giovedì 25 febbraio 2016

Il mio parere su Il caso Spotlight


Il caso Spotlight (Spotlight, di Thomas McCarthy, 2015) sarà pure il miglior film dell'anno a furor di popolo e critica, sarà pure il favorito agli Oscar, ma io me ne tiro fuori e vi spiego perché non mi ha entusiasmato.

Storia vera, quella dell'inchiesta che un team di giornalisti investigativi (denominato "spotlight") del Boston Globe fece nel 2001 ai danni della Chiesa Cattolica. L'accusa quella di aver coperto più di 70 preti pedofili e insabbiato prove a riguardo.
Scandalo e gravità immane, bel oltre la città di Boston e le singole diocesi.

Il film risente ovviamente di questa serissima verità ed è pertanto freddo e distaccato, non giudicante, giornalisticamente frenato.
Forse perché quello che viene fuori da questa vicenda è di per sé enorme e mostruoso, il film ha voluto puntare sulla sobrietà emotiva, sul minimalismo del coinvolgimento.

C'è un'indagine accuratissima e il film la segue, senza prendere posizioni.

Da questo punto di vista Il caso Spotlight è esso stesso giornalismo, è l'analisi ravvicinata e oggettiva di un lavoro corale di ricerca, di sfida e di impegno morale, ma questa sua impeccabile osservazione-documentazione di un pezzo di storia vera, toglie vibrazioni all'insieme.

L'impianto de Il caso Spotlight è solido e privo di sbavature, la classe c'è e si percepisce, così come l'eccellenza senza eccessi delle prestazioni attoriali, ma io ho ricevuto poche emozioni da questa regia formale, da questa recitazione contenuta.

Il lavoro così accurato e costante di questo team di giornalisti avrebbe dovuto trasmettere passione pura, un tipo di trasporto feroce.
Visto l'argomento scottante mi aspettavo di sentirmi bruciare dentro e di provare rabbia e nausea, di sentirmi io stessa giornalista del Boston Globe alle prese con indagini da far accapponare la pelle.
Invece ha prevalso il distacco.

Inutile dire che le interpretazioni degli attori sono raffinate e inappuntabili, la loro credibilità è totale, però anche su questo fronte non emergono mattatori frementi, trascinatori indimenticabili.


Tanta, tantissima dignità in ognuno di loro: il rispetto verso la delicatezza del tema trattato si sente forte in tutti, da Mark Ruffalo/Michael Rezendes (quello che mi è piaciuto di più) a Michael Keaton/Walter "Robby" Robinson, da Liev Schreiber/Marty Baron a Rachel McAdams/Sacha Pfeiffer (quella che mi è piaciuta di meno), e questa è una cosa bellissima, però non mi sarebbe dispiaciuto assistere a qualche scena madre più audace, più sbilanciata verso la condanna.

Prevale l'equilibrio dell'osservazione, del reportage. Di licenze emotive ce ne sono davvero poche.

La cosa che mi ha più impressionato è Boston, l'emergere lento e poi sempre più inquietante della sua grettezza, quell'eccesso di chiese e di silenzi sulla vergogna.
Da questo punto di vista il film funziona bene, è un evidenziatore indiretto, scoperchia e libera senza frastuoni.

Ma la pietas, quell'umanissima empatia che avvicina e accalora, invece manca, troppo per i miei gusti.

Stiamo parlando di preti pedofili e di una Chiesa connivente, dannazione: dov'è il furore dello sdegno?

So che il giornalismo di un certo tipo è in qualche modo Storia e in quanto tale oggettività pura, fatti, documenti, numeri, però un po' di soggettività non mi sarebbe dispiaciuta, mi avrebbe reso più partecipe.

Insomma, per quel che mi riguarda Il caso Spotlight è il classico (e già visto negli anni '70) film sul giornalismo d'inchiesta, è elegante e anaffettivo, un caso in cui la qualità seria dell'insieme non cede mai all'emozione del particolare, in cui il lavoro giornalistico, con le sue metodologie e le sue necessarie limitazioni emotive, finisce per modellare a sua immagine e somiglianza l'anima dell'opera.

