venerdì 29 aprile 2011

I Love Books: 7. Bianca come il latte, rossa come il sangue

Avevo appena iniziato un'altra lettura ma uno di questi giorni, tornata a casa per le vacanze pasquali, gli occhi mi sono caduti su un libro che aveva appena finito di leggere mia sorella 18enne e che avrò visto e toccato in libreria mille volte senza mai decidermi a prenderlo. Bianca come il latte, rossa come il sangue, di Alessandro D'Avenia.
La copertina lucida con una ragazza dai capelli rossi, gli occhi grandi e il viso cosparso di bianco mi aveva sempre attirata, così come la notorietà del romanzo di cui avevo letto e sentito parlare abbondantemente; ma avevo una titubanza, una strana ritrosia, una percezione come di inganno, che, adesso che l'ho letto, capisco da cosa era dettata.
Strano libro questo libro dal seducente titolo cromatico. Una volta iniziato non si può più fare a meno di proseguire e le pagine scorrono ultrarapide come un treno freccia rossa sulle rotaie; in men che non si dica (poche ore o al massimo un paio di giorni se si legge saltuariamente) si è arrivati alla fine.
Ma non posso dire che mi sia piaciuto, anzi l'ho trovato a tratti ridicolo, patetico, finzione letteraria allo stato puro, zero credibilità, zero realismo, zero possibilità di empatia. Per carità, è scritto benissimo, e D'Avenia sa come abbindolare il lettore, come pizzicare corde emotive nascoste, come catturarlo nelle spire di una storia struggente e romantica, ma è troppo finto, troppo falso, troppo fastidiosamente profondo quello che scrive e fa dire ai suoi personaggi.
Scritto in prima persona, quasi fosse un diario, la storia vede protagonista il liceale sedicenne Leo, innamorato pazzamente e platonicamente di Beatrice, sua coetanea dai lunghi capelli rossi e dagli occhi verdi.
Leo vive in funzione di questa ragazza e dell'amore idealizzato che prova per lei e sembrerebbe tutto spensierato e adolescenziale se non fosse che la ragazza in questione è affetta da una grave forma di leucemia.
L'incontro con un supplente di storia e filosofia particolarmente profondo e sognatore, l'amicizia esclusiva con la compagna di classe Silvia, il rapporto con i genitori, con la scuola, con gli amici del calcio, la paura della morte di Beatrice, il conflitto con Dio, il timore del bianco, l'attrazione per il rosso, tutto ciò riempie rapidamente le pagine di questo zuccheroso libro-snack da sgranocchiare in quattro e quattr'otto.
D'Avenia, è uno che ha studiato tanto e si vede, è un giovane umanista cresciuto a pane e Dante, che ha letto e riletto certe pietre miliari della letteratura e le ha fatte proprie in modo intenso e sentito; per questo lo ammiro e lo stimo. Il suo romanzo però a volte sembra un tipico romanzo trash 2.0 in stile Moccia e affini, uno di quei romanzi in cui i genitori parlano ai figli citando l'universo e altre ispirate e improbabili cose che più lontano dalla realtà non si può, in cui gli adolescenti sono capaci di eroiche gesta e di pensieri e parole sublimi, in cui le frasi sull'amore, i sogni, la vita piovono fino ad affondare la storia nel ridicolo, nel lezioso, nello svenevole.
Gli adolescenti, giustamente, vanno matti per questo libro, lo consigliano gasatissimi agli amici e ne ricopiano le frasi "più belle" sul diario; io che di anni ne ho 27, se fosse stato possibile, avrei voluto leggerlo almeno 10 anni fa per potermelo godere in totale ingenuità, senza le adulte sovrastrutture snob e la coscienza critica che mi fanno percepire troppo il fastidio per una storia finta, scontata, bellissima e patetica come il più artificioso degli spot Mulino Bianco.

