Il mio parere su Due giorni, una notte


Ci sono film la cui forza risiede nella recitazione, doni di performance fatti di questo e poco altro.

Due giorni, una notte (Deux jours, une nuit, di Jean-Pierre e Luc Dardenne, 2014) è esattamente questo tipo di film, è Marion Cotillard, ed è in virtù di questa interpretazione che diventa un bellissimo film.
Effetto miracoloso perché è un film scarno e minimalista, in pieno cinema sociale dei fratelli Dardenne, uno stile di regia che non ha mai fatto presa su di me e che trovo spesso noioso, appesantito dalla mancanza, ingrigito dal verismo.
Ma Marion arriva, con i suoi grandi occhi depressi e il suo corpo teso, con una capacità di immedesimazione totale nella persona del suo personaggio, e rende il film uno spettacolo di realismo emotivo, un toccante documento di verità.

Io le ho già dato il mio personale Oscar come miglior attrice protagonista nel caso non dovesse vincerlo nella realtà (probabilmente glielo ruberà Julianne Moore).

La normalizzazione che Marion attua sul suo essere fisiologicamente una figa diva, il processo di semplificazione e di disfacimento ai limiti dell'imbruttimento (!) che emerge prepotente in questo ruolo di donna in lotta con la depressione e il rischio della disoccupazione, è intenso e commovente in maniera ininterrotta.

Quella che vediamo non è la sofisticata, superba, patinata Marion, ma Sandra, una ragazza in jeans e canotta, senza un filo di trucco, senza filtri, alle prese con problemi purtroppo comuni, in cui di questi tempi è facile trovare una parte di se stessi e del proprio vissuto.
Sentirsi Marion Cotillard è possibile guardando questo film!

Sandra è una donna fragile che ha dovuto prendere una pausa dal lavoro a causa della depressione e che per riavere il proprio posto deve convincere i suoi colleghi, uno per uno, porta a porta, in due giorni e una notte, a rinunciare ad un bonus e a votare a favore del suo reinserimento.

Il film è essenzialmente questo: Sandra che va in giro in due giorni e una notte d'estate, con le sue paure, le sue pillole e le sue lacrimi facili, con la voglia di convincere e il terrore di non farcela, con lo sguardo sempre in bilico tra sconfitta e voglia di rinascita. Al suo fianco un marito adorabile (Fabrizio Rongione), in grado si sostenerla e spronarla con delicatezza e due bambini.
Nessun orpello, nessun tipo di artificio, solo una persona che chiede aiuto ad altre persone, in un contesto di umiltà e di crisi, in una città qualunque del Belgio.

La fragilità di questa donna è la vera potenza del film, ciò che lo rende una delle cose più umane che abbia mai visto al cinema, un racconto di vita comunissima e di normalità in un momento universalmente critico.

Crisi occupazionale e recessione economica sono le tematiche centrali di Due giorni, una notte, ma anche la depressione, malattia prepotente, invalidante come un male fisico eppure ancora troppo poco riconosciuta nella sua gravità. Sandra è riuscita a venirne più o meno fuori, ma rientrare dentro la normalità lavorativa è per lei molto difficile.

Questo aspetto mi è parso molto importante, perché se Sandra avesse avuto una malattia "vera", canonicamente diagnosticabile, avrebbe avuto sicuramente più tutela e garanzie, mentre la sua condizione di depressa la lascia sola e poco protetta, quasi colpevole del suo allontanamento.
Triste e paradossale realtà, oggi più che mai, dal momento che la crisi lavorativa può andare spesso di pari passo con cadute in baratri di scoraggiamento.

Anche da questo punto di vista Due giorni, una notte è un film di grande umanità e solidarietà, uno di quei film che possono dare supporto a chiunque perché mettendo in scena la realtà nuda e cruda, spoglia e libera da mosse cinematografiche, sembrano comprendere e abbracciare il reale in maniera straordinariamente empatica.

Guardare la vita vera sul grande schermo può essere terapeutico e liberatorio; guardare Marion Cotillard piangere a dirotto e soffrire onestamente, elemosinare porta a porta il suo futuro, angosciarsi e sperare, è un'opportunità di grande Cinema che tutti dovrebbero concedersi.


Commenti

  1. Concordo sulla grande capacità di essere fig... ehm... sul processo di normalizzazione della Cotillard. Un qualcosa di rischioso e che le riesce perfettamente, dimostrando che brava attrice sia. Da quel punto di vista solo plausi.
    Il film comunque a me è piaciuto ma solo fino a un certo punto, proprio per il realismo troppo didascalico che citi tu stessa. Ma per il resto, fa leva sulle corde giuste.

    PS: è una mia impressione, o i colleghi che la aiutano fin da subito sono gli immigrati? Un particolare che me lo ha fatto stimare ancora di più...

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    1. sì, il realismo a volte può essere davvero noioso e credo che mi sarei annoiata guardando questo film se non fosse stato per quella meraviglia che è la Cotillard, da Oscar!

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  2. Anche io non amo molto lo stile registico realista, però questo film l'ho adorato.
    Potere di Marion! :)

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    1. Veramente, super potere cotillardiano!

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  3. L'ho visto due mesi fa, ricordo che tra tutti i film sociali che ho visto ultimamente questo mi ha appassionato di più di quello che è appena uscito di Ken Loach. Su Marion è difficile dire qualcosa di negativo, è bravissima ma sinceramente la sua candidatura all'Oscar non me l'aspettavo e non penso che lo vincerà. Penso che guarderò qualcos'altro dei Dardenne sperando che non risultino noiosi come alcuni di Loach.

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    1. Loach per me è insostenibile! Dopo Il vento che accarezza l'erba ho deciso di non vedere più i suoi film, mi stancano e mi fanno sentire impreparata.
      Io invece spero che Marion lo vinca l'Oscar, mi ha molto commosso la sua interpretazione!

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