Il giornalismo è un lavoro, non dovrei dimenticarlo, ma il suo rigore oggettivo certe volte rende le cose grigie.

Ecco, se dovessi definire questo film con un solo aggettivo direi: grigio.

(Entusiasti, aggreditemi pure).



lunedì 22 febbraio 2016

Il mio parere su The Danish Girl


Chiedete a chi era seduto al mio fianco in sala e vi dirà delle mie lacrime silenti in varie fasi del film e poi ancora di quelle copiose, esplose sul finale.
Nessun controllo sulla mia intelligenza emotiva, un fluire di commozione perfetta.
Sono uscita dalla sala addolorata (e con l'eyeliner strisciato su tutta la faccia) eppure colma di bellezza.

Quanto The Danish Girl (di Tom Hooper, 2015) mi abbia emozionato fin nella parte più remota della mia sensibilità, lo avete già capito. Mi ha donato un innamoramento, un'ammirazione, un gradimento a più livelli che non mi aspettavo.

Pensavo di essere più cinica, di dover detestare i manierismi e le leziosità pittoriche di cui il film è colmo, invece ho apprezzato anche le più affettate espressioni sul volto del protagonista, perché c'è una dolcezza in lui-lei che inonda, che annienta ogni difesa.

La storia vera di Einar Wegener, pittore danese degli anni '20, del suo grande amore Gerda, anche lei pittrice, del suo pionerismo transgender che dà graduale vita a Lili Elbe, non la conoscevo e la sua eccezionalità mi ha spalancato una finestra sul panorama delle storie di autentico coraggio, su un'avanguardia transgender che merita inchini commossi.

Eddie Redmayne è ispirato e dedito anima e corpo al suo personaggio sdoppiato ed è così straziante e delicato/a da atterrire lo spettatore per verosimiglianza e partecipazione.
Nel rendere il rifiuto sempre maggiore del suo status maschile e la prepotenza vivida della donna che è in lui, è teatrale, ma in senso positivo, è un magnifico spettacolo di sguardi, vezzi, movenze, che proprio perché non congeniti ma studiati, enfatizzati, persino imitati guardando altre donne, colpiscono al cuore, fanno lacrimare.

Di per sé Redmayne è un attore dai tratti efebici e dalla delicatezza femminea, con la sua faccia liscia molto britannica e il corpo snello si presta spontaneamente al ruolo, ma se ciò non bastasse c'è un impegno nella sua prestazione che sa di studio prolungato, di sensibilità totale, di dolore.
Un grande dono per lo spettatore.


La sua Lili è il frutto di questa dedizione corporea e psichica, una figura di donna-uomo innamorata del suo inventarsi donna, che ammicca a se stessa in uno stato di incredulo benessere.
Lili, pelle diafana, parrucca rossa, occhi verdi, si guarda allo specchio e sorride languida alla se stessa che ha modellato ed è un trionfo di espressività, di pudica vanità.

Alicia Vikander (che nella vita vera ama ed è amata da Michael Fassbender, beatissima lei!) è stata un'epifania: intensa da far tremare.
In certi momenti perfino più toccante di lui.

Gerda, così ostinatamente vicina al suo Einar, anche quando Einar non torna più perché Lili l'ha fagocitato, è un inno all'amore integralista, è l'accettazione più aperta e romantica che si possa immaginare, è un continuo dolersi eppure donarsi.

I suoi vitalissimi slanci pittorici, le sue buffe pose, i giochi che innescano scoperte, così come i tremolii del suo viso prima delle lacrime e la tristezza piena dei suoi occhi, colpiscono forte.
Vikander, che non avevo mai visto al cinema, è da Oscar.


Entrambi meritano il valore speciale di questo film e questo film merita loro.

Poco importa se il regista indugia su aspetti estetici e coreografici mirati ad abbellire la superficie: i sentimenti che fluiscono in questo sipario, fra quadri, paesaggi pittorici, interni dorati e sciarpe svolazzanti, sono potenti e arrivano anche allo spettatore più sprezzante.


