sabato 29 marzo 2014

Il mio parere su A proposito di Davis


LA NOIA.
Uno dei film più noiosi, beceri e rallentati che abbia mai visto.
Uno strazio, una piattezza, un'inconsistenza rara.

C'è da dire che io e i fratelli Coen viviamo di reciproca indifferenza da anni e che il loro stile disimpegnato-impegnato, con quell'ironia in cui il demenziale vorrebbe passare per qualcosa di speciale e intellettuale, con quella fastidiosa latitanza di senso e di logica, non mi ha mai fatto impazzire.
Non li detesto, ma posso benissimo fare a meno del loro humour poco immediato e della loro autoreferenzialità.

Stavolta però credo si tratti di un dato oggettivo e che, al di là della regia, A proposito di Davis (Inside Llewyn Davis, di Joel e Ethan Coen, 2014) sia un film completamente fallito.

Perché?

1) Perché, pur parlando di musica folk e dell'epopea quotidiana di un musicista folk, non ha ritmo, mordente e capacità di racconto. Non comunica con lo spettatore e di conseguenza non lo emoziona.
Se ci si sforza un po' si riesce a captare qualche suggestione qua e là, per lo più fotografica, ma la pura e semplice narrazione è di un egoismo ridicolo. Di climax poi nemmeno l'ombra.

2) Perché il protagonista, il Davis del titolo, è antipatico e ha una faccia e un atteggiamento odiosi. Non ho tifato per lui e il suo successo musicale nemmeno per un secondo.
Di solito questi personaggi dickensiani squattrinati e alla ricerca di felicità li amo per la loro natura letteraria e perché sono l'epitome del genere umano e della sua lotta per la sopravvivenza.
Ma questo musicista sfigato manca di inconsapevolezza ed è fastidiosamente intristito. Certo, è bravo davvero, ma si aspetta troppo e i tipi così non vincono e non avvincono mai.

3) Perché la storia di un fallimento e di un talento poco capito, per di più collocata nella New York degli anni '60 (mia ideale collocazione spazio-estetico-temporale), poteva essere puro fascino romanzesco, poesia della vita retrò, taxi gialli, avventure metropolitane d'epoca, sogno americano e appassionante bildungsroman.
Invece il film è freddo e avaro e mostra la città e le sue affascinanti dinamiche solo di sfuggita e con qualche citazione cinefila (vedi Colazione da Tiffany e il gatto senza nome), senza convogliare mai lo spettatore verso l'incanto.

D'altronde, si sa, i Coen devono sempre rendere strane le cose e compiacersi della loro stravaganza.
Dovrebbero però capire che spesso questa politica registica è di una noia micidiale.

Non so che altro dire se non che A proposito di Davis per me è una cagata pazzesca.

Ho scritto questo post per cercare solidarietà anti-Davis e/o spiegazioni, prospettiva e insulti da parte di chi idolatra i Coen e ha amato questo film (probabilmente sotto effetto di droghe).

Carey Mulligan, nel film antipatica più del protagonista
Sì, è Justin Timeberlake. E quello accanto, il mio grande amore Adam Driver, è l'unica fugace cosa buona del film.

mercoledì 19 marzo 2014

Il mio parere su Her


Her (di Spike Jonze, 2014) è un film paradossale e romantico. Unendo il paradosso e il romanticismo il risultato è un film bellissimo, dotato di una grazia e di una profondità che non ti aspetteresti.
Essendo l'amore un grande paradosso, Her è anche un film in qualche modo naturale e di immediata empatia, pur parlando di un amore innaturale.

Se penso ad un amore 2.0 virtuale, mediato da uno schermo o da un dispositivo portatile occasionalmente usato per telefonare, ad un amore non nato da una frequentazione live epidermica e occhi-su-occhi, mi sento male e detesto più che mai la mia epoca di banalità sentimentale e di volgare rapidità di contatto che è sempre più distacco.

Pensare di trovare romantico un amore tra un uomo e un sistema operativo è assurdo come assurda è la situazione proposta da Spike Jonze. Ma quando c'è di mezzo Spike Jonze c'è sempre del paradosso e dell'assurdo e la cosa magnifica è trovare umanità e senso profondo all'interno di questi stilosi nonsense. L'anomalia diventa poesia. La fantascienza sentimentale diventa palpitante love story.

E infatti Her è uno dei film più romantici che abbia mai visto, il manifesto futurista di un amore wireless e fisicamente inesistente, ma di grande intensità; è l'ipotesi irrazionale di nuove consistenze sentimentali che generano le solite, classiche, sempiterne ferite al cuore.

