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Visualizzazione dei post da Ottobre, 2015

Il mio parere su The Walk

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Le storie di sogni impossibili e sognatori ostinatissimi mi mettono sempre un po' a disagio; mi ritrovo davanti alla narrazione di queste mirabolanti improbabili imprese e mi sento cinica, arresa al posto loro, diffidente verso ogni pretesa di supereroismo che non sia fumettistico, verso ogni forma di retorica esasperatamente ottimistica. Persino di fronte alla riuscita del'impresa mi viene da storcere il naso.

Una storia come quella di Philippe Petit che il 7 agosto del 1974 fa quattro passi fra le nuvole o per meglio dire una camminata lunga quasi un'ora su un cavo sospeso tra le Twin Towers newyorkesi, ha in sé questo tipo di rischio (almeno per me) e può urtare la sensibilità di chi vive con i piedi saldati a terra. E anche chi soffre di vertigini. Soprattutto se la visione del film avviene in 3D.

E qui interviene RobertZemeckis a riequilibrare le cose e a riportare un grande sogno, un'impresa pazzesca, all'interno di una dimensione umanissima e imperfetta, bu…

Il mio parere su L'attesa

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L'opera prima di Piero Messina ha la grazia della calma, la poesia dell'indugio e la raffinatezza carica di senso della lentezza, quel tipo di lentezza che non è fatta di vuoti, ma di pieni silenti, simbolici, quasi metafisici.
L'attesa di tipo diverso di due donne si affianca a quella dello spettatore, un'attesa tutt'altro che snervante, perché intrisa di bellezza visiva e di inviti alla pacatezza.
Non ci si sente impazienti durante la visione del film, ma sospesi in una dimensione tra il surreale e la promessa, curiosi ma senza avidità.

Messina oltre ad essere un sorrentiniano (è stato assistente alla regia per This Must be the Place e La grande bellezza), è anche a mio avviso un caravaggesco: la sua ricerca della luce esteticamente più d'impatto ha a che fare con l'arte, è oltremodo suggestiva.
Certi tagli di luce mi hanno fatto pensare anche al dipinto di Hopper (mio grande grande amore), Morning sun, così solare e inquietante.

A dire il vero tutto il f…

Il mio parere su The Martian

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A me la fantascienza non piace, nemmeno quella d'autore (salvo un paio di recenti eccezioni), la trovo disumana ed eccessivamente tecnica, un trionfo di megalomania produttiva, di ingegneria aerospaziale che soppianta ogni forma di intimità. Non sono nemmeno una "scottiana" della prima ora e non mi sono mai galvanizzata per la gelatinosa mostruosità di Alien né per la mitologia cyberpunk di Blade Runner.
Eppure The Martian mi è piaciuto, mi ha dato gioia.

Questo perché The Martian non è un film di fantascienza, ma un film comico, addirittura ridicolo, con la piena ed ostentata consapevolezza di essere tale.

Che divertimento, che meravigliose libertà tamarre che si è preso Sir Ridley Scott, che balle spaziali!

Finalmente un film di fantascienza in cui la parte fanta- ha la meglio sulla parte -scienza ma in modo deliberato, in cui non c'è traccia di quella seriosità o di quella solennità filosofica di cui è intrisa fino alla noia la fantascienza classica di buona fatt…

Serie tv mon amour: 35. Mad men - stagione finale

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Quello che segue è un rapido, felice-infelice saluto finale ad una serie tv piezz' e' core.
Non sono in vena di approfondimenti, la scia emotiva fa muovere le mie dita sulla tastiera e esprimerà certamente en passant otto lunghi anni di storia d'amore.

Arrivo in ritardo (l'ultima puntata è andata in onda a maggio), ma almeno mi sono potuta congedare da questo tesoro di serie tv senza influenze mediatiche, sovrabbondanza opinionistica da social networks e chi più ne ha più ne metta.
Sono la sola a celebrare questo saluto finale adesso e l'aver aspettato così a lungo la dice lunga sul mio non volermi staccare da questa serie-madre, da questo amore forte datato 2007-2015.
Grazie Matthew Weiner, hai reso la mia pluriennale vita serale da divano in qualche modo migliore.

Addio Don, ai tuoi bicchieri di whisky tintinnanti, alle tue lacerazioni e ai tuoi tormenti nascosti dietro l'ordine lucido dei tuoi capelli e dei tuoi vestiti buoni, al tuo appeal sexy e introvers…

I Love Books: 106. Funny Girl

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Ho poco da dire su questo romanzo.

Funny Girl, sottotitolo immaginario da me aggiunto: Unfunny novel.

Non ho mai considerato Nick Hornby uno scrittore fondamentale, ma non posso negare di aver trovato in lui, specie a fine anni '90-primi anni 2000, un grande intrattenitore, un leggerissimo donatore di inviti all'autoironia, il re di quello scanzonato brit-pop narrativo di cui hai bisogno quando hai bisogno di cose facili, di un cazzone inglese che ti faccia ridere con stile.
L'entusiasmo per Alta fedeltà è stato tale da generare la mia dichiarazione di alta fedeltà all'autore britannico; è vero che ero un'adolescente con una tendenza facile alla mitologia, ma il Nick Hornby di Alta fedeltà (e anche quello di About a Boy in effetti) fu un idolo salvifico, di una brillantezza mai sbiadita.

Ecco, non per fare la solita nostalgica con la manfrina senile del "prima era tutto migliore", ma il Nick Hornby del 2014 fa ca**re e Funny Girl è una robetta sciocca e -…