Non a caso Lili "nasce" dalla pittura, è un'invenzione di Gerda da trasferire su tela. I cromatismi che avvolgono il film sono assolutamente appropriati.


Chi ama il minimalismo estetico (ed emotivo) potrà forse percepire ridondanze e prospettive quasi barocche, indugi esteriori esagerati, ma le scelte stilistiche di Hooper sono solo la cornice, e quello che conta è l'impatto che la storia narrata ha sul cuore.

Non ci si emoziona forse fino al tremore di fronte a certi quadri di spietata bellezza?

Che bella opera che è The Danish Girl!
E che coraggio Einar, che coppia questa coppia, che vittoria, seppur simbolica, e che bellezza dolce questo ragazzo danese che si fa ragazza e che inonda tutto il film di delicatezza e rivoluzione.

Ed ecco che ho voglia di piangere ancora...

giovedì 18 febbraio 2016

Il mio parere su L'ultima parola - La vera storia di Dalton Trumbo -


L'ultima parola - La vera storia di Dalton Trumbo (tit.orig.: Trumbo, di Jay Roach, 2015) è la storia di un combattimento a suon di tasti battuti sulla macchina da scrivere contro l'imposizione di un silenzio, di quella volta in cui il maccartismo pensò di spuntarla con la sua ottusa azione repressiva e invece venne grandiosamente gabbato.

Le vie traverse della creatività letteraria in una fase storica di paranoie e limitazioni ridicole.
Cose belle, insomma.

Dalton Trumbo scriveva sceneggiature brillanti, cose importanti per il cinema che contava, ma aveva il "problema" di essere comunista, almeno ideologicamente, e allora la sensibilissima America, irrigidita e resa psicotica dalla guerra fredda, pensò bene di mettergli i bastoni fra le ruote, di bloccare l'andamento sciolto della sua inventiva e di metterla a tacere perché antiamericana.

La blacklist era lì pronta a fagocitarlo per sempre.

Secondo voi, uno come Trumbo, mattatore della macchina da scrivere, sceneggiatore e adattatore vulcanico, si fece schiacciare dai piedi di questa distorsione politico-psichica? Si fece addomesticare?

Ovviamente no, ed è questa la cosa meravigliosa di questa storia, di questa pellicola.


Non aspettatevi però un film di lotta epica contro il sistema, una di quelle vicende impegnatissime e dichiaratamente politiche che celebrano l'innocenza con toni lirici: Trumbo è un film in qualche modo lieve, in grado di trasmettere speranza e furbizia a dispetto dell'ingiustizia che viene narrata, è una visione ottimista e mai arrendevole di una situazione davvero tragica.

Merito dello stesso martire protagonista, di quel Trumbo inarrestabile, mai disfattista, sempre libero nel pensare e nell'inventare, anche nel reinventare se stesso.

Nascondersi sotto mentite spoglie, ma continuare a lavorare, a produrre sogni scritti per il cinema, di vario livello, ma sempre con una passione talvolta isolante, pura febbre.
Amore pari solo a quello per la propria famiglia, rifugio altrettanto necessario.

Riuscire a vincere due Oscar (per Vacanze romane nel 1954 e per La grande corrida nel 1957) in forma anonima è qualcosa che solo lui poteva fare, è l'apoteosi dorata e sagace di un genio che gli altri volevano bendato e imbavagliato e che salvò se stesso da questa condanna.

Bryan Cranston, attore che io ho iniziato a idolatrare amare dopo l'esperienza pluristagionale e formativa di Breaking Bad, si conferma un attore dalle prestazioni appassionate e come autocucite addosso.

In versione Trumbo, con sigaretta penzolante, whiskey e/o benzedrina accanto, occhialoni e immersione in vasca da bagno per sceneggiare avidamente, è già un'icona, ma anche al di fuori di questi momenti perfettamente simbolici, Cranston sposa il suo personaggio e si fa lui con grande maestria, in maniera energica e commovente.


