lunedì 5 dicembre 2016

Serie tv mon amour: 38. The Young Pope

"Santo Padre, cosa ha intenzione di fare?". "La rivoluzione, Tommaso."
Di Papi ne abbiamo visti tanti nella storia, eretici, simoniaci, mecenati, buoni, ignavi, ma un Papa così non l'avevamo ancora visto. Santa Romana Chiesa nella testa di Sorrentino ha perso completamente la testa ed è uno spettacolo da non perdere per niente al mondo.

Lenny Belardo aka Santo Padre Pio XIII è il Papa junior immaginario che ci mancava, è rock e oscurantista, vanaglorioso e restio a mostrarsi, miracoloso e refrattario alla pietà, giovane e con idee vecchissime, insomma una bomba di contraddizioni, invenzioni e licenze creative che la mente feconda e bizzarra di Paolo Sorrentino ha voluto generare per la nostra beatitudine.

Ho finito ieri di vedere la serie e dopo il post sulle primissime impressioni voglio dire qualcosa in più.

La cosa che mi ha fatto più apprezzare The Young Pope è la sua totale inverosimiglianza, il suo proporre una figura di papa fantasy, con caratteristiche folli, improbabili, grottesche.
Il papa di Sorrentino mi ha fatto molto ridere e per certi versi questa serie mi viene da definirla comica.
Certe parole, certe situazioni, commentate da una colonna sonora fuori contesto (tipo Senza un perché di Nada) fanno ridere sul serio, perché destrutturano una struttura istituzionale, perché rendono surreale e ben poco mistico l'insieme. Il Vaticano è un posto di incontri, scontri e dialoghi stravaganti.

Sorrentino non è dissacrante rispetto al sacro, va oltre: scherza, rende omaggio alla stranezza e celebra meravigliose feste di implausibilità. Solo un genio o un pazzo potevano concepire una cosa del genere e Sorrentino è entrambe le cose.
Il primo ministro della Groenlandia che danza sul pezzo di Nada, il canguro, il cielo iperstellato, i viaggi onirici di Lenny a Venezia, tante suggestioni originali e libere dal dominio della sensatezza che incantano e inquietano.

Jude Law così tonico e bello, così luminoso, così bianco-vestito e dal cuore non così bianco, così laicamente fumatore, ha sposato il delirio mentale di Sorrentino come Lenny ha sposato la Chiesa ed è sicuramente anche merito suo se questa serie ha colpito così tanto. La gamma delle sue espressioni è molteplice e si pende dalle sua morbide labbra con attitudine ben poco casta.


Devo però ammettere che ho anche qualche riserva su The Young Pope e che il mio entusiasmo ha subito dei lievi contraccolpi durante la visione.
Posto che la narrazione di Sorrentino non è mai narrazione organica e strutturata, che il salto nel nonsense e nel superfluo di natura estetica e poetica è tipico delle sue opere, così come le divagazioni (apparentemente) fuori tema, tuttavia nella serie tv Sorrentino perde la bussola fin troppo.

Lo so, lo so che non ci si deve aspettare una trama cristallina da lui e io lo amo tanto per il suo cinema libero e vicino al flusso di coscienza, ma se il cinema può permettersi un paio d'ore di bellezza fine a se stessa e di anarchia visionaria, in tv il discorso cambia, l'esigenza di un filo conduttore, di un progetto ben definito si fa sentire con più forza.
10 puntate corrispondono a 10 ore, un viaggio piuttosto lungo da reggere senza un conducente almeno un po' razionale.

Ecco, The Young Pope l'ho trovato a tratti privo di una schema, di una struttura narrativa solida.
Sorry, Sorrentino.
Ma lo perdono perché lo amo. E Pio XIII per questa indulgenza mi direbbe:
"Con questo abuso del perdono siamo diventati una barzelletta."
Detto ciò, torno a dire che ho amato tanto questa youth papale conservatrice e progressista insieme e tutto il sottobosco di cardinali, suore e preti, Voiello (Silvio Orlando, bravissimo), definito così bene e così nettamente detestabile, Gutierrez fragilissimo, Suor Mary (Diane Keaton) con le sue t-shirt pazzesche, le sigarette e la pallacanestro, e tutte le altre strane creature di questo mondo vestito di paramenti sacri e svestito di ogni forma di normalità.


