sabato 22 febbraio 2014

Il mio parere su Saving Mr. Banks


La Disney che fa un film sulla Disney può sembrare il trionfo del commerciale megalomane, una cosa che all'imperiale Walt sarebbe piaciuta tantissimo.

I detrattori dell'aspetto plutocratico della Walt Disney Company e quelli che credono alle leggende metropolitane su Walt, sicuramente storceranno il naso di fronte a questo film, ma sbagliano di grosso perché quella di Saving Mr.Banks è un'operazione tutt'altro che autoreferenziale.

Sono grata a Walt Disney perché ha creato l'immaginario della mia infanzia e l'ha fatto nel migliore dei modi, perché ha animato la mia mente di bambina con l'animazione più bella che possa esserci e perché mi ha salvato mille volte dalla noia.
Mary Poppins è una di quelle icone di fantasia che non si scordano mai e supercalifragilistichespiralidoso è una parola inesistente che continua ad esistere da decenni.
Quindi ho avuto intenzioni d'amore pregiudiziali verso questo film.
Ma mi sarebbe piaciuto anche se fossi stata un'antidisneyana.

Saving Mr. Banks (di John Lee Hancock, 2013) ha un tocco di buonismo disneyano quanto basta, ma non è affatto stucchevole o banalmente autocelebrativo e non è un film per bambini.

In primo piano non c'è il Walt Disney di Tom Hanks e la Disney, ma la Pamela Lyndon Travers di Emma Thompson con il suo amore di tipo materno per la sua opera, la sua intoccabile Mary Poppins.

La cosa che mi ha conquistata di questo film è proprio questo: l'attaccamento alla propria creatura letteraria, soprattutto se essa è un pezzo di vita, di memoria, una ferita, una dedica, un riscatto.

Dietro l'antipatica londinese tutta snobismo e tazze di tè al latte si cela una donna umanissima, una scrittrice di nobili valori letterari.
Il suo atto di severo rispetto per la sua creazione, che sconfina nell'antipatico e nell'intrattabile, io l'ho trovato romantico e commovente, una storia d'amore tra un'autrice e il suo grande libro, tra una donna e una tata immaginaria piovuta dal cielo, ma anche da dure esperienze di vita vera.

Il cuore palpitante di Saving Mr.Banks è fondamentalmente questo.

E poi c'è anche la musica, quei motivetti marypoppinsiani che tutti riconosciamo all'istante e che danno al film un piglio incantevole che è quasi un cinguettìo quando Pamela/Emma rischia di diventare troppo pesante (io ho adorato questa sua pesantezza acida, il suo essere così stronza ed elegante!).

Tutto ciò che ha a che fare con la storia della Disney e di Walt Disney è secondario e accessorio e anche Tom Hanks, seppur perfetto nella parte, non attira più di tanto l'attenzione, non come Emma Thompson almeno.

Saving Mr. Banks è un film sul making of del film tratto da Mary Poppins, ma soprattutto è un film sull'importanza di preservare, nel passaggio dalla carta alla pellicola, le intenzioni, il dolore e l'amore di chi ha scritto l'opera, perché dietro la fantasia c'è sempre una verità, e il surreale è sempre un po' reale.


domenica 16 febbraio 2014

I Love Books: 65. Il carteggio Aspern e altri racconti italiani



Quando parlo di Henry James la parola chiave che la mia mente genera in automatico è ELEGANZA.

Ho scoperto tardi questo raffinatissimo scrittore e adesso sto cercando di colmare questo inspiegabile buco nero di letture mancate.

Dopo il trionfo di bellezza di Ritratto di signora, che considero una delle cose più pregiate mai lette, e la mezza delusione (narrativa, ma non stilistica) di Giro di vite, mi sono imbattuta ne Il carteggio Aspern e altri racconti italiani e sono uscita da questo incontro in uno stato paradisiaco, con quel tipo di felicità che si prova davanti alle cose belle.
Ho incontrato - di nuovo - la bellezza e l'arte dello scrivere jamesiane attraverso tre racconti semplici, calmi, privi di frastuoni ed eccessi, ma ricchissimi di suggestioni, di abbandoni emotivi, di memorie, di intimità di tipo diaristico, confidenziale.