Ho provato grande simpatia per quest'uomo così pratico, che non si nascondeva dietro idealismi e rivendicazioni dall'afflato poetico, ma celebrava sinceramente la necessità del proprio lavoro, anche dei vantaggi economici che derivavano da quel lavoro.

Anche lavorare per il pessimo cinema dei fratelli King (grandioso John Goodman nei panni di Frank King) può essere una soluzione liberatoria,



anche perché all'improvviso possono arrivare due sorprese come Otto Preminger e Kirk Douglas a ribaltare le cose, a ripagare i tuoi sacrifici e la tua commovente capacità di adattamento.



Insomma, la vita di Dalton Trumbo, come il cinema che inventava a parole, fu sorprendente, una storia incredibile di resilienza.

Il film di Roach lo è altrettanto, ed è brillante e commovente al punto giusto, forse più brillante che commovente.

Solo nel discorso finale di Trumbo durante la cerimonia di "ritorno" al cinema, quando vengono rievocati sacrifici, vite perse, tradimenti, quando quella paranoia devastante è già lontana, ci si rende conto veramente della sofferenza e della coerenza ferrea di Dalton Trumbo.

Del fatto che fosse un genio in grado di far fare piroette alla sua macchina da scrivere invece ci si rende conto subito e l'ammirazione è istantanea.

Si ama lui e per questo si ama il film.

P.S.: Non credo che Bryan Cranston vinca l'Oscar per la sua interpretazione, gli avversari sono giganti, ma lo vinse ben due volte Dalton Trumbo e Cranston è così intensamente ed alacremente Trumbo da averlo in qualche modo già vinto.


venerdì 12 febbraio 2016

I Love Books: 113. Viaggio al termine della notte


Un moto di ribrezzo al primissimo impatto: la grammatica è fatta a pezzi, la sintassi è anarchica, il periodo segue ritmi tutti suoi, la prosa è sporca, malsana, farneticante.
Oddio, basta, basta Louis-Ferdinand, abbi pietà di me.

All'inizio ho vissuto questa lettura come uno stupro, e non mi sento esagerata nel dirlo.

E invece poi...

Invece mi sono pian piano abituata allo stile singolare di Céline, ai suoi deliri autocratici, a quella sporca vicinanza al parlato che non sembra nemmeno letteratura, ma una molesta ubriachezza linguistica, e ho scoperto della meravigliosa poesia, dei panorami di quiete lirica.

Fiori nel letame, perle in mezzo allo schifo.

Perché Céline mentre ti parla in toni sferzanti come schiaffi sonori di guerra, di malattia, di morte, di peso immane dell'esistenza, mentre ti infetta con la sua turpitudine narrativa e stilistica, ti dona riflessioni di un lirismo perfetto, di quelle che fanno tremare per verità e bellezza.

La Vita che sputa fuori questo romanzo è incessante, è così continua e radicale che ci si sente immobili, vigliacchi e quasi morti leggendolo, ci si sente fuori dalla portata della vera avventura del vivere, al sicuro, prosperi ma così banali e noiosi.

Perché Bardamu ha esplorato la notte di ogni dove, si è spinto al limite, là dove c'è il marcio dell'umanità, la bassezza, il miserrimo, e non ha mai fermato i suoi confini, le sue peregrinazioni-penetrazioni geografiche dell'esistenza.

La prima guerra mondiale, l'Africa coloniale, l'America ai tempi del fordismo, la Parigi dei sobborghi, il viaggio del protagonista è lungo e umanamente variegato, è un conflitto, un'esplorazione mai serafica, sempre precaria, sempre attraversata da situazioni sospese tra il grottesco e il ributtante.
Un ribollire lavico di Esperienza.

Ho trovato parecchio indigesta la prima parte, con la sua carica di orrore bellico, le sue psicosi violente. Ne ho avuto paura, ma credo mi abbia fatto maturare, come lettrice almeno.