lunedì 18 aprile 2011

I Love Books: 6. Memorie d'una ragazza perbene


Non amo particolarmente il genere autobiografico ma questo libro era un classico che da sempre avevo in mente di leggere e che aveva per me un valore mitico, quasi da feticcio. L'ho letto sempre con la matita in mano, pronta a sottolineare frasi memorabili, espressioni piacevoli, termini particolari e attraenti.
Non ho provato forte trasporto nè smania insaziabile di andare avanti nella lettura (dato il genere me l'aspettavo), solo forte empatia con il personaggio di Simone (de Beauvoir) e ammirazione per una donna libera, radicale e femminista ante-litteram, un'icona assoluta di liberazione e di intelletto.
Eppure lo stile di scrittura è così eccessivamente "perbene", misurato, pulito, ricco di pruderie anche laddove si vorrebbe più audacia e schiettezza, da rendere la lettura a tratti lenta, affettata, poco scorrevole e avvincente; è vero che si tratta di una donna della borghesia medio-alta francese dei primi del Novecento, ma stiamo parlando di una femminista come Simone de Beauvoir e da lei mi aspettavo più coraggio e forza letteraria, più irruenza e meno snobismo.
La delusione mi ha portato a proseguire la lettura con meno enfasi rispetto a quando ho aperto il libro per la prima volta ma non mi ha tolto del tutto i piaceri speciali che si possono trarre da letture del genere.
Parigi con i suoi palazzi polverosi e le sue strade, le biblioteche e i luoghi di cultura che Simone frequenta per tutta la vita, i suoi libri e le sue appassionate letture cambia-vita, gli amori struggenti e le affinità elettive (fra tutte quella con il compagno di una vita, Jean Paul Sartre), tutto questo dà al libro un'aria sognante e incantata e dona a chi legge una voglia matta di tuffarsi nel bello della letteratura, dell'arte, della filosofia, di sprofondare nell'odore della carta dei libri e di acculturarsi infinitamente.
Consigliato a chi ama Parigi, i libri, la cultura tout court e le donne combattive e profonde di altri tempi in grado di dire cose come: "Mi dicevo che fintanto che vi fossero stati i libri la mia felicità era assicurata" o "Non sapevo bene se la mia aspirazione fosse di scrivere libri, da grande, oppure di venderli, ma ai miei occhi il mondo non conteneva niente di più prezioso."

mercoledì 13 aprile 2011

(Mini)Serie tv mon amour : 6. Mildred Pierce


Ho di recente scoperto una nuova miniserie targata HBO diretta da Todd Haynes che vede protagonista una delle mie attrici preferite di sempre, la bellissima e bravissima Kate Winslet: quando questa donna appare sullo schermo, grande o piccolo che sia, mi sento irradiata dalla luce della bellezza, dell'eleganza e della classe e rimango incantata, estasiata...Ho visto le prime tre puntate e il miracolo winsletiano si è ripetuto anche stavolta.
La miniserie in questione (5 puntate di circa un'ora ognuna) è Mildred Pierce, tratta dall'omonimo romanzo del 1941 di James M. Cain (lo stesso autore de Il postino suona sempre due volte, da cui fu tratto Ossessione di Luchino Visconti), già portato sul grande schermo nel 1945 da Michael Curtiz con protagonista Joan Crawford (che vinse l'Oscar), e adesso trasferito sul piccolo schermo da un raffinato regista cinematografico come Haynes (ricordate il suo meraviglioso Far From Heaven?).
Protagonista della vicenda, ambientata negli anni '30, a cavallo della Grande Depressione, è appunto Mildred Pierce, una giovane donna lasciata dal marito, che da sola, con le sue due piccole figlie a carico, cerca la strada dell'indipendenza economica prima lavorando come cameriera, poi aprendo un ristorante che in poco tempo avrà grande successo.
Tra perdite dolorose, ricerca di un tenore di vita migliore, desiderio di accontentare la viziata e sofisticata figlia maggiore Veda, scelta di uomini opportunisti e sbagliati, la combattiva Mildred si troverà di fronte a situazioni difficili da affrontare.
Questo è quello che ho visto finora e devo dire che tutto, dall'ambientazione, ai costumi, alla cura dei dettagli, alla fotografia, alle luci, alle musiche (irresistibili i motivetti anni '30), è di mio estremo gradimento.
Tutto è così elegante, misurato, ordinato; la regia di Haynes, con le sue lente panoramiche, il soffermarsi sui dettagli, è estremamente raffinata e d'atmosfera, il volto di Kate Winslet, profondo e velato di credibile malinconia, è iconico come un dipinto d'epoca, il resto del cast, da Melissa Leo a Guy Pearce fino ad arrivare a Evan Rachel Wood è perfetto, partecipe, di grande qualità e presenza scenica.
Certo non è una serie da colpi di scena o repentine impennate di pathos, ma un ritratto a pennellate finissime di un ambiente, di un'epoca, di una donna;  ha un andamento lento e centellinato da gustare con calma e dedizione ma a suo modo è davvero avvincente e godibile e una volta iniziato non si può più fare a meno di proseguirne la visione.
Sarà che adoro le cose d'epoca, lo stile retrò, le foto sbiadite e i vecchi film, le donne d'altri tempi, sarà che i romanzi che narrano di eroine combattive ed epiche mi fanno impazzire ed alimentano il mio spiccato protofemminismo, comunque sia questa serie mi ha colpito tanto e merita di essere vista, per lo meno da chi come me ama le atmosfere da interno, i dettagli curati, l'America degli anni '30 con il suo repertorio stilistico e sociale, le attrici espressive come Kate Winslet che con uno sguardo ti affogano in una mare di sensazioni ed emozioni, e che anche nella piccola scatola casalinga della tv sanno portare l'aura del grande cinema stellare.

