mercoledì 24 dicembre 2014

Buon Natale 2014

«Buon Natale! In giro a augurare Buon Natale! Che cosa è il Natale per te se non il momento per pagare i conti senza avere i soldi; il momento in cui ti trovi più vecchio di un anno, e non più ricco di un'ora? Un momento per fare il bilancio e vedere che ogni voce, nel giro completo di dodici mesi, è in passivo? Se potessi fare di testa mia», disse Scrooge indignato, «ogni idiota che va in giro con Buon Natale in bocca dovrebbe esser bollito insieme al suo pudding e sepolto con un paletto di agrifoglio che gli trafigga il cuore. Proprio così!»

(da Un canto di Natale, Charles Dickens)

Tanti auguri di buon Natale a tutti voi!
Ebenezer Scrooge in fase misantropa pre-apparizione dei tre fantasmi mi odierebbe e mi bollirebbe con il pudding per il mio spirito augurale, ma in fondo poi anche la sua storia natalizia finisce così:


BUON NATALE!

martedì 23 dicembre 2014

Il mio parere su Gone Girl - L'amore bugiardo


Io l'ho sempre detto che nelle coppie esteticamente e socialmente perfette si annidano le disfunzioni più malsane e le tensioni psicologiche più devastanti. C'è qualcosa nella loro bellezza, nel loro invidiabile impatto visivo, nella loro esibizione di fortuna romantica e sessuale che ti sa di disumano e di umanamente difficile da gestire.
C'è una sorta di obbligo di perfezione e di mantenimento di uno standard alto che alla lunga deve sfiancare.

L'amore è più sano quando è sbilenco, autoironico, imperfetto. Tenere insieme un idillio non deve essere affatto facile.

La coppia di Gone Girl mi è stata straordinariamente antipatica fin da subito: entrambi così belli e sexy, così armonizzati e complici, così fieri della loro unione alchemica, così insopportabilmente giusti l'uno per l'altra.
Lo sfacelo e la psicotica decomposizione della loro sublime storia matrimoniale mi hanno dato appagamento e fatto tirare un respiro di malefico sollievo.

La bellezza appassionante e tesa di questo film risiede principalmente in questa spietata costruzione e decostruzione di un matrimonio patinato, nella rivelazione graduale e sempre più disturbata del suo malfunzionamento, nel ribaltamento prospettico di ogni certezza sul suo conto.

Il punto di vista è doppio, spartito in parti uguali nelle due ore e mezza del film: lo spettatore crede a qualcosa poi a qualcos'altro, sospetta di lui e poi, improvvisamente, di lei, si crea un partito ed è costretto a cambiarlo a sorpresa.
Stancarsi di giocare con questo film e di aspettarsi tiri mancini dalla sua fitta trama è impossibile.
Il suo dualismo, la sua ambiguità destabilizzante, ne fanno qualcosa di cinematograficamente inappuntabile, una bomba dal funzionamento pressoché impeccabile che dà allo spettatore la paura adrenalinica costante dello scoppio.

I toni da noir hitchcockiano rendono il puro thriller molto più sofisticato e autoriale, gli danno un'aura più letteraria e da vecchia scuola.
Il tocco di Fincher l'ho sentito un po' meno rispetto ai suoi precedenti film cult, forse perché Gone Girl è più fruibile rispetto ad altre sue vecchie opere, ma le atmosfere vagamente surreali e psicologicamente complesse sono tipicamente sue, così come quel senso di disturbante alienazione che pervade ogni cosa.

Il bello di Gone Girl, oltre al semplice fatto che è enormemente intrigante e conturbante, è che sotto le vesti di thriller cela tutta una serie di sottotesti e offre una vasta gamma di spunti di riflessione.

La contemporanea anarchia massmediatica per esempio, quell'opinionismo virale e fuori luogo che accompagna e poi sovrasta ogni crimine e misfatto; ahimè, c'è una Barbara D'Urso priva di classe e di etica che fa la scarpetta ad ogni giallo in ogni parte del mondo. E c'è un popolo di ignoranti creduloni che ne segue le dozzinali e approssimative indagini giornalistiche anche negli States.

