martedì 29 settembre 2015

I Love Books: 105. Sembrava una felicità


Sembrava una felicità di Jenny Offill (titolo originale Dept. of Speculation) mi ha fatto venire in mente quei giochi che si trovano nelle riviste di enigmistica, quelli in cui si devono unire i puntini numerici per dare forma a ciò che sembra solo una sagoma puntinata.
Mi ha fatto venire in mente anche l'intimità dei diari segreti, la profondità frammentaria dei pensieri di Pessoa nel suo famoso libro, i versi fulminei della migliore poesia.

Quello che Sembrava una felicità sembra ad un primo sguardo fugace è una bozza, il progetto di un libro in fieri, una raccolta di annotazioni e suggestioni sciolte da sistemare e da far diventare trama compatta.

Solo che la trama classica (che, badate bene, c'è) rimane per tutto il libro in questo stato disorganico e destrutturato, in questa versione a sprazzi, come post-it attaccati alla mente dell'autrice e sparsi in ordine (apparentemente) casuale nel corpo fratturato della narrazione.

Il filo conduttore di Sembrava una felicità segue un percorso tutto suo, si prende pause di riflessione, si abbandona ad aneddoti, citazioni da autori latini, poeti, filosofi, notizie storiche e scientifiche, proverbi cinesi e buddisti, pensieri secchi e diretti che fanno sorridere, riflettere, commuovere.

Il risultato, a sorpresa, è una delle cose più belle e sorprendenti lette ultimamente.

Le istantanee verbali di Jenny Offil hanno a che fare con una storia ordinaria: una giovane donna con ambizioni letterarie (dice di voler diventare un "mostro d'arte") che non vuole sposarsi, il matrimonio, l'arrivo di una figlia, la crisi, il tradimento subito, il tentativo di ricostruzione.
La storia di una giovane vita femminile con tutte le sue correnti alternate di felicità, insoddisfazione, paura e certezze.
Sai che c'è di punk rock nel matrimonio? Niente. Sai che c'è di punk rock nel matrimonio? Tutto il vomito e la cacca e la pipì.
Il contenuto è sempreverde, la forma è assolutamente nuova e indipendente, fulminea e coinvolgente. Ha tutta l'urgenza del pensiero spontaneo e la bellezza breve della poesia, è carica di una sincerità spiazzante, è un dono di bellissime suggestioni personali, di idee originalissime e sagge.
Come stai? cosìspaventata
cosìspaventata cosìspaventata
cosìspaventata cosìspaventata
cosìspaventata cosìspaventata
cosìspaventata cosìspaventata...
Uno stream of consciousness se vogliamo, non uno di quelli autoreferenziali ed ermetici, ma uno di quelli in cui è possibile entrare e rispecchiarsi, in cui l'empatia è naturale, in cui la commozione flirta con l'ironia e l'autoironia, la semplicità del quotidiano con la saggezza, la nozione curiosa con l'intimità delle emozioni.

Ho praticamente sottolineato tutto il libro, non riuscivo a selezionare il meglio perché TUTTO il libro è il meglio. Ogni frase, ogni annotazione, anche la più concisa, mi ha insegnato qualcosa, di frivolo o di profondo, e mi ha resa felice.

La NN editore, nuovissima casa editrice indipendente milanese, è un nome da conoscere assolutamente e da tenere bene a mente; dopo aver letto Sembrava una felicità sono già al colmo della gratitudine nei suoi confronti e sono certa di aver trovato una nuova dispensatrice di perle rare e di scritti preziosi.

Sembrava una felicità letteraria già a partire dalla stilosissima copertina e lo è stata, ah se lo è stata!
Un esperimento mentale per gentile concessione degli stoici. Se sei stufo di tutto ciò che possiedi, immagina di averlo perso.

martedì 22 settembre 2015

Il mio parere su Inside Out


Gioia. Tristezza. Rabbia. Paura. Disgusto. Al timone della nostra complicatissima testa ci sono loro, così istrionici, complementari, vocianti.
Dopo aver visto Inside Out (di Pete Docter e Ronnie Del Carmen, 2015) sarà solo la prima di queste emozioni a riempirvi la mente, a farla ballare di soddisfazione, incanto e felicissima commozione.

