venerdì 27 novembre 2015

Il mio parere su Dark Places - Nei luoghi oscuri


Su questo film ho poche considerazioni da fare; è anonimo e inefficace e fa parlare poco di sé.
I luoghi oscuri del titolo credo siano quelli della memoria personale e collettiva in cui andrà a finire o in cui è già finito in fase di distribuzione. In pratica è come se questo film non esistesse. Per fortuna.

Quando ho letto il nome di Gillian Flynn (il film è l'adattamento cinematografico del suo romanzo Dark Places) ho subito accordato la mia fiducia alla pellicola e alla sua qualità thriller, mi sentivo protetta da fregature e pronta ad un po' di azione nera come si deve.
Del regista Gilles Paquet-Brenner (ma chi è?) non sapevo nulla, ma il supporto letterario mi faceva ben sperare.

Mi aspettavo una cosa tesa e mozzafiato alla Gone Girl - L'amore bugiardo (anch'esso tratto da un romanzo della Flynn, ma con esiti di tutt'altro stile), uno di quei thriller dall'impianto solidissimo che intrattengono e caricano di adrenalina, e invece Dark Places è un'occasione sprecata, una pellicola debole e immediatamente dimenticabile.

Tra l'altro comincio a stancarmi di questa Charlize Theron sempre mascolinizzata, lesbizzata e calata in ruoli di squallore esistenziale che sembrano dire "sì, sono una figa spaziale, ma sono brava nei ruoli da brutta problematica". Che poi, un conto è Monster, un conto è farle indossare tute e cappellini da baseball pensando che nessuno si accorga di lei, ma solo del suo profondissimo personaggio.

Suvvia, le parole dark e Charlize Theron non possono stare insieme! Quella donna emana luce dorata, bagliori di accecante bellezza e questo film, per funzionare, aveva bisogno di una creatura davvero buia, non di un travestimento.

L'intreccio era thriller e dark al punto giusto da dar vita ad una pellicola avvincente e tenebrosa.
Un massacro, l'infanzia traumatizzata, il passato che ritorna, il traballare delle certezze, la ricerca spietata della verità definitiva.
Un viaggio nei luoghi oscuri della propria memoria, laddove i dubbi si travestono da accomodanti certezze, ma tornano sempre a dare il tormento.

Una storia potenzialmente intrigante, predisposta alla destabilizzazione e orientata verso vari tipo di disagio.

Peccato manchi l'approfondimento psicologico su ogni fronte, ma sopra ogni cosa la TENSIONE, l'apprensione, quelle svolte brusche, quelle sensazioni coinvolgenti e disturbanti che un thriller dovrebbe dare allo spettatore per legge.

Qui invece è tutto molto blando, i luoghi oscuri non sono così oscuri o lo sono in modo ridicolo, i colpi di scena non colpiscono quasi per niente, le rivelazioni non scombussolano e Charlize Theron nei panni della traumatizzata e incazzata Libby Day, non convince abbastanza e non sembra convinta del suo ruolo.
Aridatece la sue chiappe al vento dello spot Martini o la femme fatale in versione golden di J'adore Dior.

L'esplorazione di un passato così torbido poteva essere un espediente cinematografico enorme, la possibilità di mettere in scena un tetro viaggio subacqueo a profondità abissali, un romanzo di deformazione, un puzzle dai tasselli ad incastro perfettamente inquietante, e invece tutto è così superficiale e fiacco, dannazione!

Dark Places - Nei luoghi oscuri è un thriller dalle corde allentate, che può piacere solo a chi preferisce i toni smorzati e non richiede a questo genere tensione e pressione costanti. Cioè a chi non sa cos'è un THRILLER.



mercoledì 18 novembre 2015

I Love Books: 108. Gli anni della leggerezza - La saga dei Cazalet


Se amate Downton Abbey, l'Inghilterra d'epoca con la sua eleganza rituale, le saghe familiari dal respiro esteso, le descrizioni minuziose che danno l'illusione di essere fisicamente dentro le pagine, i romanzi affollati, Gli anni della leggerezza, primo volume de La saga dei Cazalet di Elizabeth Jane Howard, (autrice riscoperta dalla Fazi editore, casa editrice a cui dedicherei un altare di riconoscenza letteraria), sarà pane per i vostri denti.
Io amo tutte queste cose ed inevitabilmente ho trovato molta gioia nella lettura di questo libro.
Mi si è aperto un mondo che ho preso a sorsate come una tazza di tè caldo, senza ingordigia, ma con una sensazione rinfrancante ad ogni seduta di lettura.

