venerdì 24 giugno 2016

Il mio parere su Crimson Peak


Ne ho lette e sentite tante su questo film, unanime si è sollevata dal coro la delusione o addirittura la derisione. L'epic fail di Guillermo Del Toro, stando a quanto dicevano.

L'ho visto tardi rispetto all'uscita, con un approccio spavaldamente diffidente, con un ingombrante senso di condizionamento.
Poi però tutto è svanito e il senso di piacere è stato solo mio. Alla faccia di tutti i detrattori e i guastafeste.

Questa tanto criticata buccia di banana a me è piaciuta tanto. Se Del Toro è scivolato, io sono scivolata con lui ed è stata un'esperienza inaspettatamente piacevole.


In pratica Crimson Peak è una ghost story gotica di impianto classico, una cosa a metà tra Bram Stoker, Mary Shelley, Ann Radcliff e E.A. Poe, ma fa pensare anche al romanzo vittoriano, a Jane Eyre di Charlotte Bronte, a Il Giro di vite di Henry James, odora di pagine di libro e questa caratteristica così marcata, se per la maggioranza degli spettatori è stata sinonimo di carenza inventiva cinematografica, per me è stato materiale da tuffo profondo.

Un film così integralmente letterario non poteva non piacermi e mi stupisce la stroncatura collettiva, forse dovuta al non avere quel tipo di pazienza retrò che l'ingenuità (bellissima), la lentezza e il canone standard di tali opere richiedono.

Vero è che la sceneggiatura è piuttosto basic e di taglio melodrammatico, vero è che tutto scorre su binari prevedibili e che l'obiettivo originalità è lontanissimo, vero è che l'impianto estetico-fotografico lussureggiante a volte sembra dominare ciò che viene narrato e su come viene narrato, MA, e questo MA è decisivo per me, siamo in presenza di una storia letteraria della tradizione sette-ottocentesca e come tale funziona benissimo, intriga, appassiona, immerge.
Un film da leggere, un romanzo da vedere.


O si accetta la scelta di questo ingente prestito o si finisce per guardare solo a ciò che manca di cinematografico, di autoriale, di geniale, di "alla Guillermo Del Toro".

Crimson Peak non ha ideologie, richiami alla Storia e inviti a riflessioni impegnate, non ha l'impronta dei precedenti film del regista messicano, così personali e onirici, così in equilibrio tra sogno e reale storico, è una storia di fantasmi, il canonico topos della casa infestata e della fanciulla bloccata al suo interno e nella sua consapevole semplicità, persino nella sua banalità, è affascinante, è carico di mistero e di tensione, di gustose vibrazioni letterarie.

Nemmeno le apparizioni in stile Ghostbusters (!), con quelle creature scheletriche e dinoccolate che fanno quasi ridere dopo l'ovvio sussulto, hanno fatto calare il mio indice di gradimento.

Nemmeno i dialoghi da romanzo d'appendice e le scene gonfie piuttosto orientate al melò, né la dinamica patetico-patologica del triangolo hanno rovinato la mia avida sete di fruizione.

L'aria tetra che ho respirato mi ha inebriato.

L'atmosfera, in Crimson Peak è TUTTO, è la salvezza.

Anche il trio di attori eleva il film.

Tom-fascino-a-profusione-Hiddleston è elegante e misterioso dovunque si trovi e qui non è da meno.

Jessica Chastain maliarda e insana, forse a volte esagera un po' con le pose e le espressioni da perfidia psicotica, ma è sempre la Chastain.

Perfetta Mia Wasikowska, sempre un po' Alice in Wonderland (in questo caso in horrorland) anche quando non lo è, creaturina graziosa e smarrita, intrappolata in un incubo spettrale più grande di lei.

L'insieme è stato per me un incantesimo, uno spettacolo esteticamente suggestivo, con quella casa, la fatiscente Allerdale Hall,  scricchiolante, impregnata d'argilla, viva e morta insieme.
Una storia da inverno e caminetto acceso mentre fuori c'è la tempesta che mi sono fatta narrare come fosse una fiaba.