Her è umano pur mettendo in scena un amore disumano, è struggente pur parlando di un amore ridicolo, dalle fondamenta grottesche e distorte, è commovente, ma mai patetico perché di un'originalità fisiologica spiazzante.
Al di là della tipologia d'amore di cui si parla (una tipologia ancora inedita!), è l'amore stesso il protagonista del film, con tutte le sue fenomenologie connesse, i suo stadi, le sue idiosincrasie;
l'amore come forma di follia "socialmente accettata", in ogni tempo e in ogni dove.

La regia di Jonze è sempre indipendente, sospesa, a tratti onirica, ed è una delle cose più di stile che abbia mai visto al cinema; lo stesso vale per le sue sceneggiature che sono sempre invenzioni, colpi di genio, prospettive narrative diverse e anti-noia.

Amo quest'uomo creativo dai tempi in cui amo i R.E.M. (più o meno da sempre) e dalla scoperta di alcuni videoclip che ha diretto per loro; lo considero uno dei più interessanti generatori di assurdo e di surreale credibile, è un po' il mio Murakami Haruki del cinema!

In Her la suggestiva estetica jonziana sposa alla perfezione il volto di Joaquin Phoenix e la voce di Scarlett Johansson.
Lui è il perfetto prototipo del tipo solitario, asociale e sensibilissimo che interpreta e l'aspetto hipster che ha nel film gli dona tantissimo: con la sua interpretazione rientra a pieno titolo nella categoria degli intoccabili, delle neo-icone anti-mainstream.
Lei è pura sensualità sonora ed è per questo che il film va visto SOLO ED ESCLUSIVAMENTE IN LINGUA ORIGINALE SOTTOTITOLATO.
Sappiate che vederlo doppiato è come non vederlo o come vedere qualcos'altro, è uno dei casi di lost in translation più clamorosi della storia del cinema, un vero peccato.

Aggiungiamo all'idillio uomo-voce e al pacchetto di cose belle del film pure le presenze brevi, ma super carismatiche di Rooney Mara e Amy Adams e abbiamo una poesia, indie e indimenticabile.




lunedì 10 marzo 2014

Il mio parere su Il capitale umano e su Smetto quando voglio

Questi due film hanno in comune solo il fatto che sono italiani e che sono andata a vederli al cinema nonostante fossero italiani.
Inoltre mi sono piaciuti ma non troppo entrambi e ne faccio un pezzo unico sulla scia di un indice di gradimento comune (direi 3 stelle su 5) e di una medesima pigrizia ritardataria a riguardo.


Il capitale umano (di Paolo Virzì, 2014) me l'aspettavo più bello e le recensioni che avevo letto mi avevano creato un tipo di aspettativa piuttosto alta.
Sebbene abbia dell'eleganza, l'ho trovato un po' tetro e ingessato, come il Nord che mette in scena e come i suoi protagonisti, tipi (dis)umani e irritanti come pochi.

Se si va al cinema con l'idea di Ovosodo e di altre commedie con la tipica impronta giovanilistica virziniana, si pensa di aver sbagliato sala e si cerca disperatamente (e inutilmente) un po' di verve e clownerie toscana all'interno del film, quel tipo di cinema quadro-sociale autoironico, con il suo tipico approccio leggero eppure intelligente a problemi di uso e consumo comuni.
Si cercano decenni di cinema di Virzì e si cerca uno stile ben riconoscibile.
Se lo si guarda come opera-zero allora lo si apprezza e lo si studia con interesse.

Anche Il capitale umano si colloca nel filone di cinema quadro-sociale, ma è un tipo di quadro severo, serissimo, di inquietante e definitiva condanna.
Per la prima volta non si ride affatto davanti ad un film di Virzì: si osserva con occhio (reso) clinico questa Brianza fredda e altera e alcune vite che la abitano, vite che sono prototipi di degenerazioni contemporanee varie: capitalistiche, piccolo-borghesi-arriviste, famigliari, adolescenziali, sentimentali.
L'operazione di fondo è notevole ed è affilatissima, ma il ritmo lascia in un po' a desiderare e non è mai impetuoso.
Grandissima sopra tutti Valeria Bruni Tedeschi nel ruolo di Carla, così magnificamente stupida e consapevole, un'icona del vuoto sofferto.



