giovedì 29 ottobre 2015

Il mio parere su The Walk


Le storie di sogni impossibili e sognatori ostinatissimi mi mettono sempre un po' a disagio; mi ritrovo davanti alla narrazione di queste mirabolanti improbabili imprese e mi sento cinica, arresa al posto loro, diffidente verso ogni pretesa di supereroismo che non sia fumettistico, verso ogni forma di retorica esasperatamente ottimistica. Persino di fronte alla riuscita del'impresa mi viene da storcere il naso.

Una storia come quella di Philippe Petit che il 7 agosto del 1974 fa quattro passi fra le nuvole o per meglio dire una camminata lunga quasi un'ora su un cavo sospeso tra le Twin Towers newyorkesi, ha in sé questo tipo di rischio (almeno per me) e può urtare la sensibilità di chi vive con i piedi saldati a terra. E anche chi soffre di vertigini. Soprattutto se la visione del film avviene in 3D.

E qui interviene Robert Zemeckis a riequilibrare le cose e a riportare un grande sogno, un'impresa pazzesca, all'interno di una dimensione umanissima e imperfetta, buffa e ben poco solenne.
La vocazione patetica di questo tipo di storie, la ridondanza razionalmente insopportabile e americana del "se ci credi si avvera" in Zemeckis diventano simpatia, leggerezza, casualità, trionfi sostenibili seppur incredibili.
Penso a Forrest Gump e mi commuovo ancora per il trionfo dell'inconsapevolezza, per la rivincita epica e non prevista dell'ingenuità. Penso ad altri suoi film e credo all'impossibile.

Quella di The Walk è una storia vera e questo dà manforte totale alla credibilità della sua incredibilità, ma è anche una storia alla Zemeckis, e questo vuole dire un invito a non prendere e a non prendersi troppo sul serio, una sdrammatizzazione delle punte più affilate di tensione a favore di un approccio più ironico.

Philippe Petit è un artista di strada, un performer, un prestigiatore ed è proprio questa attitudine ludica all'impossibile - che nel film non viene mai meno - a rendere la sua funambolica storia divertente prima che sorprendente, uno show più che un'avventura.

Zemeckis non perde mai di vista la parte grottesca e circense di questa storia vera, non smette mai di divertirsi insieme alla ricostruzione vera di un percorso surreale e ci porta su quel filo sospeso nel vuoto senza calcare troppo la mano su emozioni facili e trionfalistiche.

La parte francese del film sposa quella americana e dà vita ad un mix di micro e macro, di afflato romantico parigino e di sfrontatezza newyorkese, di sogno cullato e di sogno sfidato.


La prima parte del film, quella parigina, soffre forse un po' dell'obbligo della ricostruzione biografica, ma la seconda parte ha una andamento rocambolesco 100% zemeckisiano che non lascia tregua.

A quel punto "les carottes sont cuites" (cit.) e lo spettatore è pronto a darsi alle vertigini e all'insanità mentale di Petit.

Joseph Gordon-Levitt (mio pezzo di cuore dai tempi di (500) Days of Summer), ha la fisicità e l'energia giusta per il ruolo, anche se con le lenti a contatto blu e quello stile francesino non è esteticamente sempre credibile. E infatti la sua credibilità, così come quella di tutta la pellicola, dà il meglio di sé nella seconda parte, quella a stelle e strisce, quella dei grattacieli e dei grattacapi pre-camminata.

Non c'è hybris in Petit, non siamo di fronte ad un folle che si crede Dio; Petit è certamente un folle, ma non c'è mai presunzione di superpotere o sicurezza da eroe mitologico nei suoi tentativi di sfidare la vita.
Io credo che lui volesse solo divertirsi ed è questo divertimento assolutamente avventato e insensato che mi è arrivato e che mi ha ricaricato di adrenalina. E Zemeckis l'ha cavalcato alla grande, come sa fare lui.