La luce che sembra un'ampia pennellata di Caravaggio e pare venir fuori dallo schermo e irradiare lo spettatore è un altro elemento che mi ha incantato; non ho mai visto una serie tv più luminosa, ariosa, biancheggiante e dai riflessi d'oro. La gamma cromatica scelta da Sorrentino è estiva, mediterranea, riposante nonostante le tensioni e le crisi che si annidano nella vicenda.

La sigla d'apertura merita un elogio a parte, con la sua carrellata di storia dell'arte, e la strizzata d'occhio finale di Jude/Lenny è la chiave di lettura di una storia che va presa con ironia e abbandono dell'incredulità, con uno spirito giovane e irriverente, pronto a qualcosa di diverso, di mai concepito.

E poi vedere una Chiesa e un papa così lontani dalla realtà e in qualche modo anche vicini alla realtà, alle sue idiozie e ai suoi esibizionismi, vedere un'esasperazione in chiave grottesca di dinamiche in fondo veritiere, vedere un pontefice così immaturo che si inginocchia e tuona minaccioso: "Signore dobbiamo parlare tu ed io..." come fosse lui stesso Dio, vederlo anche farsi infantile e alla ricerca della sua famiglia d'origine, sentirlo parlare di amore, amicizia e altri massimi sistemi con parole ora bellissime ora irritanti è un'esperienza senza pari.

Non avete mai visto niente come The Young Pope.

Mi sono chiesta spesso durante la visione cosa ne pensano i ferventi cattolici e i fedelissimi di questa trovata di Sorrentino, di questo Papa americano e divistico che fuma e fa le flessioni in tuta, di tutti quei discorsi sul credere o non credere in Dio, sui miracoli e su altri temi delicati che il regista tratta con profondità trasversale e parecchio sarcasmo.
Si saranno scandalizzati o si saranno fatti due risate? O forse non avranno capito questa visione così bizzarra e personale?
Chissà...

Di una cosa sono certa, del mio nuovo fervente culto.

Chi l'avrebbe mai detto che mi sarei fatta coinvolgere così da un Papa?
“Siamo vivi o siamo morti? Siamo stanchi o siamo pieni di energia? Siamo sani o siamo malati? Siamo buoni o siamo cattivi? Abbiamo ancora tempo o è finito? Siamo giovani o siamo vecchi? Siamo immacolati o siamo sporchi? Siamo stupidi o siamo intelligenti? Siamo veri o siamo falsi? Siamo ricchi o siamo poveri? Siamo sovrani o siamo servitori? Siamo brutti o siamo belli? Siamo caldi o siamo freddi? Siamo felici o siamo ciechi? Siamo delusi o siamo gioiosi? Siamo perduti o siamo ritrovati? Siamo uomini o siamo donne? Non importa.”

mercoledì 30 novembre 2016

Il mio parere su Animali notturni

Tenebre e bellezza, Animali notturni (Nocturnal Animals, di Tom Ford, 2016) ruota attorno a questi due poli determinanti e non smette un attimo di turbare e offrire eleganza allo spettatore.
Il thriller notturno in un Texas disturbante si fonde con qualcosa di intimo, romantico, introspettivo e bellissimo. L'agitazione dell'insonnia e il silenzio della riflessione.

Volendo usare una metafora sartoriale Animali notturni è un abito di velluto nero dark di fattura pregiata, di impatto scandaloso, dal potere tenebroso e seduttivo.


Gli occhi cerulei di Amy Adams carichi di tristezza e umida lucidità, la sua pelle di porcellana che emana chiarore, i suoi lunghi splendidi capelli carota che incorniciano l'insieme, vengono sublimati dall'occhio registico di Ford e restituiti a noi che guardiamo come pura energia estetica e come analitica resa del sentimento, della psiche e dei suoi mutamenti.
Quando Susan/Amy Adams inforca i suoi bellissimi occhiali da lettura Tom Ford, quando si aggira stanca per la sua galleria d'arte contemporanea, il viaggio interiore incontra l'estetica, si accoppia al design e capisci quanto Tom Ford, il regista, sia un tutt'uno col Tom Ford stilista e quanto entrambe le cose gli riescano divinamente.