Il carteggio Aspern, Daisy Miller e Il diario di un uomo di cinquant'anni per me sono tre piccoli capolavori e la cosa che mi ha stupito è che mi hanno riempita come i più lunghi e corposi romanzi.
Tutti e tre hanno infatti una completezza che non lascia quel senso di fame e quell'inappagamento che molti racconti spesso lasciano.
Sono dei romanzi brevi e compatti e finiscono al momento giusto, nel modo giusto, con la frase giusta.

In tutti e tre i racconti l'elemento più piacevole ha a che fare con le atmosfere, evocate così bene da creare trasporti geografici prolungati, vere e proprie illusioni spazio-temporali ed euforie turistiche.
Il bello è che in tutti e tre i casi si tratta di atmosfere italiane, di descrizioni di Venezia, Roma e Firenze che hanno a che fare con cose sublimi come la luce del crepuscolo, gli odori dell'estate, l'abbandono nostalgico ai ricordi, le passeggiate senza meta di pura bellezza e altre sensazioni che danno al nostro Paese un'aura divina, metafisica.
Il fatto che sia un americano a descrivere così squisitamente l'incanto di alcune città simbolo italiane, dà un piacere particolare e l'immersione dei protagonisti e delle loro vicende in questi luoghi ben noti dà loro un fascino maggiore.
Sono storie umane dentro la Storia dell'arte, quella di casa nostra.

Questo incontro di sguardi tra Nuovo Mondo e vecchia Europa/bell'Italia c'era anche in Ritratto di signora ed è bello, davvero bello, perdersi nella grazia e nelle narrazioni venate di poesia geografica e di ironia di James.

Se avete amato Ritratto di signora amerete anche questi tre racconti/romanzi brevi, poco conosciuti, ma secondo me bellissimi e di grande valore letterario.

martedì 11 febbraio 2014

Il mio parere su I segreti di Osage County


La famiglia come luogo-sistema di antagonismi, tensioni, implosioni ed esplosioni emotive è un topos classico di cinema, letteratura e realtà quotidiana; solo Il Mulino bianco o la famigliola ebete che celebra il latte Zymil a colazione sembrano non accorgersi della complessità di avere famiglia e stare in famiglia.

Proprio in questo periodo sto leggendo I fratelli Karamazov e lì di problemi ce ne sono, è tutto un continuo flusso di repressioni e scleri, di errori genetico-affettivi e di famigliarità andata a male ed è tutto così passionale e vero da far male. Ma datemi il tempo di finirlo e poi torniamo a parlarne...

Quella di I segreti Osage County (August: Osage County, di John Wells, 2013) è la famiglia disfunzionale e patologica per eccellenza, un ecosistema sghangherato e smembrato costituito da una figura paterna succube e assente (anche in senso definitivo), una figura materna odiosa, pesante, patetica e tre figlie femmine che orbitano più o meno lontane dalla casa di origine, ma che risentono comunque della forza atavica e dell'imprinting della loro famiglia di appartenenza.
Attorno a loro, sottosistemi anch'essi disarmonici di zii e cugini.

L'occasione per la guerra fredda e calda a colpi di sensi di colpa e offese è una cerimonia funebre e la cena post-cerimonia in particolare; se alla tensione del momento si aggiunge il caldo torrido (l'agosto del titolo originale è andato perso nella stupida traduzione italiana) e la desolazione arida della contea di Osage e dell'Oklahoma, viene fuori qualcosa di estremamente teso; il serpentismo familiare dilaga ed è parecchio velenoso.

Il personaggio di Violet, interpretato da Meryl Streep, per quel che mi riguarda è il più detestabile della sua intera carriera; non l'attrice, ma proprio il suo personaggio. A dire il vero in parte anche l'attrice, perché nel dare fisicità e anima a quel tipo di donna, finisce con l'essere un po' sopra le righe e finta, un po' troppo teatrale. Sentirla gracchiare e sproloquiare (il fatto che abbia un tumore alla bocca mi pare abbia un vago simbolismo freudiano!) in preda a cocktail di pillole e deliri, dopo un po' può dare sui nervi e generare un desiderio di sviluppi matricidi.