Lo spunto di riflessione che ho trovato più interessante e sottile è però un altro: il male che possono fare i genitori ai figli, le malformazioni psichiche che possono creare in loro, la rovina a cui possono destinarli, spesso inconsapevolmente.
I genitori di Amy, che nel film si vedono poco e sembrano docili e spaesati, sono forse la base psicologica forte del film, l'origine del male che vi regna.
La loro "amazing Amy", sublimata e ottimizzata in una fortunata serie di romanzi, è in realtà un mostro di loro creazione, ossessionato dal senso di inadeguatezza e da uno psicotico desiderio di perfezione.

Fallire in amore e nel matrimonio è inaccettabile per la meravigliosa Amy. I suoi genitori hanno sempre cancellato le sue debolezze attraverso la scrittura, ma all'ennesimo segnale di defaillance è lei che riscrive e reiventa il suo fallimento, e lo fa in maniera diabolica e iper romanzesca.

Rosamund Pike, attrice solitamente in ombra, qui è grandiosa, sposa la malattia mentale della sua Amy e riesce a rendersi inquietante. Ho avuto paura di lei come non mi capitava da tempo con un personaggio femminile (forse dai tempi di Kathy Bates in Misery non deve morire).

Ben Affleck, che io preferisco dietro e non davanti la macchina da presa per via della sua fisicità banale da attore americano medio, in questo film risulta armonico con il tutto e la sua mancanza di personalità (ai miei occhi) è perfetta per il ruolo di Nick, marito confuso, raggirato, soggiogato, masticato e risputato.

Potrei parlare per ore di tutte le altre cose a cui fa pensare Gone Girl, delle conseguenze a base di noia e paranoia di una vita senza lavoro, dei trasferimenti obbligati dalle metropoli alle province che danno sempre una percezione dolorosa  di fallimento personale, della fatica universale di far funzionare a lungo un matrimonio, del lato bugiardo di ogni storia di amore e disamore, ma non ne verrei più fuori.

Vi dico solo e con tono perentorio: guardate Gone Girl, è il film imperdibile di queste feste.


venerdì 19 dicembre 2014

Il mio parere su Magic in the Moonlight


C'è un meccanismo nei migliori film di Woody Allen, una serie di ingranaggi che si incastrano armonicamente, al momento giusto, con un funzionamento giustissimo, impeccabile.
La musica sposa la fotografia, la sceneggiatura sposa lo stile, il racconto sposa le atmosfere. Il risultato è quasi sempre un gioiello, un mix riconoscibilissimo di romanticismo europeo e di psicoanalisi newyorkese, di riflessione e di intrattenimento.

La circolarità dei suoi film è di solito perfetta, merito soprattutto di una scrittura brillante e sferzante, sofisticata e democratica al tempo stesso, tragica e comica, colta e cinefila.
Se dovessi dare una forma geometrica a Magic in the Moonlight, mi verrebbe in mente una qualche figura sghemba, asimmetrica e tracciata di fretta.

Quello che manca totalmente a Magic in the Moonlight è il meccanismo di cui sopra: la sceneggiatura è imprecisa, elementare, a tratti imbarazzante e lo sfacelo viene da sé.

Inutile dire che la piacevolezza alleniana è godibile anche negli errori e nelle défaillance, perché le musiche sono zucchero per le orecchie, le atmosfere balsamiche per l'animo e la leggerezza generale sempre benefica, ma quando, come in questo caso, il film è debole, tutto rimane ad un livello superficiale e meramente estetico e si rimane delusi.

In questo film tutto è grazioso e orientato al bello, ma si sente troppo l'assenza di mordente, di quel sarcasmo filosofico-esistenzialista tipico della weltanschauung alleniana, di quella sagacia, di quell'arguzia inimitabile.
C'è una povertà allarmante di buone battute e di situazioni accattivanti, c'è poca personalità nei personaggi, come fossero solo bozze di quella che con un po' più di lavoro doveva essere la loro completezza e complessità.
La Costa Azzurra con i suoi colori patinati, le feste anni '30 al ritmo di jazz, la bella vita, il chiaro di luna e tutto il resto di questa graziosa confezione non bastano a fare il film e a dargli carattere.

Colin Firth/Stanley Crawford, con la sua misantropia depressiva e l'incredulità onnicomprensiva e iperrazionalista è una versione fotocopia inglese venuta male della persona-mente di Woody Allen, quasi una caricatura forzata e fisicamente poco credibile. Mi è parso una citazione sbiadita di alcuni dei più grandi personaggi alleniani e a tratti un patetico wannabe.

