, di una vita di coppia amorevole, di una chitarra comprata su internet, del dormire abbracciati e di poco altro.

Un ragazzone (Adam Driver, per me sempre più giovane attore del cuore) che guida gli autobus e che fa Paterson di nome, che scrive versi tra un momento e l'altro della sua grigia routine, che vive a Paterson, contea di Passaic, New Jersey, la città di cui scrisse il poeta William Carlos Williams da lui tanto amato, la città in cui emigrò l'anarchico Bresci, la città delle Cascate di Passaic, fonte di ispirazione, luogo di riflessione.


Ad attenderlo sette giorni su sette a casa, sua moglie Laura (Golshifteh Farahani), eccentrica, creativa e amabilissima, con i suoi pattern a cerchi spennellati ovunque, pure sui cupcakes che cucina, le sue tenere prospettive di vita artistica, le dolci richieste e le dolci attenzioni.
Un quadro di amore semplice in cui non poteva mancare un cane, Marvin, spettacolo buffo e borbottante per tutta la durata del film, emblema perfetto di una vita regolare e regolata.


Paterson è la poesia nitida e spoglia delle piccole cose, di un pacchetto di fiammiferi descritto con attenzione su un taccuino, di parole lisce e asciutte che per qualche strano fenomeno sembrano bellissime e ricche. (Poesie scritte da Ron Padgett per il film).
Poesia d'amore
Abbiamo molti fiammiferi in casa nostra Li teniamo a portata di mano, sempre Attualmente la nostra marca preferita è Ohio Blue Tip Anche se una volta preferivamo la marca Diamond Questo era prima che scoprissimo I fiammiferi Ohio Blue Tip 
Paterson è un amore semplicissimo, in cui l'ovvietà anonima della quotidianità è sollevata da riti dolcissimi, da cenette romantiche e casalinghe, da parole di bene, baci e abbracci puliti, anche da un velo di tristezza e di isolamento, familiare a chi ha mai diviso la propria vita con qualcuno.

La routine è il pallore dell'esistenza, ma personalmente credo nella possibilità di colorarla, credo nelle ritualità che ognuno di noi ha e credo che la coazione a ripetere dei giorni sia anche un rifugio dalle incertezze sparse dovunque, un esserci quotidiano quando il tempo e i tempi minacciano di disgregarti, di disperderti.

Fare sempre le stesse cose. Angoscia e conforto.
Avete mai pensato che ci può essere bellezza e fiducia nella vita anche nelle solite stesse cose perché quelle cose sono nostre, sebbene sempre quelle?
C'è forse più poesia nelle cose semplici e nel comune e nella banalità che nel frastuono, nell'incalzante, nell'enorme. È più poeta un autista di autobus che un poeta .

Jarmusch ce lo fa sapere nel modo più delicato possibile e tu esci dalla sala in preda all'incanto, come sedato da una sensazione di buono e di umano familiarissimo, come fossi meno solo, meno fasullo, più capito, più amato, più poetico.

Un’altra Quando sei un bambino impari che ci sono tre/ dimensioni/ Altezza, larghezza e profondità/ Come una scatola da scarpe/ Più tardi capisci che c’è una quarta dimensione/ Il tempo/ Hmm/ Poi alcuni dicono che forse ce ne sono/ cinque, sei, sette…/ Stacco dal lavoro/ Mi faccio una birra al bar/ Guardo il bicchiere e mi sento contento

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