lunedì 11 aprile 2011

Il mio ritardatario parere su The Fighter


Ultimamente guardo i film a scoppio ritardato rispetto al resto del pubblico, forse perché voglio far passare l'ondata spoilerante e guastafeste delle recensioni di massa, degli articoli di giornale e del bla bla bla mediatico...
Così, qualche sera fa, dopo lunga attesa, è arrivato sul mio piccolo schermo casalingo il tanto decantato e vittorioso The Fighter (di David O. Russell, 2010).
Immaginavo già la tipica situazione da film ipermascolinizzato e macho in cui io sonnecchiavo sul divano in attesa speranzosa della fine mentre il mio ragazzo si esaltava, si gasava e si immedesimava come ogni uomo davanti a un film su Rocky Balboa, e invece anche io, da raffinata fanciulla (!!) di tutt'altri gusti cinematografici quale sono, ho apprezzato e provato empatia verso questo film.
Christian Bale è pazzesco, è mostruosamente bravo, anche nel senso che è diventato davvero un mostro per interpretare il ruolo di Dickie, lo svalvolato fratello del protagonista che si fa di crack e che si atteggia a pugile di primo livello mentre la sua vita prende schiaffi e pugni da tutte le parti.
Ho trovato la sua interpretazione eccellente e ho provato la solita ammirazione con tanto di inchino immaginario per questo attore trasformista che ingrassa, dimagrisce, si pompa i muscoli, diventa rachitico di volta volta per ogni film in cui recita, dimostrando una passione e una dedizione al suo lavoro veramente ammirevole.
Mark Wahlberg e il suo personaggio Micky sono mosci, impersonali, noiosi, rispetto al volto scavato ed espressivo di Dickie, alle sue movenze da tipo tosto, alle sue reazioni da tossicomane, al suo strambo e commovente modo di amare suo fratello e la sua famiglia.
Notevole anche la recitazione di Melissa Leo nel ruolo della madre-manager: volgare, dozzinale, prepotente, è una fortissima donna della provincia americana più trash, che con il suo esercito di figlie brutte e inacidite manipola i figli maschi come fossero burattini da combattimento.
Sono proprio i momenti in cui Christian Bale e la Leo appaiono in scena a trasformare un film tutto sommato non straordinario sul pugilato, qual è The Fighter, in uno stupendo ring sociale, familiare e affettivo da cui si esce emotivamente k.o. ma con immensa soddisfazione spettatoriale.
Meritatissimi entrambi gli Oscar
Da vedere!

mercoledì 6 aprile 2011

I Love Books: 5. La famiglia Winshaw


In attesa di finire il libro che attualmente sto leggendo ho pensato di rispolverare i cassetti della mia memoria bibliofila e di tirar fuori dei libri che ho letto tempo fa e che ho amato con particolare trasporto!
Mi è venuto subito in mente Jonathan Coe, uno dei miei autori preferiti di sempre, e in particolare il suo La famiglia Winshaw, un'avvincente, cupa, a tratti gotica saga familiare in salsa british.
La trama, in un gioco di incastri tra presente e passato, vede protagonista uno scrittore incaricato di redigere la biografia di un'importante e maleficamente ricca famiglia inglese, la famiglia Winshaw appunto, i cui potenti membri si sono distinti, ognuno in un diverso settore della società, per malvagità, soprusi, ombre e sadismi di ogni tipo.
Dal banchiere falsario alla giornalista senza scrupoli, dal mercante d'arte ignorante e rozzo alla sadica proprietaria di un'azienda agricola fino ad arrivare al politicante senza arte nè parte: un quadretto familiare perverso, arrivista, manipolatore che rappresenta anche una determinata fetta di storia socio-politica inglese, quella dei rampanti anni '80.
Non aspettatevi però noiose disquisizioni storico-politiche o pesanti analisi intellettualoidi: quella di Coe è, al contrario, una prosa scorrevole, attraente, accattivante che ha il brio dei gialli di Agatha Christie, il gotico seducente di E.A. Poe, l'irresistibile stile della biografia, il richiamo del cinema classico (il titolo originale del romanzo "What a Carve Up!" prende il nome dall'omonimo film giallo del 1961 e in qualche modo si intreccia ad esso!), la giusta dose di comicità e tragicità, un fascino avvincente che vi farà divorare il libro in men che non si dica!
La meraviglia de La famiglia Winshaw risiede proprio nel suo saper mescolare, scombinare le aspettative del lettore e regalare, capitolo dopo capitolo, emozioni, sospensioni, attese e risoluzioni senza risparmiarsi colpi di scena sorprendenti e virare persino nel più misterioso dei thriller-gialli...Inizierete a leggere le mirabolanti vicende dei cattivissimi Winshaw e vi ritroverete coinvolti in una sorta di partita a Cluedo da mozzare il fiato!
Consigliatissimo!