Emma Stone in versione anni '30 è adorabilmente vintage e i suoi occhi sono enormi e piacevoli come il panorama circostante, ma mi è sembrata troppo fragile e fiacca, incapace di fornire una performance, anche solo una, carica di energia e di incisività.
Le manca quella carica iconica tipica delle attrici-muse di Woody Allen e la sua Sophie Baker è destinata a perdersi tra le creature mal riuscite della filmografia alleniana.

Le tematiche tanto care ad Allen ci sono, i suoi tipici binomi universali in continuo contrasto continuano a scontrarsi, ma stavolta lo fanno in maniera fiacca, senza quella profondità di natura letteraria, filosofica e psicoanalitica che caratterizza l'Allen dorato.
La ragione e l'illusione, l'ottimismo e il pessimismo, la misantropia e la filantropia, la tragedia e la commedia, la divinazione e l'incredulità: questi dualismi dalla portata vastissima in questo film vengono ridotti a sparute considerazioni e ad una serie di stanchi spunti mutuati da vecchie e ben più brillanti idee alleniane (La maledizione dello scorpione di giadaScoopMidnight in Paris, Incontrerai l'uomo dei tuoi sogni).

L'amore come straordinaria forma di magia e la resistenza razionale ad esso doveva essere il binomio forte di Magic in the Moonlight, ma qualcosa è andato storto.
Il film nella sua totalità (salvo fugaci attimi di grazia) è sfaldato e sfibrato come pochi altri film di Allen.

Sono un'alleniana patologica, considero Allen una delle figure di riferimento cardine della mia esistenza, però la mia idolatria si modera di fronte a un film del genere e la parte romantica del mio fanatismo cede il posto alla ragione.

No, Woody, non ci siamo proprio. Volevi ingannarmi con la magia di cose retrò belle da vedere, ma ti ho smascherato!


giovedì 11 dicembre 2014

Il mio parere su Il giovane favoloso


Non c'è scrittore nella storia della letteratura italiana che sia stato stereotipato e ridotto a simbolo più di Leopardi; nessuno come lui è stato semplificato e ingabbiato da generazioni di liceali divertiti e di insegnanti nozionisti dentro una grottesca dimensione di negatività, pessimismo e proverbiale malasorte.

Durante i miei anni universitari di nuove consapevolezze alla facoltà di Lettere avrei voluto urlare al mondo che oltre la gobba di Leopardi c'è di più, c'è molto di più e finalmente questa esigenza è stata appagata, questo bisogno di far capire quanto Leopardi sia stato audace e viveur ha trovato sfogo.
Tutto quello che la deformità e l'insistenza retorica sul pessimismo ha ridotto a tragicomica compassione, ne Il giovane favoloso viene finalmente rivisto, riletto sotto altri punti di vista, capito.
L'inedito Leopardi viene finalmente rivelato.

Leopardi era un nichilista, su questo non ci sono dubbi, ma le sue convinzioni morali non andavano sempre di pari passo con la sua voglia di vivere, di agire, di irrompere fragorosamente nel mondo.
Il malinconico spettatore della vita altrui e della potente ineluttabilità della Natura, lo storpio che guardava dalla finestra o dalla siepe mettendo in versi il suo malcontento esistenziale, storico e cosmico, era in realtà uno spirito ardente di libertà e altrove, un sognatore temerario in grado di attivarsi a dispetto di disagi fisici che tentavano di condannarlo all'inattività e all'immobilismo.

Quello che ho apprezzato tanto nel film di Martone è proprio questo: la celebrazione di un giovane dal talento favoloso e dallo spirito rivoluzionario, ribelle, impavido, di un genio dalle esigenze umanissime, i cui slanci non erano solo voli febbrili su taccuini, ma azioni vere e proprie, coraggiose rotture, personalissime insurrezioni.

Il giovane favoloso non è un film didascalico sul Leopardi poeta chino sui suoi scritti fino all'annullamento di sé, ma un'opera controcorrente sul giovane Giacomo, sulla sua voglia di vivere nascosta sotto coltri di malanni e disagi psicofisici, sull'elettricità dei suoi nervi, sul suo prepotente desiderio di amore e di amicizia, di viaggi e di prospettive, di volti e cieli sempre diversi.

