giovedì 20 novembre 2014

Serie tv mon amour: 31. House of Cards (stagione 1)


Freddezza.
Strategia, manipolazione, arrivismo, tutto all'insegna della più elegante e disarmante freddezza.
Lo schermo del pc si congela quando guardo questa serie, ogni forma di comunicazione sentimentale si blocca, ogni elemento di umanità si atrofizza.

Il mio problema con House of Cards è stato questo dalla prima all'ultima puntata.
Lo so che tutto ciò è voluto e che è proprio il punto della serie stessa, che tale freddezza è la messa in scena stessa di questo teatro politico così ben vestito e marcio dentro, di questo impeccabile gioco di burattini e burattinai, ma la patina gelata è troppo spessa per i miei gusti.
Il distacco mi fa distaccare. Quando c'è poco spazio per la mera, bassa, comune umanità, ciò che guardo, prima mi fa allontanare e poi mi annoia,

Spesso mi sono annoiata guardando House of Cards fino a sfiorare il colpo di sonno, spesso mi sono persa tra le mosse politiche di turno, orientandomi poco e male.
Ho dovuto premere spesso il tasto pausa per fare il punto della situazione e contestualizzare.

La scienza politica non mi è mai piaciuta, soprattutto quando perde i suoi connotati più storico-filosofici per farsi squallido gioco di poteri e posizioni.
Ma se questo gioco diventa azione e reazione continua e mozzafiato, diventa estremo, un po' come in Game of Thrones, allora mi lascio coinvolgere ed esaltare.

Ciò che avrebbe potuto dare questo tipo di brio spietato ad House of Cards, la sua essenza crudele e priva di scrupoli, rimane troppo sulle sue, ha uno slancio di tipo britannico e rimane sempre troppo frenato dal suo abito buono.
Il furore vendicativo e le strategie belliche di tipo shakesperiano risultano un po' troppo ingessate nell'istituzionale. Avrei voluto qualche affondo di più, qualche perdita di controllo, qualche soprassalto.

Ma il vero problema, per quel che mi riguarda, è questo: alla vicenda narrata manca il cuore, a Frank Underwood e a tutto il suo mondo privato e pubblico manca il cuore, e per esteso o per contagio, anche alla serie manca un cuore.
Non c'è possibilità alcuna di empatia, di sfogo, di trasporto emotivo, ogni debolezza viene messa al bando.
Che poi credo sia esattamente l'intento programmatico e beffardo della serie e l'ho odiata per questo.

Eppure è una serie di grandissima qualità, un prodotto per palati fini, oserei dire per spettatori colti, quasi per cinefili; la sua eleganza formale è perfetta, la sua estetica della precisione è totale.
C'è tanta bellezza fotografica in House of Cards, un continuo susseguirsi di scene visivamente impeccabili.

Nello stesso tempo però è una serie troppo americana, troppo da filone cinematografico Casa Bianca e Washington D.C., infarcita di politichese megalomane a stelle e strisce, di licenze fantapolitiche a tratti caricaturali, talvolta persino di luoghi comuni antologici sulla macchina politica statunitense.
Agli occhi di un italiano tutto questo appare a tratti come fosse mitologico, ossia "n'americanata".

Kevin Spacey, è inutile dirlo, è un mostro sacro, è il solito camaleonte, ma in questa serie io l'ho trovato fin troppo teatrale, con quel suo modo cantilenante e attoriale di parlare (ho visto l'intera stagione in lingua originale), con quella dialettica da perfido furbastro sempre e comunque.

Di solito quando guardo una serie mi creo all'istante affinità elettive, simpatie ed antipatie, segno che sto reagendo e che il coinvolgimento è in atto; guardando House of Cards mi sono resa conto di detestare all'unisono tutti i personaggi in scena (ad eccezione dell'umanissimo Peter Russo e della sua docile segretaria-fidanzata) e questa è sì una reazione, ma del tutto anomala, troppo complessiva e avversa.

Odio Claire e la sua algida gestione di cose/persone/emozioni, odio Zoe perché dietro le sue ambizioni giornalistiche si nasconde una puttanella facile, odio tutti, TUTTI.

E poi c'è quello sguardo in macchina, quel detestabile ammiccare di Frank alla macchina da presa, il colpo di grazia a quel minimo di coinvolgimento diretto che può tentare di provare lo spettatore, la messa a nudo e lo sfondamento di un sipario che avrebbe emozionato di più se nascosto.