Crimson Peak è infatti una fiaba dark, una dichiarazione d'amore ad un genere, uno di quei libri pop-up che mentre li sfogli prendono vita, vengono fuori, ti invitano ad entrare.

giovedì 9 giugno 2016

I Love Books: 122. Purity




Scrivere di un romanzo di Jonathan Franzen mi mette sempre in soggezione, la maledettissima potenza della sua arte, della sua padronanza totale, fa tremare le mani e le idee, vorresti dire così tante cose, vorresti buttare giù un saggio, creare mappe concettuali e analizzare, ma poi pensi che sarebbe una noia e lasci perdere e dici solo un paio di cose, la solita necessaria propagazione di entusiasmo.
L'entusiasmo non è noioso (entro certi limiti s'intende!).

Due cose su Purity dunque:

1) è bellissimo.
2) è bellissimo.

Superlativo al quadrato, bomba di letteratura ambiziosa, polifonica, carica di storie centrifughe che pian piano convergono al centro, di personaggi lavorati col cesello, vibranti, di vita, di vissuto, di crisi, di paure, di sesso, di amore, di voragini che riguardano tutti noi, umanità difficile e in moto emotivo perpetuo.

Bellissimo, dicevo, a patto ovviamente che piaccia Franzen e il suo mettere in ballo disordini esistenziali, trame che vanno avanti e indietro, moltiplicano e dilatano il plot, e sopra ogni cosa problemi, instabilità, fratture scomposte in più punti, dolore, soluzioni non a portata di mano, malesseri estremi, estremi rimedi, conflitti, una continua panoramica di conflitti umani.
Madre-figlia, madre-figlio, marito-moglie, amante-amante e così via, in un eterno battersi.

In Purity c'è tutto questo, il classico materiale franzeniano, è c'è anche un continuo riferirsi alla contemporaneità, ai media, ad ideologie e credo estremi, progetti vasti come il mondo e rivolti al mondo, in un continuo scontro tra segreti e rivelazioni, tra zone d'ombra e necessità, o casualità, di illuminazione, tra i nascondigli impuri e la purezza accecante della verità.

Quando leggo Franzen mi viene in mente quasi sempre Philip Roth, comune è la predisposizione a scrivere di implosioni/esplosioni famigliari, di celebrare le crisi, di analizzare i rapporti e gli effetti nel tempo che essi hanno. Anche stavolta il Roth-pensiero è venuto a farmi visita. Familiare come un vento di cui si conosce il soffio violento.

Ma, per la prima volta, mi è venuta in mente anche Alice Munro, soprattutto per quel tipo di donna complessa dal passato complesso e dal presente ferito, vittima di qualcuno, colpevole per qualcun altro. Anabel (il personaggio che mi ha colpito con più forza) potrebbe essere una donna del mondo della Munro. Forse anche la stessa Purity.

E poi mi è capitato di nuovo quello che è già successo in passato: ho provato una fervida antipatia verso quasi tutti i personaggi di Purity, come ho provato antipatia per i personaggi dei romanzi precedenti. In questo nuovo romanzo forse più che mai perché sono tutti iperbolici, esasperati, esasperanti. Andreas Wolf mi ha fatto insorgere istinti omicidi, sappiatelo.

Amo Franzen, ma le sue creature per me sono ingestibili e talmente problematiche da sfociare nel terreno del fastidio.

Attenzione, non è una nota di demerito o una riserva verso Franzen, non-sia-mai!
Amo così tanto la vita a cui dà vita scrivendo che finisco con il provare sentimenti concreti ed empatie-simpatie-antipatie a più livelli, reali da far paura.

La sua letteratura è il rituale del trovarsi nelle pagine, del perdersi e del mettersi a fuoco, è meglio della psicoanalisi, è proprio psicoanalisi, è ogni volta un dono e un meraviglioso, miracoloso fastidio.