Smetto quando voglio (di Sidney Sibilia, 2014) è una commedia carina, non c'è che dire, ma parlarne come di un caso mi sembra eccessivo, piuttosto si potrebbe parlare di un caso di plagio nei confronti di Breaking Bad, ma imitare Breaking Bad è talmente impossibile e off limits che non si può nemmeno parlare di plagio, sarebbe un affronto patetico verso la serie tv, che, per inciso, è una delle poche fortune capitate alla nostra generazione in questi anni di bruttezza.

Ho riso molto guardando il film, mi sono alleggerita la testa, ma come mi capita sempre con le commedie italiane contemporanee, ho avuto il solito problema della percezione netta che gli attori in quel momento stessero recitando, ho visto e sentito tutta la costruzione, la falsità, la poca capacità mimetica e mattatoriale. Con Valeria Solarino poi è la regola: trovo che sia una capra a recitare, non la sopporto proprio.

La cosa che ho apprezzato di più di Smetto quando voglio è quel tocco idiota alla Boris, quella romanità inelegante e irresistibile che riesce a farti ridere di gusto anche in situazioni stereotipate e sfruttate all'eccesso, anche in quegli sprazzi di snobistica consapevolezza rispetto alla qualità complessiva del film. E anche quando per un istante di astrazione pensi che il film si basa su una situazione estremamente tragica e ti senti una disgraziata.

giovedì 6 marzo 2014

I Love Books: 66. I fratelli Karamazov


Dopo aver finito di leggere I fratelli Karamazov mi è successa una cosa strana: non sono riuscita a decidermi su cosa leggere dopo (ancora adesso, a distanza di 24 ore dalla fine, non lo so!), ho provato un senso di smarrimento, una fortissima sindrome dell'abbandono, un rifiuto fisiologico non voluto verso qualsiasi altra cosa scritta.
Il riempimento è stato tanto e tale da farmi raggiungere una sorta di apice, di condizione massimale da lettrice, che ha reso impossibile, o forse sarebbe meglio dire indegna, qualsiasi altra nuova scelta di lettura.

Non mi era mai successo, di solito scelgo con entusiasmo cosa leggere già allo scadere del libro di turno, ma questa volta il mio pensiero si è bloccato sulla parola "fine" del romanzo e si è rifiutato di voler pensare ad altro, come se quest'altro non fosse nemmeno esistente. 

Credo che ciò sia da legare al fatto che è stata una lettura ASSOLUTA e con ciò intendo dire che I fratelli Karamazov è TUTTO, contiene più o meno tutto. L'appagamento è troppo.
È un romanzo lunghissimo, più di mille pagine che tradotto in percentuale sul Kindle vuol dire un avanzamento sulla barra lentissimo; leggevo per ore e l'aumento era al massimo del 2%!
Il fatto che sia così lungo è, ad ogni modo, una fortuna perché non puoi saper scrivere e intrattenere il lettore così dannatamente bene per poi abbandonarlo rapidamente. Dostoevskij è un meraviglioso temporeggiatore e non ha mai fretta.

I fratelli Karamazov è anche un romanzo corposo e carico di pathos, una vicenda famigliare dalla psicologia così affilata da far male. La lista di "è anche" è praticamente infinita; si farebbe prima a dire cosa non è.

Tracciando uno schema molto sintetico del romanzo si può dire così: un padre vizioso, egoista, avaro e moralmente disgustoso. I suoi tre figli: il puro e religioso Alesa, il passionale e folle Dimitrji e l'ateo intellettuale Ivan. Un figliastro, vero o presunto, abbastanza inquietante, Smerdjakov.
Due donne contese, le solite capricciose e umorali donne dostoevskijane.
Un omicidio. Un processo. Una fine.

L'essenza karamazoviana, che si riassume in "sensualità, cupidigia e follia", è il motore suggestivo di questa lunga storia, di queste vite umane, l'origine e la fine di tutto.
I Karamazov sono un tantino estremi nelle loro scelte, azioni e reazioni e io li ho amati o odiati follemente, senza rimanere mai tiepida o cautamente indifferente.
D'altronde se si ha un cuore e impossibile non sentirlo palpitare all'unisono con quello del romanzo.

Il resto, come dicevo, si può inserire nella categoria del TUTTO.

Tutto è passione, nell'odio, nell'amore, nella cattiveria, nella bontà, nella fede, nella miscredenza, tutto è declinato in chiave sanguigna ed è spinto vorticosamente da forze ataviche.
Tutto è straordinariamente umano, un vibrare continuo di corde umane nella loro essenza più nobile e più animalesca, più elevata e più istintuale. Non c'è mai quiete emotiva.
Tutto è ideologia, filosofia, pensiero, riflessione sociale, ma tutto è anche squisito romanzo, a tratti perfino giallo.

