Il mio parere su Mia madre


Nanni Moretti è uno dei miei due-tre mentori esistenziali di sempre, un portavoce della mia essenza.
La poetica morettiana è il mio manifesto: passano gli anni, ma l'aderenza del suo stile al mio modo di sentire e la sensazione di empatia e rispecchiamento rimangono immutati.

Eppure, sfogliando le pagine del blog, mi sono resa conto di non aver mai parlato di un suo film.
Probabilmente perché quando una cosa la amo molto posso anche decidere di non tirarla in ballo per non disonorarla, posso sentirmi inadeguata all'espressione verbale di tale amore.

Ma veniamo a Mia madre, per cui proverò a mettere per iscritto qualche breve pensiero (sentendomi ovviamente inadeguata).



Non è il Nanni dorato degli anni che furono, quel Nanni esagerato, bisbetico ed esilarante nelle sue posizioni e introspezioni politiche e psicologiche, ma il film è davvero molto bello.

Una storia semplice, umanamente aperta, priva di eccessivi approfondimenti psicologici e sottotesti premeditati, privo di pose intellettuali, di astrazioni estetizzanti.
Una vicenda nuda, offerta allo spettatore in purezza, in durezza, come la condivisione netta di un dolore che non vuole essere travestito, ma vuole raccontarsi per ciò che è, nella sua universale verità.

Eppure Mia madre non è un film affetto da tetraggine e da realismo dispotico, non fa uscire dalla sala in preda a fitte di angoscia, al contrario a me ha lasciato una sensazione di calma, di resa docile a ciò che docile non è, come un senso di solidarietà bonaria, di poetico e liberatorio "così è la vita" che fa virare la rabbia e la disperazione verso lidi di pacifica accettazione.
L'imminenza della morte scalcia e atterrisce, ma dentro questo stato di orrenda attesa scorre comunque la vita: il lavoro e le sue beghe, gli allagamenti domestici, i figli che prendono voti bassi a scuola e che imparano ad andare sul motorino, le ubriacature moleste, le cene spensierate.
Tutto ciò che morte non è.


L'ironia maldestra e bilingue di John Turturro nei panni dell'attore italoamericano Barry Haggins è l'apoteosi della controparte vitale del film, un vento piacevole che soffia a intervalli regolari sull'aria preoccupata che vi aleggia, ed è un modo di dire che la vita è anche questo, sprazzi di risate, escandescenze grottesche, problemi di identità e "bring me back reality!" urlati in preda a crisi lavorativo-esistenziali. Momenti ridicoli in mezzo al cammino del film (e della vita) che sanno di sollievo.

L'autobiografia morettiana l'ho sentita tanto, specialmente in quell'insistenza quasi retorica sul latino e la sua immutabile imponenza, sull'insegnamento di questa materia così negletta e necessaria.
In ognuno di quei riferimenti ho sentito tutta l'ammirazione di Nanni Moretti per la madre, insegnante di lettere classiche, e l'atto di profondo amore celebrativo e filiale che è Mia madre.

La fratellanza Margherita (una Buy inappuntabile)/Giovanni (un Nanni pacato che ha trasferito le sue irrequietezze nervose sull'attrice che lo affianca e rappresenta) io l'ho trovata perfetta, di una credibilità straziante e commovente; ho sentito la mia pelle vibrare nelle scene a due in cui l'insicurezza dell'una è calmata dalla saggezza equilibrata dell'altro, in cui il dolore si manifesta in due modi diversi e opposti e sembra lenirsi in qualche modo grazie a questo delicato esserci l'uno per l'altra.



Va detto anche che la madre che dà il titolo al film è una Giulia Lazzarini bravissima, dotata di un'eleganza teatrale e umana insieme. La sua resa della malattia fa male, ma ha anche tanta grazia.


Mia madre è, tra le altre cose, anche una riflessione sul cinema e il suo stato attuale, sul divismo e i suoi corollari e si potrebbe avviare un'analisi sui suoi significati metacinematografici, ma il morettiano Michele Apicella che è in me mi spinge a lasciar perdere.
In fondo la natura del film è molto onesta e semplice, molto "comune" e arenarsi nell'intellettualismo di sinistra è un attimo (e non ne sarei nemmeno capace).

Mia madre è un film fatto di piccole scene, anche minime, che raccordate l'una all'altra creano la trama di una morte e di varie vite, di un dolore e dei suoi antidoti, di un amore, quello totale per la propria madre, e della sua natura eterna.
Sentirsi esclusi da una storia così umana - morettiani o non morettiani-  è impossibile.

Commenti

  1. A me Moretti è sempre stato un poco antipatico, però di questo ne stanno parlando tutti benissimo...

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    1. Secondo me può coinvolgere anche chi morettiano non è. O, in caso contrario, consolidare l'antipatia 😉

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    2. Contando che a me "Habemus papam" era piaciuto, questo potrà avere il medesimo effetto XD

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