Non è tanto la camminata del titolo (la storia vera toglie ogni effetto sorpresa), ma il modo in cui questa audace idea viene trasformata in realtà a coinvolgere lo spettatore.
Tutto quel progettare senza troppi mezzi a disposizione, quell'escogitare un piano come fosse la rapina del secolo, quell'essere incasinati fino a pochi attimi prima dell'impresa fuorilegge è un elogio della follia e dell'arte funambolica di cavarsela, passo dopo passo.

The Walk è un film che trasmette entusiasmo, un po' come tutti i film di quell'entusiasta di Zemeckis.

"...Per sempre" dice Petit nel finale guardando alle Torri che ha amato, studiato e sfidato e proprio quando stai per lasciare la sala sicuro di portarti a casa un sorriso, arriva l'ondata non prevista della commozione, l'evocazione dolorosa e inevitabile di un'assenza enorme, la controparte inconsapevolmente amara di questa storia (letteralmente) sopra le righe.



martedì 20 ottobre 2015

Il mio parere su L'attesa


L'opera prima di Piero Messina ha la grazia della calma, la poesia dell'indugio e la raffinatezza carica di senso della lentezza, quel tipo di lentezza che non è fatta di vuoti, ma di pieni silenti, simbolici, quasi metafisici.
L'attesa di tipo diverso di due donne si affianca a quella dello spettatore, un'attesa tutt'altro che snervante, perché intrisa di bellezza visiva e di inviti alla pacatezza.
Non ci si sente impazienti durante la visione del film, ma sospesi in una dimensione tra il surreale e la promessa, curiosi ma senza avidità.

Messina oltre ad essere un sorrentiniano (è stato assistente alla regia per This Must be the Place e La grande bellezza), è anche a mio avviso un caravaggesco: la sua ricerca della luce esteticamente più d'impatto ha a che fare con l'arte, è oltremodo suggestiva.
Certi tagli di luce mi hanno fatto pensare anche al dipinto di Hopper (mio grande grande amore), Morning sun, così solare e inquietante.

A dire il vero tutto il film mi ha fatto venire in mente la pittura, come fosse un dipinto carico di luci ed ombre in cui i personaggi rappresentati prendono vita, ma in punta di piedi, senza sfondare mai la tela, con garbo e movenze poetiche, con dignità malinconica.

Il rischio del manierismo era lì all'angolo a braccetto con quello del citazionismo, temevo l'opera di un emulatore innamorato del maestro, di uno scolastico, eppure il film di Messina è libero da tale condanna e ha uno stile identificativo, forse ancora da perfezionare, ma già notevolmente personale.

La luce siciliana ha una potenza unica al mondo, è un oro pienissimo, accecante, una sublime persecuzione e ne L'attesa questa dimensione geo-luminosa è una costante, protagonista tanto quanto le due donne che animano delicatamente la scena.
Quella che riempie le scene del film è una Sicilia dell'entroterra scabra, quasi mitologica, isolamento nell'isolamento, trionfo di contrasti cromatici, di ritualità persistenti, di esplosioni naturalistiche.

Non la solita Sicilia stereotipata e variopinta, ma una Sicilia più taciturna e misteriosa, più votata al raccoglimento.            
La scena folkloristica del film con quella statua della Madonna a lutto che cerca suo figlio e la scalinata di Caltagirone illuminata (la processione della Giunta di Caltagirone appunto, città natale di Messina) che è così atavicamente sicula, si incontra bene con la vicenda del film, con la madre addolorata del film, ma non la domina mai, non issa il vessillo scontato del regionalismo.

A dominare quest'opera filmica è invece una mesta Juliette Binoche il cui sguardo fisso di dolore è puro talento, è iconografico. Lo ripeto: in alcune scene sembra dipinta da Caravaggio.
E accanto a lei una bellissima, freschissima Lou de Laâgeocchi grandi e l'inquietudine giovanile di chi prova ad aspettare lenita in parte dalla natura isolana, da amicizie estemporanee, da chiacchierate spensierate.