Tramite i sussulti, i ritmi respiratori, le malinconiche pose degli occhi di Susan, viviamo e partecipiamo alla storia di un amore perduto, di una violenza inflitta, di una rielaborazione letteraria e di una autoanalisi tardiva e logorante, di una vendetta trasversale che sconquassa sistemi di vita con l'arma di un manoscritto.

Il male che si può fare con le parole e il potere che queste possono avere quando si fanno narrazione scritta è imponderabile.
Susan legge la storia che ha scritto Edward, il suo ex marito, e mentre lo fa vive epifanie dolorose di pentimenti, sensi di colpa e risalite a galla di una coscienza sporca.
I mostri di un passato ucciso e mal seppellito si palesano tramite il racconto, un racconto violentissimo, notturno, ferino che sconvolge all'unisono la protagonista e lo spettatore.

Accuse di debolezza, virilità stroncate, insicurezze ingigantite, talenti messi alla berlina o ben poco sostenuti, tutto ciò sulla carta può dar vita ad un parto di bestie, ad una discesa nella notte più nera e disumana che si possa immaginare, una notte insonne.

Insieme alla sontuosa e mesta Amy Adams, Jake Gyllenhaal, Aaron Taylor-Johnson, Michael Shannon interpretano i loro feriti, bestiali, dignitosi personaggi con dedizione totale. Tutti e tre suscitano sentimenti forti. Frustrazione, pietà, rabbia e altre cose feroci.

A Single Man, che pure ho molto amato, è molto molto lontano dalle implosioni e dalle esplosioni di questo capolavoro.


Animali notturni io l'ho trovato un film sublime, nel senso letterale di sub-limen, "altissimo", nel senso di orrore che affascina, di spettacolo che atterrisce. Come un'opera d'arte che agisce sugli occhi e sull'anima del fruitore.
Mi ha fatto paura, mi ha messo a stretto e forzato contatto con il male, ma ha avuto un potere attraente sulla mia mente, mi ha fatto pensare a me stessa, ai rapporti di coppia e all'umanità in genere, a quanto spesso violentiamo gli altri con le parole e con certi atti definitivi di giudizio, a quanto siamo animali diurni con insospettabili artigli da bestie notturne.
E mi ha fatto pensare, con un senso di grande consolazione, alla scrittura e al potere catartico che ha, il potere salvifico di sporcare la carta per purificarci da noi stessi e dalle esperienze che ci hanno reso felici e poi disperati.


Vorrei leggere il romanzo di Austin Wright da cui è tratto il film, Tony & Susan (edito in Italia da Adelphi). Chissà se ha lo stesso colore nero profondo e la stessa feroce bellezza del film o se è stato Ford a sublimarlo e a farne un'opera d'arte...

mercoledì 23 novembre 2016

Il mio parere su Animali fantastici e dove trovarli

(Premessa doverosa: non sono una fan integralista della saga di Harry Potter. Ho visto tutti i film, ma non li ho rivisti più volte, non ho letto i libri, non ricordo o non conosco particolari, sottotesti e filologie varie, sono quasi babbana e No-Mag in questo senso, perciò ho visto questo spin-off o prequel o film tratto da uno pseudobiblium come qualcosa di indipendente e a sé stante. Ed è così che ne parlerò, da (semi)profana, senza harrypotterismi analitici.)


Vorrei fare un viaggio nella mente di J.K. Rowling, esplorare quelle sconfinate distese cerebrali in cui nascono e crescono storie di magia occhialuta e animali fantastici dai nomi bizzarri. Deve essere un posto meraviglioso e io ci sprofonderei come Alice in Wonderland.
La sua capacità di elaborazione fantastica è prodigiosa e multidirezionale, questa donna partorisce mondi e creature che incanteranno per decenni, forse perfino secoli, noi terrestri bisognosi di magia ed evasione, che non sia l'evasione idiota di acchiappare Pokémon con uno smartphone, ma qualcosa di più raffinato e stupefacente.

Questa dimensione alternativa la possiamo trovare in questi giorni al cinema sotto il nome di Animali fantastici e dove trovarli (Fantastic Beasts and Where to Find Them, di David Yates, 2016) ed è una benedizione creativa necessaria come il pane.
Gli animali fantastici in giro per una New York anni '20 insieme al loro strambo studioso, sono una cosa molto preziosa, che tutti dovrebbero andare a trovare.

