sabato 28 marzo 2015

I Love Books: 92. In fuga



Il mio primo appuntamento con Alice Munro è andato male. Non è stato catastrofico, ma non ha acceso in me alcuna fiammella di entusiasmo.
Il mio problema non è stato la noia o una scorrevolezza mancante (sono arrivata fino alla fine senza difficoltà), ma la sensazione di inconsistenza, di labilità istantanea di ciò che stavo leggendo.
La mia domanda mentale fissa è stata: "Di cosa e di chi sto leggendo?" e non ho saputo darmi una risposta decisiva.

Era novembre e mi decido a parlarne solo ora perché dopo mesi di silenziosa perplessità tendente alla rassegnazione definitiva e alla scarsissima voglia di condivisione, è rinata in me l'ostinazione di capire meglio questa scrittrice, di provare a leggere qualcos'altro di suo (e qui entrate in gioco voi munriani con esperienza pluriennale) e di sfidare ancora la mia poca intimità con il genere del racconto.

Probabilmente non vincerò mai questa diffidenza verso i racconti e continuerò a sentirmi insicura sul senso di ciò che ho letto, inappagata dalla parzialità fisiologica di questo genere di narrazione, delusa dal non detto, dalla velocità della fine, dalla sospensione di ogni conclusione solida ed esplicita, eppure voglio provarci ancora.

Magari ho solo sbagliato raccolta di racconti scegliendo di partire da In fuga (titolo profeticamente anticipatorio per quel che riguarda il mio primo approccio con la Munro) e potrei rivalutare l'autrice provando a leggerne un'altra.
Insomma, ha vinto il Premio Nobel e devo assolutamente capire il perché!
Vi prego, aiutatemi!

Nel frattempo provo a spiegarmi/vi perché In fuga non mi ha lasciato nulla di persistente né alcun tipo di sedimentazione profonda.

Premetto di averlo scelto perché sulla quarta di copertina si faceva riferimento al fatto che - cosa rara in Alice Munro - tre racconti fossero tra loro collegati e avessero per protagonista la stessa donna, Juliet, in fasi diverse della sua vita. Mi son detta che poteva essere un inizio non troppo traumatico per una principiante dipendente dai romanzoni-fiume come me.

Nonostante questa "facilitazione", il senso di frammentazione l'ho avvertito per tutto il tempo, così come la sensazione costante e fastidiosa di costruzione e immediata decostruzione di un universo, di complessità tagliata e ristretta dall'esigenza di brevità, di egoismo esplicativo da parte dell'autrice.

Non mi sono appassionata molto alla vita di Juliet, perché ho saputo troppo poco di lei e ho dovuto intuire, crearmi scenari riempitivi da sola e io non sopporto questo tipo di iniziative da lettrice creativa, voglio essere imboccata.

I racconti ti sfiorano, ti sussurrano qualcosa di indefinito e devi avere l'orecchio allenato per coglierne il senso. Io invece ho bisogno di essere presa per mano, con una stretta vigorosa e duratura e ho un bisogno avido di sapere.
Non mi accontento di un flash, di un istante, voglio un'infinita serie di istanti descritti senza badare al tempo e alla durata, voglio che la narrazione sia altruistica, priva di ermetismi e di inviti al fai da te.

Il giorno in cui troverò una raccolta di racconti o anche un solo racconto dotato di questa pienezza anche nella brevità andrò nell'Empireo dei lettori, raggiungerò il Nirvana.

Ritornando a In fuga, se non ho trovato la chiave dell'empatia verso Juliet, vi lascio immaginare cosa ho provato verso le donne protagoniste degli altri cinque racconti; vi dico solo che a stento mi ricordo di loro e di ciò che la Munro mi ha narrato di loro.

Peccato, perché amo molto questa concentrazione della scrittrice sull'universo femminile, questo suo volerlo sondare e capire da varie prospettive anagrafiche ed esperienziali e da un'unica prospettiva geografica, quella canadese.
E non mi dispiace nemmeno il suo stile di scrittura sobrio, diretto, ma anche elegante, dotato di una grazia piacevole, di una calma incantevole.