È forse di paura che il più delle volte si ha bisogno per cavarsi d'impiccio nella vita. Quanto a me, non ho mai voluto altre armi da quel giorno, o altre virtù.

Ho provato una sensazione fisica di asfissia, di tanfo malarico e di calore addentrandomi con Bardamu nella foresta tropicale. Ma poi mi ritrovavo incantata da cose così:

I tramonti di quell'inferno africano si rivelavano straordinari. Non te li toglieva nessuno. Ogni volta tragici come mostruosi assassinii del sole. Un immenso bluff. Soltanto che c'era troppo da ammirare per un uomo solo. Il cielo per un'ora si pavoneggiava tutto spruzzato da un capo all'altro d'uno scarlatto delirante, e poi il verde scoppiava in mezzo agli alberi e s'innalzava dal suolo a strisce tremanti fino alle prime stelle. Dopo di che il grigio riprendeva tutto l'orizzonte e poi di nuovo il rosso, ma allora stanco il rosso e non per molto. Finiva così. Tutti i colori ricadevano a brandelli, afflosciati sulla foresta come vecchi straccia alla centesima replica. Ogni giorno verso le sei era esattamente così che andava.
Meraviglia. Meraviglia. Meraviglia.

Il peso del romanzo, talvolta esagerato, quasi come una condanna al turpe, si scioglie in questo genere di arte poetica.
Anche ai livelli più infimi della storia, arriva puntuale un'elevazione quasi spirituale, una meditazione alata che vi porta davvero in alto.

E così sono andata avanti, perché tutta questa volgarissima vita mi creava dipendenza, come il brutto che ti dovrebbe far girare dall'altra parte e invece ti ritrovi ad esplorarlo con occhi avidi.
Perché ero alla ricerca del bello e sapevo che quell'indisciplinato di Céline me lo avrebbe sparso qua e là come polvere di stelle in mezzo alla sporcizia.

E così sono rinata parzialmente a New York, quella città "assolutamente diritta", descritta in modo portentoso.
New York è una città in piedi. Ne avevamo già viste noi di città, sicuro, e anche belle, e di porti e di quelli anche famosi. Ma da noi, si sa, sono sdraiate le città, in riva al mare o sui fiumi, si allungano sul paesaggio, attendono il viaggiatore, mentre quella, l'americana, lei non sveniva, no, lei si teneva bella rigida, là, per niente stravaccata, rigida da far paura.

Anche lì, anche nella feconda America, Bardamu incontra l'alienazione, e anche se ho riempito un po' i polmoni di civile aria metropolitana, di avventura meno selvaggia, qualche forma di disagio, di incipiente putrefazione, è venuta a disturbarmi.

Man mano che resti in un posto, le cose e le persone si sbracano, marciscono e si mettono a puzzare appositamente per te.

E poi il ritorno in Francia, nelle vesti di medico, in quelle zone di Parigi dove lo squallore e l'indigenza si fanno quasi teatrali, dolorosamente ironici.
Povertà, sempre lei.

L'esistenza, è una cosa che vi torce e vi rovina la faccia. [... ] I poveri son cotti a puntino. La miseria è gigantesca, si serve della tua faccia per asciugare l'immondizia del mondo come con un asciugamano da bagno. Ce ne resta sopra.

Ma anche quell'ironia salvifica, quell'alleggerimento delle prospettive che è una saggezza spicciola di enorme valore.

È come una donna mostruosa la Pena, e tu te la sei sposata. Forse è ancora meglio finire per amarla un po' invece di dannarsi a picchiarla tutta la vita. Perché è chiaro che non la puoi accoppare.
E alla fine il viaggio lo hai fatto tu, sei sceso negli inferi, fin nelle sue rivoltanti budella, hai sofferto, riflettuto, sorriso amaramente, hai tirato i tuoi nervi e le tue sensibilità fin quasi a lacerarle, non ti sei divertita affatto in questa selva oscura dove l'uomo sembra un po' una bestia e la vita vale niente.
EPPURE, hai amato, hai sperimentato l'infinita portata della letteratura, la sua possibile dilatazione, la sua capacità di farsi contenitore capientissimo, ed è stata un'esperienza così nuova da farti sentire speciale, viva.