Il trionfo della gioia in un film che a ben vedere tanto gioioso non è.
Perché quello che celebra con tutta la grazia possibile Inside Out è la bellezza necessaria della tristezza, quelle lacrime di sconforto, quel sentirsi blu, quel vedere nero, che sono la via principale all'autenticità del sentire, all'approdo finalmente felice.
L'arte della gioia passa per l'arte della tristezza, senza l'una non c'è l'altra e viceversa.


Dualismo emozionale che mi ha accompagnato anche durante la visione del film.
Ho riso tantissimo: Inside Out ha un lato comico geniale, una capacità di intrattenimento prodigiosa. Le 5 emozioni sono macchiette colorate vorticose, sovrane assolute della gag.
Ho pianto altrettanto spesso, quel tipo di lucidità dolceamara agli occhi che va di pari passo con la pelle d'oca e che ha a che fare con il ricordo d'infanzia, il passato, lo spleen, il dolore e la poesia delicata e dura del vivere.

Inside Out è una macchina perfetta di emozioni potenti, un tipo di animazione con l'anima, in una sola parola: PIXAR.
La casa di produzione californiana è sempre più una generatrice di capolavori, una creatrice di emozioni straordinarie, un connubio armonico di perfezione tecnica e cuore, di vocazione all'enorme e di sensibilità commovente per le piccole cose.

Ed è anche di una preparazione, di una capacità di approfondimento che allarga a dismisura gli orizzonti classicamente infantili dell'animazione, portandoli al sapere, all'intelletto, oltre che al cuore.
Siamo noi adulti i veri destinatari di un'opera simile, soprattutto per quel che riguarda l'inside.

In Inside Out c'è Freud, c'è Jung, il subconscio, l'onirico, la memoria, ci sono la psicologia e le neuroscienze, ed è istruttivo, oltre che affascinante come un'esplorazione, come un documentario, entrare dentro la mente e la sua articolata ingegneria.


Quella di Riley, la piccola protagonista del film, è la mente di ogni infanzia normale, ma la sua serena normalità e il feeling con i suoi genitori cambia in seguito ad un trasferimento dal Minnesota a San Francisco. Novità e abbandono generano un mix disordinato di stati d'animo in Riley.
Il team aziendale delle cinque emozioni va in tilt e nella sua testa è l'inizio della bufera e del crollo.


Essere Riley, parafrasando il film di Spike Jonze Essere John Malkovich, stare nella sua mente e afferrare profondamente il suo disagio, il suo transito emotivo, il colorarsi di blu o lo sbiadire di alcuni dei suoi ricordi beati.
L'empatia è totale, le sue percezioni sono le nostre. Il rispecchiamento con l'animazione è un miracolo.

E poi c'è il lato ludico, i fuochi d'artificio grafici di Inside Out.
La versione Pixar della mente umana è una girandola di colori, un perenne scambiarsi di posto delle tonalità umorali, uno spettacolo multicromatico.
Girandole di colori, biglie rotolanti dalle tonalità cangianti, viaggi rocamboleschi ai limiti del lisergico, Inside Out è un'autentica giostra, un continuo esplorare, provare, saltare, un'immersione in quella tavolozza psichedelica che è la nostra mente.


Eppure in questo trionfo di vivacità cromatica, è il blu spento di Tristezza ad avere l'impatto più forte nel nostro cuore.
Con i suoi occhialoni e la sconfitta fantozziana congenita, Tristezza è anche lungimirante, attenta, preparata al peggio e inconsapevolmente predisposta al meglio, è la chiave del film e della nostra esistenza: il suo disfattismo, la sua accidia, il suo essere così malinconicamente blu, sono necessari al lato comico di Inside Out, ma anche al suo lato incline al dolore, quello che ci riguarda più o meno tutti e che troppo spesso rifiutiamo.

"Perché essere felici per una vita intera sarebbe quasi insopportabile..."
canterebbero due miei noti conterranei ed è in questo paradosso che sta la verità e la carezza che Inside Out porge ad ognuno di noi.
Ai felici, ai tristi, agli impauriti, agli arrabbiati, ai disgustati.