Credo sia per questo che la mia resa tardi ad arrivare.
Non è stato disamore quello con In fuga, ma il desiderio frustrato di qualcosa di più, qualcosa che sento questa autrice possa darmi.
O almeno credo...

mercoledì 25 marzo 2015

I Love Books: 91. I ragazzi Burgess



Mi piace la scrittura di Elizabeth Strout, è un insieme armonico di atmosfera geografica e di analisi psicologica, di poetico intimismo e di semplicità della quotidianità. Scorre veloce, ma crea anche suggestioni durature.
E mi dà conforto perché affronta sempre situazioni e personaggi in equilibrio precario, in perdita, ricchi di disfunzioni e di travagli esistenziali.
La gente che ha problemi è la mia comfort zone in letteratura.

Avevo già provato questa sensazione di accoglienza con Olive Kitteridge, forse la mia unica esperienza di amore per la forma narrativa del racconto, e con I ragazzi Burgess l'abbraccio umanissimo della Strout è tornato a farsi sentire, protettivo, solidale e beffardo al tempo stesso.

Il Maine come sempre la fa da padrone, è uno stato mentale oltre che uno Stato degli Stati Uniti d'America, ed è una fonte di sentimenti ambivalenti, di miscele complicatissime di nostalgia e rifiuto totale, di disagio del ritorno e di disagio dell'addio, soprattutto se quel Maine d'origine viene guardato da New York, antitesi totale del New England.

Due dei tre ragazzi Burgess, Bob e Jim, che abitano da anni nella Grande Mela, vengono richiamati nel Maine, a Shirley Falls per l'esattezza, dalla sorella Susan, l'unica Burgess ad essere rimasta nella sua città natale. Il figlio adolescente di lei si mette nei guai (ha lanciato una testa di maiale nei pressi di una moschea!) e lei, donna single e sola, ha bisogno del supporto legale e affettivo dei suoi fratelli.

Sarebbe tutto nella norma, se non fosse che tra i tre Burgess le cose non vanno proprio alla perfezione e il non detto, il detto per sbaglio, le diversità caratteriali, il cozzare di scelte inconciliabili, rendono i loro rapporti disperatamente ondivaghi.

Alla base di tale squilibrio c'è una gravissima ferita del passato che stenta a cicatrizzarsi, soprattutto in Bob e c'è tutta una serie di elaborazioni e rielaborazioni del dolore, di scontri e di riconciliazioni alla fratelli Karamazov che rende la narrazione profonda e commovente, ricca di suggestioni e di memoria, di essenza famigliare e di tutte le cose che la riguardano nel bene e nel male.

Ho pensato spesso a Philip Roth durante la lettura, ma ad una sua versione meno feroce e furente, ed ho pensato anche a Franzen e alle sue famiglie fratturate in più punti, anche se i Burgess sono decisamente meno antipatici di certe figure franzeniane ed hanno un piacevole tocco semiserio, un modo di vivere la fratellanza moderatamente malsano e devastante, mai troppo orientato al tetro.
Strano come nonostante i disagi dei protagonisti e lo sguardo corale su varie situazioni di malessere (anche sociale e politico), non ci sia mai pesantezza nel romanzo, ma una sorta di benevola accettazione del vivere e dei suoi traumi, di virata verso il poetico e la dolce rassegnazione.

Al di là dei richiami letterari, la Strout ha uno stile personalissimo che riuscirei già a distinguere anche a scatola chiusa, uno stile fatto di abilità narrativa e ritmica (l'orchestrazione dei suoi romanzi è sempre impeccabile e gradevole per il lettore) e allo stesso tempo di riflessioni, di momenti meditativi ed emotivamente molto stimolanti, di atmosfere paesaggistiche e climatiche che hanno il nitore di una fotografia a colori e i contorni sbiaditi di un ricordo d'infanzia.
Un alternarsi di durezza e poesia, di vita difficile e di bellezza della vita.