Questo tipo di narrazioni così ampie e generose, con il loro taglio panoramico, quasi cinematografico, col loro scambio dinamico di punti di vista, non annoiano mai, non si ripetono mai.
Conoscere uno per uno, nell'intimo, fino ad arrivare ai loro pensieri più appartati, i membri della famiglia Cazalet è stato come fare un viaggio in un paese dai molteplici affacci panoramici.

I Cazalet non sono nobili come gli abitanti di Downton, ma borghesi, imprenditori del legname; lo sviluppo delle loro vicende, sempre a metà tra tradizione e rottura, ricorda però molto quello della serie tv.
Quello dei Cazalet è un microcosmo popolatissimo, variegato, un catalogo di tipi umani e anagrafici riccamente assortito, che l'autrice espone al lettore non lesinando sugli approfondimenti psicologici, sull'interiorità, sulle contraddizioni di ognuno.

Il conflitto esterno-interno è molto marcato in questo romanzo, quella sottile insofferenza verso l'istituzione che è anche necessità di essa, quel dibattersi tra il rispetto ossequioso della forma e le proprie deformazioni, tra l'autocontrollo e la disobbedienza, almeno mentale.

La struttura rigida e ritualmente immutabile delle esistenze di tutti i Cazalet è di impianto vittoriano, ma a ben vedere le dinamiche e le energie che si agitano sotto questa coltre formale sono modernissime, psicologicamente audaci, in costante movimento.
Solo i due anziani coniugi Cazalet senior (soprannominati, non a caso, il Generale e la Duchessa) sembrano essere perfettamente allineati alla tradizione: tutti gli altri, figli piccoli o adolescenti e domestici compresi, sembrano fiutare il richiamo del cambiamento.

Tutta la vicenda de Gli anni della leggerezza si svolge tra l'estate del 1937 e quella del 1938, nella casa di villeggiatura dei Cazalet, dove si riversano figli, nuore e nipoti tutti insieme per le vacanze.

Sotto la lente di ingrandimento dell'autrice c'è un largo nucleo familiare in tenuta estiva alla vigilia della seconda guerra mondiale, in bilico tra la rassicurante routine vittoriana e la minaccia costante di destabilizzazioni provenienti dall'esterno.
La storia domestica che ha su di sé il fiato pesante della Storia.

Prevale comunque la leggerezza del titolo e i toni non sono mai minacciosi.
Le pagine sono attraversate da ironia e da piccole cose anche frivole che rendono l'insieme perfettamente godibile, leggero appunto (ma mai superficiale).

La narrazione di Elizabeth Jane Howard non fa leva su colpi di scena o un intreccio particolarmente complesso, al contrario scorre calma e lieve prendendosi tutto il tempo che vuole per descrivere, per essere minuziosa, spesso sarcastica, e per favorire l'immersione del lettore nel contesto.

Il vero movimento ritmico del romanzo è dato dalla sua coralità, dal passaggio dall'uno all'altro membro della famiglia, servitù compresa, in un continuo andirivieni di zoomate e focalizzazioni specifiche, di aperture e chiusure di finestre.

La Howard è un'eccellente narratrice d'interni, riesce ad addentrarsi nelle dinamiche domestiche trascinando con sé il lettore, ospite nella casa insieme ai Cazalet.

C'è un mondo intero dentro Gli anni della leggerezza, un universo di caratteri, pensieri e punti di vista.
Aspetto trepidante l'uscita del prossimo volume per continuare la mia esplorazione...

venerdì 13 novembre 2015

Il mio parere su Alaska


Mi viene in mente una frase di Calvino se ripenso a questo film:
ogni incontro di due esseri al mondo è uno sbranarsi.
I protagonisti di Alaska si sbranano, si fanno a brandelli il cuore e l'esistenza all'istante e con una tenacia bellica, irrazionale.

Alaska è una storia d'amore punk-rock. Da me ribattezzato A history of (romantic) violence.

L'amore tra Fausto (Elio Germano) e Nadine (Astrid Berges-Frisbey) è disgraziato, arrabbiato, feroce, un ineluttabile richiamo al peggio, l'incontro di due anime perse e sole che insieme fanno corto circuito e che non possono vivere senza questa energia sbagliata e condizionante.

