mercoledì 26 ottobre 2016

I Love Books: 129. Confusione - La saga dei Cazalet (terzo volume)


Terzo appuntamento con i Cazalet, ennesima conferma di quanto ho già detto a proposito del primo e del secondo volume. Atmosfere dense e descrizioni che riescono a far vibrare anche la quotidianità, anche il minimo in termini di narrazione.

Stavolta la copertina è di un bellissimo verde petrolio scuro e il titolo, Confusione, fa pensare a tentativi di mettere in prospettiva, di mettere ordine e ad una caotica mancanza di appigli dopo l'atto di rottura violento della guerra.
In effetti i fatti narrati in questo terzo volume non hanno contorni definitivi e sono ancora esterni e sparsi rispetto all'ordinata regola borghese della famiglia, rispetto a quell'andamento vittoriano o segretamente antivittoriano delle prime fasi.

Che dire...

Questi inglesi del Sussex sono ormai parte integrante della mia avventura senza fine da lettrice, sono lì raffinati e turbati da qualcosa o qualcuno che c'è o non c'è più, avvolti di charme inglese e complessità psicologica, dentro ambienti domestici ed extra domestici descritti fino a sentirne il profumo e gli spostamenti d'aria.

Amo ogni singola sfumatura che la Howard dipinge, quel suo indugiare su dettagli di poco conto come il colore di un abito indossato o il tipo di pasto consumato e il suo caricarli di potenza evocativa, di efficacia narrativa totale.

Ancora una fortissima focalizzazione femminile, e insieme una grande centralità dell'amore e del sesso e una spiccata consapevolezza femminista, una modernità che colpisce.
«Però», obiettò Clary, «io non credo che ci siano davvero lavori interessanti per le donne. A noi è concesso di morire in guerra, ma non di uccidere. Ecco un'altra ingiustizia!»
Sono tante le avventure dei cuori femminili di questo terzo volume e sono legate a matrimoni avvilenti, a relazioni segrete, a giovanili offerte d'amore declinate, a crisi esistenziali da donna in transito, tutte dinamiche che possono sembrare clichè da romanzo rosa e che invece, con lo scavo interiore operato dalla Howard e con la sua lucidissima onestà, diventano raffinata analisi sociale e psicologica, sincero spaccato di vita anni '40, senza patine, senza pose.
Polly, Louise, Clary, Zoe e tutte le altre diventano nostre amiche, la loro debolezza, la loro confusione, la loro trasformazione noi le viviamo in presa diretta, in uno stato di perfetta intimità.

La faccio breve: leggete Confusione e leggete tutta La saga dei Cazalet, perché dentro c'è almeno un personaggio di cui vi invaghirete, una descrizione in cui vi perderete e una sensazione che già conoscete.

venerdì 14 ottobre 2016

Il mio parere su Pets - Vita da animali

Un atto di amore animato per i nostri amici pelosi (o eventualmente piumati), una dedica a loro e anche a noi che ce ne prendiamo cura ogni giorno e ne deridiamo le buffe peculiarità.
Se hai un cane ridi tantissimo vedendo Pets (di Chris Renaud e Yarrow Cheney), riconosci gesti, tendenze, movenze e scemenze e sei felice come un cane quando torna il padrone a casa.
Se avessimo una coda scodinzoleremmo tutto il tempo vedendo questo film.

C'è tanta di quella familiarità da sentirsi a casa, una delle tante case piene di peli e morbidezza dove abita un cane o un gatto e dove si sperimenta ogni giorno qualcosa di speciale.


Pets si fa una domanda, che poi è la stessa di base che ci facciamo noi da quando il nostro pet vive con noi: dentro casa, quando noi non ci siamo, cosa complottano i nostri fidi dagli occhi di zucchero? Cosa fanno questi scaltri strateghi della dolcezza?

Pets prova a rispondere e lo fa con una capacità inventiva adorabile e da una prospettiva newyorkese, all'interno di loft uno più realistico e stiloso dell'altro, senza dimenticare lo skyline mozzafiato anche in versione cartoon e finestre da cui ammirarlo in stile Colazione da Tiffany.


Se ne vedono di tutti i colori appena i padroni si chiudono la porta alle spalle: c'è il gatto obeso che saccheggia il frigo, il cane lord che ascolta pesantissima musica death metal, il bassotto che si massaggia il corpo oblungo con il robot da cucina, il volpino raffinato che guarda le soap opera, il classico fido che si piazza davanti la porta in stand-by per tutto il giorno e così via.