Molti sostengono sia un mattone di cemento armato russo e che, soprattutto in certe punti, sia difficile o insostenibile; persino Tolstoj non riuscì a finirlo la prima volta che lo lesse!

Per quel che mi riguarda e in totale sincerità smentisco tutto: giuro solennemente di non averlo trovato mai, nemmeno per un attimo, pesante, e che la sera dovevo impormi un limite orario obbligato per non leggerlo ad oltranza.

Ho trovato molto più difficile la lettura de L'idiota, che mi ha spesso tramortito.

L'unica cosa DAVVERO DIFFICILE de I fratelli Karamazov è scrollarseli di dosso, spostarli dalla propria mente e dalla loro condizione viva e pulsante per relegarli in qualche sbiadito cassetto della memoria. Un cassetto in cui non si fanno chiudere facilmente e che credo rimarrà sempre aperto e rumoroso.

lunedì 3 marzo 2014

Il mio parere su Nebraska


Il contesto in cui ho visto questo film è piuttosto ironico: io e il mio ragazzo, di domenica pomeriggio, in un cinema dalla struttura e dall'odore old style (cosa che a dire il vero adoro), circondati su ogni lato e prospettiva da VECCHI. Non vecchi dall'aplomb distinto, silenziosi e cinefili, ma vecchi (e soprattutto vecchie) chiacchieroni e disturbanti, quel tipo di vecchio a cui la senilità sta facendo perdere l'educazione civica in nome di un arteriosclerotico ritorno all'infanzia.
E siccome Nebraska (di Alexander Payne, 2013) è un film che parla di vecchi, di vecchiaia pesante e di giovani che devono in qualche modo gestirla, la cosa ci ha fatto sorridere (dopo le bestemmie mentali); è stata una sorta di esperienza di cinéma vérité, ai limiti della candid camera.

Detto ciò, vi dico senza tergiversare che Nebraska è un film bellissimo.
Potrei fermarmi qui, ma voglio anche dirvi che è una miscela perfetta di road movie scanzonato e cinema di riflessione, di nostalgia e autoironia, di tristezza e di divertimento, e che la sua fotografia in bianco e nero trasmette un senso di poesia perfetta che il colore avrebbe effettivamente spoetizzato.
La tinta scelta dal regista è giustissima per un film del genere, è un amplificatore cromatico di sensazioni, toni, parole, gesti.

Nebraska è un film essenziale (i suoi titoli di testa ne sono chiara spia), sembra fatto di poco o niente, ma ha un'anima commovente e umanissima. Ha uno sguardo sulla senilità tutt'altro che elegante ed edulcorato, ma coraggioso nel mettere a nudo tutta la pesantezza, l'esasperazione e il capriccioso della vecchiaia. La cosa meravigliosa è che alla fine ci si ride su ed è una gran bella sensazione di salvezza.

La cosa che mi è piaciuta più di tutte è il protagonista Bruce Dern (il padre della grande Laura) nei panni di Woody, un vecchiaccio scarmigliato e maleducato che mi ha ricordato una versione più provinciale e meno sofisticata dell'antipatico Boris Yellnikoff di Basta che funzioni.
Un beone canuto e dalla costante monoespressione facciale a metà tra "non ci sto capendo un cazzo" e "mi hai rotto il cazzo", la cui ostinazione è qualcosa di esasperante, ma alla fine anche di tenerissimo. Come la vecchiaia d'altronde.
E tenerissimo e pieno zeppo di amore è anche l'approccio del figlio David (Will Forte) alla testa durissima del padre e alla sua senilità intrattabile, ma bisognosa di profondo rispetto.

Grande protagonista è poi l'America del Montana e del Nebraska, con le sue sconfinate distese agricole, il cielo ampio, le lunghe autostrade desolate e quella sonnolenza campagnola di cui il viaggio in macchina fotografa la quintessenza.
Il tutto accompagnato da un commento musicale folk bellissimo che si sposa perfettamente alla dolce nostalgia paesaggistica circostante.

Bravo ancora una volta Alexander Payne, che mi aveva già conquistata con A proposito di Schmidt  e Sideways (non ho visto Paradiso amaro), e che fa film sui generis in cui c'è sempre un dolore, ma come preso in giro e rimesso in prospettiva attraverso l'ironia, l'irriverenza, il sarcasmo. Il modo migliore per riflettere sulla vita e le sua molteplici magagne senza intristirsi.