Qui non ci sono baci, carezze e passeggiate mano nella mano, qui c'è un amore sempre in tensione che piange, urla, delude, riconquista con toni mai docili, con scelte mai facili.
Un amore che nelle sue (precarie) fasi positive ha la bellezza della passione autentica e del darsi felicità reciproca, sempre con un trasporto eccezionale, sovraccarico, viscerale.
Trasporto che si manifesta prepotente soprattutto nelle fasi nere, quelle in cui le cose sfuggono di mano e alla legge.

La vita che si mette in mezzo a questa coppia così turbolenta è una stronza e non offre mai soluzioni facili; gli errori si pagano e Nadine e Fausto ne fanno di errori e di danni al loro amore.
Amore che comunque è sempre lì, testardo e sfrontato, inevitabile, sopra un tetto di Parigi, in una discoteca kitsch di Milano, nella ricchezza, nella povertà, in galera, in libertà, alle feste, in mezzo al sangue, fra ambizioni, scalate, cadute.


A me Alaska è piaciuto molto, mi ha conquistata con i suoi toni forti e la sua tristezza complessiva, mi ha raccontato qualcosa di diverso, una storia d'amore straordinariamente sbagliata che finisce con l'essere una delle cose più romantiche mai viste, quel tipo di amore fatto di tormento, di Sturm und Drang, di totalità drammatica.

Se è vero che la credibilità di certi episodi è debole, quando non surreale, è anche vero che c'è una consapevolezza in ciò. La storia narrata da Cupellini è una favola d'amore nero e sporco e come tale se ne sbatte della verosimiglianza, non ha paura di calcare la mano, di liberarsi dalla realtà canonica, di sfondare le pareti comode della plausibilità.

Una storia così estrema probabilmente non avrà corrispettivi nella realtà, ma il vero amore è sempre un po' teorico no? Ed è questo aspetto romantico-parabolico di natura romanzesca la forza di una pellicola come Alaska.

Oltre al fatto che ha uno stile molto aperto ed internazionale, poco visto nel nostro Paese (vi dico solo che per metà del film si parla in francese).

Elio Germano, esponente di spicco della meglio gioventù attoriale italiana, ha su di me un potere straordinario, mi strazia, mi commuove, con quella sua recitazione carica, ai limiti del teatrale (ma in senso positivo), che non teme la misura e si lascia andare. Certe sue reazioni forti, soprattutto nelle scene madri, mi hanno lucidato gli occhi.

Astrid Berges-Frisbey, chic e rock insieme, nel ruolo di ragazza triste e outsider, con quella bellezza disordinata e libera che solo le francesi hanno e quella profondità di sguardo è perfetta.
Perdersi per una donna così, questo sì che è completamente credibile.

Se non siete dei romanticoni vecchio stampo o se, proprio perché siete dei romantici, credete all'amore combattivo e inespugnabile, la violenza, l'improbabilità, l'esagerazione di Alaska vi conquisteranno.

Ma cos'è poi l'Alaska?: una discoteca, un sogno, un'alienazione. Il Dio Denaro che ferisce e quasi uccide Il Dio Amore.



lunedì 9 novembre 2015

Il mio parere su Tutto può accadere a Broadway


Freschissima, irrequieta, woodyalleniana, teatrale, eccentrica: questa commedia di Peter Bogdanovich è una cosa semplicemente adorabile.

Tutto può accadere a Broadway (titolo originale She's Funny That Way) è un invito a teatro, un gioco dinamico da cui lasciarsi travolgere e in cui è impossibile fermarsi a riflettere. Ci si entra dentro e si corre senza prendere quasi mai fiato, ma è una maratona vivificante.

Una screwball comedy come quelle di una volta, un flusso concitato e nevrotico di incontri, scontri, equivoci, misunderstanding, sempre all'insegna di un'ironia sottilissima e un piglio brillante.
Situazioni che non riposano mai e che innescano effetti domino lunghi quanto la durata del film.

Non c'è un personaggio normale e affidabile in questa storia di (stra)ordinaria follia a Broadway, c'è un caos di tipi umani ben assortiti in quanto a nevrosi, ossessioni e manie ed è questa dimensione così variamente strampalata che flirta costantemente col più sofisticato demenziale, a divertire e incantare lo spettatore, a introdurlo dentro un mondo di adorabili matti logorroici.