Piangere dal ridere, piangere per poi ridere, questo siamo noi umani, questo è Inside Out e Inside Out è un capolavoro.

mercoledì 16 settembre 2015

I Love Books: 104. La macchia umana

 *

(*scrivere di Roth è sempre maledettamente difficile. Il seguente post è un tentativo vano di esegesi di un capolavoro).

Leggere Philip Roth equivale sempre al procurarsi una ferita, ma anche all'acquisire un insegnamento, una lezione, severissima e spietata, di umanità, o almeno di una delle sue infinite falle.
Leggi Roth e ti senti frastornato, messo alla prova, straziato da tensioni potentissime; finisci una sua opera e ti senti più forte, più carico di vita, più partecipe dell'esistenza.
Dolore e crescita, tortura emotiva e fluire liberatorio di sensazioni empatiche: ecco le mie esperienze costanti con questo autore dall'impatto bellico.

Delle (ahimè ancora pochissime) opere lette finora (Pastorale americanaHo sposato un comunista, La controvita), La macchia umana è quella che mi ha più messo in croce e deliziato: pensavo che la bomba totale mi fosse esplosa dentro lasciandomi in macerie con Pastorale americana, ma non potevo sapere che la vera botta agli organi interni, quella definitiva, nel bene e nel male, me l'avrebbe data La macchia umana, con tutta la sua sensualità, la sua sporcizia, la sua mastodontica carnalità.

Coleman Silk, settantenne professore universitario accusato ingiustamente di razzismo, fottuto dall'uso di una parola dal duplice significato, viene "macchiato" dall'onta e messo all'angolo dal perbenismo sociale, rovinato dal più stupido dei misunderstanding, proprio lui che nasconde qualcosa dalla portata enorme, lui che ha costruito una fortezza personale intorno ad un segreto ben più immorale.

Mi si è conficcato dentro come una spina questo personaggio altisonante e derelitto, e mi ha allo stesso tempo incantato.
La sua è una personalità che ti viene a cercare anche a libro chiuso, è una sorta di demone, a volte minaccioso, a volte lieve.

Il suo segreto è mostruosamente ardito, tanto semplice quanto capace di creare implosioni e tensioni lunghe una vita, una scelta che porta con sé strascichi ineluttabili, celebrazioni enfatiche dell'esistenza e sofferenti veli pietosi sul non detto, sull'indicibile.
Un segreto che è salvezza, che è la storia di una vita perfetta, di una americanissima libertà di inventarsi da sé e di scriversi il copione della propria esistenza senza limiti.
Un segreto che è anche silenziosa devastazione interiore, che è compromesso scalpitante, rinuncia ad un altro tipo di libertà, quella dell'autenticità, dell'essenza genetica.

E d'altra parte c'è una squisita e naturalissima voluttà in questo settantenne che vive di un inganno dall'impeccabile architettura, c'è una tendenza al sublime, al dionisiaco.
Dopo lo scandalo all'università, c'è Faunia, lo scandalo da camera da letto, creatura dei bassi fondi, selvatica e illetterata, emblema della sfortuna del vivere, che fa di Coleman un uomo abbandonato alla spontaneità del momento, un amante arreso, dedito all'erotismo e ai sottofondi musicali che invitano a domestici balli nudisti.
Un dono di strafottenza e di istintività quello di Faunia, un calcio sui denti all'imperante mos del pudore.

Il sesso è fortissimo in questa narrazione, è una forza vitale, l'unica immune dalla costruzione premeditata e non a caso il romanzo è ambientato nell'America del 1998, quella di Clinton e del sexy gate, quella del "pompinismo", dell'"estasi dell'ipocrisia", del disorientamento prodotto dalla vita in "tutta la sua invereconda sconcezza".
Lo stesso titolo, al di là del riferimento alla macchia dello scandalo - la lettera scarlatta imposta dalla società - , fa venire in mente anche la traccia fisica dell'amplesso, l'organico che è prova autentica dell'esserci, del desiderio.
E poi la macchia di colore, la razza, che non è solo quella specifica, ma anche quella generale e onnicomprensiva, la razza umana, che si dibatte, si crea e si distrugge, lasciandosi dietro altre macchie, nient'altro che macchie, impurità.