Miseriaccia, quanto l'ho amato e che euforia fanciullesca all'uscita dalla sala!
Ho trentadue anni, ma mi sono sentita alleggerita di almeno vent'anni vedendo il film, volante, aperta e libera di aggirarmi dentro valigie capientissime contenenti universi zoologici improbabili, incantevoli, senza limiti razionali.
Il tutto senza sentirmi mai infantile o fuori target: ero un'adulta consapevole che si è ripresa il suo lato favorevole alle bacchette magiche e alle storie fantastiche per un paio d'ore e se l'è goduto pienamente.


Mi sono venuti in mente i bestiari medievali mentre piano piano si presentavano ai miei occhi tutte quelle buffe creature alate, crinite, microscopiche o macroscopiche, uno spettacolo speciale che lascia a bocca aperta e che da solo vale tutto il film.


Lo snaso (Niffler nella versione originale), per esempio, con la sua inafferrabile cleptomania, mi ha fatto ridere di gusto, come non mi capitava da tempo. Un autentico showman.


La controparte tenebrosa di tutto questo universo meraviglioso, l'Obscurus, è poi la possibilità di riflettere sul potere distruttivo delle repressioni e dello snaturamento imposto ed è il classico elemento forte e profondo dell'immaginario della Rowling, il momento in cui l'incanto incontra le tenebre.
Il male, così come lo immagina la Rowling, è sempre molto toccante e sempre molto più complesso di ogni manicheismo fiabesco tradizionale.

Sul versante umano del film - non meno fantastico di quello faunistico - c'è Newt Scamander, il magizoologo inglese protagonista, a cui l'attore Eddie Redmayne si è dato anima e corpo incrementando la qualità complessiva di questo viaggio fantastico.
Gli incontri che farà in America sono uno più suggestivo dell'altro, credetemi.

E se non bastassero lo spettacolo per gli occhi e la possibilità unica di aprire una cerniera magica nella nostra mente da No-Mag, se non bastasse la fiera di fiere maestose, ridicole, di vario colore, spessore e umore che intrattengono la vista in maniera completa e meravigliosa, se non bastasse Newt Scamander e la dedizione totale di Eddie Redmayne al suo personaggio, se non bastasse Tina Goldstein (Katherine Waterston, la adoro) e il MACUSA, Jacob Kowalsky e Queenie, sappiate che il film è anche carico di altro...


Di avventure alla ricerca di animali un po' discoli a zonzo per la Grande Mela, di incontri di amicizia e di qualcosa di più, di virate nell'oscuro e nell'anima, di riflessioni sulla memoria, anche quella recente della Prima guerra mondiale, e di piogge che la cancellano, di fragili equilibri tra magia e non-magia, di amore verso gli animali e verso la diversità che va preservata ma non segregata, di anticipazioni, citazioni, rimandi, punti in sospeso che non si vede l'ora di approfondire.

Quando uscirà il secondo film della serie io sarò lì, pronta ad un secondo viaggio nella mente della Rowling e nella valigia di Scamander, fra Billywig ronzanti, Demiguise invisibili, Erumpent esplosivi, Asticelli appiccicosi e altre sorprendenti bestioline e bestiacce che non esistono e che è stato bellissimo conoscere.

mercoledì 16 novembre 2016

I Love Books: 131. Armadale


Vi avevo parlato qui, all'inizio dell'anno, della mia scoperta di Wilkie Collins e del genere-mondo che mi si è aperto davanti.
A distanza di mesi mi sono buttata a capofitto su un altro suo romanzo formato king size, Armadale, ed è stata ancora una volta una dipendenza, un piacere autentico: Collins calamita  e io magnete.

Beato chi legge Collins perché dimenticherà se stesso, le sue angustie e le sue coordinate anagrafiche e sociali durante la lettura.
In periodi di umor nero e nuvole ostinate sulla capoccia, Collins potrebbe aiutarvi ad evadere.