Merito di attori giustissimi per questo tipo di film, volti noti e meno noti che si fanno un'unica cosa con il proprio singolarissimo personaggio e che sposano la causa ipercinetica della pellicola.

Un regista tombeur de femmes con bizzarre teorie e tendenze al finanziamento dei sogni altrui (Owen Wilson), la moglie di lui gelosa e plateale (Kathryn Hahn), una giovane aspirante attrice che arrotonda facendo la escort (Imogen Poots), un attore vanesio e in fissa con una vecchia fiamma (Rhys Ifans), uno scrittore insoddisfatto (Will Forte), una psicoanalista totalmente da psicoanalizzare (Jennifer Aniston), un anziano giudice ossessionato da una donna, una spia strampalata.
L'uno collegato all'altro ovviamente, in un incastro circolare perfetto in cui tutto torna e tutti convergono verso lo stesso punto.

C'è da perderci la testa, ma soprattutto la serietà.

Se non vi basta la garanzia di Owen Wilson, che è quasi un brand per questo tipo di commedie brillanti (la testa mi va sempre a Midnight in Paris quando parlo di lui), posso dirvi che Imogen Poots è un'autentica rivelazione e che Jennifer Aniston nel suo ruolo di strizzacervelli disturbata è una bomba di puro divertimento.

E se non vi basta ancora, sappiate che il film è prodotto da quei due geni di Wes Anderson e Noah Baumbach (regista di quella perla che è Frances Ha), garanzia a priori di stile e indipendenza creativa.

"Squirrels to the nuts", ecco cos'è questo film. Non il canonico "nuts to the squirrels".
Chi l'ha visto in lingua originale mi ha inteso, ma anche chi l'ha visto nella nostra lingua capirà di cosa sto parlando e di quanto sia illogica e grandiosa questa filosofia di vita e la filosofia che regge un film così pazzerello.


Ho percepito tanto Woody Allen in Tutto può accadere a Broadway, il Woody migliore d'antan, e la cosa mi ha euforizzata: ho trovato un nuovo-vecchio regista che fa quel genere di commedie che mi rendono felice perché in qualche modo mi assomigliano.

Mi piacciono questi omaggi nostalgici al passato aureo e il recupero cinefilo che fa Bogdanovich degli anni '40-'50 del cinema leggero americano, di Cukor, di Capra, è un dono per lo spettatore di oggi.
Tutto può accadere a Broadway si nutre di dinamiche comiche retrò e proprio in questo suo ritorno marcato al passato risiede la sua originalità, la sua unicità.
Old but gold insomma.

Il cameo finale di un mostro sacro della macchina da presa che spetta a voi scoprire, è la ciliegina su una torta al sapor di Woody Allen già squisita.

mercoledì 4 novembre 2015

I Love Books: 107. Il buio oltre la siepe


Può un romanzo essere una carezza e anche un colpo di pistola? Può essere ammantato di estate, di spensieratezza infantile, di giochi e scoperte, di riti e di scommesse, e avere la forza titanica di scrollare la coscienza e di far provare una rabbia ruggente?

Il buio oltre la siepe può ed è questa la sua forza, la sua portata rigenerante e devastante al tempo stesso. Un tuffo nella beatitudine giocosa e creativa dell'infanzia (la mia empatia è stata tale da sovrapporsi completamente all'amarcord della mia infanzia) e uno sprofondare nella spire volgari e spietate della discriminazione razziale.
Divertirsi e arrabbiarsi, con la stessa intensità, ma senza perdere mai di vista il potere e la levità dell'innocenza, il sorriso fanciullesco.

La simpatia è appunto una delle chiavi di questo romanzo: è roba scottante, c'è di mezzo la questione razziale nel profondo Sud degli Stati Uniti degli anni '30, eppure ha un piglio scanzonato, lieve, una prospettiva ad altezza di bambino che rende sostenibile anche il panorama umano più ributtante.

Tutto merito della voce narrante del libro, quella sfacciata, scaltra e perspicace bambina di 9 anni che è Scout Finch, un idolo in miniatura, una trascinatrice brillante, un'avventuriera, una che non le manda certo a dire e preferisce i calzoni alla gonnella.
Insieme al fratello maggiore Jem, Scout trasforma la soporifera e afosa routine della loro vita a Maycomb, Alabama del Sud, in scenari da scoprire quotidianamente, in sfide e imprese di strada.    