C'è avventura anche fuori di casa ovviamente, e quella che riguarda Max e il nuovo arrivato in casa Duke è uno spasso perché c'è New York con tutte le sue strade secondarie, i gatti nei bidoni della spazzatura, le battute sulle sue tendenze, le fogne che nascondono sette di animaletti molto cattivi.

Il coniglietto tradito dagli umani che è diventato un malavitoso più temibile del Joker, o il maiale tatuato abbandonato dagli hipster sono trovate esilaranti. Ho riso di gusto.



Il bello di Pets è che c'è anche una conoscenza della psicologia canina molto accurata, un riconoscere il proprio animale domestico in almeno uno dei protagonisti e questo dà gioia, un senso di confidenza e anche un moto di orgoglio perché anche noi facciamo parte di questo mondo che odora di croccantini e puro amore.
Non siamo in presenza di un capolavoro dell'animazione, ma il cuore di chi ha un cane o un gatto è sempre più sensibile alle storie su di loro e ad un'operazione cinofila di questo tipo.

Perché la vita con i pets è una vita diversa da quella di chi i pets non ce l'ha, una vita fatta di appuntamenti fissi, di passeggiate anche sotto la pioggia o il solleone, di cure necessarie che in cambio ricevono orecchie dilatate per la gioia, pennellate di saliva in faccia, balletti di felicità e code pazze che non si sanno contenere.

mercoledì 12 ottobre 2016

Il mio parere su Fuocoammare


Anch'io il 3 ottobre ho visto Fuocoammare di Gianfranco Rosi su Rai Tre.
Non avevo avuto modo di vederlo prima e la sensazione era quella di essermi persa qualcosa di importante e necessario, specialmente dopo aver saputo della sua candidatura all'Oscar come miglior film straniero.

Dico subito che sono rimasta delusa, che mi aspettavo di sentirmi dentro il fuoco e il mare del titolo, di provare un'indignazione bruciante, di dover asciugare lacrime di rabbia e di dover passare le ore successive ad arginare il senso di pietà e di dolore.


Invece ho spento la televisione un secondo dopo i titoli di coda, borbottando verso il nulla, insoddisfatta.

Silenzi che sanno di vuoto, lunghissimi indugi sull'irrilevante, occhio iperdocumentaristico distaccato fino all'impassibilità, pezzi di vita altrui fuori tema. Di tanto in tanto le immagini dirette o le testimonianze della tragedia degli sbarchi dei migranti, quello che doveva essere il cuore nero pulsante del documentario e che a me è parso uno fra i tanti pezzi della primordiale dimensione lampedusana.

Fuocoammare è il racconto minimale della vita a Lampedusa, di un bambino, della sua famiglia di pescatori e della sua iniziazione alla pesca, del suo occhio pigro da correggere, delle sue fionde e dei suoi spari per gioco, delle sua vita vicinissima all'inferno in mare, nel suo stesso mare quotidiano.
La radio trasmette canzonette, una nonna racconta dei tempi di guerra, gli sbarchi sono poco più in là.


Manca, a mio avviso, in questa storia, la prepotenza tragica di quell'altra storia, quella dei barconi, dell'uomo la cui vita non vale niente, della morte, dell'emergenza, della catastrofe che ci riguarda tutti.

Rosi ha fatto un lavoro tecnicamente impeccabile, è rimasto lì un anno ad osservare e filmare senza alcuna distinzione tra le due azioni, ha scelto di essere un integralista del documentario e di far parlare le immagini, ma ha dimenticato di suscitarci qualcosa che sia un moto d'ira o un senso di nausea, ha tralasciato le emozioni nette, quel minimo di strategia del coinvolgimento che avrebbe potuto rendere il suo lavoro più forte, più disperato.

E se da una parte è ammirevole il voler evitare la patetica tattica del sentimento, lo sciacallaggio emotivo, dall'altro lato il suo documentario ha una patina spessa di neutralità che lo rende ben poco scottante, ben poco urgente.

Il racconto mesto del medico Pietro Bartolo, che da anni soccorre e assiste all'orrore a Lampedusa è la cosa che mi ha più toccata, il momento più umano e anche disumano del documentario, quello in cui la verità, raccontata con voce stanca e triste, ferisce a morte.
Ferita profonda che avrebbe dovuto procurare il documentario nella sua totalità e che invece non si percepisce, se non attraverso il simbolo, il richiamo soprattutto indiretto.


Avrei voluto più centralità e meno trasversalità.