Dunque, perché leggere Wilkie Collins e nello specifico Armadale, storia di due uomini che portano lo stesso nome e cognome e di qualcosa di terribile che pende sui loro destini:

- perché siamo al cospetto di un genere piuttosto sui generis nel panorama inglese ottocentesco.
Oltre Dickens e i suoi avventurosi giovincelli indigenti (mondo peraltro altrettanto magnifico e necessario da leggere) c'è il suo grande amico Wilkie, avvocato non praticante con capacità narrativa ipnotica e bagaglio inventivo non scontato.
Conoscenza della giurisprudenza, del crimine e della meccanica narrativa sono gli assi nella manica di questo genio londinese.
Il suo è un tipo di letteratura abbastanza diverso dal canone vittoriano, moderno nelle pulsioni e nella furbizia narrativa, con figure femminili audaci e scaltre e figure maschili-preda che pendono dalle loro labbra.
Segreti, misteri, crimini e altre forme di intraprendenza malvagia che non ti aspetteresti.

- Per sperimentare l'intrigo nel vero senso della parola, una rete di attese, macchinazioni, complicazioni in cui ci si ritrova invischiati fino al collo e per cui il mondo reale fuori dal libro sembra essere solo un intralcio.
Quanto mi piacciono le sue storie legal e spy con un tocco di crime, quelle vicende aggrovigliate con accuratezza  fino allo scioglimento finale perfetto, quei personaggi così coinvolti con consapevolezza o totale innocenza in faccende losche e tortuosi stratagemmi, le suggestioni che sanno creare fino all'ultima pagina...

- Per i personaggi, personalità ben plasmate, forti, pertinaci. La loro animazione arriva netta e credibile, la loro psiche è raffinata, per nulla macchiettistica.
Si affaccendano senza posa tutti questi soggetti del teatro misterioso gestito da Collins con abilità da ingegnere e acume da psicologo.
L'inverosimile fa capolino di tanto in tanto, ma fa parte del gioco accettarlo e sospendere l'incredulità. Leggere Collins infatti è un gioco, una sorta di Cluedo molto meno scontato.

- Per il personaggio di Lydia Gwilt, cattiva, cattiva, cattiva, una strega praticamente, con i suoi fatali capelli rossi e le sue trappole di seduzione e rovina.
Immaginate quanto questa sexy villain senza scrupoli abbia potuto scandalizzare la rigidità mentale e fisica del diciannovesimo secolo, quanto i critici dell'epoca abbiano potuto demonizzarla.
Noi lettori del ventunesimo secolo invece ce la godiamo divertiti e curiosi.

- Per gli interventi spiritosi e brillanti di Collins, intrattenitore astuto che sa come strizzare l'occhio al lettore di qualsiasi epoca.
Le virtù sociali hanno il loro centro nello stomaco. Un uomo che dopo pranzo non sia un marito, padre, fratello migliore di prima è, digestivamente parlando, un uomo incurabilmente cattivo. Quali fascini nascosti si svelano, quali dormienti amabilità si risvegliano quando la nostra comune umanità si riunisce per emettere succhi gastrici! 
Smettere di leggere questo libro è impossibile (cit. Baricco in quarta di copertina), smettere di comprare altri libri di Wilkie Collins (thanks, come sempre, Fazi Editore) lo è altrettanto.

Una volta entrati nel suo sottobosco di crimini e misfatti venirne fuori è difficile, è come il laudano per Miss Gwilt.

mercoledì 9 novembre 2016

3 serie tv che sto vedendo adesso (e che non dovreste perdervi)


The Young Pope: se ne sta parlando come fosse la reale elezione di un nuovo Papa, è la serie tv del momento e la amerete se amate Sorrentino, che qui sorrentinizza ogni cosa dando vita ad uno spettacolo grottesco e lirico tipicamente suo.
Quindi se non vi piace Sorrentino lo detesterete. Non ci sono possibilità intermedie.

Lenny Belardo è follia pura in ambito ecclesiastico, è la Chiesa che incontra il divismo, è il fumo di una sigaretta che si sostituisce all'incenso, è la parola non più buona ed evangelica, ma dissacrante e cinica.
È ridicolo, è saggio, è divertente perché assolutamente inverosimile, è il concetto di Sua Santità che diventa Sua Maestà, è un delirio della mente di Sorrentino che Jude Law ha sposato con devozione.
Cherry diet coke a colazione, pose da poser, ragionamenti sprezzanti, questo papa giovincello e bellissimo vi farà perdere la testa o la fede.
Personalmente pendo dalle sue labbra come la sua onnipresente, onnipotente sigaretta e sono ipercuriosa di seguire il corso del suo papismo radicale e sorrentiniano.