La macchia umana ha la forza destabilizzante di una tragedia greca, stessa la potenza del sentire, l'inanellarsi di contraccolpi fatali, di delitti simbolici e castighi perenni, di cose nascoste, errori e prove ardue.
Coleman stesso è un professore universitario di lettere classiche, un cultore dell'antico, ed è forse in virtù di questa formazione che la sua vita ha il pathos, l'eros e il thanatos di un'opera sofoclea.

Ma a ben vedere non c'è perfezione nella tragedia di Coleman, non c'è classicità né simmetria drammaturgica, non c'è nemesis finale, ma solo il dominio della vita vera, ancora una volta, con le sue imperfezioni, le sue asimmetrie, le sue macchie indelebili.

Ti macchia questo romanzo, ti sporca, ti sposta dalla tua comoda pulizia quotidiana, dall'ovvietà cromatica della tua storia, ed è una sensazione di pura, incandescente Vita quella che si prova leggendolo, un'esperienza di Passione allo stato puro.

Oh-mio-dio Roth, ma come fai?

venerdì 11 settembre 2015

I Love Books: 103. L'incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio


Le atmosfere nella scrittura di Murakami sono tutto, fanno più del contenuto.
Non fa eccezione L'incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio.
La solita magia della stasi riflessiva, dell'individuo solitario ma mai isolato dal suo pensiero, dal suo interrogarsi lento e accurato.
Sempre senza fretta, senza violenza verbale, senza carichi insostenibili di parole e periodi.
Pulizia nipponica, essenzialità intrisa di spessore.

Devo dire che da amante di Murakami ho trovato questo romanzo un po' meno completo dei suoi illustri antecedenti (ad eccezione di 1Q84 che è indegno del suo autore e che io ripudio in toto, come non esistesse), fin troppo sfuggente.

Vero è che con Murakami la sospensione, il surreale che non rivela mai fino in fondo il reale, il non detto, le percezioni mai troppo nette, sono di casa, però questo Tazaki Tsukuru mi è parso frammentario, labile.
Ne avrei voluto ancora della sua vita, della sua storia; la sensazione post lettura è stata quella di non essermi saziata, le pagine sono poche per la portata complessa della trama.

Ad ogni modo ho amato le sensazioni di ovattata riflessione che offre Murakami e ho amato anche la vicenda narrata, questa storia di amicizia giovanile fortissima che finisce all'improvviso quasi uccidendo l'abbandonato Tsukuru, che non sa perché venga estromesso dal gruppo e a distanza di anni è ancora lì col pensiero, persino col corpo.

Cosa è successo davvero? Che fine hanno fatto Aka, Ao, Shiro e Kuro, i cui cognomi equivalgono a dei colori? Cos'è che fa sentire Tsukuru così incolore oltre all'assenza di colore nel suo cognome?

Ci saranno delle ricerche, ci saranno degli incontri, verranno fatte domande le cui risposte non hanno mai un confine certo.

C'è tanta solitudine in questo romanzo, nel suo protagonista e nella sua esistenza a Tokyo, c'è una lunga, sofferta meditazione sull'amicizia e la sua forza estrema, sopratutto quando si è giovani e totali nel sentire.

C'è una carica di mistero potente, forse la più intensa che abbia trovato finora in Murakami, quella più destinata a rimanere tale e a non darsi al lettore.

Ci sono personaggi che appaiono e poi scompaiono senza tornare più, dubbi non sciolti, situazioni lasciate alla fantasia (o alla frustrazione?!) di chi legge e tutto ciò è murakamiano al 110% (quel 10% è in questo caso l'eccesso di tale tendenza) e si ama perché si ama Murakami e si accetta perché questo scrittore giapponese è fatto così, di incanto, di suggestioni, di lentezza, di percorsi per lo più interiori che non devono per forza arrivare dritti al punto o essere perfettamente razionali.