Se amate questo genere di letteratura americana contemporanea e le narrazioni riguardanti il multiforme mondo della famiglia, I ragazzi Burgess vi rimarrà nel cuore e, vi avverto, Elizabeth Strout, potrebbe diventare una delle vostre autrici preferite di sempre.

martedì 17 marzo 2015

Il mio parere su Whiplash


Avete presente una di quelle scene feroci da ring alla Rocky Balboa in cui il volto del pugile è un informe ammasso di sudore e grumi di sangue, un'unica smorfia di dolore e stoica sopportazione di esso, di cedimento imminente e di sfida esasperata alla resistenza fisica?

O anche una di quelle scene da addestramento bellico esagerato dei film di guerra americani, in cui il giovane soldato di turno viene vessato e sopraffatto da addestratori dai modi fascistissimi il cui unico obiettivo sembra l'umiliazione beffarda? (Inevitabile pensare a Full Metal Jacket guardando il film!).

Whiplash (di Damien Chazelle, 2014) è più o meno questo in versione musicale ed è un film bellissimo, dotato di una carica energetica contagiosa e di un'aggressività rigenerante, euforizzante.

Un film sul sacrificio e sull'allenamento costante ad esso, sul mettere alla prova i propri desideri con spietate sedute di verifica, per vedere fino a che punto sono veri e resistenti. Un film sull'ostinazione giovanile e sulla severità cinica di chi crede ad essa e alla sue potenzialità vulcaniche.

Andrew Neiman (Miles Teller) è un giovane e promettente batterista jazz che nel suo percorso di formazione al conservatorio Shaffer di New York si imbatte in Terence Fletcher (J.K. Simmons), maestro dai modi a dir poco feroci, allenatore, aggressore, motivatore, demotivatore eccezionalmente bastardo.
Un uomo dall'aspetto nazi e dall'incazzatura iperbolica che sembra avere sprazzi di umana benevolenza solo quando parla di Charlie Parker.
Per il resto del tempo è un lupo crudele dedito allo sterminio di agnellini aspiranti musicisti.

Un film a due, anzi a tre considerando la presenza preponderante e dolorosa della batteria, uno strumento che in Whiplash appare come una macchina da guerra, un'arma che richiede sforzi fisici impressionanti per essere maneggiata bene e sublimata.

Un film indipendente in perfetto stile Sundance, originale perché focalizzato su una versione inedita del far musica jazz, divertente e straziante insieme soprattutto grazie al personaggio di Fletcher che fa ridere per il suo talento sboccato nel mortificare, ma che fa anche una gran paura.
J.K. Simmons è grandioso in questo ruolo (Oscar meritatissimo), così fisico, brutale e allo stesso tempo fine nel suo sentire la musica, nel suo esigere tempi perfetti ("Not quite my tempo" lo dirà almeno mille volte!), nel suo impeccabile orchestrare.

Anche Miles Teller mi è piaciuto molto; il suo Andrew è quel tipo di ragazzo geniale e disadattato che fa sempre presa su di me, un mix di tenerezza e di ferocia adrenalinica, di dolcezza sbarbata e di capacità quasi erotica di suonare la sua batteria.

Per una volta niente romanticismi da sogno raggiungibile, niente poetici slanci didattici alla "O Capitano, mio Capitano", nessuna soluzione facile, nessuna forma di buonismo.
In Whiplash i desideri vengono bastonati e allenati alla resistenza, vengono posti al vertice di una scalata militare fisica e psicologica e lo spettatore soffre, freme, si esalta, scuote la testa a ritmo di musica jazz, suona la batteria nell'aria insieme al protagonista e tutto ciò è bellissimo, una catarsi, uno spettacolo sferzante che non dà tregua alle orecchie e agli occhi.

La musica jazz non è mai stata così spietata!


venerdì 13 marzo 2015

I Love Books: 90. Storia della bambina perduta (L'amica geniale - Quarto e ultimo volume)


Mi sono congedata dalla tetralogia più di una settimana fa, ma solo oggi mi decido a scriverne.
Ho dovuto smaltire quintali di nostalgia ed elaborare sindromi dell'abbandono multiple, ma piano piano ne sto uscendo.
Persiste in me una sensazione di vuoto cosmico e di diffidenza ai limiti del fastidio verso ogni altra forma di produzione letteraria, ma ho avuto quantomeno il vigore di prendere in mano un altro libro e di riporre l'ultimo volume sullo scaffale domestico come per metterlo definitivamente a tacere.