Per fortuna sul versante figlie c'è una Julia Roberts che non ti aspetteresti, bravissima e sempre con la giusta faccia, molto più misurata di Meryl Streep (ma non meno incazzata e incazzosa) e per questo molto più credibile e umana. E' la Julia Roberts più umana e meno Julia Roberts di sempre.

I segreti di Osage County mi ha fatto venire i mente certi romanzi di Jonathan Franzen, quelli (cioè tutti) in cui i rapporti familiari sono tarlati, malsani e di gestione quasi impossibile; certe degenerazioni mi sono sembrate affini a quelle dei personaggi affranti dello scrittore americano.

Mi ha fatto pensare anche a Carnage, soprattutto nelle scene di litigi patetici e nei parossismi privi di decoro, ma anche nella sua natura evidente di pièce teatrale, di gioco serrato di scambio di battute al vetriolo. L'autore premio Pulitzer Tracy Letts ha un'evidente capacità di scrittura in materia di famiglie a pezzi e Killer Joe, da lui sceneggiato, ne è un altro magnifico esempio.

I segreti di Osage County è un film che non volevo vedere a tutti i costi e che a dire il vero temevo potesse essere un drammone facile con toni da saga telenovelistica, e invece mi è piaciuto tanto.
Superato lo scoraggiamento di un inizio lento e privo di appeal, ho assistito a due ore di situazioni gonfie e nervose con exploit degni di nota, ad una lunga riunione di famiglia che fa riflettere su come la spontaneità naturale della genetica e della discendenza possa essere tutt'altro che semplice e automatica nella sua parte affettiva e relazionale.


giovedì 6 febbraio 2014

I Love Books: 64. Memorie dal sottosuolo


Memorie dal sottosuolo è un libro piccolo e sottile di poco meno di 150 pagine, ma ha una forza dirompente, una capacità spiazzante di indurre alla riflessione e all'autoanalisi, al disgusto e all'esaltazione di sé. Fa malissimo e fa benissimo.
Più che un libro è uno schiaffo sonoro, ma per certi versi anche una carezza comprensiva, un modo di sentirsi meno soli e incompresi, meno nerd.
L'ho amato con una passione ardente, con empatia da pelle d'oca.

Chi ha un solido equilibrio interiore e un'autostima ferrea, o semplicemente molto senso pratico, potrebbe trovarlo patetico, disperato e deprimente. In fondo è così: è la storia, o meglio lo sfogo, di un perdente e può essere capita e amata solo da lettori "perdenti".

Con perdente non voglio dire necessariamente un fallito cronico, ma una creatura ipersensibile, problematica, diversa, in totale disarmonia con l'ambiente sociale che lo circonda di cui non riesce mai ad essere parte, cosa di cui si dispiace e compiace allo stesso tempo.
Tale inclinazione lo porta ad essere costantemente irritato, arrabbiato, offeso e offensivo, con se stesso e con gli altri, un riottoso rintanato nel suo rifugio asociale, nel suo angusto sottosuolo.
E' da lì che il protagonista narra le sue memorie, episodi del passato che lo hanno segnato: tentativi di sfide a duello, provocazioni gratuite ad amici e sconosciuti, umiliazioni.

Credo che la vanità e il malcontento siano da sempre le due grandi condanne dell'uomo un po' più intelligente della media, quel continuo e lacerante oscillare tra celebrazione della propria differenza, della propria superiorità intellettiva e culturale e l'odio di sé per l'incapacità di essere normali, felicemente mediocri.
La fonte dell'infelicità è tutta lì.

C'è una frase, fra tutte (ne ho sottolineate centinaia), che mi ha toccato ed è andata a far vibrare le corde disconnesse della mia esistenza da 30enne non ancora (e forse mai) definita da vari punti di vista e tendente spesso alla clausura fiera nel sottosuolo, ed è la seguente:

Non solo cattivo, ma proprio nulla sono riuscito a diventare: né cattivo, né buono, né furfante, né onesto, né eroe, né insetto. E ora vegeto nel mio cantuccio, punzecchiandomi con la maligna e perfettamente vana consolazione che l'uomo intelligente non può diventare seriamente qualcosa, ma diventa qualcosa soltanto lo sciocco.