Ed ecco, in breve, chi sono questi personaggi-bomba:

Purity, quella del titolo, detta Pip come il Pip di Grandi speranze di Dickens, ha grandi speranze di scoprire chi è suo padre e di capire perché sua madre non vuole dirle nulla sul suo passato.
Squattrinata, incasinata, in costante ricerca, Pip è parte di una verità più grande di lei.

Poi c'è Andreas Wolf, passato e presente, Repubblica Democratica Tedesca e Bolivia, persona che dire moralmente complicata è dire poco, leaker di fama internazionale, leader del Sunlight Project, carisma ipnotico, personalità enorme. Incontrarlo vuol dire cambiare per sempre.

Anabel, categoria "donne irrealistiche", parole chiave "tristezza e assolutismo morale", sparizione e negazione le sue strategie di attacco e difesa. L'ho amata così tanto nonostante tutto.

E poi ci sono Anagret, Leila, Tom, tutti legati da un filo, in rotta di collisione l'uno con l'altro, parte di un'unica articolatissima verità.

Rispetto ai due romanzi precedenti, Purity mi è sembrato nell'insieme un po' più lieve, più autoironico e meno orientato alla tragedia greca.
Non c'è una storia più facile, al contrario i personaggi sono incastrati in sindromi e sintomi vari, hanno vite cariche di non detto o di detto tardi, sono legati l'uno all'altro in un inconsapevole gioco di dolorose influenze a lunga percorrenza, nel complesso però c'è un respiro di speranza, di giovinezza e di possibilità meno annientante rispetto a quello che lasciano dentro Le correzioni e Libertà.
Ad ogni modo, qualsiasi cosa scriva questo autore per me ha a che fare con il Verbo, è logos che ti plasma mentre leggi, è la Vita, che conosci bene e di cui non sai nulla.
Leggerlo fa male e fa bene.

E ora do la parola a Jonathan Franzen, in un arduo processo di selezione di citazioni che ho appena portato a termine così:

Distinzione a cui da oggi in poi penserò sempre:
La sua vita con Tom era strana, mal definita e permanentemente temporanea, ma proprio per questo era una vita di vero amore, perché liberamente scelta ogni giorno, ogni ora. Le ricordava una distinzione che aveva imparato da piccola, a catechismo. I loro erano stati due matrimoni da Antico testamento, per lei perché doveva onorare il patto con Charles, per Tom perché temeva la collera e il giudizio di Anabel. Nel Nuovo testamento, le uniche cose che importavano erano l'amore e il libero arbitrio.
 Questa mi ha dato i brividi:
Non parlatemi di odio se non siete stati sposati. Solo l'amore, solo una lunga storia di empatia, identificazione e compassione, possono radicare un'altra persona nel vostro cuore così in profondità da non permettervi più di sfuggire al vostro odio per lei; soprattutto quando ciò che odiate di più è la sua capacità di farsi ferire da voi. L'amore persiste, e l'odio insieme a lui. Neppure odiare il proprio cuore può dare sollievo. 

Delle incantevoli pennellate atmosferiche non le mettiamo?
La luna piena stava tramontando a ovest, un mero disco bianco, il suo potere luminoso sconfitto dal mattino.
La nebbia si riversava giù dalle colline di San Francisco come un liquido, e quasi lo era.[...] Era una tristezza temporanea, ancora più bella per il fatto di essere triste, ancora più preziosa per il fatto di essere temporanea. Era la lenta canzone in tonalità minore che veniva scacciata dal rock and roll del sole.

E riflessioni così?
Sua madre aveva avuto bisogno di dare e ricevere amore. Per questo aveva avuto Pip. Era così mostruoso? Non era invece un miracolo di ingegnosità?

 Andate a sporcarvi, a purificarvi, andate a leggerlo, presto!