Storia della bambina perduta mi è piaciuto lievemente di meno rispetto al primo, al secondo e al terzo volume, ma solo per quello che rappresentava simbolicamente, per il suo essere un addio in fieri, la fine annunciata di un grande amore e la consapevolezza di una rassegnazione obbligata.
Più andavo avanti e più mi dicevo "ti prego, non finire, non chiudere, ti odio, ti amo, non sono pronta".
Sì, sono una disadattata in grado di provare sensazioni fisiche per il metafisico e di legarmi sentimentalmente a finzioni letterarie (e cinematografiche e televisivo-seriali) senza alcuna forma di scetticismo realista.
Sono fatta così, soprattutto quando la definizione psicologica di ciò che leggo è miracolosa, ed è per questo che la separazione da Elena Ferrante e dalle sue due amiche napoletane mi sta costando parecchio e che l'epilogo mi fa sentire una mancanza iperbolica del prologo, delle sue promesse.

Ho visto crescere Elena e Lila sotto i miei occhi, ho dato loro consistenza umana pagina dopo pagina, volume dopo volume e le ho ritrovate mature e poi vecchie in questo ultimo libro, ricche di tutte le esperienze accumulate e ancora esposte a gioie e dolori forti (quest'ultimi soprattutto per Lila) e alle turbolenze, alle intermittenze del loro viscerale rapporto, fino alla fine.

Sono tante le cose che ci ha narrato la Ferrante di Lila ed Elena, ha reso le loro vite letteratura densa, audace, generosa, avventurosa, le ha denudate dall'infanzia fino alla terza età facendocele vedere nella loro natura più intima e profonda, ha fatto della loro psiche narrazione sublime, naturalmente predisposta all'empatia del lettore.

Mi sento come se fossi cresciuta anch'io insieme alle due amiche, come se avessi fatto un percorso alla scoperta della vita e della sua prismatica consistenza, del suo cangiante evolversi e involversi.
Come se avessi attraversato le quattro stagioni della vita e ne avessi sperimentato l'essenza.
Mi sento come se avessi vissuto per un periodo a Napoli e ne avessi appreso la prospettiva e le dinamiche. Come se il rione avesse plasmato anche me.
Mi sento e mi sono sentita Elena, soprattutto nei primi due libri, ma poi sul finire dell'opera mi sono accorta di voler bene anche a Lila e di trovare poetica la sua forza tirannica che è pura fragilità, i suoi smarginamenti, la sua resilienza altalenante.
Mi sento come se il loro dualismo fosse lo yin e lo yang del genere femminile tutto.

Come si fa a lasciare questo insieme moltiplicato per quattro di bella scrittura, di capacità di intrattenimento, di avventura esistenziale appassionata, di racconto attanagliante?
Come si fa a non provare nostalgia per una delle letture più intense che vi capiterà mai sotto gli occhi, per questa meravigliosa e feroce saga dotata di superpoteri, per questa analisi mostruosamente perfetta dell'essere donna, sociale, politica e umana insieme?

Voi siete riusciti a non pensare più con struggimento a Lila e a Lenù una volta finita la tetralogia? Siete riusciti a riportarle alla loro vera natura di fiction o la loro potenza tridimensionale e umanissima vi tende ancora l'inganno di una mancanza fisica e tangibile?

Ditemi un po', elaboriamo insieme questa fine, diamoci la mano in un atto di disperata e solidale fratellanza letteraria.

(Per chi non l'avesse capito questa non è una recensione né una delle mie opinioni, è uno sfogo.
E sì, questo post è patetico).