Ci si sente proprio così dopo aver finito di leggere il libro, miracolati, emersi vittoriosi da una palingenesi che sembrava lontanissima, carichi di una filosofia della vita che non fa più paura come all'inizio.

La mia matita si è consumata, la punta traballa, perché ho sottolineato così tanti passaggi da tatuare il libro, da renderlo un ricordo grafico.
Dimenticare Viaggio al termine della notte? Mai.
Ti si diffonde dentro come veleno, come antidoto.
Ti uccide e ti rimette al mondo.

Poiché non siamo che un sacco di trippe tiepide e corrotte faremo sempre una gran fatica coi sentimenti. Innamorarsi è niente, è restare insieme che è difficile.

Invece io sono rimasta insieme al libro. Difficile lo è stato, ma ne è valsa la Pena. Letteralmente.

martedì 9 febbraio 2016

Serie tv mon amour: 36. Jessica Jones


Dark, newyorkese, introspettiva, ironica, malinconica, supereroistica con molta moderazione, intrisa di atmosfere noir e tensioni psicologiche, Jessica Jones è stata una scoperta molto gradita.

Non pensavo che questa serie tv Netflix mi appassionasse tanto, l'avevo immaginata postadolescenziale (è stata ideata da Melissa Rosenberg, sceneggiatrice di Twilight) e incentrata sul classico supereroismo fumettistico alla Marvel e invece è una cosa avvincente e originale.

Krysten Ritter, pallida creatura dai capelli corvini che sembra uscita dalla mente di Tim Burton, Biancaneve gotica con chiodo di pelle e biker boots, nasino all'insù alla Michael Jackson (!), merita già di per sé la visione, perché è anomala e di grande impatto visivo e perché è riuscita a dare un'anima rock e molto accurata alla figura potente e fragile della sua (anti)eroina.

Una gran femmina questa Jessica Jones, così solitaria e indipendente, una guerriera notturna con uno degli appartamenti più spogli e malmessi di tutta New York e uno stile di vita desolante e iperattivo diviso tra l'alcool per necessità e la necessità di salvare il prossimo (e, occasionalmente, se stessa).

C'è un trauma forte nel passato di questa donna che ha messo da parte le sue doti oltre natura e si è data alle investigazioni private, c'è una minaccia costante che deve essere fatta fuori, ma con razionalità e metodo, senza l'epica di chi ha una forza fuori dal comune.
Giusto qualche cazzotto o calcio sferzato di tanto in tanto con meravigliosa mascolinità.


I nerd appassionati di comics, superpoteri e tutine con mantello credo rimarranno delusi dalla tipologia della serie: l'umanità prevale sulle prestazioni straordinarie, gli effetti speciali scarseggiano e viene dato molto più spazio alla parte introspettiva rispetto a quella standard del genere che prevede esibizionismi aerei e atti di forza plateali.

Io che non sono un'appassionata di Daredevil, The Avengers e cose simili, l'ho amata molto per questa sua "normalità", per il suo intimismo.

A parte qualche duello in stile Street Fighter in cui Jessica spicca voli salterini con effetti speciali lievemente posticci, per il resto la serie rimane ancorata alla realtà, al dialogo, a ciò che superumano non è.

Killgrave (David Tennant), pericolosissima nemesi di Jessica, con il suo sferzante accento british e la vistosa teatralità verbale, è un villain molto particolare, un damerino mefistofelico che controlla la volontà altrui e non controlla le degenerazioni dei suoi feroci sentimenti per la protagonista.
Uno psicopatico sofisticato e meticoloso davvero ben scritto.


Tirando le somme, Jessica Jones è: normalità e licenze fantastiche contenute, una donna eroica e non una supereroina classica, un avversario monomanico e cerebrale tutt'altro che muscoloso, la lotta lenta e strategica contro un superpotere più subdolo e interiore degli altri, che richiede una forza che viene da dentro più che da nerborute esteriorità.