Non il migliore Murakami a mio parere, ma la vostra, anzi la nostra dose di surreale, di onirico, di delicatezza nipponica è garantita anche questa volta.

lunedì 7 settembre 2015

I Love Books: 102. I nostri antenati (Il visconte dimezzato - Il barone rampante - Il cavaliere inesistente)



La leggerezza. I messaggi veicolati da toni lievi e da contesti surreali, fiabe per tutti, che ognuno può leggere come vuole, quando vuole, con il livello di immersione che vuole.
L'inverosimile che non dà fastidio alla razionalità, ma la incanta, la stimola, la invita alla riflessione.
L'immaginazione che si fa, senza averne l'intenzione programmatica, narrazione di te, di me, di noi, veri, umani, realissimi.

Avrei dovuto leggere quest'opera anni fa, quando tutto era più lieve e facile da credere, ma anche a 31 anni devo dire che le sensazioni di verità incredibile e di leggerezza incantata mi hanno avvolto.
Le mie percezioni sono state fervide, divertite; sono stata al gioco senza alcun impedimento mentale o anagrafico, mi sono "calvinizzata" senza alcuno sforzo, con l'immediatezza di un sentimento spontaneo.

Merito, tra le altre cose, della prosa di Calvino che è elegante, ricca di preziosismi e virtuosismi, di vocaboli desueti e di una musicalità d'altri tempi. Si danza sulle sue parole, si celebra un perfetto rito di narrazione leggendo le sue storie.

Ma chi sono i nostri antenati del titolo?
Siamo noi sotto mentite spoglie e in altre epoche, noi con armature da crociata o mantelli nobiliari o ardore da poema epico, alle prese con le contraddizioni della vita e le sue spinte irresistibili, con le ricerche interiori e le scoperte inattese.

Un visconte diviso in due da un colpo di cannone, il dualismo che ci caratterizza tutti, quel perpetuo oscillare tra il benevolo e il malevolo, un dissidio naturalissimo e necessario all'esistenza, l'equilibrio perfetto per la normalità, per la completezza del proprio essere.
Troppa malvagità o troppa virtù non vanno bene, bisogna essere un po' di tutto, mai totali.
Per me Il visconte dimezzato è il più significativo della raccolta.
Medardo sono stata io per tutta la lettura, io quel Dr Jekyll e Mr Hyde che distrugge o ama, io quel binario di spinte parallele.
Alle volte uno si crede incompleto ed è soltanto giovane.
Un baronetto ribelle sale su un albero come forma di dispetto verso gli esigenti genitori, e fino a qui tutto nella norma, se non fosse che da quell'albero Cosimo non scende più, per la vita.
Non un vile isolamento improduttivo, ma una vita sociale, partecipe, passionale da un punto di vista individuale e incrollabile. Una testardaggine costruttiva, una prospettiva autonoma ma non autistica.
Che magnifica avventura aerea e arborea che è questo racconto, che dispiegarsi di anni, vicende, vita che è. Nella sua stramberia Il barone rampante è una delle cose più vere mai lette.
- Yo quiero the most wonderful puellam de todo el mundo!
Un cavaliere che non c'è, un'armatura vuota, la sua aspirazione ad essere e l'avventura di due giovani, Rambaldo e Torrismondo alla ricerca di qualcosa che dia le prove dell'esserci, che sia una donna o un'indagine sulle proprie origini.
Il cavaliere inesistente l'ho amato lievemente meno rispetto agli altri due, forse perché più dispersivo e meno focalizzato su un solo personaggio, ma è comunque interessante.
"...quello che voglio è soltanto l'essere uno che sa quello che vuole!"
C'è un costante rivolgersi alla giovinezza nelle storie fantastiche di Calvino, nei suoi personaggi alla ricerca di completezza, di alternative, di esistenza, ed è per questo che, l'ho già detto, avrei dovuto farne esperienza quando ero io stessa un po' dimezzata, rampante e inesistente, in una parola giovane.