Giunta alla fine della prima stagione mi chiedo se desidero proseguire con la seconda: una parte di me, quella più sensibile al bello fine a se stesso, al perfezionismo visivo e alla recitazione da grandi nomi vorrebbe continuare, ma la parte di me dai gusti televisivi seriali più pratici e di impatto narrativo immediato, mi dice di desistere.

In fondo la serie è tratta da un romanzo di Michael Dobbs che se ricevessi come regalo a Natale andrei a cambiare all'istante in preda al disgusto: il genere thriller politico non ha mai trovato posto nella mia libreria e fra i miei gusti e forse il problema è proprio questo.

giovedì 13 novembre 2014

I Love Books: 83. Dio di illusioni



Divorare Il cardellino è stato facile e veloce, trovare indigesto Dio di illusioni lo è stato altrettanto.
Ho trovato questo romanzo insostenibile, sbagliato, disturbante. Giunta alla fine ho tirato un respiro di sollievo e una nuvola grigia si è diradata.
Lo dico senza rischio di ripensamenti (ma a rischio di maltrattamenti!): Dio di illusioni è un romanzo sopravvalutato.
La sua fama dorata te lo presenta come un gigante, un must-read book, e in realtà è letteratura di consumo che si fa consumare male.

All'inizio della lettura non te ne accorgi e anzi ti senti incuriosito e subito agganciato alla storia e ti dai anima e corpo alla voce narrante di Richard Papen e al suo racconto di memorie estetizzanti e delittuose.
Le storie ambientate nei college americani - qui siamo nel Vermont - sono sempre stuzzicanti e infarcite di perdizione, droga, alcol e sesso, perversioni da confraternita e animazione notturna ad altro rischio di eccessi.
Gli studi classici dei sei giovani protagonisti danno poi un tocco sofisticato e dionisiaco al contesto, sembrano promettere situazioni e furori da tragedia greca.

Tutte queste grandi premesse ad un tratto però virano verso la banalità e si bloccano ad un livello superficiale, troppo superficiale. Vince l'approssimazione, l'esteriore, l'incapacità di sondare.

Mi è parso così come ammantato di anni '90 (è uscito nel '92 con un successo editoriale da annali), cinematografico di un tipo di cinema che andava in quegli anni (nella mia testa si è formato un ibrido b-movie a metà tra L'attimo fuggente e So cosa hai fatto) e che forse visto/letto oggi acquista una connotazione vintage negativa, ingenua, poco raffinata.

Forse è un libro da leggere in adolescenza o appena post-adolescenza, in una di quelle fasi giovanili emo in cui la vita da teenager è sensibilissima e al Liceo Classico si ha la media del 9. 
Dio di illusioni è un libro ginnasiale nell'anima. Di approfondimento accademico ha ben poco.

La sua ispirazione a Delitto e castigo è dichiarata, per non dire programmatica, così come chiara era l'impronta dickensiana ne Il cardellino. Solo che in quest'ultimo il risultato era un appassionante romanzo di formazione metropolitana e la presenza di Dickens aleggiava davvero fra le pagine, mentre nel caso di Dio di illusioni, di Dostoevskij si intravede uno scheletrico schemino didascalico.

Ma il difetto maggiore di Dio di illusioni è per me la poca raffinatezza psicologica (proprio quella che virtualizza in maniera impressionante i personaggi di Dostoevskij), lo scavo troppo superficiale nelle ragioni e regioni mentali dei protagonisti, nel modo in cui il pensiero classico ha fatto di loro degli esteti omicidi (ma vaaaaa!).

Il fil rouge degli studi classici che attraversa la vita universitaria e morale dei cinque ragazzi è infatti dipanato male e in maniera poco approfondita: qualche citazione latina qua e là, qualche grecismo, qualche riferimento a Platone e alle Erinni ed ecco che abbiamo un quattordicenne secchione in quarta ginnasio, nulla di più.

Il finale del romanzo è, per coerenza, la fiera dell'incompiutezza e dello sbrigativo.

Per finire con questo post-distruzione aggiungo che, come avevo già detto a proposito de Il cardellino, anche in Dio di illusioni Donna Tartt pecca di prolissità accessoria e di una ridondanza che confina con la paralisi narrativa ed evolutiva del romanzo; anche per Dio di illusioni sarebbe stato opportuno un lavoro di editing, di quelli intrepidi che non temono il taglio e lo sfoltimento.

Idolatri di Donna Tartt e di Dio di illusioni, perdonate la mia iconoclastia e odiatemi pure.