Aggiungiamo alla bellezza di questo dualismo femminile, le musiche del film, in particolare Missing dei The XX, pezzo dalla sonorità soave, il perfetto tocco etereo per questo film di gran classe, per questa messa in scena del dolore materno e del suo contenimento.

La commozione è garantita.

Badate bene, L'attesa non è un film lezioso per cinefili fighetti: ha di certo un'attitudine estetizzante e una vanità di fondo, ma ha anche dei lati in qualche modo violenti, dà allo spettatore scariche di emozione tutt'altro che di maniera.

La scena in cui Juliette Binoche abbraccia e sgonfia con addolorata veemenza il materassino gonfiabile rosa (lo stesso che in una scena molto sorrentiniana ad inizio film svolazzava solitario e simbolico) ha una potenza indimenticabile, è la lotta spasmodica della madre con il suo dolore, è la perfetta sintesi del film.

Liberamente tratto da La vita che ti diedi di Luigi Pirandello (dramma teatrale incentrato proprio sulla figura di una madre il cui figlio è lontano da anni), L'attesa non mette in scena la lontananza, ma la scomparsa (definitiva), l'incombenza invadente di un dolore interiore, la messa in stand-by del dolore altrui, un gioco consapevole e altruistico di illusione, di fantasia conservatrice, di ingenuità materna.

Ingannare l'attesa, ingannare qualcuno nell'attesa, a fin di bene, per amore, per orrore del dolore.

Non perdetevelo!



venerdì 16 ottobre 2015

Il mio parere su The Martian


A me la fantascienza non piace, nemmeno quella d'autore (salvo un paio di recenti eccezioni), la trovo disumana ed eccessivamente tecnica, un trionfo di megalomania produttiva, di ingegneria aerospaziale che soppianta ogni forma di intimità. Non sono nemmeno una "scottiana" della prima ora e non mi sono mai galvanizzata per la gelatinosa mostruosità di Alien né per la mitologia cyberpunk di Blade Runner.
Eppure The Martian mi è piaciuto, mi ha dato gioia.

Questo perché The Martian non è un film di fantascienza, ma un film comico, addirittura ridicolo, con la piena ed ostentata consapevolezza di essere tale.

Che divertimento, che meravigliose libertà tamarre che si è preso Sir Ridley Scott, che balle spaziali!

Finalmente un film di fantascienza in cui la parte fanta- ha la meglio sulla parte -scienza ma in modo deliberato, in cui non c'è traccia di quella seriosità o di quella solennità filosofica di cui è intrisa fino alla noia la fantascienza classica di buona fattura.
Scott parte dai modelli classici (su tutti Apollo 13), ma destruttura il genere infarcendolo di buonumore, di brillantezza, di inni buffissimi alla vita. Poco importa se ciò comporta un sacrificio dell'attendibilità scientifica e della credibilità della pellicola.

The Martian non è l'ennesimo film di fantascienza accademico di cui nessuno - io per prima - ha bisogno, ma una dichiarazione gigante dell'importanza salvifica dell'ironia.
Scherza, ridi, burlati delle tue sventure: è probabile che tu muoia lo stesso, ma almeno ti sei divertito con te stesso.
Sembra voler dire questo The Martian (la cui fonte è il romanzo L'uomo di Marte di Andy Weir).

C'è la NASA, la parte istituzionale, quella autoreferenziale anche qui, c'è un filo proprio (!) di filoamericanismo e qualche momento di fantascienza d'ufficio, ma per il resto la scena marziana è dominata da un esilarante astronauta, dedito alla ricerca della sopravvivenza in un pianeta invivibile e ad un'autoironia esagerata, uno che si è già salvato solo per l'atteggiamento scelto nella disperazione.