Ecco, guardando Fuocoammare avrei voluto sentire di più i calci della mia coscienza.

venerdì 7 ottobre 2016

Il mio parere su Café Society


Prendete i classici temi della visione del mondo alleniana, inseriteli in un soave e patinato contesto hollywoodiano anni '30, aggiungete la fotografia divina di Vittorio Storaro, un cast brillantissimo, una vicenda centrale di amore vissuto-rimandato-ritrovato-complicato che emana romanticismo e ironia tragica ad ogni scena, della fondamentale musica jazz d'atmosfera, un tocco glamour ed uno malinconico, ed eccovi servito uno dei film più piacevoli e riusciti della non sempre riuscita produzione (recente) di Allen.


80 anni e non sentirli! Anzi, a dispetto di ogni torpore senile, regalare allo spettatore un gioiellino luccicante e cinefilo che più bello di così non poteva essere.
C'è l'anima autoriale di Woody Allen in Café Society, un suo coinvolgimento registico così forte da rendere l'insieme inappuntabile, familiare nelle tematiche e nelle dinamiche, ma con in più una perfezione stilistica, un languore estetico che non ci si aspetta.

Un film come Café Society si fa amare per tanti motivi e vorrei elencarvene alcuni.

- Il suo contesto: una Hollywood vintage che emana bagliori doratissimi e luce estiva, dove la vita è dolce, il divismo di casa e i sogni sembrano a portata di mano. Le atmosfere leggere e la dolcezza sensoriale complessiva mi hanno fatto pensare ad una Midnight in Paris in versione americana.

- La centralità tematica dell'amore con tutto il suo bagaglio di tempismi mancati, di dubbi amletici e di attese disattese. Con lo sfondo di Los Angeles e New York a rendere tutto ancora più sentimentale e simbolico.

- La sua dilagante cinefilia, quel continuo citare divi che sono simboli di una golden age hollywoodiana molto amata da Allen.
Ginger Rogers, Spencer Tracy, Barbara Stanwick, Joan Crowford e tutte le altre stelle di un firmamento retrò ed eterno.

- La sua BELLISSIMA fotografia cangiante, con i toni color sabbia di Los Angeles, i vestiti chiari dei personaggi che sembrano emanare pagliuzze dorate e sposare la solarità perenne del luogo e poi quelli più dark di New York, da fumoso night club, da mondani animali notturni.


- Le riflessioni disseminate in tutto il film sulla vita e la morte in una prospettiva ebraica, con gli immancabili inserti yiddish e lo sguardo sarcastico di Allen su un mondo di cui lui stesso fa parte e che non ha mai smesso di analizzare e ridicolizzare benevolmente.

- Per la sua verve comica, specialmente in tutta la parte gangster sul fratello di Bobby, Ben (Corey Stoll), che mi ha riportato ad altre improbabili situazioni malavitose di vecchi film di Allen e alla sua comicità fatta di paradossi che tanto amo.

- La sua mondanità, quelle magnifiche feste alla Fitzgerald dove le donne indossano vistose parure di gioielli e gli uomini doppiopetto impeccabili, dove la "cafè society" si muove disinvolta fra fiumi di champagne e la più lussuosa vanitas vanitatum.


- Perché nel personaggio di Bobby Dorfman (Jesse Eisenberg) c'è il prototipo-Woody Allen in versione integrale, quel tipo di ragazzo ingenuo sempre in bilico tra sfiga e fortuna casuale, innamorato dell'amore e gabbato dalle circostanze, insicuro nel sesso, pieno di se e non di sé. Adorabile.

- Perché Kristen Stewart nel ruolo di Vonnie è fatale da far male e sebbene io l'abbia sempre trovata algida e sprezzante, con qualcosa di appuntito nelle espressioni, stavolta mi ha fatto capitolare, ammaliata anch'io dal taglio micidiale dei suoi occhi (e dalla sua bravura, ebbene sì).

- Perché dove c'è Steve Carrell c'è verve a prescindere, c'è trasformismo e ci sono io con un sorriso beato.

- Perché è un film colmo di belle cose ma anche di tristezza, quel tipo di tristezza languida che provano tutti i romantici, quello struggimento a cui la vita ci sottopone sghignazzando, soprattutto quando siamo giovani.

Café Society è come la lacrima color oro sul volto femminile della locandina: un film chic e triste, fastoso e festoso, ma malinconico.
Un dramma vestito a festa sui sogni mancati, le occasioni perdute, l'imponderabilità del destino, la tragicomicità dell'esistenza, la fatalità dell'amore.


Grazie di questo regalo Woody, lo metterò in cassaforte.