Non ci sono raggi laser o fulimini di Pegasus in questa serie ed è questo che me l'ha fatta amare, a sorpresa.

venerdì 5 febbraio 2016

Il mio parere su Joy


Pollice verso (e anche un po' di buuuu) per questo film che è ha la stessa capacità di coinvolgimento emotivo di un mocio, non a caso, e un Jenniferlawrence-centrismo insopportabile (come prevedevo).

David O. Russell mi ha un po' stancato con i suoi gruppi di famiglia in un interno disfunzionali e polifonici.
Già ai tempi de Il lato positivo avevo fatto caso più ai lati negativi del suo stile (per poi ricredermi qualche ora con American Hustle), ma adesso ho la certezza che non piace.
La formula che predilige mi prende poco.
Non basta mettere in scena equilibri precari e sistemi di vita sghangherati osservati con piglio ironico e bonomia americana per far buona compagnia allo spettatore. Manca qualcosa, forse un approfondimento.

Aggiungo e sottolineo che ho in grande odio Jennifer Lawrence, il grande errore di valutazione di Hollywood, la diva-ragazza dal faccione americanissimo e la classe di una cheerleader, che tutto il pianeta terra ha scambiato per un talento fuori dal comune.
Stiamo esagerando con lei. Smettiamola con gli Oscar e i Golden Globes elargiti a (spero) passeggeri fenomeni di costume biondi, prosperosi e insolenti.

Insomma, inutile tirarla per le lunghe: i film che la vedono protagonista vengono quasi totalmente rovinati dal mio (fondatissimo) preconcetto.
Dio, quanto non la sopporto!
E poi è del '90, che rabbia. E del Kentucky. Ha' voglia a vestì Dior.

Fastidio da hater incallita a parte, Joy è comunque un film medio, una storiella caruccia e affabile che non suscita reazioni durature in chi guarda.

Non dico che non intrattenga o che sia un disastro totale, ma lo spettatore più scafato non può non trovarlo un tantino superficiale e "facile", una commediola dolceamara sull'american dream orchestrata in maniera spicciola, quasi a tirar via.

Solo io ho avuto la sensazione di una sceneggiatura sintetica, per non dire inesistente?

Certamente sbaglio a cercare lo spessore in questo tipo di film, ma ci sono in ballo candidature all'Oscar per cui mi viene da essere più esigente e analitica.

Joy Mangano con la sua vicenda di disagio familiare, di rivincita creativa e di femminismo alla buona è sicuramente degna di una narrazione cinematografica, ma poi, a ben vedere, non è che abbia inventato la luna.
Per carità, il mocio è utilissimo, la genesi e l'evoluzione del suo progetto sono degni di un avvincente racconto, involuzioni e disguidi legali compresi, però c'è un fondo di ridicolo e di pochezza in questa storia e, di conseguenza, nel film.
Non è il miracle mop con la sua comodissima strizzabilità che sto criticando (io stessa ne faccio uso), ma la sensatezza cinematografica di una storia del genere.

Le uniche parti che ho trovato più interessanti sono quelle legate al mondo delle televendite QVC e alle dinamiche assurde che lo regolano. Bradley Cooper è riuscito a donarmi un'emozione, almeno lui.


Per il resto poca roba.

O. Russel voleva narrarci la favola di un'eroina del popolo, di una self-made woman dai sogni pratici, e questo mi va benissimo, ma se il massimo del coraggio e dell'epica è la scena di una Joy che si taglia i capelli da sé in bagno dopo una delusione forte, storco il naso.
Avanguardia pura, direbbe qualcuno.


Alla fine della fiera il mio sospetto si è rivelato fondato: Joy è un Jennifer Lawrence-movie, con un copione cucito ad hoc su di lei ed è l'ennesima trovata furba per la celebrazione adorante della sua persona, di quel tipo di donna sexy e tosta che è lei e che finisce per fagocitare il personaggio che interpreta.
La vera eroina di Joy è Jennifer, non Joy. E questo non (mi) va bene.