Matt Damon si è prestato benissimo ad un ruolo così semiserio e il suo Mark Watney è eccezionale nell'alternare il lato smart a quello grottesco, nel farsi compagnia da solo in una situazione di solitudine galattica.
Ho adorato il suo modo di essere così beffardo verso il pericolo concreto di morte; il suo è un eccesso di positività poco credibile, soprattutto nelle fasi più pericolose, e viene da dire spesso "se, vabbè!", però non si smette mai di tifare per questo ottimista contagioso.
Le sue cronache marziane sono grandiose. Happy Go Lucky in salsa fantascientifica.

Molte delle avventure solitarie di questo Robison Crusoe di tipo spaziale sono numeri da commedia, sono degne di un siparietto dei migliori Looney Tunes (ho pensato spesso a Wile E. Coyote e alle sue sfortunate missioni dinamitarde) e fanno ridere in un modo fuori contesto considerando che con la fantascienza la risata non è mai stata contemplata e si dovrebbe provare tensione al cardiopalmo.

In The Martian momenti più tesi non mancano, ma c'è sempre una battuta, una scemenza, una trovata tragicomica dell'adorabile sopravvissuto o dello staff che tenta di riportarlo sulla Terra, ad alleggerire le dinamiche e a far volare il film dentro un'enorme bolla di piacevolezza della durata di 130 minuti.

Aggiungete a questa fantascienza light, la disco-music anni '70 di Donna Summer e degli Abba, che è già puro divertimento sonoro, o pezzi mitici come Starman di David Bowie, un cast di qualità (Jessica Chastain, Rooney Mara, Jeff Daniels, Sean Bean...), citazioni esilaranti (su tutte quella da Il Signore degli anelli), tutta una serie di altre cose che non ti aspetteresti (e a cui non credi, ma che ami lo stesso), la disposizione d'animo con cui esci dalla sala, così divertita e leggera, e il risultato è il Ridley Scott che ho amato di più di sempre e un film di riferimento terapeutico per i momenti di sconforto.


mercoledì 14 ottobre 2015

Serie tv mon amour: 35. Mad men - stagione finale


Quello che segue è un rapido, felice-infelice saluto finale ad una serie tv piezz' e' core.
Non sono in vena di approfondimenti, la scia emotiva fa muovere le mie dita sulla tastiera e esprimerà certamente en passant otto lunghi anni di storia d'amore.

Arrivo in ritardo (l'ultima puntata è andata in onda a maggio), ma almeno mi sono potuta congedare da questo tesoro di serie tv senza influenze mediatiche, sovrabbondanza opinionistica da social networks e chi più ne ha più ne metta.
Sono la sola a celebrare questo saluto finale adesso e l'aver aspettato così a lungo la dice lunga sul mio non volermi staccare da questa serie-madre, da questo amore forte datato 2007-2015.
Grazie Matthew Weiner, hai reso la mia pluriennale vita serale da divano in qualche modo migliore.

Addio Don, ai tuoi bicchieri di whisky tintinnanti, alle tue lacerazioni e ai tuoi tormenti nascosti dietro l'ordine lucido dei tuoi capelli e dei tuoi vestiti buoni, al tuo appeal sexy e introverso, al tuo genio indipendente e turbolento, alla tua parte mad e alla tua parte umanissima, alla tua infelicità, alle tue perturbazioni, alla tua vita esposta e a quella segreta.

Addio vita frenetica da pubblicitari, vita un po' languida un po' tesa, arena di idee, dollari e strategie, scenario retrò di situazioni modernissime.

Le 5 cose + 1 che mi mancheranno principalmente di Mad Men sono:

1) La sua bellezza. Al di là del suo contenuto e della sua narrazione, io ho guardato Mad Men in questi anni per pure ragioni estetiche, per colmare gli occhi di perfezione stilistica, di eleganza formale, di estetica vintage, di dettagli impeccabili e brillantezza costante.
Non c'è un solo momento di interruzione del bello in Mad Men, non ci sono mai cali di quella patina glamour che avvolge ogni elemento, ogni puntata come una luciccanza chic perenne.