C'è vitalismo in questo film, c'è un'inaspettata esuberanza, c'è un meraviglioso indugiare sui piccoli piaceri del quotidiano che Giacomo fa suoi con grande, commovente partecipazione.
Mentre assapora un gelato, mentre gioca con l'amata Fanny Targioni Tozzetti e l'amatissimo, indispensabile Antonio Ranieri (un Michele Riondino a mio avviso sbagliato, stonato e da recitazione in stile Rai fiction), mentre gode del sole e passeggia col suo bastone, mentre fa del sarcasmo, c'è una confortante normalità e una celebrazione cristallina del vivere: nessuna commiserazione teatrale, nessun effetto caricaturale, nessun furbastro voyeurismo. Ci si scorda della gobba e di tutte le altre anomalie genetiche, ci si scorda perfino della sua genialità e ci si perde nell'incanto di questo giovane eccezionale e della sua normale voglia di vivere, di esserci.

Anche i momenti della malinconia, delle crisi depressive, della sfiducia non sono ammantate di tetraggine e di patetica commiserazione, ma diventano in qualche modo bellezza, la bellezza profonda di chi si interroga e non vive in superficie come un animale, la bellezza poetica e terribile di chi vive con troppa sensibilità, con un sistema nervoso troppo fragile perché troppo nobile ed elevato.
La bellezza peculiare del Leopardi magnifico pensatore, ciò che lo rende un autore profondamente romantico.

La suddivisione netta del film in macro-parti è armonica con il mutare netto dell'esistenza leopardiana: prima il carcere familiare recanatese, poi la fuga a Firenze verso una vita bohémien, poi Napoli e il suo folklore euforizzante ed eccessivo, infine il mare e la villa vesuviana di Torre del Greco, l'aria salubre e odorosa di ginestra dei suoi ultimi giorni.

Certo non mancano difetti in questa opera ambiziosa, di tanto in tanto fa capolino un simbolismo di troppo, una recitazione poco raffinata (vedi, ancora, alla voce Riondino), una debolezza di taglio televisivo-commerciale. Eppure nel complesso Il giovane favoloso è un film dotato di grande grazia e rispetto, un film giusto.

Elio Germano è perfetto, la sua immedesimazione è forte, ma non eccede mai nel teatrale o nell'impostazione manieristica da film d'epoca. Il suo approccio moderno e spontaneo all'enorme ruolo che riveste, il suo non lasciarsi intimorire o sopraffare, si sposa bene alla disinvoltura contemporanea del film, alla sua carica sovversiva ma senza pose.

Così come le bellissime musiche sperimentali di Sascha Ring, che non ti aspetteresti mai in un film italiano, aggiungono un tocco elettronico moderno all'800 meno ottocentesco che si sia mai visto al cinema.
Quello di Martone non è un '800 dalla fotografia e dall'estetica filologicamente ottocentesca, l'effetto contemporaneo è forse a tratti troppo marcato, ma si sposa bene allo stile del film.

Credo non sia un caso se Elio/Giacomo nella locandina del film sia messo sottosopra: Il giovane favoloso è un film che ribalta e rinnova lo sguardo, è una versione sottosopra, e per questo umanissima, di un genio.


lunedì 1 dicembre 2014

I Love Books: 84. Espiazione


Credi di sapertela in qualche modo cavare con la scrittura, un po' come la piccola Briony Tallis del romanzo, poi leggi per la prima volta Ian McEwan e ti senti un'infima creatura del patetico sottobosco di grafomani destinati, giustamente, all'incapacità eterna, ti senti ridicolo e analfabetizzato.
Però sei felice, almeno in veste di lettore.

Scoprire autori straordinari è sempre una benedizione: Ian McEwan è senza dubbio la mia scoperta di fine anno, una porzione di bellezza e perfezione letteraria in cui mi sono imbattuta casualmente (grazie anche agli sconti del 25% sugli ET del mese di novembre).

Espiazione è perfetto nello stile, nella struttura, nella forma narrativa, è una cosa magnifica, una cosa preziosa e appena finito l'ho riposto nella mia libreria con una cautela speciale, come per fare spazio alla sua aura, oltre che alla sua consistenza fisica e cartacea.