Fine della storia.

lunedì 1 febbraio 2016

I Love Books: 112. Senza nome


Ho sempre amato Dickens e forse avrei dovuto scoprire prima che amici dotati avesse.

Tipo Wilkie Collins, entità narrativa da me sconosciuta prima della rivelazione da parte dell'illuminante Fazi editore (ancora una volta, grazie!).

Collins è considerato il padre del genere poliziesco ed era molto popolare in epoca vittoriana; qualcosa avrà offuscato la sua fama, il vento ballerino delle mode probabilmente, ma la riscoperta è fondamentale e dà molta euforia.

Ho letto con grande trasporto questo romanzone logorroico e iperdescrittivo, gonfissimo di eventi e di sospensioni. Ho scoperto un autore, ma anche un genere inedito: letteratura vittoriana spigliata e creativa, eccezionalmente intrigante.
Il legal-drama in vesti ottocentesce.

L'intrigo è onnipresente in Senza nome, è un motore sempre acceso e orientato all'intrattenimento di chi legge. Non c'è da temere il colpo di sonno e la noia del démodé.

Senza nome è la storia delle sfortunate sorelle Vanstone, Magdalen e Norah, che in seguito alla morte improvvisa dei ricchi genitori non sposati (poco, pochissimo vittoriana questa situazione!), si ritrovano nullatenenti e senza nome per l'appunto. Due miserande senza patrimonio per colpa di un parente infame.

Mentre la maggiore delle sorelle accetta vittorianamente l'accaduto, la minore, Magdalen,prima donna e grande attrice del romanzo - si lascia andare ad una giostra creativa di vendette trasversali e colpi bassi inferti ai nemici su ogni fronte.

Spietata, astuta, talvolta immorale, Magdalen è un calcio in faccia alle convenzioni e alle rassegnazioni dell'epoca.

Nessuna mesta paladina della sofferenza che si affida al volere dell'Onnipotente, niente accettazioni silenziose da santa donna ottocentesca: arriva la Magdalen di Collins e parte l'azione, il raggiro, la ricerca ostinata e beffarda della propria rivincita.

In tutto il calderone di fatti, colpi di scena, lettere, documenti legali di cui è straricco il romanzo, il feuilleton innegabilmente c'è ed è melodramma popolare come ci aspetta, però c'è anche molto coraggio, molta perspicacia narrativa e un'attitudine ben poco vittoriana: l'umorismo.

Collins intreccia, inventa, talvolta esagera, ma sembra sempre strizzare l'occhio al lettore, invitarlo a questa sciarada di travestimenti, inganni e piani segreti che anche quando sembrano posticci suscitano curiosità e un tipo di sorriso tutt'altro che derisorio.

Ci si aspetta sempre qualcosa dalle infinite pagine del romanzo e non c'è sensazione più vivace per il lettore, soprattutto quando la quantità delle pagine è così vistosa.

Non nego che alcune dinamiche, soprattutto quelle legate allo scambio di persona, abbiano una teatralità fin troppo basic alla Plauto, da commedia degli equivoci, ma d'altra parte c'è anche un approfondimento della psicologia dei personaggi che dà l'idea di un lavoro serio, meticoloso.

Tutta la rabbia feroce di Magdalen si trasferisce con precisione empatica nel lettore e i suoi pensieri e le sue azioni scaltre appagano il desiderio modernissimo di rivalsa.

Collins non è uno sprovveduto, sa bene cosa vuole il lettore.

Non mancano poi nella particolareggiata vicenda soggetti interessanti tutt'altro che secondari: furfanti preparatissimi come il capitano Wragge, istitutrici dalla scaltrezza volpina come Mrs. Lecount, ingenui e debilitati ereditieri come Noel Vanstone.
Il campionario è molteplice.

Che dirvi: non temete la mole, è una narrazione-fiume che raramente ristagna.

Fatevi intrigare da questo talentuoso misconosciuto che è Collins.

Io, dal canto mio, ho già acquistato La donna in bianco.