2) Le sue dinamiche. Talvolta lento, talvolta destabilizzante e senza preavviso, il gioco di situazioni madmeniane è sempre accattivante, sempre fedele ai suoi particolari ritmi, ritmi pacati, quasi filosofici, senza frette narrative o furbizie da manuale, da amare o da abbandonare (se si amano le serie tv dai ritmi sincopati), da metabolizzare fino alla dipendenza assoluta.

3) New York e Madison Avenue. Quegli uffici dentro grattacieli megalomani, quella frenesia da newyorkers mista ad abbandoni riflessivi, quella luce così americana e invadente che filtra attraverso le grandi vetrate. E poi gli appuntamenti fuori, le cene di lavoro, le riunioni, tutte quelle frenesie da mad men di Mad-ison Avenue, da uomini di pubblicità d'assalto, colossi dentro colossi, individui metropolitani e rampanti, squali dell'advertising, spesso soggetti a crisi e introspezioni delicatissime.

4) La sua profondità romanzesca. Oltre lo stile strepitoso votato ad un'avvenenza visiva senza precedenti, Mad Men racconta vicende umane, intrecci di passato e presente, di micro e macrostoria, con spessore psicologico e classe narrativa, con capitoli che cambiano come cambiano le epoche e personaggi così complessi e approfonditi da sembrare reali, da generare sentimenti reali.

5) Le sue donne. Di tutti i tipi, subalterne, occasionali, da sposare, in carriera o dedite alla noia casalinga. Donne anni '50, anni '60 e anni '70, in evoluzione, in trasformazione. Donne caratterizzate in maniera perfetta, ognuna con il suo stile, il suo look (ah, gli outfits di queste donne, che spettacolo!), il suo bagaglio di sorrisi e lacrime.
Peggy, Joan, Betty (lacrimoni), Megan, Sally (e tutte le donne secondarie) non le dimenticherò mai.

Peggy in modo particolare, perché è la vera rivoluzione e l'icona della serie, stagione dopo stagione, sempre un po' più avanti nell'autonomia del farsi da sé, sempre meno perdente e sempre più carismatica.
Nel passaggio graduale da così:


a così:

c'è tutto un romanzo di formazione straordinario.

+1) La sua sigla d'apertura. Grafica e sonorità oramai leggendarie, non serve aggiungere altro.

E infatti mi fermo. Potrei disquisire fino a dar vita ad un saggio sul potere di questa serie che è già Storia, ma voglio salutarla senza eccedere col romanticismo.

L'immagine che continua a tornarmi felicemente in mente dopo il susseguirsi di sette stagioni, è questa:



Don che fa yoga, l'idea, il sorriso beffardo che rianima il suo viso, la sigla di chiusura, il mio sorriso enorme, e tutto ricomincia, almeno nella mia fantasia, ed è il rinnovarsi di un amore, di un modo di essere, non la sua fine.

(Che poi una manfrina simile l'avevo già scritta qui nel 2011. L'amore, si sa, rende ripetitivi).

lunedì 5 ottobre 2015

I Love Books: 106. Funny Girl



Ho poco da dire su questo romanzo.

Funny Girl, sottotitolo immaginario da me aggiunto: Unfunny novel.

Non ho mai considerato Nick Hornby uno scrittore fondamentale, ma non posso negare di aver trovato in lui, specie a fine anni '90-primi anni 2000, un grande intrattenitore, un leggerissimo donatore di inviti all'autoironia, il re di quello scanzonato brit-pop narrativo di cui hai bisogno quando hai bisogno di cose facili, di un cazzone inglese che ti faccia ridere con stile.
L'entusiasmo per Alta fedeltà è stato tale da generare la mia dichiarazione di alta fedeltà all'autore britannico; è vero che ero un'adolescente con una tendenza facile alla mitologia, ma il Nick Hornby di Alta fedeltà (e anche quello di About a Boy in effetti) fu un idolo salvifico, di una brillantezza mai sbiadita.