Eppure, pensandoci bene, si smette mai di sentirsi così? Non è forse una sensazione costante che è essa stessa sinonimo di vita? Se si raggiunge l'equilibrio della completezza non vuol dire forse che la ricerca si è esaurita, si è consumata in un apice di globale perfezione?
Credo di sì e credo, voglio credere, che sia normale sentirsi ancora dimezzati, rampanti e inesistenti alla mia età e che ciò che conta davvero sia il perfezionamento e non la perfezione, che umana non è, mai.
A volte è rabbia, a volte è entusiasmo, a volte è paura, questa diatriba senza età, ma è sempre, a quanto pare, normalità, prassi, addirittura beneficio
...perché bellezza e sapienza e giustizia ci sono solo in ciò che è fatto a brani.
Grazie a quella parte ritardataria di me che mi ha suggerito di leggere quest'opera meravigliosa, terapeutica, di (ri)scoprire Calvino d'estate, di (ri)scoprirmi ancora predisposta all'incanto e, per fortuna, ancora calvinianamente giovane.

mercoledì 2 settembre 2015

Il mio parere su Minions


Sono gialli, buffi, squinternati ma non sono i Simpsons.
Sembrano banane senza le punte, con piedini e chiappette tonde, monocoli o occhialoni su occhi enormi e tonti.
Sembrano piccoli minatori in tuta da lavoro.
Sembrano gnocchetti di patate ambulanti, lupini, pezzi di plastilina gialla, m&m's, caramelle gommose.
Sono sempre stati la parte più curiosa di Cattivissimo me e uno spin-off lo meritavano assolutamente.

Non c'è periodo migliore dell'estate per vedere un leggerissimo film in giallo, soprattutto se questa tonalità solare si anima tramite pupazzetti piuttosto amorfi, adorabilmente dislessici, geneticamente inspiegabili.

Io i Minions non ho ancora capito bene cosa siano, ma il bello è proprio questo: sono creaturine strane, frutto di una creatività non scontata e mettono di buonumore a prima vista, anche i seriosi, anche i cinefili (!), anche gli stanchi dell'estate e del suo vuoto in sala.

In questo prequel monotematicamente minion (diretto dallo stesso Pierre Coffin) ci vengono spiegate le origini dei gialli cosini combina guai, come fosse una puntata di Quark, con tanto di enfatica voce narrante di Alberto Angela e ci viene mostrata un'avventura in particolare, quella al seguito della cattivissima Scarlet Sterminator (in Italia doppiata da Luciana Littizzetto) nella Swinging London anni '60, passando per New York e Orlando.



I tenerissimi Minions - chi ha visto Cattivissimo me lo sa - sono aspiranti servitori del male, atavicamente attratti dalle personalità diaboliche, altro aspetto inspiegabile della loro esistenza, totalmente in disaccordo col loro essere adorabili e gentili.




Forse proprio questa scemissima contraddizione fa di questi piccoli fenomeni un fenomeno spontaneamente comico: non devi sforzarti per ridere di loro, non devi tornare necessariamente bambino. Li guardi, li senti cianciare nella loro bizzarra lingua polimorfa e ti parte l'ilarità (e anche la voglia di imitarli dicendo "banana" o "papaya" una volta fuori dalla sala!).

Quando si guardano film d'animazione ad agosto le aspettative devono essere serenamente basse e il mood quello di una serata da riempire con un po' di cinema dalla rilassante inconsistenza.
I Minions fanno questo, offrono risate, melodie pop orecchiabili che spaziano dai Doors ai Beatles, vivacità cromatiche che fanno bene agli occhi ancora allineati ai colori accesi dell'estate, siparietti deliziosi, dosi massicce di gialla simpatia.

Come modo per spezzare il vuoto di cinema dei mesi estivi (rimettere piede in sala, sebbene in una sala multiplex che poco amo, mi ha dato una piccola scossa di emozione del rinnovamento) senza rinunciare alla leggerezza mentale della bella stagione è perfetto.

Ho riso, soprattutto delle varie citazioni di cui il film è ricco (fenomenale quella dei Minions sulla luna con tanto di retroscena posticcio!), ho colorato di giallo sole una calda serata e sono stata bene.

Queste miniature gialle che stanno sbancando i botteghini di tutto il mondo, facendo della loro buffa piccolezza un gigante fenomeno blockbuster con valanghe di merchandising e gadgets (sono praticamente OVUNQUE), sono icone assolute e simpatia al primo sguardo e se non vi fanno almeno sorridere è perché siete cattivissimi (e loro vi adorerebbero per questo!).