I Love Books: 120. Mrs Bridge


Pubblicato per la prima volta nel 1959, uscito per Einaudi pochi mesi fa, Mrs Bridge nella mia esperienza di lettrice è stato il classico caso di opera acquistata a scatola chiusa che era meglio se rimaneva dentro quella scatola. Anche se era una scatola Einaudi, da cui di solito pesco molto bene.

Ingannevole è la quarta di copertina sopra ogni cosa.

Ho letto parole-mondo come Revolutionary RoadStoner e Pastorale americana e non ho esitato nemmeno un attimo nell'acquisto. Sentivo corde familiari vibrare attraverso l'involucro di plastica ed ero certa che avrebbe fatto al caso mio, complice anche quella elegante signora retrò in giallo che campeggia in copertina.

Purtroppo sono rimasta delusa. Evan S. Connell non fa per me.

Mrs Bridge è uno dei libri più tristi e carenti di affetto che abbia mai letto. Nel contenuto, ma anche nella forma.
La sua essenziale e fotografica descrizione di momenti minimi nell'arco di una vita lo rende spietato, fintamente innocuo, una bolla di dolore che non scoppia mai, ma che incombe come una minaccia sul lettore.

La storia dell'esistenza di una donna vuota e passiva all'inverosimile, del rapporto con l'assente marito e gli ingrati figli, della sua perfezione che serve a nascondere le assenze e le inconsistenze, delle sue inappuntabili performance di moglie, madre e casalinga anni '50, con il benessere che riempie le tasche e la casa e il malessere che cova strisciante, silente come un morbo a lunga percorrenza.

Questo è in sintesi il romanzo.

Le storie di esistenze fallite o sprecate di solito mi coinvolgono per la loro commovente umanità, per la loro confortante onestà, ma in questo caso zero empatia, 100% antipatia.

Il problema di questa vicenda-non vicenda, a mio avviso, è il distacco con cui Connell la affronta, quel minimalismo strategico, quella narrazione rapsodica, quel raccontare eventi per lo più irrilevanti che, nell'intenzione di voler costruire un climax fotografico del dolore indichiarabile della protagonista, spezzano proprio quel climax, impediscono la pienezza del coinvolgimento, del processo di compassione.

Ecco, in questo romanzo non ci sono picchi forti, momenti di tragedia vera, quelle onde d'urto alla Roth o alla Yates (per citare due fra i citati a sproposito) che si abbattono sul lettore strapazzandolo, ma istantanee che si sommano e che, se da una parte è vero che inquietano, dall'altra risultano ferme, fiacche.

E non è nemmeno quel minimalismo alla Stoner, che celebrava sì il minimo quotidiano di un individuo, ma con una dolcezza poetica e una delicatezza complessiva che Mrs Bridge, privo di calore com'è, non riesce ad avere.

Forse si deve stare al gioco di Connell per trarre il meglio da quest'opera, per leggere il cuore della protagonista e poi riflettere accorati sul senso della vita, soprattutto della donna negli anni '50.

Io non ce l'ho fatta, non vedevo l'ora di liberarmi da questo accumulo di materiale poco coinvolgente, a cui non sono riuscita a dare una dimensione più profonda, che non è riuscita a coinvolgermi.

Mea culpa o di Connell?

E se fosse invece colpa di Mrs Bridge?

...

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