Ecco, non per fare la solita nostalgica con la manfrina senile del "prima era tutto migliore", ma il Nick Hornby del 2014 fa ca**re e Funny Girl è una robetta sciocca e - non pensavo di dover mai usare questo aggettivo per uno come Hornby - noiosa.

Volevo deliberatamente leggerezza (avevo appena finito un imponente Roth), sapevo che sarebbe stata un'opera leggera, ma non ero pronta ad un'opera così vuota.

Questo romanzo, a mio avviso, non doveva essere tradotto in Italia: ha un background così british e autoreferenziale (o meglio, angloreferenziale) che il lettore italiano, o di qualsiasi altra nazionalità, ha una possibilità di ingresso alla trama troppo debole, troppo parziale.
Un pezzo di storia locale, di Storia della televisione britannica per l'esattezza, con tanto di immagini di repertorio, la storia della genesi e delle alterne fortune di una sitcom dal titolo Barbara (e Jim): è più o meno questo Funny Girl.

Se un lettore inglese leggesse un libro sulla storia degli sceneggiati Rai anni '60 potrebbe mai fregargliene qualcosa?
Non vedo perché gli albori dell'intrattenimento comico in BBC dovrebbero appassionarmi.

A pensarci bene avrebbero anche potuto appassionarmi, ma solo se a muoversi sullo sfondo di questa cronistoria dal sapore vintage, ci fossero stati personaggi a tutto tondo, divertenti nella pagina come nella sitcom in cui recitano.
Invece i personaggi di Funny Girl sono solo sagome, rispondono a dei tipi preconfezionati e non hanno avuto alcun impatto tridimensionale su di me.

La protagonista Barbara, in arte Sophie Straw, la funny girl del titolo, che parte dalla provincia e va alla conquista del piccolo schermo britannico, diventando una starlette e poi una star, mi è stata antipatica fin dalle prima pagine, un concentrato di tutti i difetti canonici delle miss che non vogliono essere miss, delle attrici televisive e delle donne frivole, con rari, rarissimi sprazzi di spessore letterario più intimo.

E poi c'è il chiassoso team che lavora con lei, gli autori Bill e Tony, il produttore Dennis, il primo attore Clive, macchiette poco carismatiche di un teatrino superficialissimo.

Non basta la brillantezza spontanea della Swinging London, le atmosfere retrò al sapor di Beatles, la vitalità di quegli anni dorati, le cose curiose che succedono dietro le quinte della più grande emittente radiotelevisiva del Regno Unito, a fare di Funny Girl un romanzo brillante e divertente. Ahimè, stavolta proprio no.

Funny girl ha la stessa profondità di un copione, è un'arena movimentata di botta e risposta e di dialoghi perenni e non si concede mai una pausa di riflessione o di sviluppo psicologico, quello che un romanzo dovrebbe fare, almeno ai minimi sindacali.

Perfetto per (ri)diventare film o addirittura proprio serie tv, in un gioco di rimandi che comunque con la letteratura poco ha a che fare.

Ora, definire Nick Hornby un letterato è eccessivo, lo era anche ai tempi di una genialata di culto come Alta fedeltà, ma il Nick Hornby di Funny Girl è un autore televisivo, non uno scrittore e Funny Girl sta alla letteratura come la televisione, quella delle fiction Rai o delle soap Mediaset, sta al cinema, quello d'autore.

Non è snobismo il mio: questo tipo di non-letteratura è assolutamente necessaria e ripulisce un po' la mente all'occorrenza, io stessa la cerco spesso e Hornby era nella mia lista di pusher affidabili di buonumore, ma quando il livello è così narrativamente basso, viene voglia di leggersi tutto Proust d'un fiato fino allo sfinimento cerebrale.

O forse, semplicemente, sono io troppo poco funny per un libro come Funny Girl?