Adieu.

martedì 10 marzo 2015

Il mio parere su Gemma Bovery


Gemma Bovery (di Anne Fontaine, 2014, tratto dal graphic novel omonimo di Posy Simmonds) è un film modellato sulle curve esplosive e burrose di Gemma Arterton, un donnone britannico superdotato dal viso incantevole che fa percepire dolorosamente alla spettatrice tutta la misera mediocrità del proprio corpo e allo spettatore un desiderio rabbioso o avvisaglie di svenimento (almeno così credo).
Una bellezza che trovo insolita perché le sue forme sono esagerate e quasi volgari (frase dettatami or ora dall'invidia), ma il suo viso è di un'eleganza ottocentesca, di una dolcezza triste raffinatissima. Dualismo perfetto per la commistione di inglesità e francesità che caratterizza il film.
In effetti mi ero già accorta di questa peculiarità estetica, di questa avvenenza giunonica e alla Bambi insieme, guardando qualche anno fa Tamara Drewe di Stephen Frears (consigliato!), ma qui mi ha indispettito incantato.

Lo spettacolo è lei, la sua aura è quella di una divinità classica dai poteri magnetici dentro e fuori lo schermo e credo sia in virtù di questo incantesimo fisico e metafisico che il film della Fontaine abbia un appeal gradevolissimo, una capacità di piacere immediatamente, anche solo con uno sguardo superficiale.

Non solo: c'è la Normandia, quella campagna così luminosa e desolata insieme, così chic e dalla potenza pittorica, i suoi stereotipi borghesi di baguette appena sfornate e di cremosi camembert, di topi agresti che girano dentro casa e di rituale esistenza bucolica, di buon vivere e di romantico mal di vivere.

E come se non bastasse c'è il romanzesco, la letteratura, Flaubert e Madame Bovary, tutte cose che rendono felici i letterati disadattati come me e che declinate in chiave francese diventano qualcosa di adorabile, di assolutamente non riproducibile in altre nazioni.

Così un film non particolarmente originale diventa una chicca, un passatempo cinematografico amabilissimo che mescola in maniera irresistibile commedia romantica francese, cultura umanistica, bovarismo e dramma passionale grottesco (il finale ne è un esempio).

Ho riso molto del protagonista maschile Martin Joubert (interpretato dal sempre bravo Fabrice Luchini), un panettiere colto che scambia finzione letteraria e realtà e che fa di tutto per far in modo che le due cose combacino. Mi sono identificata in certi suoi deliri bibliofili e nella sua tendenza a trovare rifugio nel fittizio, a ritrovare spie di letteratura nel reale e a credere fermamente che l'arte imiti la vita.

La vicina di casa appena arrivata da Londra che di nome fa Gemma e di cognome Bovery (il marito si chiama Charles!) e che sembra avere una predisposizione fisica alla noia coniugale e alla passione distruttiva è agli occhi di Joubert una flaubertiana Emma Bovary rediviva.
E in effetti questa bellezza mozzafiato che quando mastica il pane ha una carica erotica sproporzionata, sembra ripercorrere (in chiave tutt'altro che ottocentesca ovviamente) le mosse di Emma Bovary o almeno questo è quello che vede e crede Joubert nella sua sceneggiatura mentale intrisa di voyeurismo e autocompiacimento registico.

Ma Gemma è davvero come Emma? La Bovery farà la stessa fine a base di disperazione e arsenico della Bovary? Joubert sarà un novello Flaubert che (ri)scrive il reale o solo un intellettuale che ha perso il controllo delle sue passioni letterarie e si è ritrovato immerso in una commedia degli equivoci?

Spetta a voi scoprirlo.

Vi dico solo che tra i tanti meravigliosi stereotipi letterari di cui è intessuto con toni semiseri il film c'è anche la lettera, la classica, risolutiva, potente lettera del romanzo ottocentesco.
(E dico a voi donne che c'è un Niels Schneider di una bellezza scultorea ellenistica notevole).

Se amate leggere, e in particolare i grandi classici, godrete molto di questa storia: se avete già letto Madame Bovary (io l'ho letto da adolescente e avrei l'obbligo anagrafico di rileggerlo adesso!) lo vorrete rileggere subito; se non lo avete letto vorrete subito correre ai ripari.
Ma anche se non amate leggere (e vi odio per questo!), troverete tanti altri motivi - geografici, fisici, ritmici, registici - per amare questo film.


martedì 3 marzo 2015

I Love Books: 89. Storia di chi fugge e di chi resta (L'amica geniale - Volume terzo)


E siamo a tre. Storia di chi fugge e di chi resta.
Fuggire da questa saga è impensabile per chi ne ha preso parte, restare è necessario, perché vogliamo sapere, e lo vogliamo ardentemente, immediatamente, come prosegue la storia di Lila e Elena.