The Crown: se come me amate tutto ciò che ruota attorno al Regno Unito, pioggia, grigiume, clichè da turista e outfit pastello della Regina Elisabetta compresi, se il vostro immaginario è fatto di reami, dimore sontuose, intrighi di potere e dinamiche alla Downton Abbey dal dna autenticamente british, questa Corona vi farà innamorare.
Netflix ha sborsato cifre che probabilmente nemmeno la Regina Elisabetta possiede, ma ha fatto un lavoro impeccabile, filologico ed esteticamente incantevole, attento ai dettagli, alle atmosfere, alle tensioni che derivano da un grande potere.
Storico e salottiero insieme, ha tutte le premesse per essere un gioiello regale.
Claire Foy, la protagonista, è già la mia icona di bon ton e maestosità discreta.
Il mio cuore filobritannico batte forte per questa serie tv che ambisce a diventare la mia affinità elettiva televisiva definitiva.



Westworld: vi dico che è un idea di Jonathan Nolan (fratello di Cristopher) e consorte, basata sul film omonimo di Michael Crichton del 1973 e che vi sarà richiesto uno sforzo deduttivo e cerebrale notevole.
I livelli sono tanti, la diegesi non è di immediata comprensione e le domande si accumulano.
Bisogna aspettare, entrare in questo mondo artificioso e distopico senza fretta di trovarsi a proprio agio e subito adattati al contesto.
C'è un parco a tema nel Far West classico di pistoleri e saloon, ci sono visitatori in carne ed ossa alla ricerca di emozioni estreme, ci sono androidi artificiali che sembrano umani e che iniziano a rendersi conto della loro disumanità.
Il replicante che si ribella all'uomo è il topos centrale, ma c'è molto altro...
Tipo Anthony HopkinsEd Harris e Evan Rachel Wood.

E voi quale di queste tre state vedendo? Cosa ne pensate?
Io aspetto di finirle prima di propinarvi il mio parere integrale in appositi post...

mercoledì 2 novembre 2016

I Love Books: 130. Una storia comune


Una storia comune, proprio così. L'esatto opposto di una vicenda insolita.
Una storia in cui è facile rispecchiarsi, vecchia come il mondo, necessaria come l'esperienza, dedicata a tutti, specialmente a chi ha mai sperimentato il dubbio sul posto in cui vivere, sul senso complessivo dell'amore e su come affrontare gli smacchi (specialmente sentimentali) della vita cercando di tenere a bada le emozioni e gli idealismi.

Ma anche a chi conosce bene l'eterno ring tra senso pratico e pratica dei sensi, tra pragmatica spigliatezza e dedizione all'astratto, tra concretezza e inconsistenza poetizzante.

Per quale dei due sia meglio propendere non mi è ancora molto chiaro, è una lotta senza tempo, ma è chiaro che Una storia comune è un gran bel romanzo concreto e poetico allo stesso tempo, un insieme adorabile di ironia e serietà, di scaltrezza e di romanticismo.

Volendo schematizzare direi che è una sorta di favola del topolino di campagna e del topolino di città in chiave russa, del paesello natio e di San Pietroburgo, del giovane ingenuo intriso di sogni e dello zio temprato dalla vita metropolitana, del come il passaggio dal micro al macro ti cambi e di come soccombi se non ti adatti al cambiamento, se non divieni estremamente pratico ed estremamente poco romantico.
«"Lo zio non è un demonio e neppure un angelo"», riprese a dettare. «"È un uomo come tutti, soltanto è molto diverso da me e da te. Pensa e sente in modo più pratico: dice che, dato che viviamo sulla terra, non c'è alcun bisogno di volare dalla terra al cielo, dove per adesso nessuno ci cerca, e che ci si deve invece occupare delle faccende umane, che ci riguardano più da vicino. Per questo sprofonda negli affari terreni, e attraverso di esse nella vita, vedendola quale è e non quale vorremmo che fosse. [...] »
Piotr Ivanič smonta pezzo dopo pezzo il castello in aria di ideali nobili, inclinazioni arcadiche e infruttuose aspirazioni letterarie del nipote Aleksandr Aduev. Non fa altro in tutto il romanzo.
Il suo è un personaggio indimenticabile, esilarante nel suo cinismo funzionale, nella sua saggezza empirica e nella sua totale mancanza di delicatezza verso il candido nipote.
La sua è una filosofia di vita interessante, prosaica da far male, da far ridere, ma sicuramente vincente.
Fa' quel che fanno gli altri e la sorte ti favorirà. È ridicolo immaginare d'essere una creatura eletta, speciale, quando in fondo non si è diversi dagli altri...
Fossi almeno un po' come Piotr, i miei problemi di adattamento alla vita cesserebbero in un istante...E invece sono esattamente come Aleksandr, me tapina, e quello che voglio fortemente, specialmente dopo questa lettura, è diventare Piotr, sposare il concreto e non separarmene più.

