Il mio parere su Blue Jasmine



I soliti peculiari titoli di testa bianco su nero accompagnati dal canonico motivetto jazz hanno avuto un istantaneo effetto rassicurante su di me mentre iniziava Blue Jasmine; mi sono abbandonata sulla poltrona pronta a godermi un nuovo tête-a-tête con il mio beniamino.

Subito però qualcosa è cambiato e tale cambiamento si è mantenuto per tutto il film: la dose di allenismo standard è diminuita drasticamente, la leggerezza si è travestita perfettamente da cupezza, l'ironia è diventata disperazione e il risultato di tutto ciò è un dramma psicologico, un Woody Allen più amaro e cinico e meno Woody Allen-macchietta che mai.

Personalmente preferisco l'Allen comico-romantico a quello drammatico, quello autoironico a quello bergmaniano; se su un'isola deserta dovessi portare con me un solo dvd, porterei Io e Annie e non Match Point.
Ma lo stile è sempre quello, la raffinatezza, l'armonia di musica, dialoghi e immagini, la capacità critica e priva di retorica, che sia un film comico o uno tragico, rimangono punti fermi e godibili se si ama Woody Allen tout court.
Ed è per questo che Blue Jasmine è un Allen diverso, ma grandioso e migliore dell'ultimo Allen.

In Blue Jasmine l'elemento sociale prevale su quello intellettuale; non ci sono scrittori, registi, sceneggiatori, newyorkers acculturati e nevrotici con la loro sofisticata dipendenza dalla psicanalisi, ma una donna al verde che ha perso il suo status elitario in società, i suoi status symbols e il suo autocontrollo.

La nevrosi di Jasmine non è quella autodivertita dei soliti personaggi benestanti di Allen, ma è quella del benessere perduto, di una rovinosa caduta dall'oro sonante al nulla, da Park Avenue ad una San Francisco grossolana; il suo esaurimento non è intellettuale-esistenziale e autocompiaciuto, ma disperatamente concreto.
Ed è questa la novità. Se prima si rideva delle ridicole paranoie di soggetti dalla vita agiata e finto-problematica, adesso si prova pena, ci si aggira nell'ambito del patetico (non in senso dispregiativo).

Non appena si entra in sintonia con il mood disperato del film e ci si abitua alla sorpresa (o riscoperta) del non-allenismo (personalmente ho impiegato un po' di tempo a cercare una battuta, un siparietto, un delirio comico alleniano, ma invano e con tardiva resa finale), si gode di un film interessante, ma sopra ogni cosa di un'attrice enorme.

Cate Blanchett è il film nella sua interezza, nella sua bellezza.
Le sue performance sono deliranti, ma mai grottesche, i suoi monologhi/sproloqui da esaurimento nervoso sono da antologia del cinema, il suo volto quasi sempre sfatto, sudato e col trucco sciolto è disperato, ma mai esasperato.
La sua è una figura femminile  a tutto tondo, scritta e resa con profondità, con attenzione. Jasmine è una delle più riuscite creature alleniane di sempre.

Molto brava anche Sally Hawkins (di cui mi sono innamorata a vita dopo aver visto Happy-Go-Lucky): l'antitesi estetica e sociale delle due sorellastre (e delle due città a cui appartengono) è riuscitissima e insieme sono una coppia memorabile.

Se dovessi darvi un motivo per vedere questo film (se mai ce ne fosse bisogno) vi direi: andate a vederlo perché Cate Blanchett è stupefacente.
Solo come seconda motivazione direi andate a vederlo perchè è un film di Woody Allen. (Ma questo perché sono troppo legata ad una certa idea classica di Allen e al cliché della sua comicità a base di irresistibile goffaggine e adorabili complessi. Non c'è niente da fare, è lui il mio Allen del cuore).



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