L'ho amato subito.

Avevo visto il film di Joe Wright alla sua uscita nel 2007 e mi ero innamorata della sua eleganza che flirtava con l'Oscar, ma non avevo pensato di leggere il romanzo visto lo spoiling cinematografico pregresso (errore madornale già commesso con Ritratto di signora).
Spesso mi scordo come la lettura sia sempre diversa dalla percezione cinematografica: puoi conoscere già la trama e l'esito finale, ma le emozioni in itinere sono differenti, non sono veicolate dal mezzo filmico, ma estremamente personali e personalizzabili.

Leggere Espiazione infatti è stato qualcosa di molto più profondo e sensoriale rispetto alla visione del film, è stata una percezione meno estetica e più epidermica.

Ho trovato eccezionale l'architettura del romanzo.
La struttura tripartita di Espiazione è un'armonia concertistica sublime, è un gioco perfettamente bilanciato di luoghi, tempi e punti di vista. Il lettore si lascia immergere completamente e non sente più il bisogno di prendere aria o di fare pause nella realtà. Il coinvolgimento è così forte che, avendo un po' di tempo a disposizione, il romanzo può essere letto in una sola seduta, in una sola giornata.

La prima parte, la mia preferita, è un trionfo di atmosfere fotografiche, la resa perfettamente alternata degli stati d'animo dei protagonisti: la loro tridimensionalità è fortissima. Briony Tallis, Cecilia Tallis, Robbie Turner e tutti gli altri ti si parano davanti agli occhi come se esistessero davvero.
Villa Tallis immersa nella canicola di un giorno d'estate britannica degli anni '30 prende vita, si muove, risuona. Lo sguardo dell'autore è panoramico e ci mostra uno spettro cangiante di temperature, di pensieri, di punti di vista.
Quello di Briony in particolare è il motore di ciò che accadrà in seguito: la sua convinzione errata riguardo al rapporto della sorella con Robbie, la sua gravissima accusa scatenerà una serie di dolorose conseguenze. E scatenerà anche il suo senso di colpa e il lungo processo di espiazione.

La seconda parte spazza via la prima e ci porta dentro gli eventi bellici vissuti da Robbie, è un'immersione fisica nella guerra e ne ha la spietatezza affilata, la carnalità dolorosa.

La terza è quella delle vittime della guerra, delle corse sulle corsie d'ospedale e ha un ritmo frenetico, ma è anche la parte dell'espiazione di Briony che nelle vesti di infermiera sconta il suo dolore soccorrendo, suturando, ripulendo quello altrui.

La parte finale, intitolata, Londra, 1999, è la perfetta chiusura del cerchio: Briony ormai anziana e malata, il suo destino finale, il suo romanzo definitivo di espiazione.

A 13 anni l'immaginazione è una forma di evasione e di alterazione del reale, se poi chi la possiede ha anche una spiccata propensione alla scrittura, può sfuggire di mano e farsi dolore altrui e, successivamente, senso di colpa proprio.

Il suo potere è grandioso, ma anche pericoloso, dalla portata devastante.
Basta un attimo per passare dalla creazione di commediole fiabesche da mettere in scena con i cugini, alla mostruosità di un'invenzione criminale.

Solo con la saggezza acquisita in anni di silente dolore e di autocolpevolizzazione, Briony riuscirà a utilizzare il suo dono di scrittura per sublimare in senso benevolo, per modificare il male con il bene, per celebrare ciò che non è stato fingendo che sia stato, ma stavolta in chiave romantica, come atto di amore, di dedica, di richiesta eterna di scuse.

In fondo Espiazione è un romanzo sull'amore, il dolore, il senso di colpa, la guerra ufficiale e quella interiore, ma anche e sopra ogni cosa un romanzo sul potere decisivo e totale dell'invenzione e della scrittura.

Mentre scrivo mi rendo conto che scrivere su Espiazione non mi sta venendo affatto facile: mi è piaciuto così tanto che mi sento intimidita, non riesco a tirare fuori tutte quello che vorrei e temo di banalizzare. Il potere delle parole di fronte alle cose troppo belle perde di efficacia.

Perciò vi dico solo di farvi del bene e di leggere questo capolavoro.