domenica 3 aprile 2011

La Donna della Domenica: 10. Audrey Hepburn


Primavera, quella vera. Voglia di cambiare stile, colore, umore. Voglia di cose belle, fresche, leggere. Tanta voglia di pedalare sotto il sole e poca voglia di stare al computer. Però la mia Donna della domenica non poteva mancare e per questa calda domenica di aprile ho scelto un'icona senza tempo di eleganza e classe, una donna bella, leggiadra, aggraziata come un fiore a primavera, un'attrice per cui le immagini parlano più delle parole: sto parlando di Audrey Hepburn.
Quando vedo lei, con i suoi occhi da cerbiatta, la figura snella e sottile, lo stile tipico degli anni Sessanta, vedo il mio ideale di bellezza umana ed epocale e mi scordo dei brutti canoni che vanno di moda oggi in questi cazzo di anni zero...
Vedo la raffinata principessa Anna di Vacanze romane (1953, di William Wyler) scorrazzare in vespa per una soleggiata Roma, vedo la strampalata Holly Golightly di Colazione da Tiffany (1961, di Blake Edwards) con il suo tubino nero, il croissant in mano e gli occhiali da sole da finta diva, vedo la timida Sabrina Fairchild di Sabrina diventare sicura e bellissima (1954, di Billy Wilder), vedo una bella fetta di buon cinema d'altri tempi e mi inebrio del suo sapore retrò!

Audrey Hepburn: ed è subito primavera!

venerdì 1 aprile 2011

Serie tv mon amour : 5. Misfits


Una folgorazione inaspettata trasformatasi all'istante in dipendenza e in fissazione, una soddisfazione che solo rare e perfette serie tv sono riuscite a darmi, un entusiasmo che non provavo da tempo...Sto parlando di Misfits, la serie tv inglese, divenuta già cult, che vede protagonisti cinque poco raccomandabili ragazzi alle prese con i servizi sociali e con degli improvvisi quanto strambi poteri acquisiti dopo un anomalo temporale.
Ho ingurgitato in versione no-stop entrambe le stagioni e ho vissuto una sorta di cotta adolescenziale per questa maleducata, originale, sarcastica, volgare, geniale serie tv.
I cinque protagonisti sono vere e proprie macchiette, ognuna con le sue attitudini e mosse tipiche: la "truzza" sboccata Kelly, la sexy e iper-sessuata Alisha, il timido, impacciato e inquietante Simon, l'atleta fallito Curtis e infine, lo stronzetto un po' cattivo e a tratti esilarante Nathan, certamente il personaggio più ardito, più riuscito, più bastardo, più sorprendente che abbia mai visto in una serie tv.
I poteri che essi si ritroveranno ad avere hanno del singolare (non li rivelo per non spoilerare e togliere la sorpresa a chi non ha mai visto la serie!!). Dico solo: scordatevi eroi canonici che sanno volare e indossano tutine con loghi ben riconoscibili, qui siamo in presenza di sghangherati pseudo-eroi alle prese con poteri difficili da gestire e con situazioni straordinarie e paradossali che non avete mai visto in nessun'altra serie tv prima d'ora. Ve lo garantisco!
L'anima british un po' rude e trash, le atmosfere plumbee e "sporche", la sessualità esplicitata fino all'eccesso, la volgarità divertente e irresistibile, il lato più umano e melodrammatico, fanno di queste serie un vero e proprio gioiellino che brilla di luce propria e che merita di essere visto e vissuto fino in fondo.
Timidi, delicati, super-chic, cercatori di eleganza, conservatori, appassionati di serie RAI e made in Italy astenetevi!
Amanti delle novità, delle sorprese, dei colpi di scena, di nuovi stili e modi di vedere, di originali e audaci attitudini verbali e visive, guardate Misfits, vi giuro che non ve ne pentirete!

Kelly
Alisha
Simon
Curtis
Nathan