Passando da un libro all'altro senza soluzione di continuità non ho percepito alcuna variazione nel sortilegio perfetto di questa lunga narrazione divisa in quattro: anche con questo terzo volume la scrittura della Ferrante ha esercitato il suo enorme potere su di me senza mostrare segni di stanchezza o di ridondanza.
Io continuo ad amare senza tregua questa divinità della letteratura dai connotati oscuri e dal talento narrativo prodigioso.

Forse avrei dovuto scrivere un unico post su tutti e quattro i volumi della saga perché l'omogeneità, la compattezza, la forza lineare della continuità, rendono difficile la valutazione singola.
Senza contare che il mio entusiasmo è sempre lo stesso ad ogni volume e che rischio di diventare ripetitiva e monotematica, un'adolescente in pieno delirio testardo e fanatico.
Forse L'amica geniale andrebbe valutata come opera unica divisa in quattro tomi solo per ragioni editoriali. Il cuore che dà vita a questa storia battendo ora in modo regolare ora impetuosamente è uno solo; il piacere del lettore è un'unica ondata.
Forse L'amica geniale non andrebbe nemmeno valutata, a pensarci bene.

Tuttavia ci provo ad estrarre questo terzo volume dalla tetralogia e a riportare alcune (l'1%) delle mie percezioni.

Ho trovato bellissimo e intenso questo tempo di mezzo, soprattutto quello di Elena che è un tempo di preparazione alla vita vera, un'implosione silenziosa prima dell'esplosione, dell'ardimento di fine libro.
Come ho già detto nei post sul primo volume e sul secondo, mi sono sempre sentita vicino ad Elena, in piena affinità elettiva con il suo personaggio e questa percezione si è consolidata anche con questo terzo appuntamento.
La mia Elena...
L'ho lasciata fanciulla e la ritrovo donna, in una fase decisiva della sua vita, in un periodo di stasi e di tormenta al tempo stesso, di emozioni totali e definitive e di annoiata sistemazione coniugale.

Senza scendere nei dettagli (non voglio guastare la festa a chi deve ancora arrivare al terzo volume) dico solo: Firenze, Pietro Airota e la sua colta famiglia, Dede ed Elsa, le tensioni politiche degli anni '70 e le spinte femministe, la rinascita lavorativa ed economica di Lila, il ritorno di Nino, i dissidi turbolenti tra cuore e ragione, tra rottura e conservazione.
Fuggire e restare, un altro binomio di questa saga dallo spiccatissimo dualismo.

Ho trovato questo terzo volume, per il mio giubilo, molto elenacentrico, focalizzato su un'Elena più audace che cerca di crearsi una sua dimensione indipendente dall'amica, dal rione, dalla sua stessa subalternità su ogni fronte. Un'Elena meno calamitata dalla forza oscura e tirannica di Lila, più padrona di se stessa, nel bene e nel male.

L'amicizia tra le due si fa più fievole e passa attraverso il filo di un telefono, si fa rapporto a distanza, forza atavica meno decisiva.

Potrei dire altre mille cose su questo terzo quadro della vita di Lila e Elena, ma non voglio anticipare nulla, non voglio far straparlare la mia esaltazione né sfociare in celebrazioni idolatre prive di ogni forma di obiettività.
Spetta a voi esaltarvi e rendere grazie a Elena Ferrante per la terza volta, per sempre.

(Mentre scrivo ho già in lettura il quarto e ultimo volume e inizio a chiedermi come farò senza Elena Ferrante che ogni sera mi ha narrato la storia di Lila ed Elena sospendendo ogni manifestazione fisica del reale.
Mi consolo pensando a tutto il resto del mondo letterario che mi aspetta fuori dal tunnel ferrantiano, ma so già che il ritorno sarà un processo lento e infame).