Scoprire perché Boo Radley non esce mai di casa e cosa si nasconde dentro quelle mura così sinistre e immobili, così vicine alla loro abitazione eppure così lontane, provare a provocarlo e farlo venir fuori, è la loro occupazione preferita.
Inventare, escogitare, in un continuo moto di curiosità verso quel lato oscuro, quel diverso, quel "buio oltre la siepe" che nessun adulto sembra interessato ad illuminare.

E intanto crescere, tra la scuola e le sue contraddizioni, l'amore per il libri che è necessario come il respiro, le estati insieme all'amico-complice Dill Harris, i rapporti con la fidata domestica Calpurnia, con la severa zia Alexandra, con gli anziani vicini di casa, con il microcosmo di Maycomb e i primi scontri con ciò che è fuori da questa dimensione, qualcosa che attrae e atterrisce.

Ad un certo punto della narrazione l'infanzia incontra la cattiveria adulta, scopre il buio della ragione e il pregiudizio, i cancri resistenti dell'ignoranza e del razzismo,
Atticus è l'avvocato difensore di una vittima di questo sistema, un afroamericano accusato di violenza carnale da parte di una donna bianca che verrà condannato nonostante la sua innocenza; i suoi figli spettatori increduli di un processo giudiziario, e sociale, iniquo e disumano.
Atticus si era servito di tutti i mezzi a disposizione degli uomini liberi per salvare Tom Robinson, ma nei tribunali segreti dei cuori degli uomini non aveva alcuna probabilità di vincere. Tom era morto nell'attimo stesso in cui Mayella Ewell aveva aperto la bocca e urlato.
Il bianco che odia il nero e la purezza dell'infanzia che non ne sa cogliere il perché.
"No, Jem, io credo che la gente sia di un tipo solo: gente e basta!" 
dice ad un certo punto Scout, pensiero di una bellezza semplice disarmante, un inconsapevole inno universale alla tolleranza.

Sono sentimenti puri come questi a farti amare fino alla commozione questo romanzo, a farti sentire il suo cuore morbido e gentile, ma non buonista, la sua celebrazione semplice dell'infanzia che è la celebrazione dell'infanzia di ogni lettore. Un eden spensierato che nessun deve toccare.

Scout, Atticus, Jem: ho provato del bene reale, tangibile per loro.
Harper Lee me li ha offerti così profondamente, li ha scritti così umani, teneri, benevoli da farmi provare un sentimento caldo e vividissimo nei loro confronti, un piacere di ritrovarli ogni volta come persone care.

Il buio oltre la siepe è un romanzo in qualche modo rassicurante, un insieme armonico di avventure d'infanzia e di tepore domestico, di esplorazioni buffe e di rifugio famigliare.
Il male che lo attraversa, quell'odio razziale che fa orrore nel suo essere Storia, turba e ferisce il lettore, ma non riesce a vincere sull'entusiasmo, sull'ingenuità.
Finché c'è una bambina come Scout c'è speranza per questo mondo storto.

Aggiungo che Atticus Finch è il padre single di mezz'età più tenero e buono che io abbia mai incontrato in letteratura, una figura onesta, solida, altruista senza clamore, in grado di educare al meglio senza irrigidirsi mai con i suoi figli, senza moralizzare dall'alto.
Raramente mi sono imbattuta in una narrazione con un genitore, per di più vedovo, così magnifico, così ispirante.

To Kill a Mockingbird, uccidere un usignolo (letteralmente: un tordo americano), è il titolo originale dell'opera e solo leggendo il libro se ne può capire il significato metaforico.
L'usignolo è un uccello così innocuo e piacevole, così indifeso e rispettoso che ucciderlo sarebbe un peccato.
Uccidere l'innocenza è sempre un peccato.

Premio Pulitzer nel 1960, tre Oscar per il film tratto dal romanzo, Il buio oltre la siepe è la scoperta tardiva (grazie mass e social media per il suggerimento strategico) più dolceamara che io abbia mai fatto, Scout Finch la mia nuova mini-icona femminista e Harper Lee l'emblema di come dovrebbe essere la narrativa: scanzonata e impegnata. Indimenticabile.

Grazie Truman Capote per averla convinta a scrivere (tra geni ci s'intende).

PS: il 19 novembre tutti in libreria ad accaparrarsi Va', metti una sentinella.