E poco dopo aggiunge: 

Vi giuro, signori, che essere troppo coscienti è una malattia, un'autentica, completa malattia.

Cioè, capite?

Sono sempre stata convinta che la troppa coscienza, la troppa sofisticazione mentale e l'intelletto troppo raffinato nobilitino e degradino l'uomo, uccidendolo lentamente; e sono sempre stata convinta che l'uomo attivo dall'intelligenza basic ma pratica sia il vero vincente, il vero vivente.
Il fatto che Dostoevskij mi dia ragione, non migliora le cose, ma mi fa sentire molto meglio e per questo lo ringrazio.

PS: Ringrazio anche la mia amica-blogger Maria di Start From Scratch per avermi suggerito, con uno dei suoi incantevoli post, questo libro prezioso).

martedì 4 febbraio 2014

Il mio parere su Dallas Buyers Club

 
Matthew McConaughey io non l'ho mai considerato un attore, non l'ho mai considerato in genere.

Uno così stupidamente bello che recita in commediole romantiche con Jennifer Lopez, non può destare alcun interesse se si ama almeno un po' il buon cinema.

Il mio solido e motivato snobismo verso questa sottospecie di divo hollywoodiano ha subito una fortissima destabilizzazione a partire da un film grandioso come Killer Joe.

Metamorfosi assoluta.
Dismessi i panni del femminaro con la perenne espressione da bellone monolitico, il buon Matthew si è trasformato non solo in un bravo attore, ma in un attore sopra la media, in un performer superbo. E io ho vissuto uno dei più incredibili cambi di opinione della storia.

In Dallas Buyers Club (di Jean-Marc Vallée, 2013), per esempio, è un mostro sacro, è immenso.
Nel ruolo di Ron Woodroof, il rozzo cowboy texano anni '80 che si scopre malato di AIDS e che intraprende una lotta farmacologica alternativa per la vita, regala agli spettatori un'interpretazione memorabile.
Il suo corpo così penosamente scheletrico (credo di aver visto qualcosa di simile solo in Christian Bale nelL'uomo senza sonno) è già un dono di profondità a chi guarda, il sacrificio fisico per una recitazione completa e complessa.
La forza di Dallas Buyers Club è Matthew McConaughey nella sua interezza. Il film dipende totalmente da lui.

Ma non è finita qui, perché anche Jared Leto nel ruolo del trans Rayon è qualcosa di spettacolare; è bellissimo/a, credibilissimo/a, struggente.
Niente eccessi transgender carnevaleschi, nessun effetto caricaturale, solo la più spontanea e raffinata arte della recitazione e dell'immedesimazione, dello studio e dello scavo fisico.
Anche lui mostruosamente scheletrico, anche lui mostro sacro.

Ho provato così tanto amore per questa creatura fragile e ammalata da ritrovarmi commossa come non mi capitava da tempo.

Eppure Dallas Buyers Club non lo definirei un film commovente; ha un suo distacco, una sua forza che oscilla tra ruvidità ed essenzialità, un taglio di regia scabro che non indugia quasi mai sul sentimentalismo facile da malattia terminale, ma che vuole più essere una celebrazione sobria e ruvida della lotta, del coraggio e dell'autoironia dei suoi protagonisti.
Nessuna scena madre caricata di pathos, nessun invito obbligato alle lacrime.
L'AIDS c'è, e pure nei suoi lati più tragici e definitivi, ma non è mai protagonista assoluta e tirannica, non domina mai sulla voglia di vivere dei due iper-emaciati e iper-combattivi veri protagonisti.
Da questo punto di vista è un film dall'animo profondamente cowboy.

Matthew McConaughey e Jared Leto, più che il film in sè, mi hanno profondamente toccato il cuore.
Meritano entrambi l'Oscar. (Lo merita anche Di Caprio, adesso più che mai, ma se anche stavolta non dovesse vincerlo, potrò almeno capire completamente, e anche accettare, il perché).