Anni fa ho avuto una folgorazione per Gončarov leggendo Oblomov, senza dubbio uno dei mie romanzi preferiti di sempre, il manifesto degli inetti a vivere, dell'importanza e della gravità definitiva dell'essere indolenti. Quel libro fu un'illuminazione e un monito, uno specchio e una caricatura.

Ora, Una storia comune non è agli stessi livelli aurei di Oblomov, non lo è nelle intenzioni, ma siamo comunque in presenza di un'opera molto degna della sua statura romanzesca russa, da leggere sentendosi più vicini alla verve di Gogol' che alla solennità di Dostoevskij o Tolstoj.

Proprio Tolstoj dice "una delizia, leggetelo tutti" e se non vi fidate di me, che idealizzo troppo come il nipote utopista e a tratti fesso di questo storia, fidatevi almeno di lui!

mercoledì 26 ottobre 2016

I Love Books: 129. Confusione - La saga dei Cazalet (terzo volume)


Terzo appuntamento con i Cazalet, ennesima conferma di quanto ho già detto a proposito del primo e del secondo volume. Atmosfere dense e descrizioni che riescono a far vibrare anche la quotidianità, anche il minimo in termini di narrazione.

Stavolta la copertina è di un bellissimo verde petrolio scuro e il titolo, Confusione, fa pensare a tentativi di mettere in prospettiva, di mettere ordine e ad una caotica mancanza di appigli dopo l'atto di rottura violento della guerra.
In effetti i fatti narrati in questo terzo volume non hanno contorni definitivi e sono ancora esterni e sparsi rispetto all'ordinata regola borghese della famiglia, rispetto a quell'andamento vittoriano o segretamente antivittoriano delle prime fasi.

Che dire...

Questi inglesi del Sussex sono ormai parte integrante della mia avventura senza fine da lettrice, sono lì raffinati e turbati da qualcosa o qualcuno che c'è o non c'è più, avvolti di charme inglese e complessità psicologica, dentro ambienti domestici ed extra domestici descritti fino a sentirne il profumo e gli spostamenti d'aria.

Amo ogni singola sfumatura che la Howard dipinge, quel suo indugiare su dettagli di poco conto come il colore di un abito indossato o il tipo di pasto consumato e il suo caricarli di potenza evocativa, di efficacia narrativa totale.

Ancora una fortissima focalizzazione femminile, e insieme una grande centralità dell'amore e del sesso e una spiccata consapevolezza femminista, una modernità che colpisce.
«Però», obiettò Clary, «io non credo che ci siano davvero lavori interessanti per le donne. A noi è concesso di morire in guerra, ma non di uccidere. Ecco un'altra ingiustizia!»
Sono tante le avventure dei cuori femminili di questo terzo volume e sono legate a matrimoni avvilenti, a relazioni segrete, a giovanili offerte d'amore declinate, a crisi esistenziali da donna in transito, tutte dinamiche che possono sembrare clichè da romanzo rosa e che invece, con lo scavo interiore operato dalla Howard e con la sua lucidissima onestà, diventano raffinata analisi sociale e psicologica, sincero spaccato di vita anni '40, senza patine, senza pose.
Polly, Louise, Clary, Zoe e tutte le altre diventano nostre amiche, la loro debolezza, la loro confusione, la loro trasformazione noi le viviamo in presa diretta, in uno stato di perfetta intimità.

La faccio breve: leggete Confusione e leggete tutta La saga dei Cazalet, perché dentro c'è almeno un personaggio di cui vi invaghirete, una descrizione in cui vi perderete e una sensazione che già conoscete.
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...